Il concetto di mobilità sta subendo una trasformazione radicale, passando da un'idea tradizionale di mero spostamento a un ecosistema complesso e interconnesso. Al centro di questa rivoluzione si trova l'automotive, che si evolve per abbracciare i principi della "smart mobility". Questo nuovo paradigma promette di rendere i trasporti più efficienti, sicuri, sostenibili e accessibili, integrando veicoli, infrastrutture e servizi in un flusso continuo di informazioni e opportunità. Nel 2020, il mercato italiano delle auto intelligenti, dette anche smart o connesse, valeva 1,18 miliardi di euro, un dato che, secondo l'Osservatorio Connected Car & Mobility della School of Management del Politecnico di Milano, attesta non solo la tenuta del comparto, ma anche un andamento in controtendenza rispetto al settore complessivo dell'auto, che nel nostro Paese ha perso il 27,9%. Alla fine dell'anno scorso, si contavano un totale di 17,3 milioni di auto connesse, pari al 45% del parco circolante in Italia, un segnale evidente della crescente adozione di queste tecnologie. Per comprendere le ragioni di questo orientamento e i suoi probabili sviluppi futuri, è fondamentale analizzare le caratteristiche di questo universo in continua espansione.
Che cosa sono le auto intelligenti
Tra le definizioni possibili di auto intelligente, quella proposta dall’Osservatorio del Politecnico di Milano sostiene che si tratta della "connessione delle auto per comunicare informazioni in tempo reale al consumatore, connessione tra veicoli o tra questi e l’infrastruttura circostante per la prevenzione e la rivelazione degli incidenti, nonché l’offerta di nuovi modelli assicurativi e/o di informazioni geo-referenziate sulla viabilità". Questa definizione mette in luce due aspetti cruciali legati al mondo delle smart car: da una parte, la loro correlazione con le tecnologie IoT (Internet of Things) applicate al settore automobilistico, dall’altra un nuovo concetto di veicolo che va oltre l’idea tradizionale di mezzo di trasporto. La rivoluzione impressa dalle auto intelligenti, infatti, non riguarda soltanto il ricorso a sensoristica e tecnologie affini con cui raccogliere dati da utilizzare per diversi scopi, ma anche la nascita di modelli di business che avranno un impatto su tutta la filiera della mobilità di domani. Senza contare che la frontiera più avveniristica della guida autonoma o self-driving car è ancora tutta da scoprire, un orizzonte verso il quale le case automobilistiche si stanno già muovendo integrando nei veicoli di nuova omologazione sistemi di assistenza alla guida o ADAS (Advanced Driver Assistance Systems).

Quali sono le caratteristiche delle auto intelligenti?
Se si volessero sintetizzare le peculiarità delle auto intelligenti, si potrebbero identificare in due pilastri fondamentali: la connettività e i sistemi autonomi di guida. Il primo elemento, quello della connettività, rappresenta il livello più avanzato, anche in base a quanto si evince dai dati dell’Osservatorio che registrano un incremento del 48% delle auto munite “nativamente” di SIM rispetto al 2019 e un +15% di quelle dotate di Bluetooth. Per quanto riguarda, invece, i sistemi ADAS, che attualmente costituiscono la tecnologia a corredo dei veicoli più prossima alla vera e propria guida autonoma, a fine 2020 avevano raggiunto nel nostro Paese un valore di mercato pari a 600 milioni di euro. Le auto connesse sono dotate di vari ADAS, ovvero sistemi avanzati di assistenza alla guida, che stanno già cambiando il modo di guidare, aiutandoci a ridurre gli incidenti e migliorare le prestazioni alla guida.
Auto connesse
La dimensione connessa dei veicoli consente una comunicazione a 360 gradi con un ambiente esteso in cui a essere smart non sono solo le macchine, ma è l’intera mobilità. Infatti, le auto connesse dialogano tramite tecnologie V2X (Vehicle-to-Everything) con i diversi “oggetti” che popolano l’ecosistema. Anzitutto, comunicano con le altre auto tramite il paradigma V2V (Vehicle to Vehicle), scambiando informazioni riguardanti la loro posizione, velocità e direzione. In secondo luogo, con l’infrastruttura stradale (V2I, Vehicle to Infrastructure), e perciò con segnaletica, semafori, parcheggi ecc., potendo connettersi con le infrastrutture stradali per ottimizzare la velocità e ottenere il “verde prolungato”, riducendo così le emissioni o calcolando il tempo rimanente prima che il semaforo diventi rosso. Infine, sono in grado di rilevare la presenza dei pedoni con le architetture V2P (Vehicle to Pedestrian).
La tecnologia della connected car si fonda su un sistema di comunicazione noto come “Vehicle-to-Everything” (V2X): una rete WLAN (o LTE tramite cellulare) che facilita lo scambio di informazioni dell’automobile con ogni tipo di entità. Questo comprende altri veicoli (V2V), l’infrastruttura stradale (V2I), i pedoni (V2P) e l’intera rete (V2N - Vehicle to Network). Questa tipologia di tecnologia V2X sfrutta la rete WLAN attraverso il protocollo IEEE 802.11p, una variante specifica del Wi-Fi. Questo standard è stato adottato negli Stati Uniti per il sistema DSRC e in Europa per lo standard ITS-G5. Il sistema V2X basato su WLAN crea una rete ad-hoc con bassa latenza, adatta anche per funzionare in aree remote e in condizioni climatiche difficili.
Il secondo tipo di sistema V2X si fonda sulla tecnologia della rete cellulare e sullo standard LTE-4G, noto come “Cellular V2X o C-V2X”. Oltre alla comunicazione diretta a breve raggio (V2V, V2I, V2P) tramite interfaccia PC5, il Cellular V2X supporta anche la comunicazione a lungo raggio sulla rete, ovvero la connettività (V2N), attraverso interfaccia UU. Questo sistema gestisce sia l’infotainment che i messaggi di sicurezza con una copertura estesa. PC5 è il punto in cui due dispositivi cellulari comunicano direttamente tra loro (detto anche sidelink), mentre UU è il punto di comunicazione tra il dispositivo cellulare e la stazione base.
Un elemento fondamentale delle auto connesse è la capacità di migliorare la sicurezza stradale. Questi veicoli possono scambiarsi informazioni in tempo reale su condizioni del traffico, incidenti e altre situazioni pericolose, consentendo ai conducenti di prendere decisioni più informate e rapide. Dal punto di vista della sostenibilità, l’integrazione delle auto connesse può significativamente abbattere le emissioni di CO2 ottimizzando i tragitti e migliorando l’uso del carburante. Ciononostante, è importante non sottovalutare le sfide relative alla sicurezza informatica: la crescente connettività ha esposto maggiormente i veicoli a potenziali minacce e attacchi da parte di hacker.
Self-driving car
La frenata automatica di emergenza (autonomous emergency braking) o il rilevamento di un altro veicolo in un angolo cieco (blind spot detection) sono ormai una realtà. Invece, bisognerà aspettare ancora qualche anno per la self-driving car, auto conosciuta anche con i termini autonomous vehicle, driverless car e robotic car. Questa tipologia di veicolo, nel quale il minor intervento del conducente è stato anche sistematizzato nei criteri elaborati dalla statunitense SAE (Society of Automotive Engineers), che suddivide in 6 i livelli di guida autonoma, di fatto non è uscito dalla versione beta di alcuni prototipi. E questo nonostante i proclami di alcuni produttori avessero fatto credere già qualche anno fa che fossimo sul punto di vedere le nostre strade attraversate da automobili senza nessuno ai comandi. Lo stesso Osservatorio del Politecnico parla di “fermento” attorno ai sistemi per la guida autonoma, ma non si sbilancia nel prevedere quando il settore della self-driving car potrà considerarsi pronto. Una vera self driving car rappresenterebbe l’innovazione successiva, affinché si possa arrivare già in un futuro all’utilizzo di veicoli sprovvisti perfino del volante.
I livelli delle auto a guida autonoma
Se parliamo di self-driving cars, esistono 5 livelli di guida autonoma applicabili alle auto, sebbene soltanto gli ultimi due rappresentino davvero la massima evoluzione ed espressione di questa tecnologia. Allo stesso tempo, è bene tener presente i vari step, per comprendere come funzionano questi sistemi e a che punto siamo oggi. Questa suddivisione, ormai globalmente accettata, è stata realizzata dalla SAE (Society of Automotive Engineers), per classificare e identificare i gradi di automazione dei veicoli. La scala SAE (SAE J3016) è un riferimento fondamentale, adoperato da tutti gli operatori del settore per orientarsi in questo campo.
Livello 1 - guida assistita: In questo primo livello si trovano le auto a guida assistita, dove il guidatore è supportato da sistemi che lo avvertono di alcuni pericoli e lo aiutano a migliorare la sicurezza. Rientrano in questa categoria i dispositivi anticollisione, i regolatori di velocità come il cruise control e i rilevatori della distanza con gli altri veicoli. Un esempio è il cruise control adattivo o il mantenimento della corsia.
Livello 2 - automazione parziale: Già con il livello 2 possiamo iniziare a parlare di veicoli a guida autonoma, sebbene siano ancora macchine con automazione parziale. Queste vetture sono in grado di intervenire sulla circostanza attivamente, ad esempio gestendo lo sterzo o frenando automaticamente, se viene rilevata una situazione di emergenza. Un esempio è il cruise control adattivo, integrato con il mantenimento della corsia.
Livello 3 - automazione elevata: Quando si entra nel livello 3, finalmente le vetture a guida autonoma diventano una realtà concreta, sebbene sia ancora richiesta la partecipazione attiva del conducente. Le auto possono guidare da sole in alcune condizioni, inoltre monitorano il veicolo e il traffico, perciò, in caso di necessità, se il driver non effettua la manovra corretta è la macchina a farla al suo posto. Un esempio è il sistema Traffic Jam per la guida autonoma nel traffico.
Livello 4 - automazione completa della guida: Le self-driving cars di livello 4 adempiono all’automazione in presenza di requisiti e condizioni specifiche, come i robot taxi senza volante o pedali, che percorrono sempre uno stesso percorso. In caso di malfunzionamenti, però, il guidatore deve intervenire, riprendendo il controllo del veicolo per motivi di sicurezza; diversamente l’auto accosterà in modo autonomo. Un esempio sono i taxi driverless o i veicoli senza volante.
Livello 5 - automazione totale: Rispetto alle tecnologie precedenti, con il livello 5 non è indispensabile la presenza in vettura del volante o dei pedali, l’auto è autonoma e fa tutto in modo indipendente, dunque non bisogna neanche saper guidare. In questo caso ogni persona è un passeggero, quindi non resta che indicare la destinazione e godersi il viaggio. Un esempio sono le funzionalità di Livello 4 senza restrizioni operative.

Come funziona il pilota automatico delle self-driving cars
La tecnologia di autonomous driving è praticamente basata sul pilota automatico. Si tratta di un sistema che è in grado di comunicare con le altre vetture e con l’infrastruttura stradale in tempo reale, dialogando con semafori, gallerie e piattaforme web che informano il programma sulle condizioni del traffico ed eventuali incidenti. Di fatto, l’autopilota è un software che controlla l’auto attraverso una serie di sensori. A seconda del livello di guida autonoma a disposizione nell’auto, il pilota automatico può assistere il conducente o guidare l’auto da solo, diventando progressivamente sempre più preciso grazie a tecnologie di intelligenza artificiale e machine learning. Per monitorare lo spazio usa sistemi radar, localizzatori GPS e sensori a ultrasuoni, con la capacità di rilevare qualsiasi ostacolo come auto, camion, moto, pedoni e ciclisti.
Normativa sulla guida autonoma nei veicoli
La guida autonoma piace sicuramente, ma è consentita? Le cose stanno accelerando. Attualmente, ci sono innumerevoli piloti AV in tutto il mondo, con sempre più accordi di acquisizione, partnership e consorzi. Alcuni recenti includono l'acquisizione di Zoox da parte di Amazon, l'acquisto della divisione AV di Uber da parte di Aurora e l'acquisizione della divisione AV di Lyft da parte di Toyota. C'è anche il nuovo Autonomous Vehicle Computing Consortium, che comprende i principali produttori di automobili, chipmaker e fornitori, tra cui ARM, Bosch, Continental, Denso, GM, Toyota, Nvidia e NXP. Mentre ci sono somiglianze, c'è anche molta differenza nel modo in cui i paesi si stanno avvicinando alla tecnologia AV. In Europa, la mobilità di massa sembra essere al primo posto, con partnership pubbliche/private orientate allo sviluppo di navette autonome. In Cina, l'attenzione è sull'IA, in quanto leader mondiale nello sviluppo in questo campo. Negli Stati Uniti, al contrario, questo tipo di innovazioni sono in uno stato più avanzato, con l’autorizzazione alla prototipazione di veicoli senza pedali e volante da parte dell’NHTSA, l’Agenzia americana per la sicurezza dei trasporti.
Da allora, Germania, Giappone e Regno Unito hanno ufficialmente approvato la guida condizionale “eyes-off” di livello 3 AV sulle strade pubbliche, con altri paesi europei che dovrebbero approvare a effetto domino, una legislazione simile. Secondo i programmi in materia, la Germania potrebbe diventare il primo paese ad approvare nuove leggi AV di livello 4.
Ad oggi, l’UE non ha ancora dato il via libera a queste tecnologie, sebbene Tesla e altri costruttori come Honda sarebbero in grado di proporre veicoli a guida autonoma (Livello 3 e 4). Un passo in avanti è stata la modifica della Convenzione di Vienna, con la quale l’Unione Europea ha autorizzato la guida autonoma con alcune restrizioni. In particolare, negli Stati dell’UE possono circolare veicoli con sistema automatizzato di mantenimento della corsia, ma solo se il mezzo rispetta le normative tecniche nazionali e sempre con la presenza di un conducente a bordo della vettura. Ad ogni modo, grazie ai rapidi progressi tecnologici lo sviluppo delle auto a guida autonoma sta procedendo rapidamente.
Self-driving cars: i vantaggi della guida autonoma
È evidente come le macchine autonome rappresentino una soluzione efficiente per rendere gli spostamenti in auto meno pericolosi. Un altro vantaggio delle self-driving cars è la possibilità di diminuire il traffico, attuato attraverso una pianificazione intelligente della circolazione, grazie alla connessione tra i veicoli e le infrastrutture. Permetteranno, infine, a tutti di essere indipendenti negli spostamenti, comprese le persone disabili e chi non possiede la patente di guida.
Quali sono le macchine a guida autonoma in commercio?
Per il momento sono presenti sul mercato quasi esclusivamente auto con guida autonoma di livello 2, ovvero ad automazione assistita; le aziende, infatti, aspettano un adeguamento normativo per sbloccare il livello 3. Tra le vetture più celebri c’è la Tesla Model 3, la berlina elettrica dotata del famoso sistema Autopilot, sebbene Elon Musk voglia raggiungere presto il livello 5 e trasformare Tesla nell’azienda di riferimento per le self-driving cars. Oggi la maggior parte delle vetture più avanzate fa parte di questa categoria, dai migliori modelli Mercedes alle auto più evolute di BMW.
Pochissimi, invece, sono i modelli di livello 3, in cui rientrano i veicoli ad automazione condizionata, che permettono per brevi tratti di togliere le mani dallo sterzo. L’Audi A8 è un esempio in tal senso, dove però i limiti posti al suo potenziale sono più normativi che tecnologici. Un risultato importante è stato ottenuto proprio da Mercedes, infatti, la casa tedesca è stata la prima ad ottenere l’autorizzazione per la guida autonoma di livello 3 negli Stati Uniti. Mercedes si affida all’autopilota Drive Pilot, in grado di guidare da solo l’auto senza il coinvolgimento umano, una tecnologia già in sperimentazione in Germania che sarà presente sui modelli 2024 come la EQS e la Classe S.
Auto a guida autonoma: quando saranno realtà?
Quasi tutte le case automobilistiche stanno lavorando alle self-driving cars di livello 3, 4 e 5, con diversi progetti attivi in Europa, Asia e negli Stati Uniti. Tuttavia, prima dell’introduzione sul mercato sarà necessario riadattare il Codice della Strada e le norme europee, un passaggio complesso che richiede peraltro un protocollo condiviso a livello internazionale. Un altro punto critico è il problema legato alle infrastrutture, infatti, per la diffusione delle self-driving cars è essenziale una copertura capillare delle connessioni ultraveloci 5G e la conversione delle città in moderne smart cities.
5G e automotive: la guida autonoma del futuro
La 5G Automotive Association (5GAA) prova a ipotizzare una data, prevedendo che il 2026 possa essere l’anno della circolazione delle prime auto autonome. A renderlo possibile, secondo l’associazione, sarà la diffusione massiva della telefonia di quinta generazione con le sue caratteristiche di bassa latenza e maggiore velocità di condivisione dei dati. Il 5G, in sostanza, farà entrare l’automotive in un universo nel quale i veicoli condividono informazioni con lo scopo di far diventare il trasporto più sicuro, più green e più soddisfacente per le persone. Le tecnologie associate a questi obiettivi sono note come Cooperative Intelligent Transportation Systems (C-ITS) e, al loro interno, le comunicazioni V2X ricoprono un ruolo chiave. A fare da ponte tra C-ITS e V2X dovrebbe essere proprio il 5G in qualità di piattaforma che ha tutte le carte in regola per supportare al meglio le comunicazioni mission-critical dell’auto con tutto l’ambiente circostante. Ecco perché la 5GAA ritiene plausibile che entro la fine del decennio la guida autonoma possa giungere a maturità. L’avvento del 5G, unito alla convergenza del mondo accademico e industriale verso lo standard di comunicazione C-V2X, dovrebbe portare a un’esplosione del mercato delle auto connesse, rendendo possibili anche livelli di automazione sempre più spinti.
#IlPOLIMIrisponde: Cos'è e come funziona la guida autonoma?
Cos’è l’eCall e come funziona?
Non bisogna attendere, invece, per l’eCall, oggi una dotazione consueta sui nuovi modelli di automobile e di furgone leggero. Prevede che si attivi automaticamente o manualmente la chiamata di emergenza in caso di coinvolgimento in un incidente. Ed è disciplinata da una normativa europea che l’ha resa obbligatoria a partire dal 2018. L’attivazione della chiamata è associata alla trasmissione contestuale di un insieme di dati riguardanti l’incidente, dal luogo in cui è avvenuto al numero identificativo del veicolo. Il tutto rispettando rigorosamente i requisiti di privacy tutelati dalla stessa Ue. Complice perciò la legislazione in materia, i costruttori di auto hanno cominciato a prevedere l’eCall all’interno di una serie di servizi abilitati dalla connettività. Se l’eCall è offerto gratuitamente, eventuali altri servizi supplementari, come l’assistenza stradale, possono essere concordati dal proprietario dell’automobile con soggetti terzi. L’eCall, in tal senso, si pone come una delle leve principali per abbinare gli assistenti vocali anche nelle smart car.
Come saranno le auto del futuro?
ADAS, eCall, smart speaker e, probabilmente prima di quanto pensiamo, guida autonoma. Le auto intelligenti del futuro faranno in modo che prevalgano quei servizi che garantiscono l’interconnessione con quante più sorgenti di dati possibili. Non più solo mezzo di trasporto, ma vero e proprio strumento per la mobilità che si arricchisce di una nuova dimensione digitale. Lo spiega bene Sergio Savaresi, professore ordinario di Ingegneria dell’Automazione del Politecnico di Milano: “La mobilità del futuro sarà basata su veicoli a guida autonoma e sullo sviluppo di una rete logistica di consegna delle merci altamente automatizzata, alimentata da tecnologie digitali di automazione e controllo, sensing e trasmissione dati. La diffusione di massa dei robo-taxi porterà a una drastica riduzione dei veicoli circolanti. Ma l’elevata complessità e il costo di questi veicoli comporteranno anche una ristrutturazione dei modelli di business e delle relazioni fra costruttori e fornitori. Dalla ridefinizione di queste relazioni dipenderanno gli equilibri economici e tecnologici di tutta l’industria automotive”.
Un aspetto fondamentale di questa evoluzione è l’integrazione del concetto di infotainment nelle smart car, che trasformerà l’esperienza di guida in un’interazione continua e personalizzata con l’ambiente circostante. Le auto del futuro offriranno intrattenimento e informazioni in tempo reale, migliorando il comfort e la sicurezza dei passeggeri.
Smart car e smart road in Italia
E l’Italia? Come si colloca in tutto questo? Sul fronte del parco circolante di auto intelligenti siamo in linea con gli altri Paesi occidentali. Per quanto riguarda le smart road ci posizioniamo addirittura in anticipo rispetto all’Europa. Bisogna considerare, infatti, che il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha emanato un apposito decreto già nel 2018. Il decreto è stato poi aggiornato nel settembre 2020 con una parte dedicata alla sperimentazione di “mezzi di trasporto innovativi che non dispongono di un volante o di una pedaliera”. Che si tratti di self-driving car o di auto semplicemente connesse, lo “Smart Road Anas” è un progetto ambizioso. Prevede di trasformare oltre 3000 km di strade in un’infrastruttura viaria intelligente grazie a un investimento complessivo di 1 miliardo di euro. Oltre alle tecnologie IoT, l’iniziativa si avvarrà di intelligenza artificiale e big data per realizzare una piattaforma con 2 obiettivi principali: migliorare la sicurezza stradale attraverso lo scambio di informazioni in tempo reale e ottimizzare il flusso dei veicoli, con la conseguente riduzione dell’inquinamento.
Negli ultimi anni è cresciuto anche l’interesse per le Smart Road (strada “intelligente”), non solo a livello italiano, ma anche nel panorama internazionale. Questa branca della Smart Mobility utilizza tecnologie avanzate per permettere alle Smart Car di comunicare e interagire con le infrastrutture presenti lungo il percorso, restituendo informazioni in tempo reale su traffico, presenza di cantieri o di incidenti, condizioni meteorologiche, localizzazione delle colonnine di ricarica e molto altro. Un campo di applicazione, questo, reso possibile grazie alla tecnologia V2I (Vechicle to Infrastructure), ormai sempre più integrata all’interno delle Smart Car. Questo acronimo, che rientra sotto il più ampio cappello delle tecnologie V2X (Vehicle-to-everything), è un sistema di comunicazione che consente ai veicoli di interagire direttamente con le infrastrutture stradali, come semafori, sensori di traffico e pannelli di segnalazione. L’obiettivo di V2I è migliorare la sicurezza, ottimizzare il traffico e ridurre le emissioni, facilitando uno scambio continuo di informazioni tra i veicoli e le strutture che li circondano. Rientrano tra i principali benefici della Smart Road la sicurezza e la manutenzione stradale, l’ottimizzazione del flusso dei veicoli, con la conseguente riduzione dell’inquinamento. Le applicazioni più diffuse riguardano invece la gestione del traffico, la guida autonoma, la mobilità urbana e quella elettrica, l’ottimizzazione del comportamento dei guidatori (che acquisiscono anche una maggiore consapevolezza dell’ambiente circostante), l’integrazione con i servizi di logistica e il trasporto pubblico.
Smart Mobility, definizione e caratteristiche
La mobilità sta entrando in una nuova fase: l’era della Smart Mobility. Alimentati dall’economia della condivisione e dalle tecnologie digitali, stanno emergendo nuovi modelli di spostamento che rivoluzionano il nostro modo di muoverci in città. Dalle piattaforme di ride sharing e servizi on demand fino ai programmi di car e bike sharing, le soluzioni di Smart Mobility sono numerose e diversificate. L’espressione Smart Mobility (o mobilità “intelligente”) indica una mobilità urbana innovativa e integrante più modalità di trasporto, con l’obiettivo di garantire la massima efficienza di spostamento, flessibilità, sicurezza e convenienza. Esempi di mobilità intelligente sono il car sharing, il bike sharing, la gestione del traffico e dei parcheggi, la mobilità elettrica, l’ottimizzazione del trasporto pubblico e privato e il last-mile delivery (gestione del trasporto merci con riferimento all’ultimo tratto della catena logistica).
Attraverso l’integrazione delle tecnologie digitali con trasporti pubblici, infrastrutture urbane e mezzi di sharing, la Smart Mobility nasce con l’obiettivo di creare flussi intelligenti e senza interruzioni, diminuendo così traffico e inquinamento, rafforzando, allo stesso tempo, le economie di scala in grado di promuovere una mobilità accessibile a tutti. Se inserita in un contesto di Smart City (o città intelligente), può anche contribuire fortemente all’innalzamento dei livelli di sostenibilità, vivibilità e sviluppo economico di una città.

Le applicazioni della Smart Mobility
Numerose sono le applicazioni della Smart Mobility. Tra le principali emergono:
- Gestione dei parcheggi: Il monitoraggio dell’occupazione dei parcheggi, nonché della durata delle soste e l’invio di informazioni all’utente permette di ottimizzare il tempo dedicato alla ricerca di posteggi.
- Gestione del traffico: Il controllo e la misurazione del flusso del traffico, e il relativo utilizzo dei dati ricavati dalle infrastrutture e dalle Smart Car presenti, permette di evitare ingorghi, di gestire il sistema regolatore dei semafori della città e di regolare gli accessi alle aree a traffico limitato.
- Mobilità elettrica: I servizi di mobilità elettrica non solo consentono a cittadini e aziende di Sharing Mobility di ricaricare i propri veicoli elettrici, ma includono anche soluzioni per potenziare l’autonomia delle auto.
- Sharing Mobility e Micromobilità: I servizi di condivisione temporanea comprendono sia il noleggio di auto, conosciuto come car sharing, sia di micromobilità, che include l’uso di scooter, monopattini elettrici e biciclette, utilizzabili tramite piattaforme web offerte da aziende oppure da privati. La micromobilità, in particolare, offre la possibilità di risparmiare su diversi costi di esercizio (legati all’assicurazione, al carburante, per esempio) e permettono di diminuire le emissioni, riducendo l’impatto sull’ambiente.
MaaS (Mobility as a Service)
Il MaaS (acronimo di Mobility as a Service) rappresenta un nuovo concetto di mobilità urbana, che permette l’utilizzo integrato e personalizzato di tutti i trasporti pubblici e privati, dai treni, ai taxi, al car sharing, mediante un unico abbonamento. È possibile prenotare itinerari comprendenti più mezzi di trasporto, compresi anche i servizi di sharing, gestiti in un’unica app che ne abilita anche il pagamento unificato. Inoltre, può includere anche un sistema di incentivi e bonus in grado di premiare scelte ecosostenibili.
Smart Mobility: a che punto siamo in Italia
La Smart Mobility rimane un tema centrale per i comuni italiani, indipendentemente dalla loro dimensione. Il 65% di questi, infatti, ha avviato progetti nel triennio 2022-2024. Mobilità elettrica, sharing mobility e gestione del traffico rappresentano le iniziative più diffuse. Tra i 335 progetti avviati, sono incluse anche nuove iniziative come guida autonoma, Mobility as a Service e Air Mobility. Tuttavia, solo una parte di questi riesce a uscire dalla sperimentazione e passare alla fase esecutiva vera e propria. Uno dei principali motivi, in particolare per i comuni di piccole dimensioni, risulta essere quello della scarsità delle risorse economiche.
In questo scenario si inseriscono gli investimenti stanziati a livello nazionale per la mobilità intelligente: il MiSE (acronimo di Ministero dello Sviluppo Economico) ha avviato il programma di sperimentazione Smarter Italy, in cui sono stati messi a disposizione 90 milioni di euro, di cui solo 20 milioni sono dedicati alla mobilità. L’obiettivo è quello di comprendere come soddisfare maggiormente le esigenze del Paese nell’ambito della Smart Mobility e all’interno di altri settori, quali beni culturali, benessere delle persone e salvaguardia ambientale. Il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), inoltre, ha stanziato un totale di 34 miliardi di euro per lo sviluppo della mobilità smart. Tra le principali aree di intervento vi sono le iniziative legate al MaaS for Italy, che hanno l’obiettivo di costruirne le strutture abilitanti, e al MOST - Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile.
Car sharing e guida autonoma: l’innovazione della Smart Mobility in pratica
Tra le applicazioni più concrete di questa visione strategica, il car sharing autonomo (definito anche “robosharing“) rappresenta una delle innovazioni più promettenti della mobilità a guida autonoma, resa possibile dai sistemi di Autonomous Valet Parking (AVP) che permettono ai veicoli di muoversi senza conducente. L’Italia sta muovendo i primi passi in questa direzione: a Brescia è attualmente in fase di test un veicolo elettrico completamente autonomo che, una volta prenotato tramite App, raggiunge il cliente in modo indipendente. Al termine del noleggio, l’auto si sposta automaticamente verso una stazione di ricarica wireless o si dirige verso la prenotazione successiva, senza necessità di intervento umano.
Il potenziale di questa tecnologia emerge chiaramente dai dati: le automobili tradizionali vengono utilizzate mediamente solo 70 minuti al giorno, restando ferme per il 95% del tempo e percorrendo circa 10.000 chilometri annui. Il robosharing rivoluziona questo modello inefficiente, massimizzando l’utilizzo dei veicoli e riducendo drasticamente la flotta necessaria. L’applicazione di questa tecnologia a Milano consentirebbe di diminuire il parco auto condiviso da 6.800 a soli 2.835 veicoli, mantenendo inalterata la qualità del servizio offerto agli utenti.
Smart Mobility, gli ostacoli all’avvio dei progetti
Il PNRR rappresenta un valido aiuto per far fronte alla carenza di risorse economiche, ma tra le principali barriere risulta anche la mancanza di competenze adeguate. Oltre a ciò, tra i principali ostacoli all’avvio di progetti di Smart Mobility vi sono la burocrazia e la difficoltà di coordinamento con altri attori coinvolti nelle partnership, come altri comuni e aziende municipalizzate, fornitori di servizi di sharing, forze dell’ordine, università, centri di ricerca, aziende di consegna e operatori stradali.
Infine, i dati rimangono un’ulteriore barriera all’avvio di iniziative riguardanti la Smart Mobility: secondo la ricerca dell’Osservatorio solo una piccola parte dei comuni condivide i dati con attori terzi oppure li utilizza per offrire servizi ai cittadini. Anche la stessa mancanza di comprensione del valore dei dati, unita a resistenze interne o di partner esterni, e le difficoltà nell’utilizzo delle risorse economiche rappresentano ulteriori barriere per la realizzazione di progetti di Smart Mobility.
Le auto elettriche (e non) nel panorama della Smart Mobility
Tra i principali obiettivi della diffusione della Smart Mobility troviamo anche quello di ridurre le emissioni causate dai trasporti in città. In quest’ottica vale dunque la pena soffermarsi su uno dei temi che maggiormente incidono su qualità dell’aria, traffico e tanto altro, ovvero quello delle automobili. Nel 2023 il parco di auto circolanti ha superato i 40 milioni, confermando la curva di crescita registrata da ormai diversi anni. Oltre ad aumentare il numero totale, aumenta anche l’età media delle vetture, che oggi si attesta a 12,5 anni, con ricadute importanti sulla qualità dell’aria e sulla salute dei cittadini. Allo stesso tempo, continua a faticare il mercato delle auto elettriche e ibride. Lo scorso anno meno di una nuova auto immatricolata su dieci apparteneva a queste categorie, sicuramente non abbastanza per ottenere un cambio di passo in termini di riduzione delle emissioni derivanti dal trasporto privato su ruote. Oggi, poco più dell’1% delle auto in Italia può essere considerato un veicolo a basse emissioni. Alla luce di queste rilevazioni, risulta evidente come in questo settore la strada da fare in questo senso sia ancora molto lunga.
Smart Mobility: i servizi più utilizzati dai cittadini
Analizzato lo scenario dal punto di vista istituzionale, per valutare l’efficacia e lo stato di salute dei progetti in essere, va aggiunto all’equazione un altro elemento di fondamentale importanza: la percezione dei cittadini che, come vedremo, non è soddisfacente. Circa 1 cittadino su 3 dichiara di non aver mai testato, né utilizzato, servizi legati alla Smart Mobility. Circa lo stesso numero di intervistati afferma inoltre che il proprio comune non investe nella risoluzione dei problemi legati alla mobilità. A fronte di questa parziale insoddisazione, quasi 3 cittadini su 4 sono interessati ad accedere a questi servizi, in particolare per quanto riguarda il trasporto pubblico, la gestione dei parcheggi, la gestione del traffico e la mobilità sostenibile ed elettrica.
Risulta evidente quindi una distanza importante, che ha molteplici cause. Se infatti da un lato serve proseguire la strada iniziata in termini di aumento e miglioramento delle varie soluzioni, dall’altra urge un ulteriore sforzo da parte delle istituzioni in termini di comunicazione per enfatizzare il valore generato e i benefici che ne deriverebbero, non solo a livello del singolo cittadino ma anche comunitario. Solo in questo modo, il cittadino può essere spinto a testare le soluzioni introdotte, avere prova dei reali vantaggi e generare a sua volta un effetto passaparola affinché i servizi vengano sempre più utilizzati e il comune decida di investire ulteriormente, creando un circolo virtuoso.
Esempi di Smart Mobility in Italia: il caso Movyon
Nel panorama italiano della mobilità connessa, Movyon rappresenta un esempio significativo di come l’innovazione tecnologica stia trasformando il settore dei trasporti. La società del Gruppo Autostrade per l’Italia, con oltre 300 professionisti specializzati, sta investendo significativamente nella guida autonoma e nello sviluppo di sistemi con elevati livelli di interoperabilità, elementi fondamentali per l’evoluzione dei veicoli connessi.
L’approccio di Movyon alla mobilità intelligente si concretizza attraverso diverse iniziative strategiche. La collaborazione con il Politecnico di Milano nel progetto PoliMOVE e la partecipazione al progetto nazionale MOST dimostrano come l’azienda stia contribuendo attivamente alla creazione di un ecosistema dove veicoli, infrastrutture e sistemi di gestione del traffico comunicano in modo integrato. Particolare rilevanza assume l’utilizzo di intelligenza artificiale per lo sviluppo di modelli predittivi che supportano tanto la gestione delle infrastrutture quanto le attività operative dei centri di controllo del traffico. La strategia di Movyon evidenzia inoltre come i veicoli connessi non possano essere considerati isolatamente, ma debbano integrarsi con tecnologie avanzate di monitoraggio infrastrutturale come droni BVLOS (Beyond Visual Line Of Sight) e sensori in tempo reale.
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