Eugenio Bennato e il battito della Taranta: un viaggio tra radici e orizzonti

Eugenio Bennato, figura di spicco nel panorama della musica popolare italiana, ha saputo infondere nuova vita e risonanza a generi antichi, proiettandoli su un palcoscenico globale. Il suo percorso artistico è un viaggio affascinante che parte dalle radici profonde del Sud Italia, esplorando la storia, i valori e le tradizioni, per poi allargare lo sguardo verso i ritmi e le sonorità del Mediterraneo e dell'Africa. Fin dalla sua infanzia, la musica di Bennato, sebbene percepita come "diversamente mainstream" e anacronistica, si è rivelata un'esperienza intensa e travolgente, capace di trascinare gli spettatori in balli catartici e contagiosa allegria, dimostrando la sua innegabile attualità e la sua profonda appartenenza identitaria, specialmente per chi è figlio del "Sud scomunicato".

La Nuova Compagnia di Canto Popolare e la riscoperta delle radici

Il percorso musicale di Eugenio Bennato inizia nel 1969, anno in cui fonda la Nuova Compagnia di Canto Popolare, dando vita a un gruppo di ricerca etnica che si prefiggeva di ridare voce e dignità alla musica popolare dell'Italia meridionale. Questa iniziativa, nata in un periodo di grandi cambiamenti sociali e culturali, con il beat e il rock che dominavano la scena, rappresentò una scelta controcorrente, un "gesto rivoluzionario e di controtendenza". Mentre i giovani erano attratti dalla Beat Generation e dal rock, Bennato e i suoi compagni decisero di esplorare la ricchezza delle tammurriate del Vesuvio e del Casertano, le tarantelle del Gargano, le votate di organetto e chitarra battente calabresi, e la musica popolare napoletana dei secoli passati. L'ispirazione per questa direzione artistica arrivò anche da un mandoloncello impolverato che Bennato vide in una vetrina di Via San Sebastiano a Napoli, all'epoca conosciuta come la strada della musica. Comprare quello strumento austero fu una scelta in netta opposizione ai suoni elettrici del tempo, un modo per "andare sulle cose nuove, su percorsi mai battuti".

Questo periodo di "scuola frequentata per anni" rese Bennato consapevole della "necessità di inventare sulle strutture tradizionali qualcosa di nuovo che avessero a che fare con il presente". La Nuova Compagnia di Canto Popolare, diretta da Roberto De Simone e sostenuta da Eduardo De Filippo, che li portò al Festival di Spoleto, fu fondamentale per questo processo. Ne seguì il progetto Musicanuova, un nuovo disegno musicale sempre all'avanguardia nel campo della musica popolare, nato dall'idea di proporre brani originali su strutture popolari, senza escludere l'uso dell'italiano, una lingua che Fabrizio De André aveva già "portato fuori dai canoni della canzonetta italiana". Brani come "Le Città di Mare" e "Sole Sole", nati da questa fascinazione estetica e dalle emozioni della tradizione, furono "canzoni di contrabbando", un successo ottenuto "seguendo strade diverse, oscure", al di fuori delle logiche discografiche o mediatiche tradizionali.

Taranta Power: l'energia del ritmo come riscatto

Eugenio Bennato con strumenti tradizionali

Il 1998 segna una svolta significativa con la fondazione del movimento "Taranta Power". Questa "nuova idea musicale" nasce con lo scopo di valorizzare la Taranta, ritmo madre della Tarantella napoletana e di altre forme meridionali, grazie all'apporto della musica, del cinema e del teatro. Bennato sentiva l'esigenza di superare il connotato nostalgico e folcloristico associato al termine tarantella, proiettandolo verso un'idea trasgressiva, quasi rock, e un senso di opposizione alla globalizzazione e alla mercificazione della musica. L'immagine della Taranta, in questa visione, si lega a una "valenza liberatoria e soprattutto con lo stesso senso ternario" che la unisce ad altri "Sud del mondo". Il nome "Taranta Power" fu scelto per indicare "un movimento tradizionale vissuto però in una chiave contemporanea", uno slogan che ha contribuito a diffondere questo ritmo tra le nuove generazioni.

Il termine "Taranta" identifica un ragno, la Lycosa Tarantula, il cui morso, nella terra di Puglia durante la stagione estiva, causava nei lavoratori effetti collaterali che colpivano mente e psiche. Questi potevano essere placati grazie all'azione catartica della musica e della danza. "Occorre cioè danzare con il ragno, anzi essere lo stesso ragno che danza secondo una irresistibile identificazione", si narra, in un "momento più propriamente agonistico" in cui si impone il proprio ritmo coreutico a quello del ragno, fino a stancarlo o schiacciarlo. Tuttavia, gli effetti del veleno potevano ripresentarsi nelle estati successive, nel momento del "rimorso", che poteva ripetersi annualmente. Ogni taranta aveva un colore e un umore, e di conseguenza, per ogni tarantato, vi erano effetti e melodie diverse per placare la crisi.

L'inchiesta di Ernesto De Martino nell'estate del 1959, confluita nel libro "La terra del rimorso", ha investigato la natura simbolica del tarantismo, negando che potesse essere ricondotto unicamente a forme di aracnidismo. Il morso del ragno, infatti, era piuttosto un "simbolo dello scatenarsi dei conflitti psichici individuali che non hanno trovato soluzione sul piano della coscienza" e che si sfogavano al di fuori di essa. In virtù del simbolismo stagionale, le crisi individuali venivano raccolte e concentrate in un'epoca elettiva di insorgenza, dove trovavano un sistema simbolico, con il "consenso e col soccorso della società", pronto a entrare in azione e a svolgere la sua efficacia risolutiva, in un periodo in cui "si consumava il faticoso epilogo dell'anno agricolo e riceveva fausta o infausta risposta la trepidante attesa del 'pane' e del 'vino'".

Il 1999 vede la pubblicazione di un lavoro discografico dal titolo "Taranta Power", a testimonianza di questo nuovo interesse per la musica popolare, che Bennato riuscirà a portare in giro per il mondo, toccando anche l'Est dell'Europa. "Taranta Power ha rappresentato una rivoluzione nella scena musicale e nella cultura italiana", contribuendo ad avvicinare i giovani alla musica tradizionale e alla world music e sfidando "l'inaridimento dello studio intellettuale".

La DANZA ANTICA odiata da Medici e Clero: la TARANTA (documentario)

Il Sud come luogo dell'anima e la "Questione Meridionale"

L'attività musicale di Eugenio Bennato è un importantissimo contributo alla promozione del valore culturale della Taranta e, più in generale, del Sud Italia. Attraverso il ritmo e il testo delle sue canzoni, è possibile addentrarsi nella storia del Meridione, nei suoi valori e tradizioni, ma anche nelle sue ferite, sofferenze, ritardi e lentezza. "I ritardi e la lentezza del Meridione sono atavici e hanno radici antiche".

Canzoni come "Ninco Nanco" e "Questione Meridionale" raccontano di questa "maledetta terra di conquista" difesa "solo dalle sirene", abbandonata a un amaro destino di povertà e sfruttamento. In un contesto storico in cui solo i briganti erano gli eroi degli oppressi, il Sud è diventato "una questione: la questione meridionale". La rilettura intensa di "Brigante Se More", con ospiti come Pietra Montecorvino e Carlo D'Angiò, rappresenta la versione definitiva e più compiuta di un brano che, per la sua diffusione attraverso "vie alternative rispetto alle logiche commerciali", è diventato un canto quasi tradizionale, portando alla conoscenza di un pubblico vastissimo la "storia negata dell'unità d'Italia".

"Mon père e mon mère" è un'altra canzone emblematica, che descrive l'emigrazione dall'estremo Sud verso l'Italia e l'Europa. Racconta la storia di chi "porta il peso di essere nato sotto una cattiva stella", "figlio di un Sud schiavizzato, depredato e disprezzato dal resto del mondo", di chi "dovrebbe sentirsi in colpa perché di colore, perché povero e perché paga tutto il prezzo delle diseguaglianze e pretende persino di varcare una frontiera solo per il sogno della libertà e della dignità di una vita normale". Questo brano, dalla ritmica trascinante, è nato dall'incontro di Bennato con Enric Parfait, un ragazzo partito dal Camerun e arrivato a Tangeri dopo aver attraversato il Sahara, che gli donò i versi "Mio padre e mia madre si son conosciuti in galera, in eredità mi hanno lasciato la miseria". La musica di Bennato celebra l'identità mediterranea che unisce popoli e nazioni diverse, cantando "quel suggestivo luogo dell'anima che è il Sud".

Orizzonti Mediterranei e Afroeuropei

Mappa del Mediterraneo con influenze musicali

Agli inizi degli anni Duemila, la pubblicazione di "Che Il Mediterraneo Sia" ha rappresentato una nuova e ulteriore fase della carriera di Eugenio Bennato, aprendo le sonorità della tradizione popolare italiana a quelle di un "Mediterraneo affine dal punto di vista musicale, dal rap arabo, alle percussioni del Nord Africa, la sponda sud del Mare Nostrum, fino all'Africa del ritmo". Questo "allargamento dell'orizzonte mediterraneo a più lontane latitudini" include, in particolare, l'"intensa e misteriosa Africa, dove colloco una mitica sponda che custodisce la fonte di tutte le leggende, e il segreto di un suono battente primitivo che attraverso deserti e mari viaggia e si diffonde e arriva fino a noi, fino alle nostre sponde". Da Napoli al Gargano alla Calabria, "quelle voci quelle melodie e quei balli mi portano ad Algeri, a Orano a Casablanca, e poi più in là al Cairo, in Etiopia, in Mozambico".

L'album "Sponda Sud", interamente composto da brani inediti nel 2007, e il successivo tour teatrale in tutta Italia, con sei prestigiose date nelle maggiori capitali nordafricane come Rabat, Il Cairo, Tunisi, Algeri, Orano, Tangeri, testimoniano ulteriormente questo legame. Il concerto al Teatro dell'Opera del Cairo, in particolare, è stato la prima apparizione di un musicista italiano dopo il tragico caso Regeni, sottolineando l'importanza culturale e diplomatica della sua musica. Bennato, con la sua band, è riuscito a far breccia nel "freddo e austero, quasi austriaco, Nord" del Lago di Garda, dimostrando come la "musica del mondo" possa "far smuovere anche la classica montagna", trasformando una serata piovosa in una vera festa con balli che hanno contagiato tutti, dai bambini agli adulti, fino ad alcuni "teutonici che, rigidi come il marmo, si piegano al caldo suono della 'Taranta Power'".

Il brano "Mon père et ma mère", oltre a raccontare la storia di Enric Parfait, evidenzia l'andamento di un "Sud del Mondo colonizzato e che aspira ad affacciarsi in Occidente", con un rap interpretato dalla figlia italo-francese di Bennato, Eugenia, che sottolinea con la sua maniera il suo vivere quotidiano. Questa fusione di linguaggi e culture è una costante nel lavoro di Bennato, che nella sua antologia "Canzoni di Contrabbando" (2018), attraverso dodici brani tra reincisioni e nuovi mixaggi più un inedito, ha compendiato il suo lungo percorso discografico, facendosi interprete di un linguaggio sonoro che affonda le sue radici nella musica tradizionale napoletana per abbracciare i suoni del bacino dal Mediterraneo all'Africa, "fonte viva di quelle ritmiche primitive che attraverso il deserto e poi il mare si sono innestate nella cultura popolare italiana".

Eugenio Bennato tra passato e presente: un dialogo continuo

Eugenio Bennato in concerto

Eugenio Bennato si è sempre distinto per le sue "scelte musicali contro corrente rispetto alla musica dominante". Nel 1968, la fondazione della Nuova Compagnia di Canto Popolare fu un "gesto rivoluzionario" perché "la musica popolare si contrappone alla cultura dominante". Anche in un periodo in cui il beat e il rock erano i suoni predominanti, Bennato, pur apprezzando artisti come Bob Dylan e i Beatles, scelse la via della tradizione, non come un passo indietro, ma come un "andare avanti", creando una continuità in musica "tra presente e passato".

Bennato sostiene che la tammurriata sia il rap di oggi, riconoscendo nel "parlato ritmico sull'accompagnamento di un tamburo" un "antesignano del rap". E con "Taranta Power" ha messo ancora meglio a fuoco il senso delle parole declamate per dare un ritmo, un "anticipo di quello che sarebbe stato il rap", ma con la consapevolezza che "questo riferimento al testo in senso ritmico come se fosse una filastrocca appartiene al mondo popolare".

La sua carriera è costellata di successi "di contrabbando", come "Brigante Se More", brani che hanno raggiunto una grande popolarità "seguendo strade diverse, oscure", e che il pubblico spesso crede siano canti tradizionali per come li ha conosciuti "per vie alternative rispetto alle logiche commerciali". Questo dimostra la capacità di Bennato di toccare le corde più profonde della cultura popolare, rendendo la sua musica un ponte tra generazioni e tradizioni.

Nel marzo 2020, con la pandemia in corso, è arrivato l'ultimo lavoro di Eugenio Bennato, un concept album, "Qualcuno sulla terra" (edito da Sponda Sud). Questo "viaggio musicale ispirato alla creazione del mondo" presenta "canzoni in perenne equilibrio tra ritmiche complesse, melodie aperte e un 'muro di voci'", con un sestetto vocale, "Le Voci del sud", che include contralto, soprano, tenore, basso, mezzo soprano e baritono. Il disco si chiude con una suite, "A sud di Mozart", composta da corale, opera buffa e tarantella, nata da un lavoro teatrale precedente sulla visita di Mozart a Napoli. L'idea è che, se l'aristocrazia aveva rifiutato il compositore, il popolo, al contrario, gli avrebbe aperto le braccia, portandolo a visitare i quartieri spagnoli.

In "Ballata di una madre", uno dei brani dell'album, Bennato parla dell'amore del primo istante che "genera luce e bellezza, cioè un valore assoluto che va al di là della ragione", sottolineando che "le vite sono tutte da rispettare, quelle passate e quelle future". Questo album, inizialmente un progetto teatrale per il San Carlo, è stato "riattualizzato" per raccontare "la creazione, il cammino dell'uomo in rapporto al suo ambiente, la forza della ragione", partendo dall'assunto che "è l'amore che muove la luna".

Eugenio Bennato, con la sua laurea in Fisica, dimostra che "dividere le materie umanistiche da quelle scientifiche è un atto arbitrario". La sua curiosità intellettuale e la sua apertura al mondo si riflettono nella sua musica, che non si ferma alla nostalgia ma cerca costantemente "qualcosa di nuovo" in un dialogo continuo tra passato e presente, tra tradizione e innovazione.

Edoardo Bennato: il fratello, il punk, il rock e la fiaba

Eugenio Bennato ha un fratello, forse più conosciuto, Edoardo Bennato, nato a Bagnoli il 23 luglio 1946. Edoardo ha scelto una strada diversa rispetto a Eugenio, sebbene entrambi abbiano dimostrato una forte propensione per l'innovazione e una visione controcorrente della musica. Dopo il diploma al Liceo artistico di Napoli nel 1965 e la partecipazione al Festival di Castrocaro, Edoardo si trasferisce a Milano per frequentare Architettura e per entrare in contatto con il mondo della discografia.

La sua carriera discografica inizia nel 1966 con il primo 45 giri, "Era solo un sogno/Le ombre", quest'ultima dove Edoardo suona l'armonica, diventando così il primo cantante italiano a farlo. Il disco, tuttavia, non riscuote il successo sperato. Nonostante le difficoltà iniziali, Edoardo persevera, scrivendo canzoni per altri interpreti e stringendo collaborazioni significative, come quella con Herbert Pagani.

Dopo un'esperienza musicale significativa a Londra, dove ha iniziato a esibirsi come one-man-band, suonando contemporaneamente chitarra, batteria a pedale e kazoo/armonica, Edoardo torna in Italia e nel 1973 pubblica il suo primo album, "Non farti cadere le braccia". L'album, prodotto da Alessandro Colombini e arrangiato da Roberto De Simone, contiene brani significativi come "Un giorno credi", "Rinnegato" e "Campi Flegrei", ispirati anche a Elton John. Il tema principale è la perseveranza e la determinazione di non arrendersi di fronte alle difficoltà della vita.

Il successo, seppur inizialmente scarso, non ferma Edoardo. Nel 1974 pubblica "I buoni e i cattivi", un concept album sulla difficoltà di distinguere il bene dal male, con critiche alle istituzioni, alle amministrazioni pubbliche e alle classi dirigenti del dopoguerra. In questo periodo, viene anche etichettato come il primo italiano a ricevere l'etichetta di punk.

Il 1977 vede l'uscita di "Burattino senza fili", un disco che, sulla falsariga della storia di Collodi, analizza e critica aspetti sociali e filosofici come il conflitto tra la sincerità dei piccoli e l'ipocrisia dei "grandi", l'arroganza dei potenti e la strumentalizzazione della femminilità.

Gli anni successivi sono il momento più fortunato della carriera di Edoardo Bennato. Nel 1980, con pochi giorni di anticipo, pubblica "Uffà! Uffà!", un disco irriverente, ricco di contenuti folli e dissacratori, con una rabbiosa incursione nel punk-rock. Poco dopo, esce "Sono solo canzonette", ispirato a Peter Pan, che sottolinea come il modo di pensare delle persone "serie" spesso sconfinasse nell'arroganza e nella presunzione, non riuscendo a soddisfare l'istinto di libertà e fantasia. Brani come "L'isola che non c'è" diventano iconici, un "piccolo manuale di rock popolare con un testo di altissimo valore poetico ed evocativo".

Edoardo Bennato è diventato uno dei cantautori più acclamati in Italia, le parole delle sue canzoni vengono lette nelle scuole, e lui stesso si è ritrovato nella posizione di "profeta-santone" che aveva tanto esorcizzato. Nonostante il successo, ha continuato a "prendere in giro se stesso come cantautore di successo" con brani come "E invece no".

Nel 1982, con "È arrivato un bastimento", tenta un grande musical sulla fiaba del pifferaio magico, ma riscuote meno successo. Il 1984 vede il primo disco dal vivo, "È goal", con brani storici e l'energia degli spettacoli dal vivo. Nel 1985 esce "Kaiwanna", un disco di rottura con la tradizione, ricco di suggestioni elettroniche, seguito nel 1987 da "OK Italia" e da altri lavori che hanno segnato la sua evoluzione artistica.

Edoardo Bennato ha spesso espresso il suo interesse per la musica di Gioachino Rossini, dichiarando che se Rossini fosse nato ai suoi tempi, sarebbe diventato uno dei Rolling Stones. Questo commento riflette la sua visione di Rossini come un compositore che avrebbe potuto adattarsi facilmente al mondo del rock moderno. Bennato ha integrato elementi della musica classica, inclusa quella di Rossini, nelle sue canzoni, utilizzando orchestre d'archi e riferimenti alla musica settecentesca in brani come "Dotti medici e sapienti" e "Un giorno credi".

La "realtà non può essere questa" è il singolo che Eugenio ha inciso con il fratello Edoardo per testimoniare "questo tempo buio in cui è preclusa la musica dal vivo", unendo le forze per un messaggio comune in un momento di incertezza. I fratelli Bennato, pur avendo intrapreso percorsi diversi, condividono una profonda onestà artistica e una visione autentica della musica.

L'impatto e l'eredità

Pubblico che balla la Taranta

Il contributo di Eugenio Bennato alla musica e alla cultura italiana è innegabile. Ha saputo "salvare dall'oblio la cultura popolare del Sud Italia che alle soglie del 2000 poteva scomparire in modo definitivo", trasformando un percorso "non intellettuale, ma artistico" in un fenomeno di riscoperta e valorizzazione. Il lavoro con i Cantori di Carpino, registrati in studio, ha permesso di "cogliere tutta la loro arte" e consegnare al futuro una testimonianza del loro grande livello artistico, superando le "registrazioni degli anziani cantori fatte su registratori portatili nelle osterie e nelle cantine con una resa tecnica molto rozza".

Bennato, nonostante le critiche di chi vede Napoli in una "deriva culturale", continua a credere nella capacità della città di sorprendere con "qualcosa di nuovo, nella musica, nel teatro e nella letteratura". La sua musica, la sua ricerca e le sue parole, come quelle di Fabrizio De André e Giorgio Gaber, continuano a "portare avanti la tradizione, facendo la sua differenza". Il suo pubblico, lontano dal "divismo che falsa il rapporto con l'artista", dimostra una "grande coscienza", testimoniando il potere della musica di Bennato di creare un contatto umano autentico e profondo. In un mondo dominato da "strapotere irritante dell'oligarchia televisiva e delle radio commerciali" e dai "circuiti digitali spesso superficiali ed effimeri", Bennato continua a proporre la musica dal vivo, consapevole che "il cambiamento delle tecnologie fa parte della storia", ma che il valore dell'arte risiede nell'autenticità e nell'emozione che è in grado di generare.

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