La vicenda di Aldo Moro rappresenta una delle pagine più drammatiche e complesse della storia italiana repubblicana, un evento che ancora oggi suscita interrogativi e alimenta il dibattito pubblico. Per coloro che non hanno vissuto direttamente quegli anni, specialmente dopo il 1978, la figura di Aldo Moro è diventata quasi un'icona più filmica che politica. È consegnata alla storia nella foto tristemente famosa che lo ritrae, con un'angoscia rassegnata, e una copia de "La Repubblica" a fare da velo, con il titolo "Aldo Moro assassinato?". In quell'immagine, mesta, dal grigiore di quell'epoca di sangue, sembrava sbucare con un sorriso strano, davanti alla disperazione degenerata della macchina fotografica. Il resto, chi non l'ha vissuto in diretta, lo avrà saputo comunque, per via televisiva, la stessa TV che documentò tutto: dall'annuncio di Bruno Vespa al Tg1, al ritrovamento in via Caetani, a Roma, a due passi da Botteghe Oscure, del corpo senza vita dello statista democristiano, chiuso nel bagagliaio di un'utilitaria francese rossa, come le brigate che l'hanno ucciso.
La memoria collettiva di questa tragedia si rinnova, ad esempio, attraverso opere artistiche come la canzone "Anni di piombo" del gruppo italiano Virginiana Miller. Questa canzone, contenuta nel disco "Venga il Regno", è esemplare per misura, rispetto, colore e levità nel trattare un tema così delicato. Ci vuole coraggio nel trattare in musica un tema del genere, una frattura della storia ancora non pienamente illuminata, che tiene dentro destra, sinistra e centro, anzi destra estrema, sinistra estrema, centro estremo. L'aspetto ammirevole è che la piega della canzone è solare: "L'autostrada è del sole stanotte/ma piove sul valico a Bologna/eppur bisogna andare". Immaginare lui, Moro, che chiama la moglie e dice: "stai tranquilla, vado piano/quando arrivo poi ti chiamo/da un telefono a gettoni/e ti dico che non mi hanno/colpito le scosse/non mi hanno rapito le Brigate Rosse/Non avere paura, non temere/ non c'è piombo in fondo al nostro cuore/Io, me la cavo bene".
Non è andata così, ma questa telefonata che arriva con oltre 30 anni di ritardo, ha un potere consolatorio, che trasla dalla storia collettiva (la morte di Moro, il terrorismo), a quella individuale, sentimentale: "E una mia immensa tenerezza passa per le tue mani/ciao, ci sentiamo domani/Stai serena che se ho sonno/io mi fermo e forse dormo/per un paio d'ore o per vent'anni amore". L'ultima strofa sembra essere un inno d'amore verso la nazione: "non avere paura e non temere/non c'è legge speciale/né ragione di stato/più nulla da rivendicare/più nessun potere/nessun mare/non c'è piombo in fondo al nostro cuore/stai tranquilla, vado piano/quando arrivo poi ti chiamo".

L'agguato di via Fani: Cronaca di un 16 marzo fatale
Sono le 9 di mattina del 16 marzo 1978. Siamo a Roma. L’auto blu con a bordo l’onorevole Aldo Moro svolta a sinistra in via Fani, seguita dall’altra auto della scorta. Il percorso è quello abituale e prevede una tappa alla Chiesa di Santa Chiara, dove Moro si reca a pregare tutte le mattine, prima di andare alla Camera. Dopo pochi metri però, un’auto esce da un parcheggio e si infila proprio davanti alle due auto di scorta. È una Fiat 128 con targa CD: Corpo Diplomatico. Arrivati all’incrocio con via Stresa, la Fiat 128 si ferma e non riparte. Il carabiniere Domenico Ricci, 21 anni di servizio a fianco di Aldo Moro, fa cenno all'autista di darsi una mossa. Alla sua sinistra c’è un vecchio bar, e in quel momento escono quattro persone vestite da piloti dell’Alitalia. In mano hanno dei mitra e, aperto il fuoco, massacrano i cinque membri della scorta.
L'auto che trasportava Aldo Moro dalla sua abitazione alla Camera dei deputati fu intercettata e bloccata in via Mario Fani a Roma da un nucleo armato delle Brigate Rosse. La mattina del 16 marzo 1978, giorno in cui il nuovo governo guidato da Giulio Andreotti stava per essere presentato in Parlamento per ottenere la fiducia, l'organizzazione era pronta per l'azione. Non c'era certezza sul passaggio di Moro in via Fani, ma era stato verificato che transitava lì alcuni giorni. Il 16 marzo era il primo giorno in cui si andava in via Fani per compiere l'azione, sperando, dal punto di vista operativo, che passasse di lì quella mattina. Alle 8:45 i quattro componenti del nucleo armato brigatista incaricati di sparare, con indosso false uniformi del personale Alitalia, si disposero all'incrocio tra via Mario Fani e via Stresa, nascosti dietro le siepi del bar Olivetti, chiuso per fallimento e situato dal lato opposto rispetto allo stop dell'incrocio stesso.
Mario Moretti, componente del comitato esecutivo delle Brigate Rosse e dirigente della colonna romana, al volante di una Fiat 128 con targa falsa del Corpo diplomatico, si appostò nella parte alta della strada, sul lato destro, all'altezza di via Sangemini. Davanti a Moretti si posizionò un'altra Fiat 128 con a bordo Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Entrambe le auto erano rivolte in direzione dell'incrocio con via Stresa. Sempre su via Fani, ma subito oltre l'incrocio con via Stresa, era appostata una terza Fiat 128, con al volante Barbara Balzerani, rivolta in senso opposto alle altre, ovvero verso la prevista direzione di provenienza delle auto di Moro.
Moro, come ogni mattina, uscì dalla sua abitazione in via del Forte Trionfale 79 poco prima delle 9:00 e salì sulla Fiat 130 blu di rappresentanza; alla guida vi era l'appuntato dei Carabinieri Domenico Ricci e, seduto accanto a questi, il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi, caposcorta, considerato la guardia del corpo più fidata del presidente. La 130 era seguita da un'Alfetta bianca con a bordo gli altri componenti la scorta: il vicebrigadiere di Pubblica sicurezza Francesco Zizzi e gli agenti di polizia Giulio Rivera e Raffaele Iozzino.
Moretti riuscì subito a mettersi proprio davanti all'auto di Moro, procedendo in modo da non farsi sorpassare, mentre la 128 di Lojacono e Casimirri si portò in coda alla colonna. Dopo circa 400 metri, in corrispondenza dello stop all'incrocio con via Stresa, l'auto di Moretti si arrestò di colpo. Le successive deposizioni dei brigatisti discordarono sul fatto che alla frenata fosse seguito o no un tamponamento da parte della Fiat 130 con a bordo Moro. Quest'ultima in ogni caso si venne a trovare stretta tra l'auto di Moretti e l'Alfetta della scorta che la seguiva.
A questo punto entrò in azione il gruppo di fuoco: i quattro uomini vestiti da avieri civili e armati di pistole mitragliatrici sbucarono da dietro le siepi del bar Olivetti. Dalle indagini giudiziarie i quattro vennero identificati in Valerio Morucci, esponente molto noto dell'estremismo romano ritenuto un esperto di armi, Raffaele Fiore, proveniente dalla colonna brigatista di Torino, Prospero Gallinari, clandestino e ricercato dopo essere evaso nel 1977 dal carcere di Treviso, e Franco Bonisoli, proveniente dalla colonna di Milano.
I quattro si portarono molto vicini alle due auto bloccate allo stop: Morucci e Fiore aprirono il fuoco contro la Fiat 130 con Moro a bordo, Gallinari e Bonisoli contro l'Alfetta di scorta. Secondo le ricostruzioni dei brigatisti, tutti e quattro i mitra si sarebbero in seguito inceppati: Morucci riuscì a eliminare subito il maresciallo Leonardi, poi si trovò in difficoltà con il suo mitra, mentre invece l'arma di Fiore si sarebbe inceppata subito, il che lasciò il tempo all'appuntato Ricci di tentare varie disperate manovre per svincolare l'auto dalla trappola; una Mini Minor parcheggiata sul lato destro intralciò ulteriormente ogni movimento.
Secondo la prima perizia del 1978 sarebbero stati sparati in tutto 91 colpi, 45 dei quali avrebbero colpito gli uomini della scorta; 49 di questi (di cui peraltro solo 19 a segno) sarebbero stati esplosi da una stessa arma, 22 da una seconda arma del medesimo modello (entrambe erano delle pistole mitragliatrici residuati bellici FNAB-43) e i restanti 20 dalle altre quattro armi: due pistole, un mitra TZ-45 e un mitra Beretta M12.
Via Fani la ricostruzione finale della Polizia Scientifica
Le Brigate Rosse: Origini, Evoluzione e Obiettivi
È passata un’ora dall’agguato di via Fani quando una telefonata anonima arriva al centralino dell’ANSA: a rapire Aldo Moro sono state le Brigate Rosse. Ma chi erano le Brigate Rosse? Chi c’era lo ricorda bene: c’è stato un periodo ben preciso, durante gli anni ‘70, in cui il terrore di una possibile azione terroristica da parte dei brigatisti era pensiero quotidiano. E il 16 marzo del 1978 rappresentò il culmine. Pensate che subito dopo il sequestro molte persone si riversarono a fare scorte nei supermercati, quasi come se fossimo entrati ufficialmente in guerra, o come se in molti percepissero la possibilità di un colpo di Stato imminente.
All’inizio della loro storia le Brigate Rosse non erano un corpo militare. Erano militanti che si definivano comunisti-marxisti, militanti che ritenevano la democrazia italiana, lo Stato italiano, solo una facciata, e che il vero potere fosse in realtà nelle mani delle grandi multinazionali. Che per questo andavano colpite. Nei primi tempi erano quindi soliti prendere di mira soprattutto gli industriali e alcuni potenti dirigenti d’azienda, che rapivano e poi rilasciavano dietro pagamento di un riscatto - o anche, semplicemente, dopo averli spaventati. Il loro slogan era “Colpirne uno per educarne cento” come si poteva leggere talvolta sui manifesti che facevano reggere agli stessi ostaggi. All’inizio dunque la loro azione era perlopiù intimidatoria: commettevano dei crimini che servivano più all'auto-sostentamento economico che a un rovesciamento dello Stato democratico.
Nel giugno del 1974 dei brigatisti occuparono la sede del Movimento Sociale Italiano a Padova, con l’intento di rubare dei documenti e lasciare la loro firma sui muri: una stella con cinque punte. Ma quando due ostaggi, Giuseppe Mazzola e Graziano Giralucci, cercarono di reagire e liberarsi, li uccisero a colpi di pistola. L’esecuzione, che non era preventivata, venne subito rivendicata dal comando centrale delle Brigate Rosse. La violenza era stata appena sdoganata: durante gli anni ‘70, saranno circa 60 le vittime dirette per mano dei brigatisti: poliziotti, magistrati, giornalisti e sindacalisti.
Il 1974 fu anche l’anno dei primi arresti. Renato Curcio e Alberto Franceschini, due tra i fondatori delle Brigate Rosse, furono arrestati dal Nucleo Speciale Antiterrorismo del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, una task force nata per combattere proprio i brigatisti. Ma chi pensava a una fine delle Brigate Rosse, si sbagliava. Forse perché sottovalutate, o forse perché, come ipotizzeranno alcuni storici, c’era interesse da parte dei servizi segreti a sfruttare questa tensione, le Brigate Rosse furono lasciate libere di riorganizzarsi: il nuovo comando fu così affidato a Mario Moretti, esponente dell'ala più dura.
La struttura delle Brigate Rosse è un motivo per cui sono riuscite a sopravvivere per così tanto tempo, più di tante altre organizzazioni terroristiche in giro per l’Europa. Erano divise infatti per “colonne”, delle specie di sotto-organizzazioni, una per ogni grande città, che operavano in maniera indipendente l’una dall’altra, pur condividendo lo stesso scopo. Questo sistema rendeva quasi impossibile rintracciare tutti i brigatisti, dal momento che ogni colonna sapeva poco o nulla delle altre, fatta eccezione per i capi, che vivevano però in una condizione di vera e propria clandestinità.

L'attacco al "Cuore dello Stato" e il "Compromesso Storico"
Arriviamo così al 1978. Mario Moretti è uno dei capi dei brigatisti, che a questo punto non hanno più il semplice obiettivo di spaventare qualche ricco industriale. Il loro obiettivo adesso è quello di “portare l’attacco al cuore dello Stato”, per usare le loro stesse parole. Secondo le loro parole, era necessario liberarsi dal sistema dei partiti tradizionali, corrotti e piegati agli interessi delle potenze occidentali, per restituire il potere ai proletari. Decidono così che la colonna romana, quella più vicina ai palazzi del potere, avrebbe rapito un personaggio importante dello Stato.
Sui motivi che hanno portato alla scelta di Aldo Moro si sono fatte molte ipotesi, con testimonianze spesso contrastanti: per alcuni era semplicemente quello più facile, meno protetto rispetto ad altri politici di spicco come lo stesso Andreotti. Li avevano pedinati entrambi per diverse settimane, e il tragitto casa-chiesa-lavoro di Aldo Moro era quello forse più semplice per un agguato. Per altri, invece, il presidente della Democrazia Cristiana era qualcosa in più di un obiettivo facile: era il simbolo perfetto, l’uomo che con la sua mediazione stava portando a un accordo di governo tra la Dc e il Partito Comunista italiano. Stiamo parlando del cosiddetto “compromesso storico”, voluto in primis dal leader del Partito Comunista, Enrico Berlinguer, e che avrebbe portato i comunisti ad avere degli incarichi di governo, per la prima volta nella storia del nostro paese, tramite l’appoggio alla Dc, la Democrazia Cristiana, il principale partito italiano.
Per i brigatisti era inaccettabile: un accordo del genere sarebbe stata la fine dei sogni di uno Stato pienamente comunista, allineato all'URSS. Segnarono quindi una data sul calendario: 16 marzo, giorno in cui il neo-eletto governo di Andreotti avrebbe ricevuto la fiducia alla Camera. Una fiducia che questa volta sarebbe potuta arrivare anche dal Partito Comunista.
Stando a una dichiarazione di Mario Moretti rilasciata nel 1990, sembra che le Brigate Rosse volessero invece colpire specificamente Moro in quanto artefice principale della solidarietà nazionale e dell'avvicinamento tra DC e PCI, la cui espressione sarebbe stata il governo Andreotti IV. Stando sempre a quanto dichiarato da Mario Moretti, per le BR era rilevante sia il fatto che Moro fosse presidente della DC e che avesse ricoperto per trent'anni incarichi governativi, sia l'urgenza di un'alternativa alla solidarietà nazionale.
Un altro brigatista presente in via Fani, Franco Bonisoli, disse che l'organizzazione aveva anche studiato la possibilità di rapire Giulio Andreotti, ma che poi abbandonò questa opzione perché questi godeva di una protezione di polizia troppo forte per le capacità dei brigatisti; Andreotti, su specifica domanda, ha poi dichiarato di essere stato, all'epoca, non scortato.
La Fuga e la Prigionia: 55 Giorni di Angoscia
Subito dopo lo scontro a fuoco, Raffaele Fiore estrasse Moro dalla Fiat 130 e con l'aiuto di Mario Moretti lo fece entrare nella Fiat 132 blu che Bruno Seghetti nel frattempo aveva avvicinato in retromarcia all'incrocio; quindi l'auto con a bordo Moro e i tre brigatisti si allontanò lungo via Stresa, subito seguita dalla 128 di Casimirri e Lojacono sulla quale era salito anche Gallinari. Valerio Morucci, infine, raccolse dalla Fiat 130 due delle borse di Moro e passò alla guida della Fiat 128 blu che si mosse, con a bordo anche la Balzerani e Bonisoli, dietro alle altre due auto. La 128 bianca con la quale Moretti aveva bloccato le auto di Moro fu abbandonata sul luogo dell'agguato.
Le tre auto percorsero tutta via Stresa e sbucarono sulla piazzetta Monte Gaudio, quindi proseguirono lungo via Trionfale in direzione del centro e circa 250 metri dopo largo Cervinia effettuarono una svolta repentina su via Domenico Pennestri, una strada secondaria parzialmente occultata dalla vegetazione; la deviazione permise ai brigatisti di far perdere le loro tracce. Fu a questa altezza infatti che Antonio Buttazzo, autista del condirettore dell'Istat, che aveva assistito agli ultimi istanti della strage e si era messo all'inseguimento del convoglio, perse di vista le auto. Queste imboccarono poi via Casale de Bustis, altra strada secondaria il cui accesso era chiuso da una sbarra bloccata da una catena: una testimone riferì di aver visto una persona in uniforme (in seguito identificata dagli stessi brigatisti in Barbara Balzerani) scendere dall'auto e recidere la catena con tronchesi. Le auto raggiunsero quindi via Massimi.
In piazza Madonna del Cenacolo, tra le 9:20 e le 9:25, il gruppo si divise. Le tre auto, guidate da Fiore, Bonisoli e la Balzerani, furono portate nella vicina via Licinio Calvo e lì abbandonate, dopodiché i tre si allontanarono a piedi; Fiore e Bonisoli presero un autobus per la stazione Termini e da lì il primo treno per Milano.
Secondo il racconto dei brigatisti, da piazza Madonna del Cenacolo il furgone guidato da Moretti, con il sequestrato nella cassa di legno, e una Citroën Dyane con Morucci e Seghetti si diressero, con varie deviazioni strategiche attraverso la Balduina e Valle Aurelia, verso la zona ovest di Roma e dopo circa venti minuti giunsero al parcheggio sotterraneo della Standa di via dei Colli Portuensi, dove erano già in attesa Prospero Gallinari e Germano Maccari; nel parcheggio, la cassa fu trasferita senza destare sospetti dal furgone sulla Citroën Ami 8 di Anna Laura Braghetti la quale, tuttavia, non era presente sul luogo, ma attendeva l'arrivo dei brigatisti con Moro in via Montalcini 8.
La notizia dell'agguato si diffuse immediatamente in ogni angolo del Paese. Le attività quotidiane furono bruscamente sospese: a Roma i negozi abbassarono le saracinesche, in tutte le scuole d'Italia gli studenti uscirono dalle aule scolastiche riunendosi in assemblee, mentre le trasmissioni televisive e radiofoniche furono interrotte da notiziari in edizione straordinaria. L'agguato e il rapimento furono rivendicati alle ore 10:10 con una telefonata di Valerio Morucci all'agenzia ANSA, che dettava il seguente messaggio: «Questa mattina abbiamo sequestrato il presidente della Democrazia cristiana Moro ed eliminato la sua guardia del corpo, teste di cuoio di Cossiga. Seguirà comunicato. Alle 10:50 un messaggio firmato dalla colonna brigatista Walter Alasia venne ricevuto dalla sede torinese dell'ANSA: i brigatisti chiesero entro 48 ore la liberazione dei loro compagni detenuti a Torino, oltre a quelli di Azione Rivoluzionaria e dei NAP, specificando che in caso contrario avrebbero ucciso l'ostaggio.
Durante i processi che seguirono la cattura dei brigatisti, risultò dalle loro testimonianze che la «prigione del popolo» in cui si trovava Aldo Moro fosse situata in un appartamento di via Camillo Montalcini 8, nei pressi di villa Bonelli, acquistata nel 1977 dalla brigatista Anna Laura Braghetti con i soldi provenienti dal sequestro di Pietro Costa. Durante la prigionia di Moro, nell'appartamento vissero anche la Braghetti, l'insospettabile proprietaria, il suo apparente fidanzato, l'«ingegner Luigi Altobelli» che era in realtà il brigatista Germano Maccari, esperto militante romano amico di Morucci, e Prospero Gallinari, brigatista latitante che, essendo già ricercato, rimase all'interno dell'appartamento per l'intera durata del sequestro e funse da carceriere dell'ostaggio. Il luogo della prigione di Moro ha costituito per anni un mistero.
55 giorni: è questa la distanza di tempo che separa il giorno del sequestro da quello del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro. 55 giorni in cui lo Stato si ritrovò allo sbando, diviso tra la volontà di salvare Aldo Moro e quella di riaffermare la propria autorità, messa in crisi da un colpo così forte. Se le voci di condanna erano unanimi, infatti, non tutti erano d’accordo su quello che si doveva fare. Trattare con i terroristi avrebbe significato riconoscere la loro forza, ma allo stesso tempo lasciare troppo a lungo Moro nelle loro mani avrebbe potuto compromettere dei segreti di Stato. Quello di Moro infatti non era un sequestro come gli altri: in uno dei primi comunicati, le Brigate Rosse lo definiranno un “processo allo Stato”, un interrogatorio dei brigatisti a un esponente del governo per estorcergli la verità sui giochi di potere.

Le Lettere di Moro e i Segreti Nascosti
Questa differenza di vedute sul come gestire la situazione si rispecchierà anche nell’interpretazione delle lettere di Aldo Moro. Saranno 86 le lettere che il presidente della Dc scriverà durante la sua prigionia, indirizzate ai principali esponenti del suo partito, alla famiglia, ai principali quotidiani e persino a papa Paolo VI, di cui era amico. All’interno di queste lettere, non tutte recapitate durante il sequestro, c’era ovviamente la richiesta di aiuto di un uomo che si sentiva già condannato a morte; ma c’era anche la riflessione dell’uomo politico, che si chiedeva come fosse arrivato lì, e come avesse potuto, il governo da lui stesso costituito, voltargli le spalle proprio nel momento più buio.
Per darvi un’idea della differenza di vedute, i sostenitori della linea dura, che rifiutavano qualsiasi tipo di trattativa o possibilità di scambio con altri detenuti brigatisti, suggeriranno che alcune di quelle lettere gli siano state dettate, o che comunque siano state scritte sotto l’influenza dei sequestratori. La cosa certa è che rappresentano una testimonianza preziosa su chi fosse davvero Aldo Moro, e sull’eredità politica che avrebbe lasciato.
Alcune lettere arrivarono a destinazione, altre non furono mai recapitate e vennero ritrovate in seguito nel covo di via Monte Nevoso a Milano. È stato ipotizzato che in queste lettere Moro abbia inviato messaggi criptici alla sua famiglia e ai suoi colleghi di partito. Secondo lo scrittore Leonardo Sciascia ("L'Affaire Moro", Sellerio editore, 1978), nelle lettere medesime Moro aveva l'intenzione di inviare agli investigatori messaggi sulla localizzazione del covo, per segnalare che esso (almeno nei primi giorni del sequestro) si trovasse nella città di Roma: «Io sono qui in discreta salute» (lettera di Aldo Moro del 27 marzo 1978, non recapitata a sua moglie Eleonora Moro). La moglie Eleonora Moro, sentita come testimone durante il processo, disse che in alcuni passaggi delle lettere Moro le faceva capire di trovarsi nella capitale.
Il teologo e giornalista Gianni Gennari testimoniò che "un gruppo di persone, tra gli amici di Moro (tra esse per esempio il prof. Giorgio Bachelet, fratello di Vittorio Bachelet, vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, il prof. Filippo Sacconi e il Dr. Alberto Malavolti), si erano dati da fare immediatamente, ancora nei giorni della sua prigionia, per capire qualcosa di più sulle sue lettere e su possibili 'messaggi' contenuti in esse. Sapevano, loro, e così mi hanno riferito, che Moro, soffrendo di insonnia frequente, durante le sue notti si dilettava con grande competenza di enigmistica, di rebus, di anagrammi, e pensarono di leggere con quel particolare "filtro" i testi delle lettere che arrivavano dalla prigione delle BR".
Carlo Gaudio, illustre medico universitario e scrittore, nel 2022 ha pubblicato un libro, "L'urlo di Moro" (Rubbettino Editore, premio per la saggistica "Mario Pannunzio" 2022), con una acuta decifrazione degli anagrammi contenuti nelle lettere di Aldo Moro durante la sua prigionia. Un esempio chiave è il perfetto anagramma celato nel celebre inciso "che io mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato", che in realtà rivelerebbe: "e io so che mi trovo dentro il p.o uno di Montalcini n.o otto". Questo messaggio criptato, inviato a Cossiga, Ministro degli Interni, indicava l'esatto luogo della prigionia di Moro.

I Comitati di Crisi e le Contradizioni dello Stato
Chiamato a intervenire, il Governo, in particolare nella figura dell’allora ministro dell’interno Francesco Cossiga, decise di gestire la situazione attraverso l'istituzione di comitati di crisi. Ce n’erano due ufficiali, quello operativo delle forze dell’Ordine e quello informativo dei servizi segreti. Ce n’era però poi anche uno “non ufficiale”: era quello dei cosiddetti esperti, di cui faceva parte anche Steve Pieczenik, un funzionario dell’antiterrorismo degli Stati Uniti, potenza alleata, chiamata proprio per l’occasione. Ma nessun comitato porterà a dei risultati: il motivo principale è da ricercare probabilmente nel fatto che i protocolli da seguire erano datati. Risalivano infatti agli anni ‘50, e non erano stati aggiornati neanche di fronte alla grande crescita del terrorismo degli ultimi anni. Mancavano quindi dei piani di azione efficaci e mancava, forse, anche una vera unione di intenti.
C’è un episodio che forse più di tanti altri, fa capire quanto fosse torbida la situazione in Italia: mi riferisco al falso comunicato del 18 aprile, secondo cui Moro era stato ucciso e il suo corpo gettato nel lago della Duchessa, in provincia di Rieti. Le perizie diranno che, molto probabilmente, quel comunicato non fu opera dei brigatisti, ma di un falsario, tale Toni Chichiarelli. Un personaggio così camaleontico, che sarà poi accostato sia all’estrema sinistra che all’estrema destra, dati i suoi contatti con la Banda della Magliana. Lo stile del comunicato era del tutto simile a quello dei brigatisti, ma lo scopo del messaggio era diverso, ed era molto probabilmente quello di preparare l’opinione pubblica a un eventuale morte di Aldo Moro, riducendo così il potere delle trattative dei brigatisti. Per alcuni, a commissionare questo falso comunicato furono gli stessi servizi segreti italiani, ma una prova di questo non si è mai avuta.
Situazioni grottesche emersero però anche tra chi Aldo Moro voleva salvarlo a tutti i costi. Il 2 aprile, in una villa vicino a Bologna, ebbe infatti luogo una strana seduta spiritica. Alcuni docenti universitari, tra cui Romano Prodi, raccontarono di aver evocato degli spiriti che, muovendo un piattino sul tavolo, indicarono loro le parole “Viterbo”, “Bolsena” e "Gradoli". Pensate che l’isteria di quei giorni era così alta, che il tranquillo paesino di Gradoli, sul lago di Bolsena, venne immediatamente messo a soqquadro dalle forze di ricerca di Aldo Moro. Non trovarono niente. Ma attenzione: coincidenza vuole che a Roma, in via Gradoli 96, ci fosse un vero nascondiglio delle Brigate Rosse. Verrà ispezionato solo il 18 aprile seguente, in seguito a una chiamata per una perdita d’acqua, quando ormai era stato abbandonato. L’ipotesi più accreditata dietro questa vicenda, è che il nome “Gradoli” fosse in qualche modo girato all’interno degli ambienti di sinistra, pur senza sapere a cosa si riferisse realmente, e che si cercò di portarlo all’attenzione della polizia in qualche modo.
L'Omicidio e il Ritrovamento in via Caetani
Alla fine di tutto, a prevalere fu la strategia ribattezzata “della fermezza”. Nessuna trattativa tra Stato e brigatisti venne portata a termine, nonostante gli ultimatum da parte delle Brigate Rosse. Il 9 maggio arrivò così una telefonata al professor Francesco Tritto, uno degli assistenti di Moro. Dopo una prigionia di 55 giorni, durante la quale le Brigate Rosse richiesero invano uno scambio di prigionieri con lo Stato italiano, Moro fu sottoposto a un processo politico da parte del cosiddetto «tribunale del popolo», istituito dalle stesse BR, e quindi ucciso il 9 maggio.
Dopo 55 giorni di sequestro, Aldo Moro viene ritrovato cadavere in via Caetani. L'Italia repubblicana resta attonita: il calendario segna 9 maggio 1978. Ma dopo 40 anni, restano dubbi sulla dinamica della morte dello statista della Dc. Moro, infatti, sarebbe stato ucciso in modo diverso da come abbiamo saputo e forse, addirittura, non dentro la macchina. Di sicuro gli hanno sparato mentre era seduto o in piedi, con il busto eretto. E le armi, che erano due (una Skorpion e una Walther) gli furono puntate contro, verso il torace, per sparare quasi a bruciapelo. È la ricostruzione fatta dal Ris di Roma, che ha collaborato con la Commissione parlamentare di inchiesta a ricostruire il periodo precedente al ritrovamento. "Io credo che Moro - ha sottolineato il comandante del Reparto investigazioni scientifiche dei Carabinieri Luigi Ripani - seduto, magari su una sedia o su un bancone", mentre era a una certa distanza dall'auto.
Un luogo simbolico, a metà strada tra piazza del Gesù, dove c'era la sede nazionale della Dc, e via delle Botteghe Oscure, quartier generale del Partito comunista. Poche ore dopo il ritrovamento del cadavere, Francesco Cossiga si dimette da ministro dell'Interno. La famiglia di Moro rifiuta i funerali di Stato, ritenendo le istituzioni colpevoli di non aver fatto abbastanza per salvargli la vita. Alcuni giorni dopo Papa Paolo VI, amico e confessore dello statista, celebra una commemorazione funebre pubblica a cui partecipano numerose personalità della politica e delle istituzioni.
Via Fani la ricostruzione finale della Polizia Scientifica
Il Carteggio Moro e i Dubbi Persistenti
Il Carteggio Moro, conosciuto in seguito come Memoriale Aldo Moro, fu ritrovato dagli uomini del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, il reparto speciale antiterrorismo dei Carabinieri, facendo irruzione nel covo delle Brigate Rosse in Via Monte Nevoso, 8 a Milano, il 1 ottobre 1978, pochi mesi dopo l'assassinio dell'Onorevole Aldo Moro, e in un secondo momento durante una ristrutturazione dello stesso appartamento nel 1990. I testi sono i dattiloscritti dal manoscritto originale di Moro durante i 55 giorni della sua prigionia. Questi documenti sono testimoni della storia e hanno fornito ulteriori elementi di riflessione e dibattito.
Il ritrovamento del Carteggio Moro ha alimentato ulteriori interrogativi sulle responsabilità e le omissioni dello Stato. Le dinamiche della morte di Moro, i presunti depistaggi e le zone d'ombra rimangono oggetto di inchieste e speculazioni. Il fatto che il corpo sia stato ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 rossa, a ridosso dei simboli dei due partiti principali dell'epoca, la DC e il PCI, è stato interpretato come un gesto simbolico di sfida estrema allo Stato.
La complessità del caso Moro risiede anche nella sua capacità di toccare nervi scoperti della società italiana, mettendo in luce le fragilità delle istituzioni, le divisioni politiche e le contraddizioni di un periodo storico segnato dalla violenza e dalla lotta armata. Ancora oggi, la storia del rapimento e dell'omicidio di Aldo Moro continua a essere studiata, analizzata e rielaborata, nel tentativo di comprendere appieno le sue molteplici sfaccettature e le sue profonde ripercussioni sulla storia d'Italia.
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