Umberto Dei: Un Mito su Due Ruote tra Nostalgia e Rinascita

La primavera è il momento ideale per riscoprire il piacere della bicicletta, compagna fedele di piccoli viaggi e simbolo intramontabile di libertà. Che sia un modello di ultima generazione o un esemplare d'altri tempi, la bicicletta conserva un fascino inalterato. Tra i marchi che hanno segnato la storia, spicca la gloriosa Umberto Dei, protagonista di un romanzo che scorre liscio sulle due ruote, scritto dallo scrittore riminese Michele Marziani. Attraverso le pagine iniziali di questo racconto, accompagnati dalla collaborazione di Francesco Angelelli e dell'associazione “Legg’io”, ci addentriamo nel mondo di questa iconica bicicletta.

Capitolo I: L'incontro che Cambia un Pomeriggio

La luce entrava di taglio nella bottega, tingendo l'aria di un pomeriggio primaverile profumato di glicini, mentre il cielo limpido si specchiava sul Naviglio. Fu in quel momento che, osservando il brillare negli occhi di Nas di fronte alla mia Umberto Dei, compresi appieno il concetto di cultura universale. Il ragazzo, un giovane di origini marocchine, era entrato con la consueta discrezione, sperando forse di trovare attrezzi per la sua bicicletta, lasciando in cambio qualche euro o, in caso contrario, portandosi via una chiave o del mastice. Di solito non mi preoccupo di queste piccole incursioni; non mi piace l'idea che la mia città venga percepita come un luogo di diffidenza. In realtà, un certo sospetto reciproco aleggia nell'aria, anche qui, lungo la Martesana. Ma io provengo da un'altra esperienza di vita, dove ho imparato che è preferibile perdere un attrezzo piuttosto che lasciare qualcuno a piedi, in balia della strada.

«Hai del lavoro per me?» mi chiese Nas. O meglio, prima si presentò, mi tese la mano e, dopo che gli feci notare che la mia era sporca di grasso, mi strinse il polso con fermezza. «Me ne intendo di biciclette», esordì, «ne avevo una al mio paese, una italiana, una importante, almeno per mio padre, una Bianchi». L'immagine di una Bianchi sfrecciare tra le dune di un luogo indefinito mi fece sorridere, chiedendomi come avesse potuto suo padre possederne una.

«Davvero ti piacciono le biciclette?» domandai, scettico. Spesso, ragazzi come lui si presentano con storie un po' campate in aria. «Sì, molto», rispose. Per metterlo alla prova, lo invitai a cercare una bella bicicletta tra quelle esposte. Si inoltrò nel retrobottega e, con un'espressione illuminata e un sorriso che non avevo notato prima, indicò un modello: «Quella».

«Ma tu sai cos'è quella?» insistetti.«Umberto Dei», replicò, con gli occhi accesi e un sorriso che tradiva una certa familiarità con l'arte della bicicletta, nonostante gli occhiali che ora notavo. Umberto Dei. Un nome che evocava storie di un tempo lontano, pronunciato da un ragazzo che sembrava appena uscito dal liceo, con un italiano ancora incerto, ma con una passione palpabile. Se avessi raccontato tutto questo ad Alice, non mi avrebbe creduto. Ma con Alice, ormai, non avevo più nulla da raccontare. La visitavo spesso al cimitero del suo paese, a pochi chilometri da Milano, raggiungibile in bicicletta lungo il Naviglio, superando il traffico caotico e le zone più difficili. Mi fermavo davanti al suo marmo, ma un giorno le parole mi vennero meno.

«Ce l’hai il permesso di soggiorno?» mi scappò di chiedere, vergognandomi subito dopo per quel quesito da poliziotto.«Sono studente al Politecnico», rispose.«Ma qualcosa ci vorrà comunque. Un permesso di studio, un…».Che importanza aveva? Mi ritrovai a riflettere su chi fossi e mi sentii in imbarazzo per quelle domande. «Vieni domattina alle sette, se hai voglia di lavorare». Gli diedi un orario che suonava da duro, ma lui rispose con un sorriso: «Cercavo di pomeriggio, anche la sera, ancora per un mese la mattina sono in università».«A che ora sei libero?»«Dalle tre posso essere qui».«Alle tre allora».

Umberto Dei. Ripetei il nome tra me e me fino a sera, mentre ritiravo le biciclette, legando quelle che non trovavano posto in bottega. A pochi passi da lì, la porta di casa mi accoglieva con il profumo di basilico e aceto. La panzanella, pronta in mezz'ora e gustata per giorni, usciva dal frigorifero in una pentola di terracotta che evocava la Toscana e l'estate. Pomodori, cetrioli, cipolle rosse luccicavano nella penombra. Cucchiaiate nella ciotola e un bicchiere di Grignolino fresco. Un filo d'olio aggiunto, e il pensiero correva alla Sicilia, dove con Alice avevamo trascorso un'estate. Una sola estate, ma sufficiente a lasciare un segno indelebile. Non mi ero nemmeno lavato le mani; l'unto sulla forchetta e le ditate nere sulla ciotola testimoniavano la mia stanchezza. Arnaldo, mi dicevo, ti stai davvero riducendo male. Ma era solo la sera, la stanchezza. Umberto Dei. Due parole e mi ero fatto convincere. Chissà se sapeva fare qualcosa. Ancora un bicchiere di Grignolino fresco.

Una Umberto Dei d'epoca parcheggiata in una strada acciottolata

Capitolo II: La Nascita di una Passione e di una Bottega

La bottega, situata lungo il Naviglio della Martesana, sembrava aver preso vita da sola quella mattina, mentre mi recavo al lavoro. La mia routine quotidiana prevedeva giacca, cravatta, valigetta e, naturalmente, la bicicletta. Ero di Ferrara e amavo raggiungere l'ufficio in bicicletta, fortunato ad abitare lungo l'unica pista ciclabile della città. Il percorso era sempre lo stesso: casa, via Castaldi, l'attraversamento di via Pisani, poi la corsa fino a via Melchiorre Gioia, il Naviglio della Martesana, e infine il traffico di viale Monza fino all'ufficio. «Chi te lo fa fare?» mi chiedevano i colleghi. Non ho mai saputo rispondere.

Poi, quella mattina, tutto cambiò. Ebbi una foratura a metà del Naviglio, proprio il giorno in cui avevo un appuntamento importante in ufficio. Non avevo mai voluto acquistare la bomboletta spray per riparare le gomme. Sostanze moderne come lattice o schiuma mi erano sempre estranee; per tutta la vita avevo riparato camere d'aria con mastici e pezze.

Quel giorno, però, ero a piedi e in ritardo. Chiamai per scusarmi e iniziai a cercare un meccanico. Vidi una ragazza seduta davanti alla casa dei ferrovieri, quella con i glicini. Le chiesi se sapesse dove trovare un meccanico di biciclette, ma il suo sguardo stupito mi fece capire che la mia richiesta era insolita quanto chiedere indicazioni per un pornoshop. «Non so», rispose. Poco più avanti, notai un gruppo di case e, sul retro, un circolo ricreativo e una chiesa. Chiesi a un gruppo di anziani, ma ottenni solo ricordi: «Lì c'era il Nanni», «laggiù uno, ma era caro, da signori», «subito dopo la guerra le biciclette, beato chi le aveva…». E adesso? Niente.

Con fatica, trascinai la bicicletta fino a un ristorante greco. Sbirciai nel cortile della casa adiacente e lessi: «AFFITTASI». Chiesi se ci fosse una portineria, ma i portinai, anche a Milano, sembrano essere una specie in via d'estinzione. Parlai con la proprietaria, che gestiva tutto tramite un'agenzia. Legai la bicicletta e arrivai in agenzia verso le dieci. La storia, come si può immaginare, ebbe un epilogo quasi scontato: affittai l'ala destra, subito dopo il portone, oltre la volta che conduceva alla casa vicina. La bottega prese il posto di un vecchio deposito. Mi ci volle un po' per ambientarmi con i vicini, ma a mezzogiorno ero già senza giacca, a valutare i lavori da fare. Con la bicicletta rovesciata in cortile, mi misi a togliere la camera d'aria con gli attrezzi della borsetta che tenevo dietro la sella. La camicia bianca iniziò a macchiarsi. La camera d'aria andava messa nell'acqua per trovare il foro, ma dove potevo farlo?

Alice mi guardava stupefatta, mentre armeggiavo con attrezzi da ciclista indossando la divisa da assicuratore o da bancario. Lei fu la mia prima vicina, e fu sua la bacinella d'acqua che mi permise di riparare il foro. Chiamai in ufficio e comunicai le mie dimissioni, dichiarando che ero malato e non sarei più tornato. La "malattia" mi era cresciuta addosso all'improvviso: il desiderio di tornare ragazzo, come quando avevo finto di fare la raccolta del ferro e della carta per la parrocchia. Era il 1974, ricordo, c'era l'austerity, mancava la benzina, il petrolio costava troppo, e si andava in giro con i pattini. Non ricordo bene i dettagli, ma ferro e carta valevano molto denaro, e io mi guadagnai bene la mia parte. Lavorai per mesi. Fu allora che trovai la Umberto Dei che uso ancora oggi. Nonostante fosse sporca, polverosa e con qualche traccia di ruggine, capii subito che era un gioiello, un pezzo unico, diverso da tutte le altre biciclette accatastate nell'antro del meccanico.

Il meccanico si chiamava Luigi, un uomo vestito con una tuta blu da operaio, di poche parole, ma i cui occhi si illuminavano come le braci delle sue sigarette quando gli dissi: «Questa è bella, mi piace». «Questa costa», mi rispose, «e non è da corsa». Neanche io sono un ragazzo da corsa, pensai. Che mi importava di sudare come Gimondi o Merckx? Loro, curvi sui manubri, scalavano montagne o sopportavano gli sbalzi del pavé della Parigi-Roubaix. Io, invece, volevo una bicicletta per girare il mondo. Per sognare. Per andare ovunque. E quella Umberto Dei mi ricordava quella del nonno, quella che mi aveva promesso ma che, il giorno della sua morte, era scomparsa tra i parenti. Avevo cinquantamila lire, e con quei soldi, Luigi mi disse che mi doveva ancora quarantamila lire per la bici, così com'era. «E dove?» chiesi. «Qui in bottega, così mi dai una mano e ti guadagni i soldi dell'aggiunta». Era estate, potevo farlo. Fu così che diventai meccanico per la prima volta.

Un'officina di biciclette d'epoca con attrezzi sparsi e una bicicletta smontata

Capitolo III: L'Arte del Restauro e la Rinascita di un Mito

Tirai fuori la mia Umberto Dei Imperiale da dietro una catasta di biciclette in un fondo dove il sole entrava solo per caso. La luce era scarsa, lo sporco per terra abbondante. L'odore di copertoni, camere d'aria, caucciù, pezze e mastice, a volte, era così intenso da far rimpiangere le sigarette Nazionali di Luigi, il meccanico, sempre accese e appese all'angolo della sua bocca. Luigi era stato il mio eroe d'infanzia. Ognuno aveva il suo: al cinema, nei fumetti, tra i campioni dello sport. Il mio era Luigi, piccolo, magro, un fascio di muscoli, con una vena evidente sul collo, capelli scompigliati tenuti insieme da grasso e sudore, altro che brillantina. Sapeva sorridere come nessuno e insegnava a colpi di tosse.

«Davvero vuoi verniciarla?» mi chiese.«Sì, è la mia prima bicicletta, vorrei che fosse nuova», risposi.«Guarda che queste nuove non le fanno più; Umberto Dei se n’è andato a costruire biciclette all’altro mondo», mi disse.«Ma mi aveva detto lei che le facevano ancora…» replicai.«Sì, le fanno, ma non sono le stesse… Comunque, tra sabbiatura, forno, vernice, devi trovare degli altri soldi, mica pochi. E le cromature poi chi te le fa?»«Ma la devo tenere vecchia così?» chiesi spazientito.La sua risata a denti gialli risuonò nella bottega: «Queste sono capolavori, non sono vecchie mai. Ci vuole solo olio di gomito».«Olio di cosa?» domandai.«Vabbé, sei ancora un bambino…» e mi diede uno scappellotto sopra il ciuffo: «Fatica, intendo». E così, senza altre parole, mi mise tra le mani una spugna e un barattolo di una sostanza densa, puzzolente, bianchiccia, quasi una malattia. Sgranai gli occhi e lui: «Si fa così». Via di crema e spugna, olio di gomito, di collo, di ginocchia sbucciate a forza di stare in terra per stringere la forcella. Ci vogliono almeno trenta ore di lavoro per riportare in superficie la vernice di una Umberto Dei. Lo imparai nel 1974, e la tecnica è la stessa ancora oggi. Alla fine, eravamo irriconoscibili: il telaio della mia bicicletta, le mie ginocchia, i muscoli delle braccia. Nell'antro scuro di Luigi ero diventato un piccolo uomo, in una sola estate, lucidando una bicicletta. La mia.

Come scorrono i pedali di una Umberto Dei anteguerra

Umberto Dei "Imperiale", 1938: Un Esempio di Maestria Artigianale

Umberto Dei

La bellezza di una Umberto Dei "Imperiale" del 1938, come quella fotografata da Massimiliano Di Martino, risiede nella cura dei dettagli e nella qualità dei materiali impiegati. Questo modello incarna l'apice della produzione ciclistica dell'epoca, combinando robustezza, eleganza e prestazioni.

Il manubrio, con trasmissione rigida, è dotato di manopole e manopolini dedicati, realizzati in corno, un materiale che conferisce un tocco di classe e un'ottima presa. Il carter tubolare, con codino e padellino d'ispezione, protegge la catena e facilita la manutenzione, mentre i pedali marcati, con corpo centrale a "barra unica" e quattro gommini, assicurano una pedalata sicura e confortevole.

Le ruote, con misura 28 x 1.5/8, montano mozzi 36/36 con ingrassatori, che permettono una lubrificazione efficiente, prolungando la durata dei componenti. I copertoni Pirelli Stella dell'epoca, ancora in ottimo stato, testimonianza della qualità dei materiali, e i cerchi con i filetti di colore verde ancora perfettamente visibili, aggiungono un ulteriore elemento di pregio.

Il parafango posteriore bianco, verniciato direttamente dalla casa produttrice, e la sella a muso di cane marcata "U.D.", completano un quadro di eccezionale artigianalità. Questi dettagli, apparentemente secondari, contribuiscono a definire l'identità unica di una Umberto Dei.

Dettagli che Fanno la Differenza: Componentistica e Accessori

La ricchezza di dettagli si estende anche alla scelta dei componenti e degli accessori, che non solo migliorano l'estetica ma anche la funzionalità della bicicletta.

Le selle Lepper, proposte come valida alternativa alla sella D07 originale Umberto Dei, sono un esempio di come la tradizione possa incontrare l'innovazione. Solidamente costruite e richiedendo poca manutenzione, rendono superfluo il ritensionamento della sella. Il loro aspetto sportivo e allo stesso tempo classico le rende comode fin dal primo giorno, evolvendo con l'uso e adattandosi perfettamente al ciclista.

Le borse laterali doppie, realizzate in ecopelle, rappresentano un'ottima alternativa alla borsa originale, offrendo spazio aggiuntivo per gli oggetti personali e un fissaggio semplice al portapacchi.

Il manubrio originale Umberto Dei Imperiale, disponibile sia per uomo che per donna, presenta una doppia frenata e un corpo in materiale plastico cromato e lucidato, garantendo un'ottima maneggevolezza e un'estetica impeccabile. La staffa per il fissaggio del portapacchi, sebbene non originale, si integra perfettamente, mantenendo la funzionalità.

Infine, il portacesto anteriore adattabile a Umberto Dei o a biciclette con frenata sia a bilancino che a pistoncino, aggiunge un tocco di praticità, rendendo la bicicletta ancora più versatile per l'uso quotidiano o per escursioni più lunghe.

Un catalogo Umberto Dei del 1939 con disegni tecnici delle biciclette

La Umberto Dei non è semplicemente una bicicletta; è un'eredità di passione, ingegneria e design italiano. Ogni modello racconta una storia, un pezzo di storia che continua a vivere grazie alla cura dei collezionisti e degli appassionati che ne riconoscono il valore inestimabile.

Un Esempio di Rarità: Umberto Dei Mod. Oro, 1939, Verde

Umberto Dei Mod. Oro, 1939, colorazione verde (dettaglio)

Un ringraziamento speciale va a Davide Grimaldi, che condivide con noi la preziosa testimonianza di un esemplare di Umberto Dei Mod. Oro del 1939, caratterizzato dalla rarissima colorazione verde. Questo modello, come si evince dall'estratto del catalogo del 1939, rappresenta un vero e proprio gioiello per gli appassionati.

La bicicletta si presenta in condizioni eccellenti, con il marchio e i filetti ancora perfettamente leggibili su ogni sua parte. La cura nei dettagli è evidente: dal manubrio rigido con manopole in corno, ai pedali marcati con corpo centrale a "barra unica", fino ai mozzi 36/36 con ingrassatori, ogni elemento è stato pensato per garantire durata e prestazioni.

I cerchi, con i filetti verdi ancora visibili, e i copertoni Pirelli Stella dell'epoca, completano un quadro di autenticità e pregio. Il parafango posteriore bianco, verniciato direttamente dalla casa produttrice, e la sella a muso di cane, sono ulteriori elementi che sottolineano l'unicità di questo esemplare.

La Umberto Dei Mod. Oro del 1939 in verde non è solo un mezzo di trasporto, ma un'opera d'arte su due ruote, un simbolo di un'epoca in cui la bicicletta era sinonimo di eleganza, qualità e passione artigianale.

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