Il Cane Alato: Un Antico Simbolo tra Dacia e Mitologia Universale

Il cane, animale fedele e compagno dell'uomo fin dai tempi più antichi, assume una miriade di significati simbolici attraverso le culture e le epoche, incarnando attributi che spaziano dalla lealtà e la caccia alla protezione dei defunti e alla rappresentazione di divinità. In particolare, la figura del cane alato, o di un canide fantastico, emerge in contesti diversi, dalle antiche credenze daciche e slave ai miti orientali, arricchendo il suo già complesso simbolismo.

Cane alato antico simbolo Daci

La Dacia e le Sue Radici Culturali Profonde

La Dacia, corrispondente in gran parte all’attuale Romania e alla Moldavia, fu una terra di incontro tra Oriente e Occidente, situata tra il Danubio e il Mar Nero. La sua storia è stata segnata da dinamiche culturali intense, come testimoniato dalla ricchezza dei reperti archeologici. Una delle esposizioni più significative in tal senso è stata la mostra “Dacia. L’ultima frontiera della romanità”, a cura di Ernest Oberlander, direttore del Museo Nazionale di Storia della Romania (MNIR), e di Stéphane Verger, direttore del Museo Nazionale Romano. Questa esposizione, la più grande e prestigiosa di reperti archeologici organizzata dalla Romania all’estero negli ultimi decenni, ha ripercorso lo sviluppo storico e culturale della regione dall’VIII secolo a.C.

La mostra ha messo in luce non solo le consistenti tracce della romanità, evidenti in statue in marmo della “cultura romana provinciale” relative alle divinità della religione ufficiale e ai culti orientali diffusi nel II-III secolo, ma anche tanti altri elementi culturali di una terra di confine. Un bellissimo calco a colori di una scena della spettacolare Colonna Traiana, che illustra in 155 scene le imprese belliche dell’imperatore Traiano, il conquistatore della Dacia, insieme a un ritratto dello stesso Traiano e a una testa di prigioniero Dace, ha introdotto i visitatori al contesto storico.

I Daci, un popolo di guerrieri, nel I secolo a.C., sotto la guida del re Burebista, avevano formato un forte regno autonomo, che rappresentò una minaccia per Roma. Dopo essere riusciti a sconfiggere Domiziano, non riuscirono a fare altrettanto con Traiano che avviò nel 101 una guerra di conquista - divisa in due campagne - culminata nel 106 con la morte del re dace Decebalo, suicidatosi per non cadere schiavo dei Romani. La maggior parte dell’area conquistata da Traiano formò la provincia della Dacia, mentre il resto andò alla Mesia inferiore. L’esercito, l’amministrazione e i coloni influirono sulla trasformazione della Dacia in una provincia romana. L'estrazione dell'oro in Dacia durante la sua appartenenza all'impero romano contribuì a risanare le dissestate finanze di Roma per almeno un secolo e mezzo, sebbene la quantità esatta sia difficile da stimare.

Le incursioni barbariche del III secolo costrinsero l’imperatore Aureliano ad abbandonarla nel 272. Nonostante ciò, i residenti continuarono a usare il latino, mentre nella Mesia si preferiva il greco. I Romeni di ora si sentono discendenti dei Romani conquistatori, forse più che dei Daci.

Tesori e Simboli dell'Antica Dacia

La mostra ha rivelato una straordinaria ricchezza di manufatti in argento e soprattutto in oro, che venivano martellati a freddo per ottenere bellissimi effetti scultorei. Tra gli oggetti più spettacolari figurano gli straordinari per peso e fattura bracciali spiraliformi di Sarmizegetusa, realizzati nel II-I secolo a.C. e decorati con palmette e draghi alati. Questi oggetti, insieme ad altri gioielli come quelli delle tombe principesche gepidiche di Apahida (V secolo), caratterizzati dalla tecnica della decorazione a smalto (cloisonné), testimoniano la maestria artigianale e il valore simbolico attribuito ai metalli preziosi. Molti di questi reperti preziosi sono stati ritrovati in “ripostigli” ben nascosti, evidentemente collocati per sottrarli a possibili furti.

Un reperto di particolare interesse è un elmo di un guerriero celtico proveniente da una tomba del III-inizio II secolo a.C. di Ciumesti, che ha come cimiero un sorprendente uccello ad ali spiegate. Questo elemento, sebbene non un cane alato, sottolinea la presenza di animali fantastici e alati nell'iconografia delle popolazioni che hanno abitato o attraversato la Dacia.

Elmo celtico con uccello alato Ciumesti

Il Simbolismo del Cane Alato e delle Creature Fantastiche

Il concetto di cane alato, o di un canide con attributi fantastici, affonda le sue radici in diverse mitologie. Nella mitologia slava, ad esempio, Simargl (o Simargł, Semargl) è il dio della fertilità, della sessualità, della riproduzione, della mietitura e dell'erotismo. Egli veniva solitamente raffigurato come un uccello dalla testa di cane o come un cane alato. Alcuni studiosi pensano sia imparentato con il dio Simurk o Simurg della cultura iranica. Nella cronachistica antico-russa, Simargl figura nell'elenco di sette dei per i quali il principe Vladimir della Rus' di Kiev fece costruire delle statue intorno al suo palazzo reale. Aleksander Brückner interpretò la parola Simargl come nomi di due differenti divinità (Sima e Rgieł), teoria che attualmente non trova credito, ma che evidenzia la complessità interpretativa di queste figure mitologiche.

Il cane in generale, sin dai tempi più antichi, rappresentava la fedeltà e la difesa dell’umano. Fu scelto, nell’ambito funerario, dagli Egizi, dai Greci e dai Romani per vegliare il defunto in virtù dei sensi sviluppati e della capacità di vedere nelle tenebre. Il dio Anubi in forma di canide accucciato su una cappella, cassa canopica del Terzo periodo intermedio dell’Egitto, conservato al Walters Art Museum di Baltimora, ne è un esempio lampante. Questa associazione con il mondo degli inferi e la protezione dei morti potrebbe aver contribuito allo sviluppo di figure canine fantastiche, a cui venivano attribuite capacità superiori e poteri ultraterreni, talvolta simboleggiati dalle ali.

Dio Anubi in forma di canide

Le culture antiche, compresa quella dacica, spesso attingevano a un repertorio iconografico comune, come dimostrano i manufatti decorati con animali fantastici tipici dell’arte orientale e greca, quali grifi e sfingi. Questi motivi erano presenti, ad esempio, sul paranuca di un oggetto ornamentale o religioso scoperto nel 1929 in Romania, decorato sui paraguance con la rappresentazione del sacrificio rituale di un agnello. Questo oggetto, pur non raffigurando direttamente un cane alato, mostra la tendenza a integrare creature mitologiche nel simbolismo religioso e ornamentale, riflettendo un interscambio culturale.

Il Cane nella Religione e nella Mitologia

Il culto del serpente Glykon di Tomis, inizio III sec., rappresenta un altro esempio di divinità zoomorfa con caratteristiche fantastiche, popolare nel mondo romano del II sec. d.C., come dimostrano fonti numismatiche ed epigrafiche. La statua di Tomis lo ritrae come un animale fantastico con orecchie e capelli umani, testa di pecora, corpo di serpente e coda di leone. Sebbene non sia un canide, questa figura sottolinea la creatività e la sincretizzazione di elementi animali e umani per rappresentare poteri divini.

Il cane assume diversi significati, ma incarna sopratutto il simbolo della fedeltà e della caccia, come attributo a Diana, dea casta spesso rappresentata in abiti corti e munita di arco, faretra e frecce. Il cane, per il suo fiuto e la vista acuta delle prede, è il suo attributo, come si osserva nella Sala delle divinità a Villa Nichesola-Conforti a Verona, nell'opera di Paolo Farinati (1590).

Nella mitologia greca, Cerbero è il terrificante cane dalle molte teste che sorveglia l’ingresso degli inferi. La sua figura viene ripresa da Dante nella Divina Commedia, dove il mostruoso cane vigila l’accesso al terzo cerchio dell’Inferno dei golosi. Dante lo descrive attraverso tre sostantivi: “fiera”, “vermo” e “demonio”, attribuendogli anche caratteristiche umane come la barba, le mani e le facce. Gli occhi rossi di cupidigia, il ventre largo per l’avidità e le zampe con grandi artigli sottolineano il suo simbolismo nel contesto del male medievale. Il numero tre, tre teste per il peccato di gola e per il terzo girone dell’inferno, è anch'esso simbolico.

Ercole e Cerbero

Il Cane nell'Arte e nella Società attraverso i Secoli

L'uso del cane come simbolo di fedeltà e protezione si è protratto attraverso i secoli, trovando espressione in diverse forme d'arte. Mosaici romani, come il celebre "Cave canem" (attenti al cane) del II secolo a.C. dalla Casa del Poeta Tragico a Pompei, conservato al Museo Archeologico di Napoli, presentano figure di grossi cani ringhiosi all’ingresso delle case, con un chiaro monito.

Nel bassorilievo mitraico del III secolo, conservato al Museo del Louvre, il cane viene rappresentato anche nelle scene di caccia come aiuto per il guerriero. Il culto mitraico, importato dalla Persia, si fonda sulla concezione della vittoriosa lotta del bene contro demoni malefici, e in alcune rappresentazioni il cane ha il compito di succhiare l’anima che uscirà dalla ferita per riportarla al dio. Un altro rilievo raffigurante la tauroctonia, proveniente dall’antica città di Nida (l’attuale Heddernheim) e conservato al Museo di Wiesbaden, mostra il medesimo soggetto con protagonisti l’eroe e il suo cane.

Bassorilievo mitraico con cane

Nel Medioevo e nel Rinascimento, il cane continua a essere un potente simbolo. Nel monumento funebre a Ilaria del Carretto (1406-148) di Jacopo della Quercia nel Duomo di Lucca, il cucciolo accoccolato ai piedi della donna volge il muso verso di lei ed è il simbolo della sua fedeltà come moglie.

Il "Ritratto dei coniugi Arnolfini" (1434) di Jan van Eyck, alla National Gallery di Londra, presenta un cane ai piedi dei coniugi, rappresentando la fedeltà coniugale, e, secondo lo storico dell’arte Giuseppe Nifosi, appare ritratto con un’espressività maggiore rispetto ai due sposi. Anche nella "Venere di Urbino" (1538) di Tiziano Vecellio, agli Uffizi di Firenze, il cucciolo addormentato ai suoi piedi esalta la virtù della nobildonna, fedele al proprio sposo.

Cane nel Ritratto dei coniugi Arnolfini

Nel "Ritratto di cavaliere" (1510) di Vittore Carpaccio, al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, i due cani rappresentano la fedeltà all’Ordine cavalleresco dell’Ermellino. In "Vanity" (1485 circa) di Hans Memling, al Musee des Beaux-Arts di Strasburgo, un cagnolino bianco rappresenta la purezza dell’amore casto e fedele, contrapposto a due levrieri, simbolo della lussuria.

In opere come "Due dame veneziane" (1490-1495 circa) di Vittore Carpaccio, al Museo Correr di Venezia, il cane bianco è simbolo della fedeltà, contrapposto al cane ringhioso che allude alla sorveglianza sulla castità.

Nel contesto religioso, in alcune raffigurazioni dell’Ultima Cena del Cristo, come nell’opera del Romanino (1513) al Museo civico degli Emeritani di Padova, i cani simboleggiano l’inimicizia, con un cane che abbaia rumorosamente verso il gatto che fugge verso Giuda. Una seconda "Ultima Cena" (1542) di Jacopo Bassano, alla Galleria Borghese di Roma, presenta invece un cane appisolato, in un dipinto quasi chiuso nello spazio affollato e con poche idealizzazioni.

La "Melissa" (1520 circa) di Dosso Dossi, alla Galleria Borghese, inizialmente confusa con Circe, venne in seguito identificata come Melissa, la buona maga dell’“Orlando Furioso”, nell’atto di compiere sortilegi per proteggere Bradamante. Il cane che la accompagna rappresenta la sua fedeltà, conferendole un valore positivo.

San Rocco, come illustrato nell'"Apparizione dell’angelo a San Rocco" (1584) di Gaspar Dias nella Chiesa di San Rocco a Lisbona, ha come attributi la gamba fasciata e un cane. Si narra che il santo, ammalatosi mentre curava gli appestati, si ritirò in una grotta dove fu raggiunto da un cane che rimase fedele sino alla sua guarigione, rendendolo protettore dei cani e simbolo non solo di fedeltà, ma anche di cura e abnegazione verso il prossimo bisognoso.

Nell'arte moderna, Gustave Courbet, in "Atelier del pittore" (1854-1855) al Musee d’Orsay, usa un bambino con un cane bianco per simboleggiare la verità e la fedeltà del suo messaggio artistico, contrapponendola all'arte accademica. Anche in "Donna nuda con cane" (1861-1862 circa) di Courbet, sempre al Musee d’Orsay, la posa erotica del nudo e l’impostazione realistica del dipinto sembrano esplicitare le attenzioni amorevoli della donna verso il cane, con l'artista che proietta se stesso nell'animale.

Pablo Picasso, in "Due acrobati con il cane" (1905) al MoMa di New York, ritrae due ragazzini circensi e un cane con volti vuoti e tristi, persi nella loro emarginazione, eco del periodo blu dell'artista. Giacomo Balla, con "Dinamismo di un cane al guinzaglio" (1912) all'Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, rappresenta il piccolo cagnolino secondo una sequenza temporale, dove ogni singolo movimento si sovrappone e compenetra, formando un’immagine “mossa”.

Carlo Carrà, nelle sue opere "Le figlie di Loth" (1919) e "Le figlie di Loth III" (1940), quest'ultima ai Musei Vaticani, include un cane che volge la zampa a una delle figlie, molto probabilmente rappresentando l’estremo altruismo delle figlie che, per evitare l’estinguersi della loro stirpe, si congiungono con il padre.

Infine, Jeff Koons, dalla metà degli anni Novanta, ha prodotto una serie di opere dedicate al figlio, con soggetti legati al gioco infantile, tra cui i celebri "Balloon Dog". Queste sculture monumentali, pur nella loro apparente leggerezza dovuta alla colorazione specchiata, continuano a evocare l'immagine del cane, sebbene in una chiave contemporanea e giocosa.

Jeff Koons Balloon Dog

Il viaggio attraverso la storia del cane come simbolo, e in particolare del cane alato o canide fantastico, rivela un intreccio profondo tra mitologia, religione, arte e società, testimoniando la sua persistente presenza nell'immaginario collettivo e la sua capacità di incarnare valori e significati universali.

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