Filippo Tommaso Marinetti: Tra Rivoluzione Futurista e il Fascino della Tradizione

Filippo Tommaso Marinetti, figura titanica e spesso controversa del panorama culturale italiano, incarna una delle più vibranti e contraddittorie anime del Novecento. Mentre la sua opera monumentale, la "Conquista delle stelle", prosegue in un universo a noi inaccessibile, il suo retaggio terreno continua a stimolare dibattiti e riflessioni, specialmente quando si confronta la sua spinta verso il futuro con le ombre persistenti del passato. La percezione di Marinetti come figura "nostalgico e passatista" è un ossimoro che merita un'approfondita esplorazione, poiché la sua stessa vita e il suo movimento sono stati un continuo oscillare tra la negazione radicale del passato e una sua, per certi versi, profonda risonanza.

Ritratto di Filippo Tommaso Marinetti

A ottant'anni dalla sua scomparsa, il mondo che ci è dato osservare sembra precipitare verso un baratro dominato da "cretineria e cattivo gusto". Intorno a noi volteggiano, tronfi e volgari, coloro che Marinetti definiva sinteticamente: “passatisti”. Essi sono ovunque, nemici delle eccellenze, di qualsiasi tentativo di pensare in grande, di chiunque osi ipotizzare un futuro per l’umanità all’altezza del suo valore. Dobbiamo riconoscere che, nonostante la sua vocazione proiettata verso l'avvenire, il peso del passato, sia esso amato o combattuto, ha giocato un ruolo fondamentale nella sua traiettoria.

La Nascita di un Movimento: Futurismo e la Ribellione al Passato

Il Futurismo, di cui Marinetti fu il fondatore e l'ideologo principale, si propose come un vero e proprio stile di vita, un'aspirazione a edificare il futuro. L'atto fondante del movimento fu la stesura dell’ormai celebre Manifesto del futurismo, apparso il 20 febbraio 1909 sul quotidiano francese Le Figaro. Questo documento, che si presentò fin da subito come provocatorio e scandaloso, pose le basi per la nascita del primo movimento letterario ed artistico d’avanguardia del Novecento, sia in Italia che all’estero. L’intento principale dei futuristi era esaltare la modernità, la tecnologia, la velocità ed il dinamismo. Essi propugnavano intraprendenza, spregiudicatezza e ribellione, talvolta anche violenta.

Il movimento intendeva rompere radicalmente con le tradizioni artistiche e culturali del passato, considerate un freno al progresso e all'evoluzione umana. Concetti come la simultaneità, la declamazione dinamica e sinottica, la distruzione della sintassi, l’immaginazione senza fili, le parole in libertà, l'intransigenza patriottica, la religione-morale della velocità, l’attivismo suscitatore di entusiasmi, l’interventismo in ogni dove, il movimento e la lotta, furono formule contingenti della medesima aspirazione di edificare il futuro, quella «Città che sale» che immaginarono Boccioni, Sant’Elia e tutti gli altri futuristi. Essere futuristi, perciò, significava guardare al futuro con entusiasmo, certo, ma mai facendosi travolgere da esso, dalla modernolatria che è, in sé stessa, una contraddizione.

Manifesto del Futurismo, 1909

Venezia: La Piaga Magnifica da Guarire

Uno degli esempi più eloquenti della dialettica marinettiana tra passato e futuro è rappresentato dal suo manifesto "Contro Venezia passatista", lanciato l'8 luglio 1910 dall'alto della Torre dell'orologio sulla folla in Piazza San Marco. Questo testo, composto da Marinetti stesso, Umberto Boccioni, Carlo Carrà e Luigi Russolo, è una violenta invettiva contro la decadenza della città lagunare, "estenuata e sfatta da voluttà secolari". Marinetti e i suoi sodali ripudiavano "l’antica Venezia estenuata e sfatta da voluttà secolari, che noi pure amammo e possedemmo in un gran sogno nostalgico". Veniva denunciata "la Venezia dei forestieri, mercato di antiquari falsificatori, calamita dello snobismo e dell'imbecillità universali, letto sfondato da carovane di amanti, semicupio ingemmato per cortigiane cosmopolite, cloaca massima del passatismo".

A questa condizione, i futuristi contrapponevano la visione di una Venezia proiettata nel futuro: una città moderna, "industriale e militare che possa dominare il mare Adriatico, gran lago Italiano". Le proposte erano radicali: "Affrettiamoci a colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi. Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini, e innalziamo fino al cielo l'imponente geometria dei ponti metallici e degli opifici chiomati di fumo, per abolire le curve cascanti delle vecchie architetture. Venga finalmente il regno della divina Luce Elettrica, a liberare Venezia dal suo venale chiaro di luna da camera ammobiliata". Queste parole, lanciate forse con un'eco di nostalgia per ciò che si voleva distruggere, annunciavano i malumori di buona parte dei veneziani di oggi, esasperati dal turismo mordi e fuggi che invade la città. La città, nella visione futurista, doveva essere "guarita e cicatrizzata", liberata dalla sua "piaga magnifica di passato".

L'Adesione Controversa al Fascismo

Il rapporto tra Futurismo e Fascismo è uno degli aspetti più dibattuti e complessi della figura di Marinetti. L'adesione al Fascismo da parte di Marinetti e di altri futuristi ha spesso erroneamente associato il movimento al regime. Il loro rapporto fu, in realtà, molto più breve e controverso di quanto spesso si creda. Nato diversi anni dopo il Futurismo, fu il Fascismo, infatti, ad ispirarsi al Futurismo, non viceversa. Se è vero che per un periodo - quello in cui il Fascismo salì al potere - il gruppo futurista di Marinetti aderì al regime, è anche vero che esso si trovò poi in netta contrapposizione con gli ideali e la politica del regime, specialmente dopo l'emanazione delle leggi razziali.

Il "fascino" del fascismo per Marinetti risiedeva inizialmente nella sua carica rivoluzionaria, nel suo nazionalismo aggressivo e nella sua retorica di rottura. Tuttavia, il suo fascismo era, in realtà, "marinettismo". Egli stesso ricordava il suo percorso: turbolento, dopo essere stato socialista e repubblicano. Per questo suo profondo legame con il suo movimento, dai più gli è stato perdonato il suo passato politico, e di lui si parla come se non ci fosse mai stato quel suo indossare orgogliosamente la camicia nera, anche nell’ultimo giorno della sua vita, fin dentro la bara - anch’essa orribile simulacro passatista - dopo la sua adesione alla Repubblica Sociale Italiana e aver scritto l’ultimo, disperato e coraggioso poema, intitolato, "Quarto d’ora di poesia della X Mas". La parola «eterno» fu l’ultima da lui scritta, alla fine di quel poema.

Nonostante la sua contrarietà all’alleanza con la Germania e alle leggi razziali, due anni prima della morte, quando aveva 65 anni, ancora una volta indomabile e ottimista, si schierò e partì volontario per la Russia. A salutarlo a Verona c'era tutta la sua famiglia, Benedetta, Ala, Vittoria, Luce. Ma il suo destino andava compiendosi e fece in tempo ad accostarsi alla fede religiosa, dettando a Benedetta "L’aeropoema di Gesù". Quelle vicende, tuttavia, appartengono ad un tempo passato, la cui eredità solo le future generazioni comprenderanno appieno.

Fotografia di Marinetti in divisa fascista

La Rivoluzione in Cucina: Abolire la Pastasciutta

L'attitudine futurista a voler rivoluzionare ogni aspetto della vita si estese anche alla sfera dell'alimentazione. L'occasione che portò Marinetti ad esporre pubblicamente la visione dei futuristi sull'alimentazione fu una cena in suo onore che si tenne il 15 novembre 1930 al ristorante milanese Penna d’Oca. Queste teorie furono poi ribadite e redatte nel "Manifesto della cucina futurista", pubblicato il 28 dicembre 1930. Seguendo la politica autarchica fascista, Marinetti enunciava nel manifesto le nuove regole alimentari, teorizzando quello che doveva essere un nutrimento per una vita eroica, aerea e veloce, che rendesse agile il corpo, come le parole in libertà avevano fatto con la letteratura.

Poiché il Futurismo sosteneva che si pensa, si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia, il primo punto del manifesto era l’abolizione della pastasciutta. Per i futuristi, essa era la causa primaria della fiacchezza, del pessimismo, dell’inattività nostalgica e del neutralismo che contraddistinguevano da sempre il popolo italiano. Solo con la sua abolizione, e l’introduzione del riso, gli italiani sarebbero finalmente diventati agili e scattanti e avrebbero potuto vincere una possibile guerra. L'arte della cucina futurista propugnava poi la creazione di nuovi sapori, spesso stravaganti, proponendo abbinamenti di sapori contrastanti e il coinvolgimento del tatto, tramite l’abolizione delle posate e l’alternanza di caldo/freddo. Tutto, però, doveva essere esaltato da una minuziosa cura per l’estetica delle portate, prestando sempre particolare attenzione alle forme dei cibi, ai loro profumi e ai loro colori ed alla composizione dei piatti.

Marinetti, per promuovere i piatti futuristi, organizzò una vera e propria campagna promozionale internazionale, che seguì, alla mezzanotte dell’8 marzo del 1931, l’inaugurazione a Torino del primo ristorante futurista d’Italia, la Taverna Santopalato. Il locale prevedeva un menù composto da 14 portate, tutte ideate e firmate dai più importanti esponenti del Futurismo, fra cui Prampolini, Depero e Mino Rosso. Fra le portate principali vi erano l’Antipasto intuitivo (canestrini di buccia d’arancia ricolmi di salame, acciuga e peperoncini che nascondevano biglietti con frasi a sorpresa), seguivano poi l’Ultravirile (un’aragosta sgusciata tra lingue di vitello e gamberi, ricoperta di Zabaione verde e di una corona di creste di pollo). Ma anche il Carneplastico, creato dal pittore futurista Fillia (una grande polpetta di carne di vitello, ripiena di undici diverse qualità di verdure, disposta verticalmente nel piatto e sormontata da miele, salsiccia e tre sfere di carne di pollo), il Pollofiate l’Areovivanda, che riportava delle istruzioni su come andasse consumata, che erano spiegate dallo stesso Marinetti. La pietanza composta da frutti e verdure diverse, andava mangiata con la mano destra, senza l’ausilio di alcuna posata. Nel mentre, la mano sinistra doveva accarezzare una tavola tattile composta da cartavetrata, velluto e seta. Questi piatti, insieme a tutte le altre ricette futuriste sono state raccolte nel volume intitolato "La cucina futurista", edito per la prima volta nel 1932. La trascrizione e l’ideazione di tutte le ricette della cucina futurista fu pensata e redatta a quattro mani da Marinetti e Fillia.

Illustrazione di un piatto futurista

Fenomeno più culturale che gastronomico, per quanto stravagante e simpatico, la cucina futurista, però, non rivoluzionò mai i modi ed i gusti culinari degli italiani. Del resto, mai avrebbe potuto farlo, dato che si trattava di ricette scritte da letterati ed artisti e non da cuochi. Inoltre, lo stesso Marinetti - in maniera alquanto incoerente rispetto agli ideali propugnati - perse credibilità quando fu fotografato in un ristorante milanese, intento a gustarsi un bel piatto di spaghetti.

La Violenza come Igiene del Mondo e la Sfida al Passatismo

La violenza e l'aggressività si ritrovano esplicitamente nel Manifesto del futurismo. Gli artisti desideravano risolvere i problemi dell'epoca per mezzo della violenza, della guerra. Questa violenza si ritrova nelle opere futuriste: "La Charge des lanciers" (1915), una pittura su tela di Umberto Boccioni, illustra bene questo inno alla violenza e alla guerra. In realtà, l'ideologia bellicista di Marinetti non era condivisa da tutti i futuristi. Marinetti stesso, scrivendo nel Manifesto, intendeva annunciare la nascita del futurismo e presentarne le idee principali. D'emblée, il tono era dato: il movimento si voleva provocatore e desiderava creare lo scandalo. Ma ben più di un movimento, il futurismo si rivelò essere una vera e propria "façon de penser et de vivre", ciò che si percepisce alla lettura del manifesto.

Il concetto di guerra come "sola igiene del mondo", sebbene controverso, rifletteva la volontà futurista di purificare la società dalle scorie del passato e dalla stanchezza morale, per fare spazio a un nuovo ordine. Questa pulsione verso il rinnovamento si manifestava anche in altri contesti, come dimostra il testo "Contro la Spagna passatista". In esso, Marinetti esorta gli spagnoli a liberarsi dalla tirannia dell'amore, dall'inerzia e dalla contemplazione sterile delle proprie glorie passate: "Spagnuoli! Che mai aspettate, così atterrati dallo spavento, con la faccia al suolo nell’ammorbante fetore dell’incenso e dei fiori fradici, in questa navata di cattedrale, arca immonda che non può salvarvi dal diluvio, bestiame cristiano, nè condurvi al cielo?… Alzatevi! Ecco! Ecco!… Ma voi tremate in ginocchio come alberi schiantati in un torrente… Alzatevi!… I più anziani si affrettino a sollevare sulle loro spalle la miglior parte delle vostre ricchezze. Agli altri, ai più giovani un compito più allegro!… Siete voi gli uomini di vent’anni? Ma affrettatevi dunque, prima che le Folgori trionfanti si avventino su di voi per punirvi della vostra colpa millenaria! Poiché voi siete colpevoli del delitto d’estasi e di sonno. Poiché voi siete colpevoli di non aver voluto vivere e di avere assaporata la morte a piccoli sorsi…"

Marinetti esortava a sfondare i battenti della porta, a colmare il "gran fossato medioevale", a gettarvisi anche le ricchezze, i quadri sacri, le statue, le chitarre, gli arnesi degli avi. Bisognava attraversare i cimiteri "sgambettando come una banda di scolari in baldoria! Sconvolgete le erbe, le croci e le tombe!". L'obiettivo era liberare lo sguardo sotto il "vasto garrire rivoluzionario delle bandiere dell’aurora". La Spagna doveva essere una terra di lavoratori eroici, non di ciceroni, pittori copisti o archeologhi pedanti.

Questa furia distruttrice e rigeneratrice, questa chiamata alla marcia contro la stasi, è il cuore del messaggio futurista. È la sfida ai timori interiori di affrontare le incognite che ci aspettano, i tempi che saranno, le insidie che accompagnano le novità; è l'accettazione di «Polemos», quale cifra dell’esistenza, evitando con ciò la palude innaturale della «vita comoda». La critica al "passatismo" non era solo un rifiuto sterile del passato, ma un tentativo di liberare le energie vitali per costruire un futuro autenticamente nuovo, un futuro che, tuttavia, a volte sembrava portare con sé le cicatrici e le contraddizioni del suo stesso ideatore, un uomo che, nell'ultimo istante, trovò conforto nella parola "eterno".

La lezione di Marinetti, pur con tutte le sue ambiguità e le sue ombre, rimane quella di un'incessante ricerca di vitalità e di un rifiuto della rassegnazione. La sua opera ci spinge a interrogarci continuamente sul nostro rapporto con il tempo, sulla tensione tra la saggezza del passato e l'audacia necessaria per affrontare il futuro, un futuro che, come lui stesso amava ricordare, non può mai arrestarsi né finire, pena il cadere nelle spire del passatismo.

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