La Dacia, ultima provincia romana a costituire una conquista duratura, in seguito alle campagne condotte da Traiano nel 101/2 e 105/6, offre un affascinante spaccato della complessa interazione tra culture diverse all'interno dell'Impero Romano. In questo contesto, lo studio di Luca Bianchi, "I Palmireni in Dacia. Comunità e tradizioni religiose", si inserisce come un contributo fondamentale per comprendere la presenza e l'influenza di specifiche comunità orientali, in particolare i Palmireni, in questa regione periferica dell'Impero.

La Dacia nel Contesto Romano: Conquista, Organizzazione e Romanizzazione
I primi contatti dei Daci con Roma risalivano quasi a un secolo e mezzo prima, quando Cesare aveva tentato di elaborare un progetto di spedizione per fronteggiare la crescente potenza di Burebista, un valoroso capo che aveva aggregato queste popolazioni in un grande regno sul Danubio e che costituiva un pericolo per le antiche città greche del Mar Nero, dopo avere annientato nemici vicini come i Boi e i Taurisci. Ma la morte di Cesare nel 44 a.C. e quella, di poco successiva, del medesimo Burebista determinarono una brusca svolta negli eventi: il regno dacico si dissolse proprio nel momento in cui l’Urbe - probabilmente - avrebbe avuto maggiori difficoltà a fronteggiarlo.
I Daci, comunque, tornano a costituirsi in una forte monarchia negli ultimi decenni del I sec. d.C. con un nuovo leader di grande valore, Decebalo, che sconfigge e uccide il legato della vicina Moesia, Oppio Sabino, e il prefetto del pretorio Cornelio Fusco, mentre quest’ultimo tenta un’avanzata in Dacia. Domiziano, presente nella stessa Mesia, spedisce oltre il Danubio un altro generale, Tezio Giuliano, il quale ottiene qualche successo in Transilvania; ma i risultati finali dell’operazione non sono troppo favorevoli in quanto formalmente Decebalo si riconosce re cliente, ma in realtà riesce a ottenere numerosi vantaggi, come il versamento di sussidi o l’invio di artigiani specializzati come cooperatori; inoltre, non restituisce a Roma tutti i prigionieri, come invece Domiziano si sarebbe aspettato. Negli anni successivi Decebalo tenta di promuovere una vasta alleanza antiromana, rivolgendosi a popolazioni vicine (come i Roxolani e altri gruppi germanici) e lontane (come addirittura i Parti, che però non aderiscono).
Come Traiano Conquistò l'Inconquistabile — Le Guerre Daciche
Delle due campagne condotte da Traiano e dai suoi generali abbiamo una documentazione sia nei 124 episodi illustrati nel fregio della Colonna Traiana sia nei “quadri” presenti nelle metope del Trofeo di Adamclisi; quasi completamente perdute sono invece le testimonianze letterarie. L’esercito romano passa il Danubio a Viminacium; seguono dure lotte, fra cui una sanguinosa battaglia alle Porte di Ferro; Decebalo tenta di spostare le operazioni verso il basso corso del grande fiume, ma nella primavera del 102 i Romani espugnano la sua capitale, Sarmizegetusa. La tregua viene sottoscritta a condizioni assai dure per i Daci: non viene mantenuta a lungo, perché il re non rispetta quelle condizioni e perché Traiano vuole portare a termine l’impresa. La seconda guerra dacica ha inizio nel 105 e termina con una serie di battaglie intorno a Sarmizegetusa, che infine cade dopo una difesa disperata.
La provincia è istituita nello stesso 106 e il suo territorio è compreso fra i Carpazi, il fiume Tibisco (affluente di sinistra del Danubio), il Danubio stesso e il Mar Nero. Alla morte di Traiano (117 d.C.) scoppia una rivolta dei Daci; Adriano rinuncia ad alcuni territori e divide la Dacia in Superior e Inferior; successivamente sarà divisa addirittura in tre, Porolissensis, Apulensis e Malvensis (Porolissum, Apulum e Malva - il cui sito però non è stato individuato, anche se si era ipotizzato di identificarlo con Romula - erano tre dei centri principali oltre a Sarmizegetusa); nel 271/2 Aureliano rinuncia a questi territori, costituendo una provincia “di ripiego” a sud del Danubio a spese della Moesia Inferior: la Dacia Ripensis.
Quell’impronta rurale tuttavia non significa che, anche qui, la romanizzazione non si sia manifestata attraverso un certo grado di urbanizzazione: l’eredità della vecchia capitale di Decebalo, Sarmizegetusa, che era sulle montagne, fu raccolta subito dopo la conquista da un nuovo insediamento in pianura, Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica, a cui poi Adriano tornò ad aggiungere la denominazione originaria; altri centri si trasformarono prima in municipi e poi in colonie, come Napoca, Romula, Apulum, Potaissa, Porolissum, ecc. Ma la popolazione rimase in gran parte distribuita in pagi, in campagne disseminate di fora, vici, castella: una popolazione che, per sopperire al fortissimo calo determinato dalla guerre, fu rinsanguata con elementi provenienti dalle Gallie, dalle province iberiche, dalla Britannia, dalla Germania, dall’Illirico, ma anche dalle province asiatiche.
Uno dei principali strumenti della romanizzazione della Dacia era costituito dalla fitta rete di strade realizzate subito dopo la conquista: prevalgono in tale rete le direttrici sud-nord, con itinerari che si dipartono dal corso del Danubio e penetrano nell’interno della regione. In particolari situazioni lungo i confini (e non con lunghi allineamenti ininterrotti come, ad es., in Britannia, Germania e Rezia), le reti stradali si articolavano in limites, con accompagnamento di castra, valla, torri di sorveglianza, di avvistamento e di segnalazione. Di particolare importanza, sul Danubio, è il centro di Drobeta (Turnu Severin), base di partenza per le campagne traianee, presso cui fu costruito da Apollodoro di Damasco il grande ponte raffigurato nella Colonna Traiana. Il castrum rimase in funzione, proprio come testa di ponte, anche dopo l’abbandono della Dacia da parte di Aureliano; subì notevoli rifacimenti con Costantino e addirittura con Giustiniano, ultimo tentativo quest’ultimo, da parte dell’Impero d’Oriente, di tenere in vita una base al di là del grande fiume.
Lo sviluppo da castrum a città si coglie in maniera piuttosto problematica ad Apulum, dove, accanto al campo legionario, sorgono due centri urbani, individuabili probabilmente come Colonia Aurelia Apulensis e come Municipium Septimium poi trasformato in Colonia Nova Apulensis. A Romula, dove già scavi eseguiti nel Seicento avevano condotto all’identificazione di tre castra (le rovine furono visitate alla fine del Seicento dall’erudito italiano Luigi Ferdinando Marsili), non è possibile ricostruire un quadro urbano preciso; si sono rinvenuti però avanzi di grandi terme e della cosiddetta Curia, nonché dell’area forense. Anzi, Romula è l’unica città dacica in cui tale spazio sia stato identificato, insieme alla capitale, la Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa. È da ricordare che ancora sotto Alessandro Severo (222-235), ossia qualche decennio prima della fine della breve vita della provincia, la Dacia conosce un ultimo periodo di notevole prosperità con il rilancio delle miniere d’oro: mentre Sarmizegetusa assume il titolo di metropoli, Apulum viene nominata Chrysopolis. Ancora all’epoca di Valeriano e Gallieno (253-268) a Potaissa si restaura un tempio dedicato alla divinità locale Azizus. Non solo, ma appare certo che, anche dopo la rinuncia da parte di Aureliano (271/2), la vita urbana non si interrompe di colpo, specialmente per quanto riguarda la zona più vicina al Danubio: a Drobeta sorge nel IV sec. d.C.
Una alta percentuale delle tipologie architettoniche note nella Dacia romana è concentrata a Sarmizegetusa: foro, templi e altre categorie di edifici (ad es., una aedes Augustalium) legati alla sfera del sacro. Qui e nelle altre città della provincia, sembra che abbiano avuto una certa fortuna soprattutto gli anfiteatri: se nella capitale l’edificio era imponente e aveva alle sue dipendenze anche una scuola di gladiatori, altre arene erano a Buridava, a Porolissum e - presso la linea difensiva costituita dal fiume Olt - nelle vicinanze del castrum di Micia: quest’ultimo era dunque un anfiteatro castrense, a uso della guarnigione. Per quanto riguarda l’edilizia privata, interessanti sono i resti di un quartiere di abitazioni a Micia, con case che sembrano allineate secondo un progetto urbanistico unitario e che costituiscono un’interessante testimonianza della trasformazione del castrum in città. Mentre a Sarmizegetusa si imponeva all’attenzione la decorazione musiva di una abitazione suburbana, distrutta però nell’Ottocento, un’altra residenza suburbana, una villa situata fuori delle mura settentrionali di Romula, costruita nel II sec. d.C.

La Civiltà Geto-Dacica: Origini e Sviluppo Pre-Romano
Per comprendere appieno il contesto in cui le comunità orientali, come i Palmireni, si insediarono nella Dacia romana, è fondamentale esaminare le radici della civiltà geto-dacica pre-romana. La definizione di civiltà “geto-dacica” è applicabile alla tarda età del Ferro, quando le regioni sud dette mostrano una facies omogenea, che ha come epicentro la Transilvania e come presupposto storico l’espansione dello stato unitario dei Daci. Questo ha ingenerato confusione nelle fonti, che non sempre fanno distinzione fra i due gruppi. Seguendo le indicazioni di Strabone (VII, 3, 12) i Geti si possono localizzare nelle regioni comprese fra il Mar Nero e i Carpazi (Dobrugia, Valacchia e Moldavia), mentre i Daci vanno identificati col ramo della Transilvania.
Rapporti col mondo classico, non sempre ostili, vengono allacciati verso la metà del II sec. a.C., quando i Daci adottano il sistema monetale, sia nelle emissioni macedoni, di Taso e di varie città dell’Adriatico e del Mar Nero, sia in contraffazioni per uso interno, con tipi più o meno disgregati. Spostandosi l’asse dei traffici verso l’Italia, le monete greche sono soppiantate dal denaro repubblicano, di cui è documentata una circolazione straordinaria, ma anche alimentata da falsi, come ha dimostrato il ritrovamento di numerosi coni nella fortezza di Tilióca e altrove.
La civiltà geto-dacica nasce dalla fusione di apporti scitici, celtici ed ellenistici, adattati alle particolari risorse della zona e amalgamati in un contesto eminentemente originale. La sua fioritura segue la fase dell’occupazione celtica (non estranea al successivo sviluppo della metallurgia), iniziando col II sec. a.C. e culminando nei due secoli che precedono la conquista romana. Il progresso economico che ne costituisce la base materiale si manifesta nell’uso generalizzato del ferro per la fabbricazione di armi, utensili e attrezzi agricoli, mentre accanto alla ceramica lavorata a mano, di tradizione hallstattiana, compare quella modellata al tornio, in forme sia d’imitazione ellenistica che specificamente locali, come la tazza troncoconica e la fruttiera su alto piede.
L’aspetto più saliente della civiltà geto-dacica è la fortezza situata su un’altura, talvolta con santuario annesso. Per quanto alcune di queste località risultino già fortificate nel II sec. a.C., la distribuzione topografica e l’omogeneità delle tecniche costruttive fanno pensare a un sistema difensivo pianificato (che comprendeva anche torri isolate e terrapieni), risalente all’epoca dell’unificazione dei Daci e in cui sono stati inglobati precedenti centri tribali. Il rito funerario prevalente è l’incinerazione, che continua in età romana nella grande necropoli di Soporul de Cîmpie e altrove. L’uso dei blocchi squadrati rimane una peculiarità delle fortezze di Orăştie e di altre località transilvaniche (Tilişca presso Sibiu e Piatra Craivii, identificata con Apoulon), ma cittadelle e complessi palaziali con santuario sono attestati anche nelle regioni circostanti: Cozla e Bîtca-Do…
L'Arte Figurativa nella Dacia Romana: Tra Influssi e Peculiarità Locali
La nostra conoscenza delle arti figurative della Dacia romana si basa sostanzialmente solo sulla scultura, essendo andati pressoché totalmente perduti i mosaici e le pitture. Si conosce una firma, quella di Claudius Saturninus, autore di una copia, per la verità un po’ impoverita (lo si può constatare nel panneggio), di un originale classico assai noto: la cosiddetta Venere Genitrice; tale copia è stata rinvenuta a Sarmizegetusa ed è conservata nel Museo di Deva.
Nello stesso filone, che segue episodicamente e alla lontana influssi dell’arte “colta” urbana, si possono inserire numerose statue maschili (togati) e femminili (nello schema delle cosiddette Ercolanesi); alcune statue loricate di Apulum, che raffigurano in qualche caso imperatori del III secolo (in due di esse sono stati ipoteticamente individuati Macrino e Pertinace), testimoniano che quei marmisti erano attivi anche nella produzione “ufficiale”. Le sculture votive raffigurano in prevalenza divinità del Pantheon greco-romano, anche se, nel caso di Silvano o di Libero e Libera, vi possono essere interpretationes di culti dacici, che però dagli aspetti iconografici non risultano evidenti, e anche se restano alquanto enigmatici i singolari rilievi dei cavalieri detti appunto Cavalieri Danubiani. Quanto al Cavaliere Tracio, pur importato da un’area vicina, non sembra si tratti di una figura divina molto popolare.
In alcuni casi si recepiscono, sotto vari aspetti, temi orientali: i monumenti mitriaci sono numerosi e variati per dimensioni e per stile, mentre rappresenta Ecate (ed è un caso unico nell’iconografia, peraltro non abbondantissima, di questa divinità) una figura femminile rinvenuta a Sibiu, che nella rigida veste ornata da rilievi ricorda l’immagine dell’Afrodite di Afrodisia. La scultura funeraria, i cui esempi più numerosi si localizzano nell’area transilvanica, recepisce influssi dalla Pannonia riproponendo le edicole a tre pareti con fronte aperta; dal Norico, ripresentando in certo senso atteggiamenti stilistici “barocchi”, con rilievi assai alti e figure dai ricchi panneggi; inoltre dall’ambiente gallo-renano, in quanto alcune sottili figure dai ritmi elegantemente curvi ricordano certe sculture di Treviri.
Ma (come ha scritto L. Bianchi) in stele, medaglioni, cippi, altari, edicole, in una “condotta talora estremamente disinvolta del gioco combinatorio e in libere variazioni sui motivi di repertorio corrente (eroti ghirlandofori, Tritoni, maschere di Medusa, Ammoni, Oceano, ecc.)”, quest’arte dimostra una sua particolare esuberanza. Spesso è presente e in varie formulazioni il tema del banchetto. Se i ritratti non hanno forse particolare forza espressiva, imponenti sono certi fastigi (spesso con figure di leoni accovacciati) che in origine sormontavano stele o, talvolta, mausolei oggi perduti. Apulum, Potaissa, Micia, Sarmizegetusa sembrano i centri di produzione più attivi.

I Palmireni in Dacia: Comunità e Tradizioni Religiose
L'opera di L. Bianchi, "I Palmireni in Dacia. Comunità e tradizioni religiose", pubblicata in DialA, 5 (1987), pp. X-Y, rappresenta uno studio di riferimento per analizzare la presenza di queste specifiche comunità orientali all'interno della provincia romana. La Dacia, per la sua posizione strategica ai confini dell'Impero, attrasse una varietà di popolazioni provenienti da diverse regioni, inclusa la Siria e la città di Palmira, un importante centro carovaniero e commerciale.
I Palmireni, noti per la loro abilità nel commercio e per le loro complesse tradizioni religiose sincretiche, si stabilirono in diverse città della Dacia. La loro presenza è attestata principalmente attraverso iscrizioni votive e monumenti funerari, che spesso combinano elementi religiosi orientali con divinità e iconografie romane. Questo fenomeno di sincretismo religioso è una caratteristica distintiva delle comunità orientali nell'Impero Romano, riflettendo la loro capacità di adattarsi ai nuovi contesti culturali pur mantenendo una forte identità.
Le tradizioni religiose dei Palmireni in Dacia includevano il culto di divinità come Bel, Aglibol e Yarhibol, spesso raffigurate insieme a divinità romane come Giove o Marte. Questo dimostra la fluidità delle pratiche religiose e la tendenza all'interpretazione e all'assimilazione reciproca tra le diverse credenze. L'integrazione di queste comunità nella vita sociale e religiosa della Dacia romana non fu sempre lineare, ma contribuì alla ricchezza e alla diversità culturale della provincia.
La presenza di Palmireni e di altre comunità orientali evidenzia come la romanizzazione non fosse un processo unidirezionale e omogeneo, ma piuttosto un complesso scambio di influenze e pratiche. Le tradizioni religiose dei Palmireni, con i loro culti misterici e le loro divinità esotiche, aggiunsero un ulteriore strato di complessità al panorama religioso della Dacia, che già presentava una mescolanza di culti indigeni dacici e del Pantheon greco-romano.
Lo studio di Bianchi, insieme a lavori di altri studiosi come A. D. Romania romana, E. Condurachi - C. D. La Dacia pre-romana e romana. I rapporti con l’Impero, D. R. Etienne - I. Piso - A. Diaconescu, Les deux forums de la Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa, in REA, 112 (1990), pp., N. Gudea, The Defensive System of Roman Dacia, in Britannia, 10 (1977), pp., I. E. Scallmayer - G. Preuss, Von den Agri Decumates zum Limes Dacicus, N. Gudea, Der Dakische Limes. Materialen zu seiner Geschichte, in JbZMainz, 44 (1997), pp., D. C.C. A. Popa - I. H. Nubar, Corpus cultus Equitis Thracii, IV, C. Pop, Statui imperiali de bronz in Dacia romaná [Statue imperiali di bronzo nella Dacia romana], in ActaMusNapoca, 15 (1978), pp. e L. L. L. Bianchi, Statue-ritratto in marmo della Dacia transilvanica, in Akten des I. Internationalen Kolloquiums über Probleme des provinzialrömischen Kunstschaffens (Graz, 27.-30. April 1989), II, Graz 1991, pp., contribuisce a delineare un quadro più completo della vita in Dacia, ponendo in luce le dinamiche sociali, economiche e religiose che caratterizzarono questa provincia romana. La ricerca sulla presenza palmirena, in particolare, ci offre una prospettiva preziosa sulla mobilità delle persone e delle idee all'interno dell'Impero e sull'adattamento delle tradizioni culturali in contesti nuovi e complessi.