La pandemia di COVID-19, innescata dal virus SARS-CoV-2, ha generato interrogativi significativi riguardo alla trasmissione e all'impatto della malattia sui bambini. Sebbene inizialmente si sia osservato che i bambini manifestassero sintomi lievi e fossero considerati meno suscettibili all'infezione grave, la ricerca ha continuato a evolversi, rivelando complessità e sfumature. Questo articolo esplora le attuali conoscenze sulla trasmissione del COVID-19 nei bambini, la gravità dei sintomi, l'impatto delle misure di contenimento e le considerazioni relative alla vaccinazione.

Il Coronavirus SARS-CoV-2: Origine e Diffusione
L'allarme a livello internazionale è scattato il 31 dicembre 2019, quando le autorità sanitarie cinesi hanno riferito all'OMS un focolaio di polmonite provocata da un virus sconosciuto nella città di Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei. Il 7 gennaio 2020, gli epidemiologi cinesi hanno identificato la causa in un nuovo virus, inizialmente denominato 2019-nCoV e, dall'11 febbraio, SARS-CoV-2. Si ritiene che all'origine del virus vi sia stato un animale infetto transitato nel grande mercato ittico di Wuhan, dove vengono commercializzati anche animali vivi. Ricostruendo la storia delle mutazioni genetiche, i ricercatori hanno dedotto che il passaggio iniziale dal pipistrello all'uomo è avvenuto intorno a metà novembre 2019, per poi esplodere in forma epidemica circa un mese dopo grazie alla trasmissione inter-umana.
Il nuovo virus appartiene alla vasta famiglia dei coronavirus, che include anche il comune raffreddore e le più insidiose SARS e MERS. In particolare, il SARS-CoV-2 ha un'affinità genetica stretta con il patogeno vettore della SARS, circostanza che motiva la sua denominazione ufficiale. L'OMS ha attribuito anche un nome scientifico alla specifica forma di polmonite innescata dal SARS-CoV-2: COVID-19. Gli effetti provocati dai virus sono per lo più febbre, tosse e difficoltà respiratorie, con complicanze che possono compromettere in modo letale la salute dei soggetti più vulnerabili.
Il 2 febbraio 2020, un team di ricercatori dell'ospedale "Lazzaro Spallanzani" di Roma ha isolato il virus, tra i primi laboratori al mondo a riuscirci, mettendone le sequenze genetiche a disposizione della comunità scientifica internazionale.
Modalità di Trasmissione del Coronavirus
Originariamente confinato in una o più specie di animali selvatici, il SARS-CoV-2 ha subito una serie di variazioni genetiche fino a compiere il "salto di specie" che lo ha reso trasmissibile all'essere umano. Il contagio da persona a persona avviene per contatto a breve distanza e non per via aerea: ciò significa che si può contrarre il virus attraverso uno starnuto o un colpo di tosse emesso da un soggetto malato entro un raggio di circa un metro. Le misure di estrema cautela attivate dalle autorità sanitarie sono motivate anche dalla ormai accertata possibilità di trasmissione asintomatica del virus da parte di soggetti che non presentano ancora i tipici sintomi dell'infezione (febbre, tosse secca, dolori muscolari e difficoltà respiratorie).
Tra gli esperti è acceso il dibattito sulla possibilità che nel periodo di incubazione del virus (stimato convenzionalmente in 14 giorni) la carica virale sia sufficiente a innescare il contagio da parte di un soggetto in fase asintomatica. Si ritiene che tale probabilità sussista e che essa aumenti negli ultimi giorni prima dell'insorgenza dei sintomi: questa è una delle ragioni per cui è così importante mantenere un "distanziamento sociale" generalizzato, anche rispetto a chi non manifesta alcun sintomo visibile. Non risulta che il SARS-CoV-2 sia trasmesso dalla mamma al feto durante la gravidanza né dalla mamma al bambino durante l'allattamento. Sebbene siano noti casi eccezionali di animali da compagnia che hanno contratto il virus, non vi sono studi che dimostrino la potenzialità di contagio da parte di questi ultimi verso l'uomo. Il coronavirus non viene neppure trasmesso da zanzare, zecche o altri artropodi che ingeriscono sangue umano.

L'Impatto Globale della Pandemia
Il 30 gennaio, a seguito del verificarsi di alcuni contagi in diverse regioni del pianeta, l'OMS aveva dichiarato l'epidemia da coronavirus una "emergenza sanitaria globale" (Public Health Emergency of International Concern - PHEIC), qualificata il 28 febbraio di grado "molto elevato". La dichiarazione di "emergenza globale" non è un evento straordinario: dal 2009 a oggi sono state ben 6 le dichiarazioni di questo tipo decretate dall'OMS. L'11 marzo 2020 l'OMS ha dichiarato infine che l'epidemia di Covid-19 è ufficialmente una pandemia: la seconda della storia recente, dopo quella dell'influenzavirus H1N1 ("febbre suina") del giugno 2009.
Per l'intero mese di gennaio e buona parte di febbraio, il COVID-19 è rimasto quasi esclusivamente confinato alla Cina, in particolare nella provincia di Hubei. Il 26 febbraio, il numero quotidiano di nuovi contagi negli altri paesi del mondo ha superato per la prima volta quello dei contagi quotidiani avvenuti in Cina. Il 16 marzo, anche il numero di vittime all'estero ha superato quelli dell'epidemia cinese. Questi dati hanno segnato il passaggio dalla fase "cinese" dell'epidemia a quella pandemica vera e propria. Casi di infezione da SARS-CoV-2 sono stati confermati in 186 Stati, contagiando nel mondo 9.564.659 persone e provocando 485.673 decessi. I paesi con il maggior numero di decessi sono Stati Uniti (124.294), Brasile (53.895) e Gran Bretagna (43.081). L'Italia, con 34.644 decessi, pari al 7,1% delle vittime globali della pandemia, è il 4° paese al mondo per numero di morti per COVID-19. Gli Stati in cui si sono registrati più casi di infezione da SARS-CoV-2 sono Stati Uniti (2.463.491), Brasile (1.193.609) e Russia (613.994). L'Italia, con 239.410 casi, pari al 2,5% del totale mondiale, è scesa al 9° posto della graduatoria globale dei contagi da COVID-19.
Coronavirus e Letalità
Secondo le stime epidemiologiche del China Center for Disease Control and Prevention, l'infezione da COVID-19 avrebbe un tasso indicativo di letalità del 2,3%, ben inferiore a quello della SARS (10%) o dell'Ebola (50%). Tuttavia, le stime più recenti dell'OMS (3 marzo) aumentano questa stima al 3,4%. In Italia, il tasso di letalità appare sorprendentemente elevato: 13,9% secondo le ultime stime dell'Istituto Superiore di Sanità (10,7% tra le donne, 17,7% fra gli uomini). Questo dato anomalo si spiega con l'insufficiente rilevazione dei casi di positività al virus, soprattutto dei soggetti asintomatici, che sono ragionevolmente molte centinaia di migliaia, e secondo alcune stime persino 5-6 milioni. Al netto di queste distorsioni statistiche, il coronavirus sembra comunque essere meno letale, ma più contagioso rispetto alla SARS. È importante sottolineare che il tasso di letalità di una malattia infettiva a carattere epidemico può essere stabilito con precisione solamente al termine di un'epidemia; il rapporto tra decessi e contagi in tempo reale è un valore approssimativo.
Guarigioni e Casi Attivi
Viene definito guarito un paziente che, dopo aver risolto i sintomi, è risultato negativo al SARS-CoV-2 a seguito di due test successivi, effettuati con intervallo di almeno 24 ore. Il numero di pazienti guariti dal COVID-19 a livello globale è pari a 5.206.678. Non meno importante è il dato relativo ai "casi attivi", ossia il numero di persone che, in un dato momento, è ammalata di COVID-19. Questo indicatore aveva toccato il suo primo picco (58.747) il 17 febbraio 2020, all'apice della crisi cinese, per poi calare. Dall'inizio di marzo, il numero dei casi attivi a livello globale ha ripreso ad aumentare ed è tuttora in costante incremento, ammontando a 3.872.708, di cui l'1,5% (58.242) versano in condizioni classificate come gravi o critiche.
Sviluppo dell'Epidemia e Misure di Contenimento in Italia
Il 31 gennaio, l'Italia è entrata a far parte della lista dei paesi raggiunti dall'epidemia di COVID-19. L'inizio vero e proprio dell'epidemia in Italia viene considerato il 21 febbraio, quando sono stati identificati 16 casi di infezione a Codogno (Lodi) e Vo' Euganeo (Padova), i primi casi di circolazione del virus in Italia. Il 22 febbraio, l'Italia è salita improvvisamente al primo posto tra le nazioni non asiatiche per numero di casi di infezione da coronavirus, mentre il 19 marzo ha raggiunto il primato di decessi per COVID-19 al mondo. Nel paese si sono verificati 239.410 casi di positività al virus, in massima parte localizzati in Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Veneto. Circa 17.000 persone positive al virus ma asintomatiche o con sintomi lievi sono sottoposte a isolamento domiciliare, mentre 1.610 sono i pazienti ricoverati in ospedale, di cui 107 in terapia intensiva o sub-intensiva. Complessivamente, sono 186.111 i pazienti guariti e 34.644 quelli deceduti, con 18.655 casi attivi.
In Italia, sin dall'inizio della crisi, erano stati attivati scanner termici negli aeroporti per controllare la temperatura dei viaggiatori in arrivo dalle zone a rischio, e da inizio febbraio sono stati sospesi i collegamenti aerei con Cina, Hong Kong, Taiwan e Macao. Il 31 gennaio, il Consiglio dei Ministri aveva dichiarato lo stato di emergenza per la durata di 6 mesi. Successivamente, con l'aggravarsi dell'epidemia, sono state decretate misure di urgenza, estese a tutto il territorio nazionale, che comprendevano la chiusura di scuole e università, lo stop a manifestazioni sportive ed eventi culturali. L'8 marzo, un decreto ha esteso le misure più severe di contenimento all'intera Lombardia e a 14 province ad elevata incidenza di COVID-19, norme estese il giorno successivo all'intero territorio nazionale. L'11 marzo, un nuovo decreto ha stabilito la chiusura di tutte le attività commerciali non essenziali. L'Italia possiede un sistema di sorveglianza e gestione delle epidemie riconosciuto dall'OMS come tra i più scrupolosi al mondo, avendo effettuato 5.107.093 test con tamponi su 3.111.364 soggetti.
COVID-19 nei Bambini: Sintomatologia e Vulnerabilità
In generale, i coronavirus sono responsabili di circa un quinto delle polmoniti virali, e la polmonite è tuttora la prima causa diretta di mortalità infantile a livello globale. I bambini, insieme agli anziani e ai malati cronici, sono i soggetti più vulnerabili alle infezioni respiratorie acute, soprattutto i neonati e i bambini sotto i 2 anni di età, a causa della fisiologica immaturità del sistema immunitario. I bambini immunodepressi sono esposti a un rischio particolarmente elevato.
Tuttavia, nell'epidemia di COVID-19 in corso si rileva un numero di infezioni tra i bambini e i ragazzi di gran lunga inferiore rispetto a quanto avviene in altri contesti epidemici. L'età media dei contagi in Italia è di 62 anni, mentre l'età media dei decessi è 79 anni. Dall'inizio dell'epidemia in Italia si sono contate 2.099 infezioni da SARS-CoV-2 tra i bambini 0-9 anni (in massima parte con effetti lievi o senza sintomi), pari allo 0,9% del totale, mentre nella fascia di età 10-19 anni sono 3.744, pari a 1,6% del totale. Solamente il 2,8% dei casi tra bambini e ragazzi ha richiesto terapie in ambito ospedaliero. Fino a oggi risultano 4 decessi e nessun ricovero in terapia intensiva di pazienti nella fascia di età compresa tra 0 e 20 anni. Questo dato straordinariamente positivo sulla non criticità dei pazienti in età infantile e adolescenziale che caratterizza l'epidemia in Italia, secondo il presidente della Società Italiana di Pediatria Alberto Villani, è il frutto dell'eccellente gestione delle misure di contenimento, della "specificità pediatrica" e della qualità del percorso nascita nel paese. Fanno tragica eccezione i decessi di bambini avvenuti in altri paesi (Belgio, Regno Unito, Francia, Stati Uniti).
La sospetta associazione dell'infezione COVID-19 con la vasculite di Kawasaki nei bambini non è stata ancora confermata. La sintomatologia descritta fino ad oggi nei neonati risultati positivi al test del tampone naso-faringeo si limita al rifiuto dell'alimentazione, in rari casi febbre poco elevata, lievi sintomi gastroenterici o addirittura è nulla. È stato descritto in rarissimi casi un decorso più grave. Lo stesso si è osservato nelle epidemie di SARS-CoV e MERS-CoV del 2002 e del 2012.

Perché i Bambini Sono Meno Colpiti?
Per spiegare il fenomeno della resistenza di bambini e giovani all'attacco del coronavirus sono state avanzate diverse possibili ipotesi. È possibile che la distribuzione o la maturazione dell'ACE2 (il recettore che il Sars-CoV2 utilizza per entrare nelle cellule) nei bambini e soprattutto nei neonati siano diverse da quelle degli adulti o che la capacità del recettore di legarsi al virus sia bassa nei piccoli pazienti, per una sorta di immaturità. Anche la presenza di linfociti T e B specifici contro il Coronavirus, correlata all'esposizione dei bambini ad altri virus stagionali, potrebbe contribuire a una migliore reazione all'infezione. Uno studio dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ha identificato per la prima volta le caratteristiche immunologiche dei bambini che meglio reagiscono all’infezione da nuovo coronavirus, riuscendo a debellarla già dopo la prima settimana.
Un ampio studio cinese condotto su 2.143 bambini ha evidenziato che il 4% dei bambini era asintomatico, il 51% aveva una malattia lieve, il 39% una malattia moderata e solo il 6% una malattia grave, rispetto al 18,5% degli adulti. La dottoressa Sandra Brusa, pediatra, spiega che sono state formulate diverse teorie, tutte ancora da verificare: "È possibile che il coronavirus sia meno aggressivo nei bambini perché hanno un sistema immunitario adattivo più reattivo, capace di tenere sotto controllo la risposta infiammatoria, e perché il loro sistema immunitario è più tollerante." Un fattore che potrebbe limitare la crescita del COVID-19 è la presenza simultanea di altri virus nelle mucose dell’albero respiratorio, per via di un meccanismo competitivo.
Sintomi Comuni nei Bambini
L’infezione da COVID-19 in età pediatrica si presenta per lo più in modo asintomatico o paucisintomatico (cioè con sintomi più scarsi e di minore intensità). Dopo un’incubazione di 5 giorni (il range è di 2-14 giorni), i sintomi più comuni sono febbre, tosse, faringite, astenia e dolori muscolari. "Altri sintomi osservati con frequenza maggiore rispetto all’adulto sono, inoltre, la diarrea e il vomito; a questo proposito, un recente studio cinese ha riportato che circa il 10% dei bambini esordisce con sintomi gastrointestinali". Solo il 5% dei bambini infatti presenta sintomi quali dispnea e ipossiemia (riduzione della quantità di ossigeno nel sangue) e solo lo 0,6% ha una sindrome da distress respiratorio acuto.
COVID-19 nei bambini: sintomi e complicazioni
I Bambini come Veicoli di Trasmissione
"Anche i bambini più piccoli possono trasmettere il Sars-COv2 come quelli più grandi o gli adulti? È una delle domande che più spesso ci si pone dall’inizio della pandemia ma una risposta ancora non c’è." Sebbene i bambini in genere manifestino sintomi lievi, l'ipotesi che possano essere contagiosi come gli adulti è stata riproposta da un nuovo studio pubblicato su Jama Pediatrics. Questo studio ha evidenziato che i bambini infetti di età inferiore ai 5 anni possono ospitare nel naso e nella gola livelli di RNA virale uguali o addirittura superiori agli adulti (fino a 100 volte). "Attenzione, avere un’alta carica virale non dimostra che i bambini trasmettano più o come gli adulti. Il dato indica per ora solo la possibilità che i più piccoli possano trasmettere il virus come gli adulti."
Lo studio, sebbene di dimensioni limitate e senza specificare sesso, razza o patologie pregresse dei partecipanti, ha confrontato la carica virale in tre gruppi di età: 46 bambini sotto i 5 anni, 51 bambini tra 5 e 17 anni e 48 adulti tra 18 e 65 anni. I dati emersi sono stati sorprendenti perché la capacità dei bambini più piccoli di diffondere il coronavirus potrebbe essere stata sottovalutata a causa della chiusura rapida e sostenuta delle scuole e degli asili. "Abbiamo visto che i bambini sotto i 5 anni con Covid-19 hanno una carica virale maggiore rispetto ai bambini più grandi e agli adulti, il che può suggerire una maggiore trasmissione", commenta l’autrice principale Taylor Heald-Sargent, specialista in malattie infettive pediatriche. "Il nostro studio non è stato progettato per dimostrare che i bambini più piccoli diffondono Covid-19 tanto quanto gli adulti, ma è una possibilità."
Contrariamente, un'altra ricerca molto ampia aveva concluso che i bambini sotto i 9 anni trasmettono il virus il 50% in meno degli adulti, mentre nessuna differenza era stata riscontrata tra i più grandicelli e gli adulti. Un articolo pubblicato sul sito dell'Agenzia Regionale di Sanità Toscana sostiene che i bambini non solo si ammalano meno di COVID-19 e con conseguenze meno pesanti, ma addirittura la loro carica virale avrebbe livelli più bassi rispetto agli adulti, riducendo il rischio di trasmissione. Questa affermazione si basa su un'analisi retrospettiva sull'RNA da cellule dell'epitelio nasale, che ha mostrato come l’espressione del gene ACE2 sia più bassa nei bambini sotto i dieci anni e aumenti con l’età. Inoltre, studi sulla trasmissione nelle famiglie mostrano che raramente i bambini sono il caso indice e che i bambini con COVID-19 raramente causano focolai.
Gestione dei Contatti e Isolamento Domiciliare
I casi sospetti di COVID-19 nei bambini sono quelli che presentano una storia di contatto con un paziente COVID positivo, per lo più un familiare: pare, infatti, che la maggior parte dei bambini contagiati abbia un documentato contatto domestico sintomatico, a differenza degli adulti in cui è prevalente l’esposizione nosocomiale.
Quando un bambino presenta febbre e tosse, la prima raccomandazione è di evitare di portarlo nello studio pediatrico o al Pronto Soccorso. La telemedicina può aiutare a svolgere controlli a distanza, anche attraverso videochiamate con gli smartphone, e in casi specifici è possibile fare prescrizioni digitali tramite il fascicolo sanitario.
Se c’è stato un contatto con un soggetto con infezione da COVID-19, sia essa sospetta o certa, è opportuno eseguire un tampone rinofaringeo. Se positivo, è indicata la quarantena con isolamento dai soggetti non infetti; se negativo o se non viene eseguito, è indicato l’isolamento domiciliare con allontanamento dalle persone infette.
La dottoressa Brusa fornisce indicazioni precise anche sull’isolamento domiciliare del bambino risultato positivo. In questo periodo, che ha una durata di 14 giorni, il bambino dovrà stare in una stanza singola ben areata, possibilmente con servizi igienici dedicati. Bisogna far sì che entri in contatto con poche persone, possibilmente non anziane o con problemi di salute, in più è necessario rispettare il distanziamento di almeno 1 metro e lavarsi frequentemente le mani. Tutto questo senza trascurare l’aspetto psicologico del bambino, al quale va spiegato che tali precauzioni servono per proteggere lui e le persone più fragili.

Gravidanza e Allattamento
Non vi sono prove che il virus possa essere trasmesso dalla donna in gravidanza al nascituro o dalla mamma in allattamento al neonato. L'Istituto Superiore di Sanità ha negato che sia mai stata rilevata traccia di proteine virali nel liquido amniotico, nel cordone ombelicale, nel colostro o nel latte materno di una donna infettata dal SARS-CoV-2. Studi eseguiti in Cina su madri positive al coronavirus nel terzo trimestre di gravidanza hanno evidenziato la negatività della ricerca del virus nel liquido amniotico, nel sangue cordonale e nel latte materno, oltre che nella placenta di madri COVID positive sottoposte a taglio cesareo. Tuttavia, allo stato attuale, si è più inclini a pensare che un’eventuale infezione da coronavirus nel neonato sia più probabilmente il risultato di una trasmissione dalla madre al bambino per via respiratoria nel post partum.
L'UNICEF raccomanda dunque alle donne in gravidanza o in allattamento che vivono in zone considerate a rischio di applicare le normali misure di igiene raccomandate per l'intera popolazione (lavaggio frequente delle mani con sapone o soluzione igienizzante). La Società Italiana di Neonatologia indica come opzione da privilegiare la gestione congiunta di madre e bambino quando la mamma, COVID positiva, è asintomatica o paucisintomatica, oppure in via di guarigione. Il latte materno, in base alle attuali evidenze scientifiche, non è ritenuto veicolo di trasmissione del virus. Secondo le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, la madre può allattare, ma per ridurre il rischio di trasmissione deve adottare tutte le procedure preventive, come l’igiene delle mani e l’uso della mascherina durante la poppata.
Prevenzione e Benessere dei Bambini
I neonati sono organismi più fragili e più predisposti a contrarre infezioni, in quanto il loro sistema immunitario è ancora immaturo, per cui bisogna avere nei loro confronti tutte quelle precauzioni che è bene tenere, in generale, verso chi è a maggior rischio infettivo. È quindi consigliabile limitare al massimo i contatti del neonato con persone che non siano i fratelli o i genitori, mentre è possibile portarli in spazi aperti come terrazzi o giardini, se sono sotto o vicino a casa e se non ci si avvicina ad altre persone. Chi accudisce il bambino dovrà rispettare tutte le regole igieniche necessarie, con particolare riferimento al lavaggio delle mani e alla disinfezione degli ambienti. Inoltre, saranno da evitare i contatti con soggetti che presentano anche modesti sintomi respiratori e bisognerà ridurre gli accessi ai servizi sanitari per prestazioni che possono essere rimandate.
In attesa di interventi efficaci sul piano farmacologico e vaccinale, l’unica arma per prevenire il contagio sono le misure di distanziamento sociale, riducendo al minimo i contatti con l’esterno, e un’accurata igiene personale e ambientale. È fondamentale per i bambini poter passare del tempo all'aria aperta e alla luce, rispettando le norme di sicurezza. Il bambino deve stare nelle vicinanze di casa, in compagnia di un solo familiare provvisto di mascherina, mantenendo le distanze di sicurezza da altri bambini e adulti che si incontrano.
Il movimento riveste un ruolo prioritario per la salute in età evolutiva, sia a livello fisico che psichico. Fare ogni giorno esercizio fisico è anche un modo semplice ed efficace per tenere a bada lo stress, aumentando l’energia e il benessere generale e migliorando la qualità del sonno. A un bambino più piccolo si potrebbe proporre di mimare i movimenti degli animali, di muoversi a piedi nudi in un percorso a ostacoli fatto di cuscini, cubi di legno e scatole, oppure di camminare un piede dietro l’altro su un filo di scotch colorato messo sul pavimento. I bambini più grandi, invece, potrebbero saltare la corda, giocare a nascondino, fare una caccia al tesoro.
Vaccinazione anti-COVID-19 nei Bambini
Per i bambini di età compresa tra 5 e 11 anni, è disponibile il vaccino Comirnaty, prodotto da BioNTech/Pfizer. Si tratta del vaccino a mRNA già usato nei ragazzi dai dodici anni e negli adulti; nei bambini dai 5 agli 11 anni viene utilizzato un dosaggio inferiore (un terzo del dosaggio, 10 µg rispetto a 30 µg). Come per le altre fasce di età, è prevista la somministrazione di due dosi per iniezione intramuscolare, a distanza di tre settimane l’una dall’altra. Attualmente, il vaccino Pfizer-BioNTech COVID-19 è l'unico disponibile per questa fascia di età.

I paesi che offrono la vaccinazione ai bambini di età compresa tra 5 e 11 anni includono USA, Israele, Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Irlanda, Lettonia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Norvegia, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Emirati Arabi Uniti, Cile, Venezuela, Argentina, Cuba, Costarica, Canada, Nuova Zelanda, Australia, Cina, Bahrein. Regno Unito, Germania, Finlandia e Svezia raccomandano la vaccinazione ai bambini di età compresa fra 5-11 anni con fragilità.
Gli studi effettuati per il vaccino in questa fascia di età dimostrano un’elevata efficacia nel prevenire il COVID-19 (91%). Dopo la vaccinazione, i bambini possono avere alcuni effetti collaterali locali (dolore, gonfiore) o generali (febbre, malessere, stanchezza), che hanno breve durata (uno-due giorni). I bambini dai 5 anni di età e i ragazzi possono essere vaccinati contro COVID-19 perché la sicurezza e l’efficacia del vaccino è stata attentamente monitorata, inclusi studi nella fascia di età 5-11 anni. Non è possibile ammalarsi di COVID-19 vaccinandosi. La vaccinazione può aiutare a proteggere il bambino dal contrarre la malattia COVID-19 e, sebbene un minor numero di bambini si sia ammalato di COVID-19 rispetto agli adulti, i bambini possono essere infettati, ammalarsi e diffondere il virus ad altri. In alcuni rari casi, inoltre, nei bambini è stata descritta una forma di malattia infiammatoria (MIS-C) causata dal virus SARS-CoV-2 che può risultare particolarmente aggressiva. Far vaccinare il bambino aiuta in primo luogo a proteggere il bambino stesso e anche la sua famiglia.
Misure Post-Vaccinazione e Raccomandazioni
Per garantire la durata della protezione, è prevista la somministrazione di una dose booster (richiamo) a partire dai 12 anni di età, dopo 120 giorni (4 mesi) dall’ultima dose o dall’infezione. Una dose addizionale di vaccino è prevista a partire dai 5 anni di età per le persone sottoposte a trapianto di organo solido o con marcata compromissione della risposta immunitaria per cause legate alla patologia di base o a trattamenti farmacologici; in questi casi, la dose addizionale viene somministrata dopo almeno 28 giorni dall’ultima dose. I bambini che compiranno dodici anni dopo aver ricevuto una prima dose di vaccino Comirnaty (BioNTech/Pfizer) nella formulazione da 10 mcg/dose in 0,2 mL, possono completare il ciclo primario di vaccinazione, nel rispetto delle tempistiche previste, utilizzando la seconda dose di vaccino con la stessa formulazione della precedente.
È possibile effettuare la somministrazione concomitante (o a qualsiasi distanza di tempo) di un vaccino anti-SARS-CoV-2/COVID-19 utilizzato in Italia e un altro vaccino inattivato (antipoliomielitica; antidifterica; antitetanica; anti-epatite B; anti-pertosse; anti-Haemophilus tipo b; anti-influenzale; anti HPV; anti-influenzale). Nel caso dei vaccini vivi attenuati (anti-morbillo; anti-rosolia; anti-parotite; anti-varicella; anti-herpes zoster; anti febbre gialla), è considerata valida una distanza minima precauzionale di 14 giorni prima o dopo la somministrazione del vaccino anti SARS-CoV-2.
Gli studi che hanno portato alla messa a punto dei vaccini COVID-19 nei bambini e ragazzi non hanno saltato nessuna delle fasi di verifica dell’efficacia e della sicurezza previste per lo sviluppo di un medicinale. La rapida messa a punto e approvazione si deve alle nuove tecnologie, alle ingenti risorse messe a disposizione in tempi molto rapidi e a un nuovo processo di valutazione da parte delle Agenzie regolatorie. Prima della vaccinazione, il personale sanitario pone una serie di semplici ma precise domande per valutare la presenza di controindicazioni o precauzioni particolari.
Se si è avuta l’infezione (tampone positivo): è possibile effettuare un’unica dose di vaccino anti-SARS-CoV-2/COVID-19 purché la vaccinazione venga eseguita preferibilmente entro i 6 mesi dalla conferma di SARS-CoV-2. La valutazione dei titoli anticorpali non è utile per decidere se effettuare la vaccinazione. Se sono passati più di 12 mesi dalla malattia, per essere adeguatamente protetti sarà necessario effettuare due dosi di vaccino COVID-19. Se sono stati assunti anticorpi monoclonali o plasma convalescente per la terapia del COVID-19, è necessario aspettare 90 giorni prima di effettuare il vaccino COVID-19.
Per i soggetti che presentano condizioni di immunodeficienza, è raccomandato fare due dosi secondo la schedula vaccinale prevista. Nelle persone con infezione da SARS-CoV-2 confermata con tampone dopo almeno 14 giorni dalla prima dose di vaccino, l’infezione stessa rappresenta un potente stimolo per il sistema immunitario che si somma a quello fornito dalla prima dose di vaccino. Alla luce di questo, non è indicato somministrare la seconda dose vaccinale. La vaccinazione dopo un contatto con una persona con infezione da SARS-CoV-2 non comporta alcun rischio aggiuntivo. Se l’infezione fosse in fase di incubazione, la vaccinazione può non essere efficace nel prevenire la malattia, ma non pericolosa. Tuttavia, se ci si trova in quarantena per un contatto stretto, bisogna restare a casa e rimandare la vaccinazione al termine del periodo di quarantena previsto.
Varianti e Trasmissione Post-Vaccinazione
Sono in corso studi per valutare l’efficacia dei vaccini mRNA contro le varianti emergenti di SARS-CoV-2; i dati preliminari indicano che il vaccino è efficace verso alcune varianti, ma non è possibile una generalizzazione ampia sulla protezione. La scoperta di queste varianti non cambia le raccomandazioni di base per la vaccinazione. Non è consigliabile che le persone attendano un vaccino nuovo o modificato nella speranza che sia più efficace contro le varianti emergenti di SARS-CoV-2.
Studi recenti hanno evidenziato che il vaccino è in grado di ridurre la probabilità di trasmettere l'infezione ad altri. In un ampio studio osservazionale condotto in Israele, coloro che erano stati vaccinati avevano una riduzione del 90% del rischio di infezione asintomatica rispetto a quelli non vaccinati. Inoltre, tra coloro che contraggono l'infezione dopo la vaccinazione, sembra che le cariche virali siano inferiori rispetto alle persone infette che non sono state vaccinate. Una carica virale inferiore molto probabilmente porta a un rischio ridotto di trasmissione. Questi dati incoraggianti confermano quanto già noto per gli altri vaccini, come ad esempio quello contro il morbillo, che è efficace anche per prevenire la trasmissione dell’infezione.
È importante notare che, anche se i vaccini riducono il rischio di trasmissione, non lo eliminano, poiché l'effetto protettivo non sarà mai del 100%. Di conseguenza, fino a quando il numero dei casi non sarà diminuito e una percentuale maggiore della popolazione non avrà ricevuto i vaccini, è cruciale ricordare che la vaccinazione non consente di interrompere altre importanti misure per prevenire la diffusione del virus SARS-CoV-2. Indossare la mascherina, mantenere la distanza dagli altri, lavarsi spesso le mani ed evitare ambienti interni affollati rimangono strategie cruciali per ridurre il rischio di ammalarsi.
Impatto della Pandemia sulle Disuguaglianze Sanitarie
La pandemia ha drammaticamente sottolineato le disparità di salute tra i gruppi razziali ed etnici. Uno studio prospettico condotto nel Regno Unito ha rilevato che i bambini neri avevano maggiori probabilità di ricovero in terapia intensiva e che i bambini con MIS-C (sindrome infiammatoria multisistemica) erano con maggiore probabilità di etnia non bianca (64% contro 42%), il che potrebbe riflettere un aumento del tasso di infezione da COVID-19 nelle loro comunità. Queste differenze di razza ed etnia possono riflettere una maggiore vulnerabilità alla trasmissione virale per esposizioni professionali, sistemazioni abitative o necessità di utilizzo dei mezzi pubblici. Questi fattori, oltre alle limitazioni nell'accesso all'assistenza sanitaria e alle disuguaglianze, contribuiscono alle disparità evidenziate dalla pandemia. A ciò si sommano le chiusure scolastiche che colpiscono in modo sproporzionato i bambini delle comunità a basso reddito, influenzandone l'apprendimento e mettendo a repentaglio mense, servizi medici e di salute mentale forniti attraverso la scuola. Le famiglie dei piccoli pazienti ricoverati sono state intervistate per capire la loro prospettiva sulla malattia, nonché sugli effetti della pandemia sulla loro famiglia e sul loro sostentamento. I genitori sono apparsi confusi riguardo al modo in cui i figli avevano acquisito la malattia, in particolare quando sono stati trovati anticorpi SARS-CoV-2 durante una valutazione per sindrome infiammatoria multisistemica. Alcuni genitori hanno espresso preoccupazione per il proprio rischio di contrarre SARS-CoV-2 mentre si trovavano in un ambiente ospedaliero con il bambino malato e non erano sicuri della possibilità che loro, come genitori, potessero contrarre la malattia.