
“La nave per Kobe. I diari giapponesi di mia madre” è un’opera profonda e toccante di Dacia Maraini, una delle penne più prolifiche e sensibili del nostro tempo. Non è un semplice romanzo, né un diario in senso stretto, ma piuttosto un affascinante intreccio di memorie, riflessioni e testimonianze che offre una prospettiva unica sulla vita dell'autrice e sulla figura di sua madre, Topazia Alliata. Questo libro rappresenta un viaggio nel passato che porta a una più intima ricerca del proprio io, un percorso che si dipana tra le pagine di diari ritrovati e le rielaborazioni di una Dacia ormai adulta.
La Genesi di un Ricordo: I Diari Ritrovati
Il fulcro de “La nave per Kobe” risiede nella scoperta inattesa di alcuni quaderni, donati a Dacia Maraini dal padre Fosco. Questi quaderni, appartenuti alla madre Topazia Alliata, contenevano un diario scritto tra il 1938 e il 1941. Essi narravano il lungo viaggio in nave verso Kobe e i primi anni di permanenza della famiglia in Giappone. Questa scoperta non fu un mero ritrovamento, ma un vero e proprio "tradimento" della memoria, capace di far riemergere un tempo che non c'è più con una vivacità e una corposità assolutamente insospettate. Come afferma la stessa Maraini, il passato ha la capacità di saltarti addosso a tradimento attraverso una fotografia, una lettera, favoleggiando nell’orecchio di una parte di sé ormai sparita, che si credeva del tutto morta e che invece stava in letargo in qualche angolo della memoria.
Queste pagine offrono il ritratto di una donna concreta, Topazia, che si rivela capace di un amore così pervasivo da animare i ricordi più lontani. Attraverso le sue annotazioni, tornano a vivere il coraggio e la generosità di Topazia, elementi fondamentali di un rapporto madre-figlia prezioso e delicato, appena "distratto" dall'innamoramento per il padre bello e avventuroso.
Il Contesto Familiare: Tra Antenati Siciliani e Passioni Etnologiche
Dacia Maraini nasce a Fiesole nel 1936. Sua madre, Topazia Alliata, era una pittrice appartenente a un’antica famiglia siciliana. Il padre, Fosco Maraini, era un etnologo che, vinta una borsa di studio, nel 1938 trasferì la famiglia in Giappone per portare avanti uno studio sugli Ainu, una popolazione in via di estinzione stanziata nell’Hokkaido. Questo contesto familiare, caratterizzato da una grande apertura intellettuale, curiosità e sollecitazioni, è costantemente presente nel libro.

Il viaggio verso il Giappone, che occupa parecchie pagine del libro, fu un’esperienza straordinaria. Dacia, allora poco più di un anno, fu catapultata con assoluta naturalezza su una nave per una lunga navigazione ricca di soste e di incontri. I comportamenti della bambina - le stanchezze e le vivacità, i giochi e i capricci - furono trascritti con grande rigore dalla madre attenta, nonostante il rapporto forte e intenso con il marito. In alcuni momenti, la piccola Dacia avvertiva questo legame escluderla. L'assenza del padre è una costante in questi frangenti, dipendeva dal suo lavoro, chiaramente. Un etnologo deve viaggiare. Ma ci si chiede se sia possibile che un padre sia sempre lontano quando una figlia ha la febbre, quando prende la tosse asinina, quando mette il primo dente o affronta il suo primo giorno di scuola. E se sia davvero solo la natura che spinge una donna a tenere per tutta la notte la mano sull'orecchio malato della figlia.
Il piccolo nucleo familiare giunse in Giappone, e l'impatto con quel mondo e quella cultura è annotato con grande interesse. Ma alle frasi del diario si aggiungono le notazioni della Maraini, divagazioni e ricordi, collegamenti con gli anni successivi, con i viaggi successivi e con le elaborazioni compiute nel tempo. La curiosità suscitata dai capelli biondi e dagli occhi chiari spinse la bambina a cercare sempre più l'uniformità con il Paese che la ospitava, e questo desiderio di essere "uguale agli altri" partì dalla lingua. Dalle parole materne, e dalle notazioni a commento, emerge una cultura familiare che il padre stimolava continuamente, ricca di curiosità e di sollecitazioni, che negli anni, al rientro dei Maraini in Sicilia, si scontrerà con la mentalità chiusa dei nonni e con l'ambiente formale che circonda la buona borghesia.
Un Omagio Filiale e un Ritratto di Donna
“La nave per Kobe” è un grandissimo omaggio filiale e un tributo a un periodo storico di transizione. È un racconto di grandissima intimità, introspettivo, che il lettore vive come se stesse sfogliando un vecchio album di famiglia in bianco e nero. Un album in cui una madre dolcissima e dalle grandi premure alleva le sue figlie con cura e dedizione, insegnando loro, prima di tutto, ad adattarsi. Topazia, classe 1913 e venuta a mancare all’età di 102 anni nel 2015, in questi appunti ci rende l'immagine di una bambina molto diversa da quella donna che abbiamo conosciuto in scritti quali “La lunga vita di Marianna Ucria”.
La madre, in punta di piedi, ci fa rivivere l’amore per il padre, un genitore spesso assente per la sua professione di etnologo, deluso dall’aver avuto una figlia femmina e non un maschietto. Un genitore che tuttavia non mancava mai di trascinare la figlia in gite o traversate in mare. Il libro ci porta anche a riassaporare gli anni della fame patita nel campo di concentramento di Nagoya, a toccare con mano quella povertà vissuta negli anni del rientro in Sicilia, dove ad attenderli vi era la maestosa villa Valguarnera. Ci porta a rivivere la difficoltà dovuta a quella doppia lingua che, come ogni dualismo, spezza, induce a perdere la propria identità e dunque a ritrovarsi a far fronte a un’insicurezza prima sconosciuta, adesso onnipresente.
Il grande amore per il padre, una costante della sua vita, non impedisce a Dacia Maraini di cogliere la generosa bellezza della figura materna: una donna giovane e avvenente, intelligente e capace, attiva e sensibile, che decide di seguire in un viaggio avventuroso quel ragazzo biondo che è suo marito, sposato contro la volontà familiare (la volevano accasare con un conte) e che dedicherà con grande intelligenza alle figlie le sue energie e il suo amore durante le lunghe assenze del padre.
La Struttura Narrativa: Tra Diaristica e Saggistica
La struttura narrativa del libro è a metà tra la diaristica e la saggistica, alternando al contempo la narrazione di Topazia a quella di Dacia. Pagina dopo pagina, si respira la nostalgia, la compostezza che mai cade nel mellifluo, si assapora l'affetto, lo stimolo alla curiosità e alla ricerca, si fa propria un’energia inedita. Le citazioni del diario materno sono lo spunto continuo per il riaccendersi di ricordi e per divagazioni che dal passato giungono al presente e accompagnano tutta la vita, la prima giovinezza come la maturità, dell'autrice. Questo crea un ritmo incalzante che non permette all'occhio di staccarsi dalle pagine.
Diario poetico da "La nave per Kobe" di Dacia Maraini
Un diario ritrovato che parli di anni lontani è una delle fonti più emozionanti perché il passato riappaia all'improvviso con tutta la sua intensità e la sua forza. Se poi a compilarlo è la propria madre, ciò che si legge è anche l'universo di sentimenti e di amore che circonda l'infanzia e che esplode quasi a tradimento nel cuore. E, sebbene la scrittura di Topazia sia telegrafica, forse semplicemente annotativa, ci si entra comodamente e la scrittura della Maraini culla tra le prime pagine quasi come una ninna nanna, come le braccia di una madre amorevole che racconta una storia ai suoi figli. Piano piano però si entra nel ritmo della narrazione, si impara a farlo proprio.
Un Viaggio Introspectivo e Multidimensionale
In “La nave per Kobe”, la Maraini ritorna con la mente a diversi episodi del suo passato - i più piacevoli, come i divertimenti a volte un po’ incoscienti con l’amato padre, ma anche i più spiacevoli, dalla morte della sorella alla guerra vissuta in un campo di concentramento in Giappone. Rivive quei momenti con una vena di malinconia e ripercorre i suoi pensieri più intimi. Attraverso questa esperienza, l’autrice scopre un mezzo per esplorare se stessa e il suo rapporto con i membri della sua famiglia, amici e amanti. Ma coglie l’occasione anche per riflettere su questioni vicine e lontane, per dare una forma tangibile alle sue credenze e ai suoi ideali, interrogandosi - di tanto in tanto - in merito a questioni più elevate, domande che non hanno una risposta e che continuano ad abitare la sua mente.
La curiosità che suscitano i capelli biondi e gli occhi chiari, portano la bambina a cercare sempre più l'uniformità col Paese che la ospita e questo desiderio di essere "uguale agli altri" partirà dalla lingua. Dalle parole materne, e dalle notazioni a commento, emerge una cultura familiare, che il padre stimola continuamente, di grande apertura intellettuale, ricca di curiosità e di sollecitazioni, che negli anni (tornati i Maraini in Sicilia) si scontrerà con la mentalità chiusa dei nonni e con l'ambiente formale che circonda la buona borghesia.
Il diario si ferma al momento della reclusione in campo di concentramento del piccolo nucleo: i due giovani genitori e le tre bambine. È importante ricordare che nel 1943 il governo giapponese, in base al patto d'alleanza stipulato con Italia e Germania, chiese ai coniugi Maraini di firmare l’adesione alla Repubblica di Salò. Poiché i due rifiutarono, vennero internati insieme alle tre figlie in un campo di concentramento a Tokyo, dove patirono la fame. Quest’esperienza traumatica è un capitolo doloroso ma fondamentale nella vita della scrittrice, che ha trascorso una parte dell'infanzia in Giappone prima di tornare in Italia e riprendere in mano il percorso che poi l’ha portata alla scrittura.
L'Amore per la Letteratura e la Prosa della Maraini
Un’ultima cosa traspare dalle pagine di questo libro, ed è l’immenso amore che la sua autrice nutre per la letteratura. Dacia Maraini è cresciuta con i libri, ha vissuto con i libri e, come molti possono confermare, vive di e per i libri. E proprio questi libri ritornano ciclicamente nel corso dell’opera sotto forma di citazioni, ricordi d’infanzia e riflessioni. Che i libri che ha letto nella sua vita, soprattutto le avventure di viaggi che tanto amava nella sua infanzia, siano stati i capisaldi della sua esistenza e formazione è indubbio, ma la nostalgia e l’entusiasmo con cui ne parla li presentano come delle vere e proprie gemme in un’esistenza, quella di Dacia, che già di per sé ha dell’avventuroso.
Eppure questa scrittrice, che talvolta si abbandona all'emotività, in questo libro presenta una prosa asciutta, contenuta anche quando tratta temi di una delicatezza sentimentale estrema. Forse è proprio il pudore, il far parlare i fatti, piccoli e grandi, la quotidiana eccezionalità di un'infanzia vissuta in un luogo esotico e lontano, che rende il libro tanto piacevole e intenso. Le citazioni del diario materno sono lo spunto continuo per il riaccendersi di ricordi e per divagazioni che dal passato giungono al presente e accompagnano tutta la vita, la prima giovinezza come la maturità, dell'autrice.

I diari della madre della scrittrice contengono annotazioni un poco scarne e con l'andare degli anni perdono di organicità, diventando meno descrittivi e più puntuali e mischiando italiano, inglese e giapponese in una sintassi originale. Probabilmente direbbero molto poco a un lettore estraneo, se non avesse la fortuna di leggerli attraverso gli occhi innamorati e consapevoli di Dacia Maraini. È lei a estrapolarne l'anima, attraverso i propri ricordi, l'affetto per la madre, il padre e le sorelle, i racconti sulla vita successiva, le sue riflessioni. Donna di tante esperienze, di grande cultura, di spiccata sensibilità, la Maraini accompagna il lettore in un viaggio all'interno della sua storia, ma anche di scoperta e rivelazione, grazie a interessanti digressioni sull'ontologia del tempo e della memoria, sulla condizione femminile, sul vegetarianismo, sul rispetto della vita, sulla Storia, sulla letteratura, sui Paesi visitati e conosciuti.
“La nave per Kobe”: Un'Opera Imperdibile
“La nave per Kobe. I diari giapponesi di mia madre” è uno degli elaborati più sensibili ed emozionali di Dacia Maraini. Un volume all’interno del quale si parla di famiglia, di infanzia, di scelte, di ricordi, di legami, di abitudini, di usi e costumi, di animi a confronto. È una lettura intima e personale, forse perfino troppo. Uno scritto così naturale, così sincero, da appassionare e spaventare allo stesso tempo. Non è un romanzo, non è nemmeno un diario, e probabilmente non è neppure l’opera ideale da cui iniziare per conoscere il lavoro della sua autrice. Nondimeno, è un libro che affascina e convince ad approfondire la bibliografia della Maraini.
Tra le sue numerose opere, ricordiamo “La vacanza” (1962), “L’età del Malessere” (1963), “Memorie di una ladra” (1972), “La lunga vita di Marianna Ucria” (1990), “Bagheria” (1993), “Donne mie” (1974), “Donna in guerra” (1980), “Tre Donne” (2017) e “Corpo felice”.
A completare “La nave per Kobe”, nelle ultime pagine è riprodotta una parte cospicua dei quaderni originali e nei risguardi di copertina, il disegno del percorso del viaggio verso il Giappone per mano di Topazia Alliata, rendendo il volume ancora più prezioso e autentico. Mentre ci si abbandona alle pagine del romanzo, mentre si lascia che l'autrice mostri l'incontro con culture e abitudini distanti e sconosciute tra loro, ecco che senza accorgercene si è parte della famiglia Maraini, condividendone gioie e dolori. Dacia ci racconta della sua vita in Giappone, della nascita delle sue sorelle, delle premure di una madre giovane e dei giochi con il padre. Ci racconta anche della guerra, che in Europa iniziava a mostrare le sue mostruosità ma che in Giappone, almeno per il momento, non c'è. Con una prosa chiara, illuminante ed incisiva, “La nave per Kobe” è sicuramente un libro che invita alla riflessione e che è accattivante allo stesso tempo.