Il romanzo "Il fu Mattia Pascal" di Luigi Pirandello, pubblicato per la prima volta a puntate su “Nuova Antologia” nel 1904, è una delle opere più celebri e studiate dell'autore. Questo capolavoro della letteratura italiana del Novecento continua a risuonare profondamente nel panorama culturale odierno, anche grazie alle sue numerose trasposizioni in formato audiolibro. L'opera esplora temi universali come la crisi d'identità, l'impossibilità della libertà assoluta e il peso delle convenzioni sociali, rendendola un punto di riferimento essenziale per la comprensione del pensiero pirandelliano.

Le Edizioni e le Rivisitazioni del Romanzo
Il percorso editoriale de "Il fu Mattia Pascal" è tanto complesso quanto significativo. Apparso per la prima volta nel 1904, il romanzo fu ripubblicato con ritocchi nel 1910 e nel 1918. La forma definitiva fu raggiunta con l'edizione del 1921, la quale esibisce nel frontespizio gli elementi di novità: «seconda ristampa con un ritratto per prefazione e in fine un’avvertenza su gli scrupoli della fantasia». Questa edizione del 1921 è particolarmente rilevante, poiché reca puntualmente il volto dell'autore ancor giovane e chiomato, una foto scattata da Luigi Capuana, risalente al tempo del matrimonio di Pirandello, proprio nell’età e nella condizione di Mattia Pascal. La chiosa «con un ritratto per prefazione» è tanto più significativa perché esibita nel frontespizio di un «romanzo» scritto in prima, primissima persona, suggerendo un profondo legame tra autore e protagonista.
Il carteggio fra Pirandello e l’editore Enrico Bemporad, recuperato dall’Archivio Storico Giunti, rivela l'estrema importanza che l'autore attribuiva alla sistemazione editoriale delle sue opere. Nella lettera del 1° marzo 1921, Pirandello discuteva della copertina delle "Novelle per un anno" e, in cantiere, vi erano anche le bozze de "Il fu Mattia Pascal", che necessitavano di revisione, e l’"Avvertenza su gli scrupoli della fantasia", destinata a fare da appendice al volume. Come la copertina aiutava a caratterizzare l’anima interna delle "Novelle", così la «ristampa» 1921 del romanzo affidava al ritratto dell’autore il compito di accentuarne la novità, recata anche dalla revisione del testo e dall’aggiunta dell’appendice polemica, in risposta alle critiche subite dal vecchio romanzo e dalla recente messa in scena dei "Sei personaggi".
L’idea di uno stretto rapporto fra protagonista e autore, affidato all’autoritratto, doveva essere latente già all’origine, a giudicare dal fatto che il manoscritto su cui fu esemplata la "princeps" ("Nuova Antologia", 16 aprile-16 giugno 1904), un autografo conservato ora ad Harvard ed esaminato dal Borsellino, fu donato da Pirandello all’amico Antonio Campanozzi, ancor prima che il romanzo uscisse in volume, insieme a una foto-ritratto dell’autore.
Il Titolo: "Il Fu" e la Crisi d'Identità
Il titolo completo del libro, "Il fu Mattia Pascal", solleva immediatamente un interrogativo per il lettore moderno. La formula "il fu" è una locuzione antica, ormai dimenticata, che un tempo si usava per indicare una persona defunta. Spiegata a un ragazzo d'oggi, significa "Il signor Mattia Pascal, defunto, in realtà 'vivente-defunto'". Questa formula non è meramente anagrafica, ma si proietta su un piano esistenziale, evidenziando una profonda crisi d'identità, un tema centrale nell'opera pirandelliana. È l'equivalente del "mastro-don" verghiano, ma Pirandello sposta sul piano esistenziale quella crisi d’identità che lo scrittore verista collocava sul piano sociale. Sebbene, come in "Cavalleria rusticana", Turiddu, sradicato dalla tribù, non riesce più a rientrarvi, restando un emarginato, un paesano-forestiero, Pirandello aveva intuito la ricchezza antropologica e la complessa modernità del maestro cui l’etichetta veristica calza così stretta, anticipando di molti decenni i critici professionisti.
Ancora ai tempi dei nonni, per identificare meglio una persona con il padre vivente si diceva "Barbieri Ermanno di Gioacchino", mentre se il padre era morto, si usava "Barbieri Ermanno del fu Gioacchino", o più brevemente "Ermanno fu Gioacchino". Così Mattia Pascal si ritrova in una condizione di "non-identità", una "vivente-defunzione" che lo priva di diritti e lo confina in una dimensione di limbo esistenziale.

L'Onomastica Allusiva: Mattia, Pascal e i Personaggi Secondari
Pirandello, stratega dell'onomastica allusiva, non lascia nulla al caso nella scelta dei nomi dei suoi personaggi. Sul nome Mattia e sul cognome Pascal, si è già scritto molto. Il nome Mattia, nel testo del romanzo, è annesso all’area semantica della pazzia, per bocca di Berto, fratello del protagonista: «Mattia, matto». Si deve inoltre osservare che Mattia è una voce diffusa nel sud d’Italia, come variante di Matteo. Questo finisce per smascherare la contaminazione tra il fittizio borgo ligure che fa da sfondo alla vicenda, Miragno, e la nativa Girgenti (Agrigento), già attuata con la riambientazione in Riviera della biblioteca agrigentina Lucchesi-Palli e di alcuni squarci di paesaggio siciliano, anche mentale.
Sul cognome Pascal pende una dubbiosa ipotesi di rapporto con la Pasqua, evocata per la “quarantena” passata al buio dal protagonista convalescente dopo l’intervento oculistico. Ma vi alluderebbe anche il titolo del capitolo XVII, "Rincarnazione", e la parte finale del romanzo, con la morte presunta e la resurrezione del protagonista.
Anche i nomi dei personaggi secondari sono scelti con cura e assumono significati profondi. La zia Scolastica, per esempio, istituisce un contrasto con la signora Pascal, dando vita a una sorta di coppia Marta-Maria con tratti invertiti: spirito pratico la vergine, passivamente abbandonata la sposa. Nubile per non cadere vittima degli uomini che sono tutti traditori (e a tale qualificazione non sembra in definitiva sottrarsi neppure Mattia, che a dispetto delle buone intenzioni si rivela seduttore e traditore a ripetizione), la zia porta il nome della sorella del santo laborioso per eccellenza, Benedetto, ed evoca anche la filosofia razionalistica e combattiva di san Tommaso. Al contrario, la madre vive fino in fondo il suo percorso di spirituale abbandono.
IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello. Riassunto e analisi
Il Ruolo dei Genitori: Assenza, Presenza e Riflessi sul Protagonista
La figura del padre di Mattia Pascal è anonima, come la madre. Un nome, veramente, l’aveva nella prima edizione: si chiamava Gianluca; ma la pagina fu tolta nella stampa del 1910. Quest'uomo "Senza Nome" appare all’inizio del romanzo, per sparire subito, morendo. Con la sua morte, finirà l’agiatezza da lui procurata, quell’Eden che per Mattia resta confinato nell’infanzia. Ma quelle ricchezze, aggiunge il narratore, sono state forse vinte col gioco: il padre sembra fungere da premonitore della sorte del figlio, cui proprio l’azzardo, sotto forma di ticchettante roulette, darà un’imprevista agiatezza. Anzi, quel padre sembra segnare il destino del figlio, la cui carriera segue un percorso contrario eppur omologo, e dunque confrontabile con esso. La ricchezza paterna, materializzata in beni tangibili come terre e case, contrasta con la condizione di Adriano Meis, uomo senza terra per eccellenza, viaggiatore senza casa, costretto a portare con sé il denaro e a pagarlo col prezzo d’un furto.
La descrizione del padre è ancora più sbrigativa di quella della madre, eppure il narratore gli attribuisce due aggettivi, «sagace e avventuroso», che diventano la pietra di paragone su cui vagliare il tasso della riuscita di Mattia: anche lui a suo modo astuto e ardito, oppure sciocco e inetto? L’Ulisse eroico, proteso verso Itaca-Miragno dopo tanti viaggi seducenti e tempestosi, o l’Ulisse tracotante e incauto, che valica le colonne d’Ercole dell’io, abbandonando il mare nostrum dell’identità, fino al punto di non-ritorno?
Alla signora Pascal il romanzo non dedica molte righe: sappiamo comunque di lei più di quanto l’io-narrante ci dica di suo marito. A tratti storici riconoscibili in certe donne siciliane, vittime di «amori senza amore», altrove disegnate da Pirandello, la madre di Mattia assomma caratteri archetipici, di natura psichica o antropologica. Si vergogna di ridere, rassegnata al suo destino; per la «scarsa esperienza della vita e degli uomini», si è abbandonata al marito «come una cieca»; per i figli, nutre una tenerezza morbosa. Rimasta vedova, patisce l’erosione del patrimonio ad opera della «talpa» Malagna, finché vende la casa e va ad abitare con Mattia. L’altro figlio, Berto, non può infatti prenderla con sé, poiché vive nella casa della moglie e teme gelosie (alla feroce visione della famiglia, contribuisce il dettaglio che Berto ha poco «cuore»). L'associazione fra il personaggio materno e il modello “mistico” acquista significato nel fatto che, in contrasto coi molti ritratti fisici del romanzo, pieni di volti “scontraffatti” e di corpi caricaturali, della mamma il narratore non rileva che la voce nasale e la vergogna di ridere. La sua figura viene evocata significativamente anche nell’ultimo capitolo: Lazzaro profano, Mattia vive con zia Scolastica e dorme nel letto in cui era morta la mamma.
L’immagine materna torna anche per via di metafora nel tessuto del romanzo e nell’immaginario del protagonista. Una «minuscola mammina», gli appare Adriana Paleari, donna-bambina riconosciuta fin dall’inizio per una sorta di parentela onomastica (si chiama Adriana «come me», è il primo pensiero di Mattia nelle nuove vesti di Adriano), che anticipa il nome della memorabile protagonista della novella "Il viaggio". Anche lei religiosa, anche lei chiusa in una timidezza infantile, anche lei sacrificata alle ragioni della famiglia, anche lei avvinghiata alla salvifica scoperta dell’amore, della possibile liberazione, in un bovarismo di segno positivo. L’incrocio e la sovrapposizione di ruoli familiari, che tanto attraggono la psiche strabica di Mattia, hanno sempre affascinato Pirandello: le "Novelle per un anno" abbondano di ragazzi-padri, di madri-sorelle, di fidanzate-vedove e via dicendo. La catena associativa Adriano-Adriana (stesso nome come vincolo pseudo-parentale, tratti materni della fanciulla amata) denuncia la base archetipica, se non psicanalitica, di quel legame d’affetto. Ciò è confermato dall’altro aspetto di Adriana che attrae Adriano, cioè il suo atteggiamento filiale: la componente infantile di Mattia, don Giovanni con improvvise tenerezze paterne e manifestazioni infantili, sembra proprio l’esito inconsapevole di una formazione senza padre.
L'assenza del padre è comunque un'assenza ingombrante. È infatti il primo ostacolo alla reinvenzione di sé come Adriano Meis: Mattia deve immaginarsi la vita di Adriano riducendo al minimo i dettagli controllabili. Si dice dunque nato in Argentina o su un piroscafo, da un padre emigrato per spirito di inquietudine e ribellione, uno scavezzacollo svanito nel nulla, figlio d’un probo studioso di antichità cristiane; questo nonno immaginario verrà costruito a sua volta come un mosaico composto da tessere prese da tanti vecchi conosciuti nella vita reale. Più tardi, l’ombra di Paolo Meis, padre fantastico di Adriano, viene a perseguitarlo, quando quel «bracco» di Terenzio Papiano scova un Francesco Meis che crede di ravvisare in Adriano il figlio di un «barba Antonio» partito per l’America.
La Trama de "Il Fu Mattia Pascal": Un Viaggio nell'Assurdo
"Il fu Mattia Pascal" è il viaggio straordinario di un uomo che, creduto morto, coglie l'occasione per reinventarsi. Mattia Pascal, un giovane di un piccolo centro, alla morte del padre, eredita una discreta somma di denaro. Ma un amministratore disonesto, gestendola male e arricchendosi alle sue spalle, lo lascia sul lastrico. Così Mattia è costretto a lavorare nella Biblioteca Boccamazza, che tollera ben poco. Anche in famiglia non va meglio, in costante tensione con la moglie Romilda e con una suocera che lo disprezza. Così un giorno decide di andarsene per darsi la possibilità di iniziare una nuova esistenza. Giunto a Montecarlo vince alla roulette una grande somma di denaro e, con il nuovo capitale, spera che le cose possano migliorare.

Mentre è in treno che sta tornando però, legge sul giornale del suicidio di un uomo nel suo paese e scopre che si tratta del "proprio" suicidio. Per uno scherzo del caso, il cadavere sfigurato è stato riconosciuto come il suo da moglie e suocera. Approfittando dell'occasione offerta dal destino, decide di cambiare, prende il nome di Adriano Meis e affitta una casa a Roma. Ma vivere senza passato né legami si rivela più una condanna che una liberazione. Quando, innamoratosi della figlia del padrone di casa, scopre di non poterla sposare perché, come personaggio fittizio, non ha diritti, Mattia si sente nuovamente derubato e decide di morire per la seconda volta rinascendo nuovamente come Mattia Pascal. Mette in scena il suicidio di Adriano Meis e torna alla propria vita a Miragno. Peccato che lì scopre che la moglie si è risposata ed ha avuto dei figli con il suo amico.
Questa vicenda estrema, profondamente pirandelliana, svolta con rigore paranoico, denuda il personaggio, strappandogli tutte le maschere. Complessivamente, non un’esperienza episodica, ma il fuoco di un’iniziazione. Mattia Pascal torna vittorioso e sconfitto, ma Pirandello non può più tornare indietro.
IL FU MATTIA PASCAL di Luigi Pirandello. Riassunto e analisi
Critica e Accoglienza: L'Inverosimiglianza e la "Trovata" Pirandelliana
Al tempo in cui uscì il racconto, le reazioni negative non mancarono: critici abituati al metodo della narrativa ottocentesca non esitarono a giudicare assurde le innovazioni di Pirandello. Il fatto che Mattia fugge e, per l’errata identificazione del cadavere, si fa credere morto, è una delle principali accuse per l’inverosimiglianza del romanzo pirandelliano. Per questo, quando Pirandello trova più tardi nella cronaca un fatto simile, aggiunge alla ristampa del ’21 un’appendice al romanzo intitolata "Avvertenze sugli scrupoli della fantasia", per sostenere la plausibilità delle vicende raccontate. Così facendo, cioè entrando nel merito della verosimiglianza del racconto, di fatto svuota l’artificio del manoscritto in cui Pascal avrebbe raccontato la propria storia. Un’operazione analoga era stata compiuta anche da Svevo all’inizio de "La Coscienza di Zeno", avvisando, attraverso la premessa del dottor S., che quanto sta per raccontare è solo un cumulo di “verità e bugie”.
La caratteristica fondamentale dello stile narrativo di Pirandello sta proprio nella sua straordinaria capacità di inventare situazioni, vicende e storie, ora comiche, ora pietose, ora grottesche, ma sempre strane, talvolta assurde. La scelta della vicenda, è il momento più importante della creazione artistica secondo Salinari, perché un sentimento del mondo così disgregato e contraddittorio, una visione della vita in cui domina il caos e l’irrazionale, non può che cogliere nella realtà che lo circonda tutti gli aspetti più assurdi e contraddittori, e metterli a confronto con i dati del senso comune, della società costituita. La trovata è dunque la caratteristica essenziale del suo stile.

Audiolibri: L'Esperienza di Ascolto de "Il Fu Mattia Pascal"
Nell'era digitale, l'esperienza di ascolto de "Il fu Mattia Pascal" si arricchisce grazie alla disponibilità di numerosi audiolibri, che permettono di avvicinarsi all'opera con una nuova prospettiva. Queste versioni offrono la possibilità di esplorare la complessità del romanzo, sia per chi lo affronta per la prima volta sia per chi desidera riscoprirlo.
Un esempio eccellente è l'interpretazione di Paolo Bonacelli, un vecchio signore del palco dalla voce caldissima, che si cimenta nell’interpretazione de "Il fu Mattia Pascal", pilastro della letteratura italiana del Novecento. In questo audiolibro, Bonacelli è affiancato da due giovani attori, Cecilia D’Amico e Giovanni Maria Briganti, che hanno dato prova di vero talento. Un altro apprezzato audiolibro è quello letto da Omero Antonutti. Esistono anche versioni come quella di Riccardo Fasol, letta da Renzo Clerico, e quella di "Ad alta voce" di RAI Radio 3.
Gli audiolibri non solo rendono l'opera accessibile in diverse situazioni, come durante gli spostamenti o le attività quotidiane, ma offrono anche un'esperienza immersiva grazie all'interpretazione vocale. Questa modalità di fruizione permette di cogliere le sfumature e le intenzioni dell'autore in modo diretto, quasi come se Pirandello stesso narrasse la storia. Molte piattaforme, come Kobo, offrono audiolibri venduti singolarmente e sincronizzati automaticamente sull'account personale, ascoltabili tramite eReader Kobo con cuffie o casse Bluetooth. I servizi di abbonamento come quelli menzionati offrono un credito al mese per scegliere un titolo o la possibilità di selezionare un audiolibro dalla loro intera collezione, con la garanzia che i titoli acquistati restano di proprietà anche in caso di cancellazione dell'abbonamento.
L'audiolibro di "Il fu Mattia Pascal" è perfetto per avvolgersi in questa riflessione geniale sull'impossibilità di fuggire da se stessi, un capolavoro dell’identità smarrita e della libertà impossibile, in bilico tra l’assurdo e il tragico, tra ironia e disperazione. Mattia racconta la sua storia con uno sguardo lucido e disilluso sul destino, l’identità e la maschera che chiamiamo “io”. La sua condizione di uomo prigioniero delle maschere sociali "di marito, di moglie, di padre, di fratello e via dicendo", "di tutta quella soma di leggi, di doveri, di parole", contro cui lotta ininterrottamente, ma inutilmente la "vita", è magistralmente resa attraverso la voce narrante. Il sentimento più interno, più profondo ed autentico che l'uomo ha della vita e di se stesso, la favilla rapita al sole da Prometeo per farne dono agli uomini, mai troverà "realtà fuori di sé", "fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete e tristi che siano per cui noi siamo noi".

Luigi Pirandello: Vita e Pensiero sullo Sfondo del Romanzo
Luigi Pirandello, drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1934 per la sua produzione, le tematiche affrontate e l’innovazione del racconto teatrale, è considerato tra i maggiori drammaturghi del XX secolo. Nacque nel podere di campagna detto il Caos, da una famiglia della borghesia commerciale di tradizione risorgimentale e garibaldina, sia da parte del padre Stefano che della madre, Caterina Ricci-Gramitto. Preso soprattutto da interessi filologici e letterari, frequentò le università di Palermo, Roma e Bonn, dove si laureò nel 1891 con una tesi in tedesco di fonetica e morfologia ('La parlata di Girgenti').
"Il fu Mattia Pascal" fu il primo grande successo di Pirandello, scritto in un momento difficile della sua vita. La storia, nota, è quella di un uomo grottesco, creduto morto dopo una fuga da casa, che pensa di approfittarne per rifarsi una vita. Risultato? Non ci riesce. Si trova avvolto nelle stesse trame e meschinità che l’avevano oppresso prima, per cui tenta di tornare indietro ma non è impossibile.
L'osservazione di Pirandello sullo strabismo divergente di Mattia che scinde la sua prospettiva e sulla sua tendenza a guardare sempre anche “altrove” (corrispettivo fisiognomico di una poetica dell’allegoria) cade proprio a ridosso dello sketch comico di zia Scolastica. Questo dettaglio evidenzia la profondità psicologica dei personaggi pirandelliani e la capacità dell'autore di rappresentare la complessità dell'animo umano. L'idea del ritorno di Adriano-Mattia a Miragno prende forma con l’immagine delle radici: «Rinnestarmi alle mie radici sepolte», è il programma che impone a se stesso il protagonista, mentre torna verso Pisa in treno, col berrettino da viaggio che gli ha dato l’idea di “suicidare” Adriano per reincarnarsi in Mattia. Né può escludersi che, traslocando tratti riconoscibilmente siciliani nel paesaggio ligure, Pirandello intendesse percorrere a ritroso il cammino dei suoi antenati, scesi dalla Riviera all’Isola. Quella delle radici è comunque un’immagine dal significato essenziale; implica infatti che la ricerca del proprio destino, prima indirizzata verso la liberazione e la fuga, cioè verso il futuro, va invece rivolta verso il passato, verso il recupero di una verità perduta e di un’identità smarrita. A suo modo, Mattia Pascal si muove verso la mèta perseguita da Marcel nella "Recherche", trasferita, s’intende, dal titanismo memoriale all’opportunismo biografico. Per ritrovare se stesso, deve tornare al nome trasmessogli dal padre, deve tornare ai padri.
Questa profonda connessione tra la vita dell'autore e le sue opere è un aspetto ricorrente nella critica pirandelliana. La celebre frase flaubertiana «Madame Bovary, c’est moi» potrebbe essere riformulata per sé, Luigi Pirandello, a proposito del Mattia Pascal, poiché l'autore sembra aver riversato nel protagonista molti dei suoi stessi tormenti e delle sue riflessioni sull'identità e l'esistenza.