L’Antitrust e il caso del "cartello tecnico" delle case automobilistiche tedesche

Il panorama industriale europeo è stato scosso in modo profondo da una decisione storica della Commissione Europea, che ha ridefinito i confini tra la cooperazione tecnologica legittima e la collusione anticoncorrenziale. L’8 luglio 2021, Bruxelles ha annunciato l’imposizione di una sanzione complessiva di 875 milioni di euro a BMW, al gruppo Volkswagen (composto da Volkswagen, Audi e Porsche) e a Daimler, produttrice dei marchi Mercedes e Smart, per aver ostacolato l’uso e lo sviluppo di tecnologie non inquinanti destinate a ridurre le emissioni delle auto diesel.

Sede della Commissione Europea a Bruxelles

Questo evento segna un punto di svolta nelle politiche di vigilanza del mercato, poiché rappresenta il primo caso in cui l’autorità europea ha concluso che la collusione in merito allo sviluppo tecnico di un prodotto sia qualificabile come istituzione di un cartello. Mentre in passato le sanzioni antitrust si erano concentrate principalmente sulla fissazione dei prezzi o sulla ripartizione dei mercati geografici, la decisione in questione ha spostato l’attenzione sulla limitazione dell’innovazione, un pilastro fondamentale per il raggiungimento degli obiettivi ambientali dell'Unione Europea.

La natura della condotta anticoncorrenziale

Le indagini condotte dalla Commissione Europea hanno fatto luce su un periodo di attività illecita protrattosi dal 25 giugno 2009 al 1° ottobre 2014. Durante questi anni, le case automobilistiche hanno tenuto riunioni tecniche regolari per discutere lo sviluppo della riduzione catalitica selettiva (SCR), una tecnologia essenziale che elimina le emissioni nocive di ossido di azoto (NOx) dai veicoli diesel attraverso l'iniezione di un liquido a base di urea, comunemente noto come AdBlue, nel flusso dei gas di scarico.

Nonostante le aziende possedessero il potenziale tecnologico per ridurre le emissioni inquinanti ben oltre quanto richiesto dai limiti legali europei, la collaborazione ha avuto l'effetto opposto. Le case automobilistiche, infatti, hanno deliberatamente evitato di farsi concorrenza, non utilizzando appieno le capacità di cui disponevano. In particolare, Daimler, BMW e il gruppo Volkswagen hanno raggiunto intese segrete sulle dimensioni dei serbatoi di AdBlue e sul loro consumo medio stimato, rimuovendo così l'incertezza sulla futura condotta di mercato.

Schema tecnico del funzionamento del sistema di iniezione AdBlue in un motore diesel

Questa "comprensione reciproca" impediva ai consumatori di accedere a veicoli più ecologici, limitando di fatto l'innovazione tecnologica che sarebbe stata tecnicamente fattibile. Come specificato dalla responsabile della concorrenza europea, tale comportamento ha costituito un'infrazione sotto forma di limitazione dello sviluppo tecnico, privando i clienti di caratteristiche del prodotto rilevanti per la tutela dell'ambiente.

Il quadro giuridico e l'applicazione delle sanzioni

La condotta in esame è stata considerata dalla Commissione come avente "per oggetto" la restrizione della concorrenza. Ai sensi dell'art. 101, comma 1, lett. b del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea (TFUE), accordi di questa natura sono severamente vietati. La giurisprudenza della Corte di Giustizia, in particolare nel caso Groupement des cartes bancaires v. Commissione, ha stabilito che tali condotte presentano un grado di dannosità tale da poter essere considerate, per loro stessa natura, lesive del normale gioco della concorrenza.

Il calcolo delle ammende è avvenuto in base alle linee guida del 2006, considerando il valore delle vendite dei veicoli diesel dotati dei sistemi in questione all'interno dello Spazio Economico Europeo nell'anno 2013, oltre alla gravità dell'infrazione. Un aspetto significativo di questa procedura è stato l'applicazione di una riduzione del 10% alle sanzioni, in virtù della Comunicazione sulla transazione nei procedimenti antitrust, poiché tutte le aziende hanno riconosciuto la propria partecipazione al cartello e la propria responsabilità nella violazione.

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Ulteriori riduzioni sono state applicate in virtù del carattere inedito della decisione, essendo questa la prima volta che un cartello viene sanzionato esclusivamente per la restrizione dello sviluppo tecnico. Tuttavia, la ripartizione dei pesi economici ha visto differenze sostanziali:

  • Daimler: Ha beneficiato di un'immunità totale per aver rivelato l'esistenza del cartello alle autorità, evitando così il pagamento della multa.
  • Volkswagen: Il gruppo ha ricevuto una sanzione di 502,362 milioni di euro, beneficiando di una riduzione del 45% grazie alla collaborazione prestata.
  • BMW: La casa automobilistica è stata condannata a versare 372,827 milioni di euro.

Implicazioni per il settore automotive e i mercati

L'industria automobilistica tedesca, da sempre considerata il fiore all'occhiello dell'economia nazionale, è apparsa vulnerabile in seguito a questa decisione. Già nell'aprile 2019, la Commissione aveva adottato una comunicazione degli addebiti riguardante non solo i sistemi di pulizia dei gas di scarico per i motori diesel, ma anche i filtri antiparticolato Otto (OPF) per ridurre le emissioni nocive nelle auto a benzina ad iniezione diretta, dimostrando come l'indagine avesse un raggio d'azione particolarmente ampio.

È fondamentale sottolineare che questa inchiesta è distinta dai procedimenti relativi all'uso di dispositivi illegali di manipolazione ("defeat devices") emersi nello scandalo noto come dieselgate. In questo caso, l'autorità europea non ha accertato se le auto rispettassero o meno gli standard, ma ha punito il fatto che le aziende abbiano coordinato le proprie strategie tecniche per evitare di superare volontariamente le soglie minime di legge.

La questione ha assunto anche una rilevanza politica e sociale. Esponenti delle istituzioni, come l'eurodeputata dei Verdi Jutta Paulus, hanno sottolineato come tale comportamento dimostri una tendenza consolidata nel settore automobilistico a anteporre accordi strategici segreti alla sfida industriale aperta e corretta, in aperto contrasto con gli obiettivi del Green Deal europeo.

Grafico che mostra la riduzione delle emissioni nocive in confronto ai limiti legali

Sviluppi successivi e prospettive risarcitorie

Il caso ha aperto un dibattito intenso sulla possibilità che i consumatori o altri soggetti danneggiati possano intraprendere azioni legali per ottenere il risarcimento dei danni subiti. Data la peculiarità dell'oggetto del cartello - la limitazione dello sviluppo di tecnologie più pulite - la determinazione dell'effettivo pregiudizio economico subito da chi ha acquistato veicoli che avrebbero potuto essere meno inquinanti rimane una sfida complessa per i tribunali.

Le indagini non hanno riguardato esclusivamente i costruttori di auto. Nel marzo 2022, a seguito di indagini parallele avviate anche grazie alle segnalazioni di Mercedes-Benz, sono state coinvolte associazioni di categoria come l'Associazione Europea dei Costruttori di Automobili (ACEA) e la Society of Motor Manufacturers & Traders. Queste violazioni riguardavano il mancato scambio trasparente di informazioni sulla riciclabilità dei veicoli e la gestione del riciclo, confermando che il tema della sostenibilità è diventato un terreno di scontro costante tra regolatori e grandi player industriali.

Mentre le aziende, come Volkswagen, hanno talvolta espresso perplessità riguardo all'estensione del diritto antitrust a questioni di cooperazione puramente tecnica, definendo la posizione della Commissione come un "nuovo terreno giudiziario", il precedente è ormai consolidato. La severità dell'azione europea invia un segnale chiaro: la cooperazione tra competitor può essere un volano per l'innovazione, ma se tale cooperazione viene utilizzata come strumento per limitare il progresso tecnologico a scapito dell'ambiente e del consumatore, la risposta normativa sarà rigorosa e proporzionale alla gravità dell'ostacolo creato al libero gioco del mercato.

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