Il nome di Daniel Altimare non emerge direttamente dai testi forniti come figura centrale o soggetto di una biografia specifica, ma piuttosto come parte di un contesto più ampio legato alla critica e alla storiografia del cinema horror italiano. Analizzando il materiale a disposizione, è possibile dedurre che Altimare sia coinvolto, o abbia un ruolo significativo, nella discussione e nell'analisi di questo genere cinematografico, specialmente per quanto riguarda le sue origini, la sua evoluzione e la sua percezione in Italia. Per comprendere appieno il profilo di Daniel Altimare, è necessario immergersi nel dibattito critico sull'horror italiano, un genere che, come evidenziato, ha spesso lottato per trovare una propria identità e riconoscimento nel panorama culturale del paese.
La Percepita Estraneità dell'Horror alla Cultura Italiana
La cultura italiana, da "buoni mediterranei", ha tradizionalmente mostrato una certa ritrosia o "nessuna simpatia per gli orrori", lasciando "spiriti, mostri, fantasime […] agli uomini del nord". Questo "luogo comune", già radicato nella polemica classico-romantica e rintracciabile in figure come Giordani, Manzoni, Leopardi, Carducci e De Sanctis, è stato prontamente adottato dalla critica cinematografica. Già nel 1913, una recensione de "Il suicida n. 359" dell'Aquila Films suggeriva che "certe follie collettive potranno anche frequentemente maturare tra le nordiche nebbie del Tamigi, non al certo presso le ridenti soleggiate rive del Po". Questa percezione di estraneità ha plasmato il modo in cui l'horror è stato ricevuto e interpretato in Italia.
Mario Soldati, ad esempio, per ambientare "Malombra" (1942), cercò un paesaggio "nordico" e "internazionale", quasi a voler giustificare la presenza di elementi orrorifici in un contesto italiano. Mario Bava, considerato un maestro e un'icona dell'horror italiano, testimoniò la sua stessa distanza, affermando di non aver mai conosciuto i vampiri da bambino, poiché "Da noi c’è il sole che scaccia tutto". Questa visione portò Bava a spiegare il successo dei suoi film "in America e nei paesi nordici e non in Italia". Anche Ugo Pirro riteneva impossibile "immaginare una truculenta storia di vampiri" nel "paesaggio italiano".

La Nascita dell'Horror Italiano: Un "Corpo Estraneo"
Considerando questa premessa, non sorprende che "I vampiri" (firmato da Riccardo Freda, co-realizzato da Bava e uscito nell'aprile del 1957) sia comunemente considerato il primo horror italiano. Lo stupore dei critici, lo scarso successo di pubblico e l'ambientazione parigina contribuirono a rafforzare l'idea che l'horror fosse un "corpo estraneo" al cinema italiano, un "parassita", uno "straniero da disconoscere o negare". I film del terrore italiani, in particolare la prima ondata del 1960 che diede vita al "gotico italiano", spesso circolare in Italia e nel mondo "sconfessando i propri natali", "camuffandosi sotto etichette e pseudonimi posticci", adottando l'identità di film "magliari".
Pirro descrisse questi film come prodotti che, "come i magliari napoletani vendevano e vendono nel mondo tappeti fabbricati a Milano, spacciandoli per autentici prodotti dell’artigianato persiano, alcuni cineasti […] applicarono alla produzione cinematografica la stessa tecnica dei magliari". Anche Giuseppe Marotta, critico e sceneggiatore, derise l'horror italiano senza riconoscerne l'italianità sotto gli pseudonimi, definendolo "un raccapriccio da cento lire, un raccapriccio da luna-park".
Storia del cinema italiano - 1 Le Origini
L'Affermazione dell'Horror Nazionale e la Teoria Epifanica
Nonostante queste difficoltà iniziali, l'horror nazionale, come forma industriale, iniziò ad affermarsi alla fine degli anni Cinquanta, in concomitanza con una più ampia diffusione dell'horror europeo. Questo periodo vide una forte internazionalizzazione del cinema italiano e una trasformazione dei pubblici occidentali, sostenuta da una proliferazione di discorsi, figure e narrative del fantastico orrorifico che attraversavano il sistema mediale del periodo, in particolare l'editoria tradizionale e popolare.
L'apparizione inaspettata de "I vampiri" ha avallato una "teoria epifanica dell’horror italiano", condivisa sia dalla critica dell'epoca che dalla storiografia più recente. Secondo questa teoria, "il genere horror italiano sembra essere venuto dal nulla", assumendo il "carattere di una scoperta tanto tardiva quanto entusiasta". Il pubblico italiano, per la prima volta, ebbe accesso a una tradizione da cui era stato "tenuto lontano da decenni di estetica crociana, di storicismo marxista e di moralismo cattolico".
Le Radici Profonde del "Gotico all'Italiana": Oltre l'Epifania
I film del filone gotico (o "gotico all'italiana") del periodo 1960-66, incluso il film di Freda e Bava come precursore, non rappresenterebbero tuttavia un'improvvisa fioritura di inquietudini di origine gotica e tardo-ottocentesca nel cinema italiano. Piuttosto, essi formerebbero una sorta di "addensamento" e una progressiva riemersione di ombre e oscurità che pervadevano produzioni di vario tipo fin dai primi anni Quaranta.
Progenitori del gotico a venire sarebbero alcuni dei film "calligrafici", in particolare "Malombra" di Mario Soldati (1942), "Gelosia" (1942) e "Il cappello da prete" (1944), entrambi di Ferdinando Maria Poggioli. Questi film derivavano a loro volta dalla tradizione della letteratura fantastica e d'appendice italiana di fine Ottocento, con autori come Antonio Fogazzaro, Luigi Capuana e Carolina Invernizio. Le ricognizioni alla ricerca di un gotico "prima del gotico" tra gli anni Quaranta e Cinquanta hanno evidenziato temi narrativi e motivi visivi ricorrenti: la colpa, la vendetta, la follia, il ritorno dei perseguitati, luoghi claustrofobici e labirintici, architetture gotiche e morti violente.
Questi elementi erano già operanti nell'ampio bacino del melodramma italiano e diffusi in certo cinema popolare del periodo, come i cappa e spada, i drammi storici e gli adattamenti dei romanzi di Carolina Invernizio, nonché nel cinema dello stesso Freda ("Il conte Ugolino", 1949; "Beatrice Cenci", 1956). Questa serie di elementi era destinata a radicarsi nella successiva tradizione orrorifica, dove "il gotico diventerà la sintesi parossistica eppure necessaria di un addensamento su temi legati alla componente erotica, onirica, violenta, che nel neorealismo non potevano trovare sbocco: punto d’arrivo e valvola di sfogo di una crescente infiltrazione dei codici del melodramma nel cinema italiano".
Dibattito sulla Continuità e le Analogie Iconografiche
Più recentemente, queste posizioni sono state riviste, osservando come sia "forzoso vedere questi film, che elaborano originalmente memorie espressioniste, come serbatoi di temi narrativi, spunti iconografici e soluzioni stilistiche cui avrebbe attinto il filone degli anni sessanta". Anche se è difficile non riconoscere analogie, tali assonanze non sarebbero indizio di riserve e repertori preesistenti raccolti dal gotico italiano.
Alcune sequenze di film degli anni Trenta e Quaranta sembrano essersi "sedimentate nella memoria dei registi successivi, riaffiorando magari inconsapevolmente". Ad esempio, "il corteo che porta la strega al rogo all’inizio di Il trovatore (1949) di Gallone può essere stato uno spunto per analoghe sequenze in La maschera del demonio (1960) di Bava e I lunghi capelli della morte (1964) di Margheriti". Tuttavia, questo tipo di "archeologia iconografica congetturale si esaurisce presto, e su di esso non si può fondare la ricostruzione non si dice di una tradizione, ma neanche di un tessuto intertestuale".
Sebbene il giudizio sull'inconsistenza di una prospettiva diacronica possa apparire eccessivo, il tentativo di ricostruire una storia del cinema dell'orrore in Italia prima dell'affermazione del filone gotico non ha finora raggiunto, nonostante le importanti acquisizioni, risultati conclusivi. Questo evidenzia la complessità nel tracciare una linea di continuità univoca per un genere che, pur avendo radici lontane, ha avuto un'affermazione più frammentata e condizionata da fattori culturali e industriali.

Le Funzioni Simboliche e i Contesti Industriali dell'Horror Italiano
Gli "orrori italiani" non sono solo "mondi immaginari", ma anche espressioni di "funzioni simboliche" e prodotti di "contesti industriali" specifici. Il "Comitato scientifico" della collana a cui appartengono questi studi, composto da esperti come Silvio Alovisio, David Bruni, Mariapia Comand, Mariagrazia Fanchi, Giacomo Manzoli, Emiliano Morreale, Francesco Pitassio e Veronica Pravadelli, insieme a Federica Villa, sottolinea l'importanza di un'analisi rigorosa e multidisciplinare. La valutazione e revisione di questi volumi da parte di membri del comitato e di valutatori anonimi garantisce la serietà della ricerca.
Il ringraziamento di Simone Venturini a Mariapia Comand per averlo invitato a proporre il volume "HORROR ITALIANO", e per il suo "costante supporto e aiuto", così come a Francesco Pitassio ed Emiliano Morreale per aver reso possibile la pubblicazione, e a Luca Mazzei e Andrea Mariani per "stimoli e aiuti", evidenzia una rete di collaborazione accademica che sottende la produzione di conoscenza sull'horror italiano. Questo contesto accademico è cruciale per la comprensione del profilo di Daniel Altimare, che presumibilmente opera all'interno di questo stesso ecosistema di ricerca e critica.
La trattazione dei temi come "Del gusto dell’orrido al principio del XX secolo", "La maschera dell’horror" e "Il sangue e la crudeltà" nei "Venturini_imp.qxp" suggerisce un'esplorazione approfondita delle tematiche, delle estetiche e delle simbologie proprie del genere horror. Questi argomenti sono fondamentali per qualsiasi studioso o critico che si occupi di cinema di genere e, per estensione, per la comprensione dell'ambito di interesse di Daniel Altimare.

Analisi dei Film Esemplari nel Contesto dell'Horror Italiano
La seconda parte del volume "HORROR ITALIANO" si concentra su una serie di film considerati emblematici, offrendo uno spaccato delle diverse sfaccettature e periodi del genere. L'inclusione di questi titoli in un'analisi strutturata è indicativa dell'approccio metodologico adottato dagli studiosi dell'horror italiano e, probabilmente, anche da Daniel Altimare.
"La diva, la morte e il diavolo. Rapsodia satanica (Nino Oxilia, 1917)": Questo film del periodo muto mostra come elementi di orrore e fantastico fossero presenti nel cinema italiano ben prima della supposta "nascita" del genere negli anni '50. "Rapsodia satanica" si inserisce in un contesto culturale dove il fascino per il demoniaco e il macabro era già presente, influenzato da suggestioni letterarie e artistiche del tempo. L'analisi di questo film rivela la presenza di temi legati alla seduzione, al patto col diavolo e alla tragicità dell'esistenza, anticipando iconografie e narrazioni che sarebbero state riprese e rielaborate in futuro.
"Genius loci. Malombra (Mario Soldati, 1942)": Come già menzionato, "Malombra" è un esempio di come il "calligrafismo" italiano abbia flirtato con il gotico. L'atmosfera cupa, l'ambientazione in un antico castello sul lago, la protagonista tormentata da un passato oscuro e da presenze ultraterrene, sono tutti elementi che creano un'inquietudine profonda. L'attenzione al "genius loci", lo spirito del luogo, è cruciale per la costruzione di un'atmosfera orrorifica che si lega alle tradizioni letterarie e alla percezione di un'Italia non solo solare, ma anche misteriosa e densa di segreti. Il film di Soldati, con le sue reminiscenze espressioniste, dimostra la capacità del cinema italiano di elaborare temi inquietanti in maniera originale, pur non essendo catalogato come "horror" nel senso stretto del dopoguerra.
"Les faits divers. I vampiri (Riccardo Freda, 1957)": Questo film è cruciale in quanto riconosciuto come il primo horror italiano esplicito. La sua ambientazione parigina e l'uso di pseudonimi per il cast e la troupe (una pratica che diverrà comune per mascherare l'italianità dei film di genere) riflettono la reticenza culturale italiana verso l'horror. Tuttavia, "I vampiri" ha aperto la strada a un nuovo filone, esplorando il tema del vampirismo con una crudezza e un'estetica visiva che preannunciavano il gotico all'italiana. La sua ispirazione ai "faits divers", i fatti di cronaca nera, suggerisce un tentativo di radicare l'orrore in una realtà percepibile, seppur trasfigurata.
"Danze macabre. Contronatura (Antonio Margheriti, 1969)": Il film di Margheriti si inserisce in un periodo di crescente sperimentazione e di evoluzione dell'horror italiano. Il concetto di "danze macabre" evoca un'estetica gotica e barocca, dove la morte è una presenza costante e spesso coreografata. Margheriti, noto per la sua versatilità nei generi, ha contribuito a definire il "gotico all'italiana" con un occhio attento alla spettacolarità e alla creazione di atmosfere suggestive, spesso con un tocco di esoterismo e soprannaturale.
"Un tranquillo posto di campagna. Ecologia del delitto - Reazione a catena (Mario Bava, 1971-72)": Questo è un film fondamentale, riconosciuto come un archetipo dello slasher e precursore del genere. Il titolo stesso, con l'ironia di "Un tranquillo posto di campagna", contrasta con la brutalità degli eventi narrati. Bava, con la sua maestria visiva, ha creato un horror cruento e innovativo, dove la natura diventa complice degli omicidi e l'ecologia del delitto si riferisce a una catena di violenze e vendette. La sua ricezione da parte di critici "insospettabili" come Pietro Bianchi ("Tra natura e cemento anche Bava ci sta bene") testimonia la sua capacità di superare le convenzioni e di imporsi come opera significativa, influenzando profondamente il cinema horror mondiale.
"Eterotopie. Suspiria (Dario Argento, 1977)": Dario Argento ha portato l'horror italiano a un nuovo livello di raffinatezza estetica e narrativa. "Suspiria" è un esempio lampante del suo stile visionario, dove il colore, la musica e l'architettura si fondono per creare un'esperienza immersiva e terrificante. Il concetto di "eterotopie" di Foucault ben si adatta agli spazi enigmatici e minacciosi della scuola di danza, che diventa un luogo di incubi e rivelazioni occulte. Argento ha esplorato il soprannaturale con una violenza stilizzata e un'attenzione maniacale al dettaglio, definendo un sottogenere unico nell'horror italiano.
"The Waste Land. Zombi 2 (Lucio Fulci, 1979)": Lucio Fulci, con "Zombi 2" (noto anche come "Zombi Holocaust" o "Zombie Flesh Eaters"), ha contribuito a definire il genere zombie italiano, distinguendosi per la sua crudezza e il suo impatto viscerale. Il riferimento a "The Waste Land" (La terra desolata) di T.S. Eliot suggerisce un'ambientazione post-apocalittica e desolata, dove l'umanità è minacciata da una piaga inarrestabile. Fulci ha spinto i limiti della rappresentazione grafica della violenza, creando un horror "splatter" che ha avuto un enorme successo internazionale, consolidando la reputazione dell'Italia come produttrice di cinema di genere estremo.
Storia del cinema italiano - 1 Le Origini
Daniel Altimare: Un Ruolo nella Storiografia e Critica dell'Horror Italiano
Basandosi sui dati e sul contesto fornito, Daniel Altimare si colloca presumibilmente come uno studioso o critico attivo nel campo dell'horror italiano. La sua presenza in un contesto che esamina le origini, le evoluzioni e le peculiarità di questo genere, compresa la sua ricezione e la sua "estraneità" percepita alla cultura nazionale, lo pone in una posizione di osservatore e interprete. Il suo lavoro potrebbe concentrarsi sull'analisi di questi stessi temi, contribuendo a decostruire i "luoghi comuni" e a rivelare le complesse interconnessioni tra il cinema horror, la letteratura, la cultura popolare e i contesti industriali in Italia.
Il "profilo biografia" di Daniel Altimare, sebbene non dettagliato dai testi, è indissolubilmente legato alla sua attività di ricerca e riflessione sull'horror italiano. Egli potrebbe aver contribuito ad articoli, saggi o volumi che esplorano le "funzioni simboliche" degli "orrori italiani", i loro "mondi immaginari" e i "contesti industriali" che ne hanno permesso l'esistenza e la diffusione. La sua prospettiva potrebbe arricchire il dibattito su quanto l'horror italiano sia realmente un "corpo estraneo" o, al contrario, una manifestazione complessa e stratificata di inquietudini e tensioni interne alla cultura del paese.
In sintesi, Daniel Altimare è parte integrante della comunità accademica e critica che si dedica all'approfondimento dell'horror italiano, un genere che, nonostante le sue sfide e le sue contraddizioni, ha lasciato un'impronta significativa nella storia del cinema. La sua opera, per quanto deducibile, contribuisce a illuminare le zone d'ombra di un cinema spesso sottovalutato, ma ricco di innovazione e di rilevanza culturale.