La vita di una comunità si tesse attraverso gli eventi che la animano e le storie individuali che la compongono. A Tronzano Vercellese, questa dualità emerge chiaramente, con un calendario ricco di manifestazioni che celebrano la cultura, lo sport e le tradizioni locali, affiancato dalle profonde riflessioni di chi ha vissuto esperienze significative legate al territorio.
Un calendario vivace: eventi e tradizioni a Tronzano Vercellese
Tronzano Vercellese si distingue per la sua capacità di offrire un programma variegato di appuntamenti che coinvolgono l'intera comunità e attraggono visitatori da ogni dove. Questi eventi spaziano dalle celebrazioni storiche alle iniziative sportive, dalle rassegne culturali agli appuntamenti enogastronomici, dimostrando un impegno costante nel promuovere il senso di appartenenza e l'ospitalità locale.

Festeggiamenti tradizionali e ricorrenze speciali
Tra le ricorrenze più sentite spicca il Carnevale di Tronzano, giunto alla sua 53° edizione. Un evento atteso che si svolge in più giornate, dal venerdì 27 febbraio alla domenica 1 marzo, con numerosi appuntamenti. Il 27 febbraio alle ore 21:00, si tiene il ritrovo delle maschere, seguito il 28 febbraio dalla sfilata dei carri e delle maschere in notturna. La domenica 1 marzo, la sfilata pomeridiana chiude i festeggiamenti, riempiendo le strade di colori e allegria. Questo evento è un appuntamento imperdibile per la comunità, che si riunisce per celebrare una tradizione radicata nel tempo.
Un altro appuntamento di grande richiamo è la Festa Patronale di Salomino, l'evento più atteso di fine estate, che si tiene dal 5 al 10 settembre. Questa festa rappresenta un momento di convivialità e tradizione, dove la comunità si ritrova per celebrare il proprio patrono con manifestazioni religiose e laiche. La tradizionale Sagra dei Santi Pietro e Paolo è un altro evento significativo, che si svolge presso l'Area Fontana - C.so V., radunando i residenti in un clima di festa e condivisione.
Appuntamenti culturali e mercatali
Il panorama culturale di Tronzano è arricchito da diverse iniziative. La mostra culturale “Canale Cavour - Il Conte delle Vie d’Acqua”, a cura di Renato Martinelli, si tiene dal 18 al 20 dicembre presso l’Ex Albergo del Sole. Questa mostra offre un'opportunità unica per approfondire la storia e il significato del Canale Cavour, un'opera idraulica di grande importanza per il territorio.
In vista delle festività natalizie, l'evento LA MAGIA DEL NATALE 2025 A TRONZANO VERCELLESE: “InCanto di Natale” promette di incantare grandi e piccini. I biglietti sono disponibili dal 24 novembre presso l'Oreficeria Nicolosi, in Corso V. La manifestazione vedrà la partecipazione di commercianti, artigiani, associazioni di categoria e associazioni di volontariato del territorio, con attrazioni per bambini, castagnate, esposizioni artistiche, musica e street food. Si tratta di un'occasione per vivere la magia del Natale in un contesto di comunità.
Il mercato settimanale, solitamente un momento di incontro e commercio, viene occasionalmente anticipato, come il mercoledì 24 dicembre, quando si svolge dalle ore 8.00 presso l’area mercatale di Tronzano. Questi mercati sono vitali per la vita economica e sociale del paese, offrendo prodotti locali e momenti di socializzazione.

Sport, natura e divertimento
Il legame tra Tronzano e lo sport è forte, come dimostrano le numerose iniziative dedicate all'attività fisica e al benessere. La Festa dello Sport-Edizione Olimpica, il 15 e 16 giugno, offre due giorni di sport e divertimento. Sabato 15 giugno alle 17, l'inaugurazione del Parco Silvio Piola Verde al parco giochi di via Torino è seguita dal trasporto della fiaccola olimpica in Area Fontana, dove viene acceso il braciere Olimpico per l’apertura della manifestazione. Dalle 19:30, un apericena gestito dalla Pro Loco di Tronzano Vercellese conclude la giornata.
Un appuntamento ormai consolidato per gli appassionati di motori è la 5^ edizione di “Tronzano motori”, che si tiene la domenica 21 settembre, con MOTOR ROCK, musica live e divertimento dalle ore 15.00. Anche la 4^ edizione di “Tronzano motori” si è svolta la domenica 21 luglio, offrendo momenti di svago e passione per i veicoli.
Per gli amanti della natura e dell'escursionismo, la storica Camminata in notturna da Tronzano a Oropa è un evento da non perdere. La partenza è prevista alle 21.30 circa (ritrovo ore 21 all’ex Albergo del sole) di sabato 30 agosto da Tronzano e l'arrivo intorno alle 7.30-8.00 di domenica 31 agosto al Santuario. Per chi partecipa alla marcia (minorenni solo se accompagnati da un maggiorenne ogni 2), si raccomanda di indossare obbligatoriamente GILET AD ALTA VISIBILITÀ (catarinfrangente), scarpe comode e antipioggia (NO SCARPE DA MONTAGNA!!!), avere un paio di calze di ricambio, una luce/lampada frontale, cioccolata e almeno due panini per le soste, durante la notte. È consigliato indossare indumenti di colore bianco.
Un'altra iniziativa che unisce attività fisica e riscoperta del territorio è la pedalata organizzata dalla Pro Loco di Tronzano il lunedì 2 giugno. Un percorso adatto a grandi e piccini, con ritrovo presso l’ex-albergo del sole alle ore 9.00, partenza alle 9.15 e arrivo alla chiesetta della Madonna del Tabalino per la Santa Messa alle 11.30.
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Iniziative sociali e di beneficenza
La comunità di Tronzano Vercellese dimostra anche una forte sensibilità verso le tematiche sociali e ambientali. In occasione della giornata mondiale delle api, gli amici d’la tripa organizzano la distribuzione di panissa d’asporto, devolvendo il ricavato al progetto dell’apiario urbano di Tronzano Vercellese, sostenuto da Commercio Attività Turismo Tronzano. La distribuzione avviene presso l’Area Fontana la domenica 25 maggio dalle ore 11:30, promuovendo la tutela delle api e la sostenibilità ambientale.
Il 27 settembre alle 21 presso la chiesa dei SS. Pietro e Paolo si tiene una Santa Messa per tutti i donatori di organi, tessuti e cellule. È richiesto di indossare indumenti di colore bianco, in un momento di raccoglimento e gratitudine per chi compie questo gesto di altruismo. Un'altra messa viene celebrata il 16 marzo alle 11.15 in ricordo di Agostino Picco e di tutti gli Alpini.
Eventi serali e spettacoli
Tronzano Vercellese offre anche momenti di svago e intrattenimento serale. Venerdì 17 e sabato 18 ottobre, il Nuovo Fiaschetto & I Disprà propongono un weekend di musica, colori e divertimento all’Ex Albergo del Sole. Il giovedì 16 ottobre alle 21, presso la Biblioteca Civica, Ivan Lasco presenta: “La fabbrica degli immigrati”, un incontro per riflettere sulle conseguenze globali delle nostre scelte di consumo.
Il Teatro Palestra di Tronzano ospita diversi spettacoli, come “Patria. Il paese di Caino e Abele”, in scena venerdì 14 febbraio alle 20.45. La Cooperativa Mary Poppins, in collaborazione con l’amministrazione comunale, organizza per sabato 21 dicembre dalle ore 21:15 un Concerto Musicale presso il Teatro Palestra delle Scuole Elementari, con l'esibizione del gruppo “Gospel e dintorni” a cura dell’associazione culturale Note di Passaggio. Il 13 e 14 dicembre alle 21, sempre al teatro palestra delle scuole elementari, va in scena lo spettacolo teatrale “Panacea di tutti i mali”, commedia teatrale in tre atti della Compagnia Teatrale “Poco Stabile”, in dialetto piemontese. Questi eventi arricchiscono l'offerta culturale del paese, promuovendo il teatro e la musica.
La gastronomia locale e i sapori del territorio
Anche la buona cucina ha il suo spazio negli eventi di Tronzano. Una serata speciale è dedicata ai sapori del territorio con un costo di 40€ per i soci AIS e 50€ per i non soci. Quattro i dolci che usciranno dalla cucina dello chef Davide Posillipo: tartelletta al limone e mango con meringa soffice, cheesecake di Taleggio con confit di pere, sfogliata calda alle mele renette e gelato alla crema fatto in casa e mousse al fondente Ecuador con gelée ai frutti rossi. Un'occasione per gustare prelibatezze preparate con maestria. Al termine della passeggiata alla scoperta delle edicole votive, presso l’Area Fontana è possibile pranzare con un menù convenzionato, valorizzando la gastronomia locale.

Riflessioni sul servizio militare: un'esperienza formativa e i suoi veicoli emotivi
Accanto agli eventi che scandiscono la vita della comunità di Tronzano Vercellese, emergono le testimonianze personali di chi ha vissuto esperienze significative, come quella del servizio militare obbligatorio, noto come "naja". Queste memorie offrono uno spaccato profondo su un'epoca passata e sulle sfide emotive e pratiche che essa comportava.
La chiamata alle armi: un destino ineludibile
Il servizio militare che era stato rimandato per quattro anni perseguitava il protagonista della vicenda. La finta iscrizione alla facoltà di giurisprudenza non bastava più. All’inizio del 1970, non si poteva più impedire che arrivasse la cartolina. A dispetto dell'attività alpinistica presentata ad Aosta per gli Alpini, siccome il padre era granatiere, il destino era la fanteria dei granatieri.
Quindici mesi rubati agli anni più produttivi erano ritenuti un danno in gran misura; la posizione non era quella dell’impiegato che, una volta tornato, ha il posto assicurato, ma era ben diversa. Fu fatta domanda alla Scuola Alpina di P.S. a Moena, che accettò, ma non si riuscì ad evitare la partenza per il CAR di Orvieto. La sera del 24 febbraio, la partenza per il CAR (Centro Addestramento Reclute) di Orvieto fu impietosa, senza neppure la sicurezza che la domanda presso la Scuola Alpina di Moena fosse accettata.
La speranza di Moena e la realtà di Orvieto
Il tenente colonnello Lorenzo Cappello, comandante a Moena, rispose solo il 3 marzo con una lettera che fu ricevuta ben dopo. Molto umano, cercava di consolare dicendo che comprendeva lo stato d’animo ma che presto si sarebbero assorbite le nuove condizioni. Confermava di aver avviato la pratica con il Ministero della Difesa per l'arruolamento e che di sicuro il 22 o 23 aprile si sarebbe stati chiamati a Roma per la visita e l’esame psico-tecnico. Trionfalmente concludeva annunciando che il 27 o 28 aprile si sarebbe partiti assieme agli altri per Moena. Continuava negando la possibilità di un matrimonio, in quanto nessuno poteva contrarre vincolo matrimoniale prima del 28° anno di età. Infine, rassicurava sulla possibilità di svolgere una buona attività alpinistica assieme al gruppo di scalatori già presente a Moena. Cappello aveva capito con quanta amarezza si stava accettando il destino. In effetti, furono scritte un po’ di lettere agli amici, esternando la propria costernazione. Chi più chi meno comprensivo, tutti risposero. Tra questi, anche una lettera di Vittorio Pescia che si conserva con amore, datata Genova, 14 aprile 1970. In essa, Vittorio esprimeva il piacere di aver letto le ultime notizie della vita militare, comprendendo la difficoltà di adattarsi all'”inutilità” di giornate passate senza poter prendere alcuna iniziativa, specialmente per un tipo abituato ad agire spesso contro ogni regola dell’esistenza comune. Riguardo a Nella, Vittorio percepiva l'innamoramento e incoraggiava a tenerla vicina, ricordando che gli amici passano, ma una donna, se ti vuole veramente bene, resta l'unico appoggio valido.
La quotidianità della caserma: disagi e adattamento

Il viaggio per Orvieto, avvenuto il 25 febbraio 1970, alle ore 18.45, fu tragico e insonne. Sceso alla stazione di Orvieto in perfetto orario la mattina, anziché il plotone d’esecuzione per diserzione e tradimento della Patria, si trovò una camionetta che imbarcava assieme a due capelloni che tremavano di freddo (la camionetta era tutta aperta). Di Orvieto non si vide assolutamente nulla, e con la desolante sensazione di non avere la più pallida idea di dove si trovasse il Nord, si entrò in caserma. Il fare duro e severo sconfortò i primi risolini delle reclute più anziane di ben 19 giorni. La prima giornata si risolse in un'attesa unica di non si sapeva bene cosa, anche in quel momento, si aspettava l'indirizzo esatto e le coperte per il primo “bivacco”. Non si credeva di avere una capacità di sopportazione così elevata, di adattamento alle condizioni più snervanti. I cessi erano aperti a intervalli, e quando li aprivano erano a valanghe quelli che si precipitavano. Quanto a condizioni non erano orrendi, ugualmente però faceva schifo toccare le maniglie. Le attese erano sempre nei corridoi, freddi e ventilati. Questi esperimenti di ipotermia prolungata non avevano dato particolare fastidio, ma c'era e c'è un freddo bestiale. Il pranzo di mezzogiorno fu assolutamente immangiabile, comunque si consumò la razione senza sprechi, come una purga. Quello della sera ancora peggio, per non parlare della pulizia. Se non si fosse tornati infetti sarebbe stato miracoloso. E pensare a questo continuamente era davvero una rottura di coglioni! Il livello generale dei tipi con i quali si era accompagnati per fortuna non era così basso. C’erano persone anche decenti. C’era anche un certo Gianni, di Bassano, giornalista e medio alpinista, con il quale si chiacchierò un po’. Lui riconobbe subito il protagonista. Fino a quel momento si avevano ancora capelli e barba, ma non importava di quando si sarebbero dovuti tagliare. L'attesa si prolungava e i piedi erano gelati. Andavano con una lentezza esasperante, quasi studiata, si direbbe, se non si fosse stati sicuri che purtroppo non era così. Tutti scrivevano a casa, mostravano foto di fidanzate e di alcune mogli. Chiedevano tutti da dove si venisse, specie quelli che erano già lì. E la via dove si abitava, e se si conosceva il tale, e che tempo faceva quando si era partiti. Domande molto semplici che per il protagonista sarebbero state difficili da fare, lì erano normali. Se si era abituati a spostarsi da una parte all’altra dell’Italia, lì l’80 per cento era pesce fuor d’acqua. In maggioranza erano dell’Italia Centrale, seguivano in pari quantità e minor misura i settentrionali e i meridionali. Erano passate poche ore, eppure il bisogno di stare con Nella era già fortissimo. Lì tutti erano sicuri che le loro donne li avrebbero aspettati, povere creature, nessun accenno, neppure per scherzo, a eventuali corna.
Lettere e riflessioni: il mondo esterno e quello interno
Il 26 febbraio 1970, alle 18.45, si scrisse a Nella da una posizione scomodissima, appoggiati al davanzale di un finestrone, perché nella camerata le luci erano spente, gli scrittoi e le sedie occupate. Si attese tutto il giorno, in particolare la divisa. Alle 17.30 era finalmente arrivata, ma solo la tuta mimetica, che per fortuna andava abbastanza bene. Così si poteva circolare macchiati di verde, marrone e bigio e si aveva meno freddo della sera prima. Non si trascorse una brutta notte, sveglia alle 6.15, ma chi era ancora in borghese rimase stravaccato fino alle 7.30. Il giorno dopo si sarebbe cominciato a parlare con il comandante di compagnia per essere messi nella SMEF (Scuola Militare Educazione Fisica). Almeno lì si stava tutto il giorno in tuta sul campo sportivo e non si facevano marce. Mentre si scriveva, i caporali continuavano a rompere le scatole sbraitando che le sedie che non appartenevano a quella sala dovevano essere trasportate nell’altra, che non si poteva fumare, che la bustina bisognava toglierla dalla testa (il protagonista se ne fregava, tanto non gliel’avevano ancora data). Il rancio del giorno era uguale a quello precedente, forse ancora più schifoso, per questo si mangiò meno. Alla sera c’era il riso avanzato del mezzogiorno e un bollito di brodaglia nauseante, “delizioso”. Si cominciava a nausearsi delle camerate, dei corridoi, dei cortili, di tutto e di tutti. Per il momento non si poteva ancora telefonare, ma nei giorni prossimi sì. Non si vedeva l'ora di ricevere notizie da Nella, anche le meno importanti. Non si era neppure chiesto la sera prima se le fosse passata la febbre. La situazione era come in prigione. La mattina, rizzandosi in punta di piedi, si poté vedere il campanile di una chiesa e poi solo il muro interno e rossastro della caserma. Il giorno dopo, guardando dalla finestra della camerata, si vide la valle sotto il rilievo di Orvieto. In fondo c’è l’autostrada del Sole. Si vedevano i sorpassi, le marche delle auto: e soprattutto le vetture che andavano e il treno accanto, libere. Ci si sentiva in pieno d’essere in carcere. Si sarebbe potuto uscire solo tra quindici giorni, ma cosa poteva interessare vagolare per due ore scarse in giro per Orvieto? Per cacciarsi in un bar, tanto valeva stare lì a scrivere. Se si aveva voglia di una ciambella o di una fetta di crostata, bastava andare in quelle ore allo spaccio. Una ciambella, tipo krapfen, 30 lire. Una crostata, 50. Una pizza, 30. Mezzo litro di latte, 70 lire. Fino a quel momento non si era ancora fumato, ma era snervante stare a far niente di niente. Si sperava che Nella, ora che il protagonista era assente, non si mettesse a fumare le sue 20 al giorno, se non di più. Ci si sarebbe incazzati anche se fossero state solo 5 o 6. Lì c’era solo da aspettare, ora si attendeva di andare a dormire, almeno dormendo il tempo passa prima. A vedere il treno che passava diretto al Nord, si pensò a Nella, in quel momento non si sapeva cosa stesse facendo e si voleva averla vicina. Si doveva scriverlo, come di certo stava facendo il vicino. Lì si diventava lacrimevoli per forza. Si preferivano i giorni dei litigi più tremendi tra i due che quell’inutile separazione, lunga e fastidiosa. Si pensò a cosa sarebbe successo se si fosse venuti lì l’anno scorso, senza conoscerla. Si sarebbe sicuramente impazziti. Almeno ora si sapeva che c’era lei ad aspettare e che l'attesa era per qualcuno. Lì c'erano insopportabili scritte del tipo “difendendo la Patria proteggi tua Madre” che si avevano continuamente sotto gli occhi.
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La realtà della caserma: igiene, cibo e disagio psicologico
Il 27 febbraio 1970, alle 18.35, si scrisse a Nella. La mattina si attese dalle 8 alle 11.30 per fare la famosa puntura nel petto. Già di primo mattino si vedeva gente svenire, portata a spalle dagli altri in infermeria. Quando si entrò, c’erano tre svenuti sulle brandine. Nell’immaginazione e nelle chiacchiere l’ago era ormai arrivato a 20 cm di lunghezza. La realtà fu ben diversa. Poi il rancio, pestifero. L’unica cosa buona era il pane. Tutti salirono in camerata perché, dopo la puntura, avevano diritto a tre giorni di riposo. Il pomeriggio lo si passò sdraiati con una coperta sulle gambe. Meglio così che in piedi nei corridoi gelidi. Non si era mai così tanto meritato il nomignolo affibbiatomi dalla cara nonnina la quale, vedendomi sdraiato sul letto senza studiare, perché meditavo e pensavo alla Nord-est del Badile, mi chiamava in ligure brandâ, che vuole dire brandaio, amante dei letti e brande in genere. Verso le 17.30 il capitano della compagnia, mentre si andava a mangiare, chiamò per la barba, ma siccome non si era ancora in divisa disse solo che la si sarebbe dovuta tagliare. Visto che non era poi così cattivo come sembrava gli si disse che si voleva parlargli e così, dopo che lui “prestò attenzione” alle richieste per lo SMEF, disse che il nome non gli era nuovo e che comunque se ne sarebbe senz’altro riparlato allorché si avesse avuto la divisa. In compenso lì in camerata (ci si poteva stare perché si era a riposo) l’allegria cominciava a fare la sua comparsa, si cominciava a conoscersi per nome, ci si scambiava il panino con il salame, la gruviera tirata fuori da chissà dove. Si era con un gruppetto abbastanza su di cultura, massimo una decina. Si pensò che il 50% della Settima Compagnia era tutto di analfabeti, almeno 100 ragazzi che non sapevano né leggere né scrivere. Almeno, la voce che girava era questa. La sera prima, dopo aver imbucato la lettera per Nella, si entrò dentro lo spaccio, dove la cosa più interessante era il juke-box. Si cominciò a sentire mancanza di libri e riviste. Tutte le riviste di quella settimana, da Epoca a Tempo, a L’Europeo e alla Domenica del Corriere le si erano lette, come anche parecchia letteratura del terrore e gialla. Ma lì non girava altro. Se Nella avesse voluto mandare qualcosa, non troppo voluminoso, avrebbe fatto senz’altro piacere, altrimenti lì tra un po’ si sarebbe potuto dare l’esame su Diabolik e soci. La sera prima alle 23 una serie di urla strazianti in un’altra camerata. C’era uno che si voleva gettare dalla finestra, lo tenevano a forza e questo strillava come un pazzo. L’avevano portato via con mani e piedi legati. Lì si mangiava tutto quello che capitava a portata. In quel momento si era appena finito di sgranocchiare una mela gentilmente offerta. Tra un po’ si sarebbe scesi giù allo spaccio, si sarebbe comprato il latte e poi si sarebbe saliti su a farsi il letto. Occorreva sistemare il pagliericcio sulla tela che era agganciata ai ganci delle spalliere metalliche. Bisognava agganciarli uno per uno perché il mattino dopo bisognava disfare tutta la prima metà e ribaltare sull’altra. Una menata a non finire, specie per chi, come il protagonista, era inetto in queste cose. Se al mattino ti trovavano il letto malfatto erano grane a non finire. I più fessi lì li mandavano per punizione a spalare merda nei cessi e a lavare le marmitte. Lì si sarebbe sicuramente svenuti se lo avessero fatto fare. Poi finalmente si sarebbe potuto rintanarsi nella cuccia e si sarebbe potuto pensare a Nella in silenzio e tranquillità. Alla Peutérey non si pensava quasi, si era già rinunciato, non si credeva che avrebbero dato alcuna licenza. Proprio perché non ci si arrabbiava, ci si rodeva molto e in cuor proprio si odiava l’esercito. Si sperava tanto che per quella faccenda che preoccupava andasse tutto bene (qui ci si riferisce a un ritardo del ciclo di Nella e alle idee antiabortiste del protagonista). Si aveva paura che Nella in caso di pasticci si sarebbe regolata come credeva, magari senza neppure dire niente, ma era solo un pensiero di passaggio, grigio come quel posto. In realtà si sapeva che non avrebbe mai potuto agire in quel modo. Si desiderava tanto che Nella fosse lì per accarezzarle i capelli e sentirsi più sicuro del suo amore. Sotto c’era uno di Latina che si sposava a 19 anni, tra poco, perché pareva che la ragazza fosse incinta. Poi però confidò di aver scopato con lei solo il sabato scorso!
La comunicazione con l'esterno: tra attese e speranze
Il 28 febbraio 1970, alle 19.20, si scrisse a Nella, dispiaciuti di non aver ancora ricevuto nulla da parte sua. La colpa era di certo del lentissimo servizio di smistamento. Non si poteva ancora telefonare. Le lettere erano l'unico vero veicolo di comunicazione e di speranza, un modo per mantenere vivo il legame con il mondo esterno e con gli affetti. La corrispondenza, pur se lenta e frammentata, rappresentava un filo conduttore con la vita lasciata fuori dalla caserma. Era un modo per affrontare la "naja", non solo come un periodo di formazione militare, ma come un'esperienza profonda che incideva sulla psiche e sulle relazioni umane, modellando la percezione del tempo, dello spazio e dell'affetto.
