Definire la napoletanità può rappresentare un compito particolarmente arduo quando non si è immersi in un contesto che lo permette. Napoli è una città da vivere, un luogo magico in cui sogno e realtà si mischiano, creando una commistione emozionale unica, capace di definire uno stile di vita peculiare, riconosciuto in tutto il mondo. Il popolo napoletano è unico nel suo genere e, per questo, particolarmente rinomato, non solo in patria. Essere figli di Napoli e del suo inestimabile patrimonio culturale significa abbracciare i tratti più tipici della propria identità.

Col passare degli anni, ovviamente, molti modi di fare sono cambiati. I giovani aprono lo sguardo verso il futuro, affacciandosi alle tendenze del mondo globalizzato. Ciò nonostante, alcuni simboli della napoletanità risultano essere, praticamente, inestirpabili nel bagaglio di un partenopeo. Parliamo di aspetti della vita insiti nell’indole e tramandati attraverso gli echi di intere generazioni, rimasti impressi indelebilmente nell’immaginario collettivo del vero napoletano.
L'Anima di Napoli: Tra Mito e Storia
L'identità partenopea non è un concetto astratto: è una vibrazione viva e intensa che si percepisce camminando tra i vicoli dei Quartieri Spagnoli, ascoltando una serenata al tramonto su Via Caracciolo, o esultando al “Maradona” dopo un gol del Napoli. È una miscela potente di storia millenaria, tradizioni popolari, fierezza territoriale e un senso di appartenenza che va ben oltre i confini geografici. Napoli non è solo una città: è un'anima.
La città vive infinite vite ed è stata fondata più volte: da Partenope a Palepolis, quindi a Neapolis. Il nome "partenopeo" deriva da Partenope, la sirena della mitologia greca che secondo la leggenda avrebbe fondato la città. Napoli nasce come Neapolis, “città nuova”, fondata dai coloni greci nel V secolo a.C., sulle fondamenta della più antica Parthenope. Il doppio legame con il mito e la storia ha forgiato una cultura che mescola sacro e profano, ragione e sentimento, classicità e vitalismo popolare.
Nelle sue diverse vite è stata Partenope e il suo nome ci riporta al suo mito di fondazione, al suo essere città femmina, con il suo ventre cavo che racconta di sé stessa, che scopre le sue radici e le espone con pudicizia e sfrontatezza, come nei palazzi seicenteschi che attraversano il suo centro storico nei quali la città del “sopra”, apollinea e splendente, e la città del “sotto”, dionisiaca e misteriosa, si coniugano.
Diverse sono state le componenti di quest'ondata migratoria che ha cambiato per sempre il Mediterraneo e che restano costanti per ogni spostamento: le condizioni del paese di partenza, l’atteggiamento psicologico, le diverse esigenze economiche, il costituirsi delle aree di colonizzazione come entità macro-territoriali al confronto di questa o quella polis, i rapporti con l’ambiente e le comunità locali, i rapporti con la madrepatria.

La sirena Partenope non accettò mai il rifiuto di colui che voleva sedurre e, per il dolore, si gettò dalla roccia più alta. Le onde portarono il suo corpo fino al golfo di Napoli, precisamente sull’isolotto di Megaride, che secondo studi recenti è individuabile nell’isolotto di Nisida, più che in quello dove sorge attualmente Castel dell’Ovo. Qui, il corpo di Partenope, secondo il racconto, si dissolse, prendendo la forma della città di Napoli: la sua testa è la collina di Capodimonte e la sua coda si posa lungo la collina di Posillipo.
Al di là delle diverse versioni del mito di fondazione, c’è un elemento che attraversa tutte le varie declinazioni del racconto: la morte di Partenope che simboleggia la partenza, lo strappo che si determina quando si lascia un territorio, e dunque il tributo a ciò che nel linguaggio della cultura popolare viene sintetizzato con “il partire è un po’ morire”, una morte simbolica che prelude alla ri-nascita, alla fondazione, e che si concretizza nella ricerca di un luogo nuovo. Era necessario che la fondazione di una nuova città, di un nuovo popolo implicasse anche la nascita di una nuova religione che di quel popolo sarà propria, una riorganizzazione dell’ordine divino non meno che di quello umano. Chi ambisca a tanto deve sottoporsi al maggior sacrificio che gli è possibile, il sacrificio di sé stesso. Ossia morire per fondare o rifondare. Era l’assunto da cui partivano i Greci d’Oriente, che, in maniera ragionata e sistematica, si allontanavano dalle loro terre con tutti gli abitanti della parte migliore delle città, che lasciavano le loro terre in vista di ulteriori migliori collocazioni.
Secondo una versione meno leggendaria, Partenope sarebbe stata invece una splendida fanciulla, figlia del condottiero greco Eumelo Falevo, partito alla volta della costa campana per fondarvi una colonia; ma una tempesta colpì la nave, provocando la morte della giovane, in tributo alla quale fu dato il nome alla nascente città. I miti sono tanti e diversi tra loro, ma una cosa che accomuna tutte le varianti è che Napoli è stata fondata con amore e per amore. Quindi, si può affermare con sicurezza che l’amore e la passione sono il fondamento della città.
Il popolo partenopeo, del resto, è riconoscibile ovunque nel mondo e, per questo, è tra i più amati in assoluto. Non esiste un centro in questo spazio/mare fatto di coste, di isole e approdi, ma una continua relazione densa di incontri e scontri, antiche e nuove talassocrazie, che attraversano i tempi.
NAPOLI ANTICA E MISTERIOSA #1 LA SIRENA PARTHENOPE
Il "grande arcipelago mediterraneo", come lo definisce Cacciari, rende esplicito il ruolo del Mediterraneo nella dialettica che si instaura nell'incontro tra comunità. «Uno spazio mobile e cangiante del coordinarsi e del coabitare che è dialettica potente di una dimensione di pòlemos e dià-logos per costruire la complessa armonia europea che nasce da questo mare/lago. Ripercorrere le rotte di queste interconnessioni tra passato e presente per riannodare i fili e ricostruire i percorsi geo-simbolici, diventa utile ai fini della comprensione di ciò che siamo e dar conto, così, della vita di una città come Napoli.».
Nel riprendere le fila degli spostamenti attraverso il Mediterraneo, non si può fare a meno del proficuo rapporto, ormai sedimentato, tra antropologia e storia. Ai fini del mio discorso ho privilegiato alcuni aspetti della “grande colonizzazione” che determinò l’ellenizzazione del Mediterraneo. Se il Mediterraneo ha vissuto da sempre scontri e incontri di culture, la migrazione greca, in quel suo andamento bidirezionale tra coste occidentali e orientali, ha determinato un’osmosi tra “Oriente” e “Occidente”, che finì con l’essere integrata nell’identità ellenica. Furono i Greci del V sec. a coniare il termine di “talassocrazia” quando parlavano del passato minoico. Tucidide ne parla a proposito del controllo sul Mediterraneo, che era già stato solcato e conosciuto dai micenei e di quel potere che si era espresso dal punto di vista politico, militare, culturale.
Quegli stessi Greci avevano già elaborato un immaginario dell’Occidente che risaliva a molti secoli addietro, prima della cosiddetta grande colonizzazione/migrazione e delle fondazioni di città nella zona che sarebbe divenuta la Magna Grecia. Prima delle colonie, l’idea che i Greci avevano dell’Occidente era avvolta in un alone di leggenda. Il mito - si pensi per esempio a tutta la geografia dell’Odissea omerica - contribuiva a spiegare la scoperta delle terre dell’Occidente e il loro inserimento nell’immaginario e nel mondo culturale dei Greci, i quali, per rappresentarsi una realtà prima sconosciuta e darle una collocazione nella loro visione ordinata del mondo, attribuivano origini greche alle popolazioni indigene in un meccanismo atavico di assimilazione dell’estraneo, delineandone origini comuni. È questo uno dei primi processi di creolizzazione/acculturazione mediterranea che viene definito “ellenizzazione”, termine che gli storici usano con molta cautela, ma che rende chiaro come il Mediterraneo sia luogo di incessante sintesi di culture.
Tale ellenizzazione non fu certo solo solidarietà, comunismo politico con relativa condivisione delle terre, giacché nel contempo ci furono vicende contrassegnate da aggressività, guerre violente, deportazioni, riduzione in schiavitù, uccisioni di massa, come accadde ai siracusani e a una parte dei sicilioti. Tuttavia, questi percorsi migratori e le fondazioni di città resero possibile, attraverso gli incontri con le popolazioni già residenti, sincretismi religiosi e plasmazioni di culti, i quali hanno definito abitudini, credenze, modalità di gestione politica, attitudine al confronto e trasmissione dei saperi. Si è diffusa, così, una cultura dell’accoglienza che considera sacro l’ospite, cerca un nomos condiviso e fonda un logos, con i princìpi che sono ancora oggi riconosciuti in tutte le culture occidentali. Si sono costruite città, impianti urbani e definizioni di spazi sacri e profani che sono tutt’ora parte del paesaggio mediterraneo.
Questi migranti, erroneamente assimilati a colonizzatori, partivano coniugando necessità di fuggire da persecuzioni e dalle asperità del territorio con il desiderio di nuove possibilità di felicità, insieme al piacere di compiere una sorta di prova iniziatica e di rito di passaggio che ha sedimentato l’archetipo simbolico del viaggio. Queste migrazioni e le rotte che ne definivano i percorsi da seguire ricevevano necessariamente l’imprimatur divino attraverso l’oracolo di Delfi, a cui ci si rivolgeva prima di ogni partenza. Di questi incontri/scontri tra diverse civiltà sono intrisi tutti i luoghi del Mediterraneo, ma in questo specifico percorso bisogna cercare di comprendere più a fondo cosa accade a partire dalla cosiddetta prima migrazione greca su queste coste, in questi luoghi abitati da donne e uomini, da divinità e ritualità diverse, e tuttavia contraddistinti da strutture antropologiche dell’immaginario condivisibili.
Il bisogno di identificare la propria familiarità in elementi di un paesaggio nuovo che, tuttavia, possa essere funzionale a bisogni e abitudini, conduce alla scelta del territorio ideale per dare spazio e nuova vita alla comunità. Nel caso di Partenope, la dialettica vita-morte diventa il fondamento dell’identità della città, insieme a eros e seduzione. Una divinità, seppure minore, una sirena, si suicida e il suo corpo monstrum diventa tutt’uno con il territorio, si fa territorio.
Le coste campane erano considerate terre di Sirene, parte di quella geografia mitica che era in relazione con quanto raccontato e vissuto dai navigatori e dai marinai provenienti dall’Oriente nel solcare quelle acque. L’universo omerico aveva ampia collocazione in Occidente; lì erano localizzate molte delle avventure epiche di Ulisse e i viaggi di altri eroi reduci da Troia, come Diomede, Filottete e Nestore. Basti pensare all’episodio dell’Odissea che racconta la visita di Ulisse al dio dei venti, Eolo, da cui deriva il nome dell’arcipelago siciliano delle Eolie. La pericolosità dello Stretto di Messina per i naviganti dette origine al mito di Scilla e Cariddi, le due creature mostruose posizionate alle sue estremità. Il nome delle Isole dei Ciclopi, nella costa orientale della Sicilia, richiama l’episodio nel quale Polifemo, accecato, lancia le enormi pietre contro Ulisse. Il mito contribuiva a spiegare così la scoperta delle terre dell’Occidente e il loro inserimento nell’immaginario e nel mondo culturale dei Greci, che attribuivano origini greche alle popolazioni indigene.
Ma chi furono i primi esploratori greci e quali città fondarono? Le più antiche di esse furono fondate da gruppi provenienti dalla città di Eretria e dalla Calcide nell’Eubea che inviarono gruppi prima nell’isola di Pithecusa (Ischia), e poi sulla costa che le sta di fronte, a Cuma, certamente prendendo conoscenza anche della costa orientale della Sicilia e dello Stretto. L’area del golfo di Napoli, con le isole antistanti e i campi Flegrei, era abitata da popolazioni dell’Età del Bronzo e poi del Ferro, per le quali le fonti greche usano i nomi di Ausoni e Opici, incerte se identificarle o distinguerle tra loro, ma che non vanno comunque confuse - come talvolta accade - con le più tardi genti Osche, le quali verranno a impadronirsi dei centri coloniali greci e di quelli etruschi. Gli abitanti dell’Età del Bronzo erano stati in contatto, certamente, con i navigatori micenei spintisi al di là delle Eolie fino alle isole (Vivara specialmente) e alla costa del golfo. In quelle terre erano comunque presenti culti ctoni e della vegetazione.
«Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba. Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. È lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene; […] quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante; quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia; quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi; quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città.»
Le Abitudini Quotidiane e la Cultura Culinaria
Il popolo napoletano si contraddistingue per una serie di abitudini che, tra vizi e virtù, lo rendono praticamente inconfondibile. Quella partenopea, del resto, è una tradizione antichissima, a cui siamo particolarmente legati. Se decidessimo di stilare la giornata tipo di un vero napoletano, non potrebbe mancare il caffè per iniziare la giornata. Si tratta di un aspetto importantissimo per i partenopei che considerano quello del caffè come un vero e proprio rito. Che lo si consumi al bar o in casa alle prime luci del mattino, il caffè a Napoli è molto più che una cosa seria.

Napoli vanta un patrimonio culinario praticamente inestimabile. Simbolo della cucina partenopea è, sicuramente, la pizza. Definita un’istituzione per i napoletani, si tratta di un must per delineare l’identikit di un partenopeo. Del resto, la pizza è entrata a far parte dell’iconografia della città sul piano internazionale.
Dopo aver citato la pizza ed il caffè, è opportuno soffermarsi su alcuni dei piatti che caratterizzano la cucina napoletana. Tra i condimenti più conosciuti della tradizione culinaria partenopea, figura il leggendario ragù napoletano. Di Domenica, a pranzo, è impossibile rinunciarci e, di sicuro, la pratica della “scarpetta”, ben familiare praticamente a chiunque, diventa qualcosa di molto simile ad un obbligo morale piuttosto che ad un vezzo del palato! Anche i dolci esercitano una parte fondamentale nella “dieta” di un napoletano. Babà, sfogliatelle e pastiera sono immancabili nel menù di un lauto pranzo in famiglia, specie durante le festività. Infine, tratto tipico dei ristoranti napoletani, è il digestivo a fine pasto. Tra i più apprezzati dai commensali, figura ovviamente il liquore nocillo, dal sapore particolarmente forte e preparato con le noci del Vesuvio.
Ovviamente, pur ricoprendo un ruolo importante, il cibo non è l’unica costante nelle abitudini di un vero napoletano. Il nostro legame con i paesaggi più suggestivi offerti dalla terra che ci ha dato i natali rimane profondamente radicato, a prescindere dai percorsi che decidiamo di intraprendere. Un napoletano che vive lontano avrà sempre nostalgia di casa, dei magici scorci offerti dal centro storico, del Golfo, del Vesuvio e dei paesaggi intrisi di fascino e mistero di cui la città si caratterizza.
NAPOLI ANTICA E MISTERIOSA #1 LA SIRENA PARTHENOPE
Emozioni e Relazioni: Il Carattere Napoletano
Quando si pensa alle abitudini di un vero napoletano, risulta praticamente impossibile non ricondursi alle emozioni e ai modi di agire condivisi dalla stragrande maggioranza di essi. Il napoletano è ospitale per definizione. Se l’ospite è sacro per gran parte delle persone, a Napoli il discorso si amplifica a livelli inimmaginabili. Sì, perché a Napoli l’ospite diventa una persona di famiglia, venendo inondato di attenzioni e invitandolo a prendere parte a grandi conversazioni informali, capaci di durare anche per ore!
Napoli è animata da simpatia e sentimento. Il popolo napoletano si contraddistingue per la sua straordinaria empatia e per una vena scherzosa decisamente fuori dagli schemi. Il vero napoletano dona l’anima alle persone che ama e quando viene tradito, porta grande dolore nel cuore. Ironia e sfottò diventano un tratto distintivo particolarmente godevole del clima napoletano.
Ipertrofica, esplosiva, sconcia e moralista, violenta e accogliente, lazzara e giacobina, città d’arte e patria del più becero folklore, tutto è stato detto e scritto su Napoli. Questa breve guida antropologica ed etnografia si propone di essere il filo di Arianna con il quale attraversare il labirinto più affascinante e paradossale che una città possa offrire, in cui convive, in un caos ordinato, tutto e il contrario di tutto. Napoli è una città che ha la struttura di un romanzo; le strade sono piene di storie che chiedono di essere trascritte. Quello di Napoli può essere solo un romanzo barocco e surrealista, incompiuto, irrisolto, contradditorio, dove gli eccessi della religione cattolica convivono con la bestemmia, se è vero che, oltre a porsi come un’opera a cielo aperto, Napoli è forse, insieme a Tangeri e Barcellona, una città mediterranea ed europea allo stesso tempo, la cui nascita testimonia quanto il Mediterraneo sia il frutto delle contaminazioni di uomini, di rotte, di luoghi di partenza e di miti di fondazione, che soddisfino il bisogno di radicamento e la necessità di incontrare l’alterità.
L'antropologia definisce l'identità come «patrimonio da conservare» e, in tal senso, l'identità di una comunità urbana può essere configurata come «patrimonio metropolitano da conservare». A voler indagare sulla possibile identità napoletana, con la finalità di qualificare Napoli come “luogo” ovvero come “non luogo”, si possono proporre una serie di parametri, cominciando da quelli spaziali; e i primi che vengono in mente sono i più popolari: Centro antico, Quartieri spagnoli, Sanità. Ebbene, in essi l’identità è vistosamente stravolta da insegne, vetrine aggettanti, alluminio anodizzato e ottone satinato, verande costruite perfino su frazioni di sede stradale. La relazionalità, a sua volta, sembra essere limitata, tutt’al più, alla popolazione stabile: chi vi giunge da fuori è guardato, nella migliore delle ipotesi, come un alieno (non vorrei dire un “altro da sé”). La storicità, infine, è andata perdendosi già tra quella stessa popolazione stabile, che nemmeno sa riconoscere il valore di testimonianza a quanto (strade, edifici, monumenti) la circonda, e figurarsi gli estranei all’ambiente - salve, s’intende, le sparute eccezioni, che confermano la regola.

Ultimo parametro proponibile è l’homo neapolitanus. Ma lo si può ancora ritenere esistente, nella sua integrità, a fronte dell’immigrazione trainata dagli episodi di “mani sulla città” degli anni 50 e degli anni 70-80 del secolo scorso? Si tratta come si può vedere di fenomenologie più che di fenomeni veri e propri. Eppure tali fenomenologie includono comunque fenomeni, e quindi veri e propri fatti, ossia evidenze fattuali e concrete. E pertanto tali forme possono bene venir considerate come contenitori (astratti) dei fatti che effettivamente accadono a Napoli, e che peraltro anche la caratterizzano. Siamo insomma di fronte a veri e propri «portatori» astratti dell’identità partenopea. E tuttavia avremo poi modo di vedere che, sebbene qui non vi siano più dei tipi antropologico-sociali, è comunque riconoscibile (sebbene alla lontana) almeno la presenza di qualcosa di simile a dei tipi antropologico-civili. E questo pone quindi in primo piano il fenomeno davvero sconvolgente di una realtà corporea che è nei fatti non è assolutamente vitale, e soprattutto non vuole esserlo.
Ebbene questo aspetto ha costituito il nucleo stesso di quella tesi critica di La Capria nella quale si sosteneva che Napoli è ciò che è (come identità) proprio in quanto essa si ostina tenacemente a restare fuori della storia. Nel difendere questa tesi, lo scrittore si fa quindi protagonista di una presa di posizione sostanzialmente storico-sociologica. Egli motiva infatti l’attaccamento di Napoli all’antico, con il volontario voler essa restare legata alla mitologia di sé stessa. Mitologia che si presenta quindi come meta-storica per definizione. Ora, non vi è dubbio che questa tesi è stata ed è molto lodevole. In primo luogo perché essa ha finalmente sollevato il velo su un fenomeno che per definizione era invece destinato a restare nascosto.
Ebbene io inclino a ritenere che tale concetto è a Napoli deteriore (e quindi falsificante) proprio in quanto questa città resta attaccata all’«antico» in maniera radicalmente diversa da come dovrebbe invece idealmente esserlo. La mia tesi è insomma che l’attaccamento all’«antico» non è in sé affatto deteriore, e che quindi il restare impermeabile alla Storia, da parte di Napoli, non è affatto in sé un vizio. Anzi tutt’altro. Deteriore e vizioso è semmai il modo specifico in cui ciò avviene. E ciò implica una serie di ben precise conseguenze filosofico- ed etico-politiche. In primo luogo in tal modo il Presente cessa infatti di costituire un valore in sé, e quindi un valore assoluto. Ma ciò vale poi allo stesso modo anche per il Futuro stesso. E così tanto il Presente quanto il Futuro non vengono più di fatto affermati come valori di riferimento. Ed è quindi proprio a quest’ultimo che ci si riferisce nell’atto fondamentale di riannodare il filo del tempo, tra Passato e Futuro, nel contesto del Presente. Questo è comunque un concetto tipicamente moderno della Storia come ente e come valore. Quest’ultimo invece viene semmai considerato proprio come il luogo nel quale il Passato non solo trova il riconoscimento del valore che ad esso spetta, ma nello stesso tempo viene anche (attivamente) preso a modello per la costruzione (attiva) di un Futuro. Il suo persistere è quindi quello di un modello, e non invece di un effettivo ente. Nel mentre però intanto si lascia che il Passato come modello continui ad esistere e soprattutto ad agire.
Ebbene, è però esattamente questo che accade nel contesto del porsi ostinato di Napoli fuori dalla storia. Essa pretende invece che il corrotto cadavere in sé continui a sussistere nel Presente. E pretende inoltre anche inflessibilmente che esso venga onorato esattamente così com’è. Abbiamo così davanti a noi esattamente quella retorica pro-partenopea ad oltranza nella quale finora ci siamo molto spesso imbattuti. Non a caso essa lo fa sono in relazione ad un determinato concetto di storia - quello moderno, che è presentista ed insieme futurista (cioè sostanzialmente rivoluzionario). Qui insomma la storia non è un valore per il fatto di essere protesa costantemente verso il Futuro. Ma lo è invece solo perché essa è costantemente impegnata a recuperare il Passato nel Presente. Ma è evidente che la differenza tra le due visioni dipende strettamente dall’agire o meno in esse di una prospettiva di pensiero che prenda a proprio riferimento la dimensione storico-sociologica.
La visione che ho appena esposto non lo fa per nulla. Proprio per questo, dunque, essa risulta in grado di discernere tra un avvaloramento sano ed insano del Passato, e quindi tra un sano ed insano porsi fuori dalla storia. Ed allora, se Napoli per davvero si opponesse a tutto questo, essa costituirebbe per il mondo un esempio, e lo farebbe esattamente sul piano di un’identità definita in maniera primariamente metafisica. Le cose però non stanno affatto così. Ed il peggio è che tale recisione avviene proprio nel Presente. Il Presente diviene pertanto esso stesso un luogo di azione negativo, invece che positivo. In questo caso il Presente pretende quindi di essere un Passato che persiste solo come graveolente e ripugnante spoglia mortale. Ma è esattamente a questo che il culto autarchico di Napoli come valore si rifiuta categoricamente di acconsentire. La sua tesi è infatti che Napoli ha già tutto, e quindi non ha bisogno assolutamente di nulla. Dunque quella Napoli che (come dice La Capria) sembra isolata dal mondo, così come lo è dalla storia, non è affatto quello che sembra nel contesto di tale presa di posizione. E con ciò parliamo dell’Origine trascendente stessa, ossia del Passato nella sua più alta formulazione.
Ma questo non è un fenomeno solo astratto. L’intima associazione tra questi due fenomeni si spiega allora perfettamente proprio sul piano del vero senso dell’attaccamento di Napoli al Passato e del suo ostinato collocarsi fuori della storia. E questo decisamente fa dell’eterna pantomima napoletana qualcosa di folle, delirante, perverso e perfino anche raccapricciante. E quindi, in questo loro così forzoso essere patetici ed insieme tragici, i Napoletani appaiono essere davvero vittime di sé stessi. Il che è poi ancora più vero se esaminiamo anche l’aspetto psicologico collettivo di tutto questo. È esattamente in questo senso che - in maniera negativa e distruttiva, cioè auto-lesionista - a Napoli viene inflessibilmente interdetta e repressa qualunque forma di spontaneità. Ecco che allora noi vediamo in essa esclusivamente l’agire di comportamentali pre-costituiti e quindi rientranti solo in una ristretta gamma: ‒ lo scaltro, il cinico, il disincantato, l’auto-soddisfatto, l'allegro ad oltranza. È pertanto in questo esatto senso che il copione stesso rinuncia auto-distruttivamente all’ampiezza per accontentarsi appena di un suo segmento puntiforme che è poi fatalmente del tutto irrilevante. È un segmento di essere individuale ed è anche un segmento di mondo. Eccoci insomma di nuovo di fronte al così fondamentale insano delirio onirico del Napoletano.
Altro che città che è «la più bella del mondo»! E altro che «il Popolo migliore del mondo»! Dovrebbero quindi attenersi a questo, quegli osservatori stranieri (in verità in pectore totalmente disinteressati a Napoli) i quali dichiarano così facilmente il loro «amore eterno» a Napoli! Evidentemente lo fanno senza nemmeno sapere quello che dicono. Ovviamente allora anche l’attaccamento al Passato ormai morto costituisce i termini di un Presente che è anch’esso isolato nel senso appena illustrato. Anche il Presente insomma rinuncia per partito preso all’ampiezza, e così si condanna a morte e rinsecchimento. Ed abbiamo già visto che ciò comporta poi un suo tragico segregarsi dal Trascendente stesso, e quindi anche dall’ampiezza quale campo di piena ed autentica valenza spirituale degli atti.
Ebbene, cosa accadrebbe se di colpo non fosse più così? Ebbene, in base a quello che ho chiarito discutendo la basilare dimensione metafisica di Napoli, accadrebbe semplicemente che Napoli non sarebbe più Napoli. Dunque, una volta costatato questo, ci si deve chiedere se davvero il gioco vale la candela. Insomma vale davvero la pena che Napoli perda la sua identità in questo suo ipotetico ricollegarsi alla Storia come valore? Essa insomma si pone volontariamente al di fuori di qualunque effettiva prospettiva storico-sociologica di cambiamento. Essa non consiste insomma affatto nel nostro scrollarci finalmente di dosso tutte le forme di un «antico» che in questa città effettivamente vengono vissute ancora oggi in pieno e quotidianamente. Non è insomma in questo che si dovrebbe vedere la deteriorità di Napoli. Ciò significa comunque che la prospettiva che io suggerisco impone inevitabilmente delle rinunce. Implica cioè in primo luogo la rinuncia al tradursi del discorso riformatore sul piano di quella visione politica che da molto tempo è quella dominante, e cioè quella nello stesso tempo progressista ed anche pragmatistica. Ebbene io non intendo negare che possa essere davvero così. Oggi come oggi è infatti utopico senz’altro il suggerire che una città possa e addirittura debba riformare la propria propensione a vivere nel passato solo perché questa si manifesti ancora più pienamente. Ma per essere più precisi quella qui in causa è un’Utopia che è politica in primo luogo in quanto si pone in maniera radicalmente etica. Tuttavia il carattere primario di quest’ultima è la sua espressa e volontaria lontananza da qualunque integrale preoccupazione etica. E questo mi sembra il fattore più importante al quale guardare nel tentare di dirimere tra il valore dell’una e dell’altra visione, qui decisamente schierate su fronti decisamente opposti.
Il Legame Indissolubile con i Personaggi Storici e la Cultura Popolare
Nel corso degli anni, la storia di Napoli ha visto la sua caratura aumentare grazie al profondo apporto di personaggi fondamentali per l’iconografia partenopea. Artisti, musicisti e divinità dello sport hanno scelto Napoli come porto sicuro in cui trascorrere gli anni migliori, venendo ripagati con limpida gratitudine da parte di un popolo passionale come nessun’altro.
Da Totò e Eduardo, passando per Pino Daniele e Massimo Troisi, fino ad arrivare a Diego Armando Maradona. Il popolo di Napoli adora ricordare i propri grandi nomi con profondo orgoglio, dimostrando un’affezione così forte da eludere concetti inesorabili come il tempo e la morte. Napoli ha dato i natali a poeti, musicisti, filosofi e artisti che hanno reso immortale il suo spirito: da Giambattista Vico a Totò, da Eduardo De Filippo a Massimo Troisi, fino a Pino Daniele, interprete moderno di un'anima antica. La cultura partenopea non è solo produzione artistica: è un modo di vivere, di affrontare la vita con ironia, resilienza e teatralità. Anche il dolore, qui, si canta. Anche la povertà diventa creatività.
In nessun luogo al mondo il calcio è così intimamente connesso all’identità cittadina come a Napoli. Il Napoli Calcio non è solo una squadra: è simbolo di riscatto, orgoglio e coesione sociale. Lo Stadio Diego Armando Maradona è il tempio dove si rinnova ogni settimana il rito collettivo dell’identità partenopea. La vittoria dello scudetto nel 2023 è stata vissuta come una rinascita, una rivincita contro stereotipi e pregiudizi, e un’ulteriore conferma del legame indissolubile tra città e squadra.

Cultura e Rinascita: Un Messaggio ai Giovani
Cari Giovanni, a voi, personalità diverse con in comune la speranza nel futuro, la vita vi regali sorrisi! Abbiate il coraggio di amare la vita, scegliete il bene! Lasciate perdere la droga e sottorate le armi. Buttatele al mare, altrimenti butterete le vostre vite. Se c'è una via di salvezza per voi ragazzi, se c'è una via d'uscita dalle tentazioni, dal maleficio, dal malaffare e dalla criminalità, questa è la cultura. La cultura è riconoscimento della propria identità e delle proprie tradizioni. Napoli può fare, fa e farà, e farà un'industria della propria identità culturale.
Credete ragazzi! La cultura apre la mente, spalanca le porte del cuore e scardina gli stereotipi che diventano sbarramenti e inibiscono la libertà. “La cultura salva le anime”. Nutre il pensiero, fa crescere i corpi. Di tutti i libri che ha scritto le pagine, a tutti gli uomini che ha aperto gli occhi. La cultura progetta il futuro, realizza il presente. Ripara i battiti dei cuori, sanifica i filtri delle coscienze. Non chiedete del vostro passato, cosa hai fatto, perché sei caduto. La cultura è una mano di madre che ti rialza se chiedi aiuto. La cultura salva le anime, ma solo quelle che si vogliono salvare.
Come disse Peppino Impastato, “La mafia si combatte con la cultura, non con la pistola”. Lottate per un mondo senza confini, cari giovani. Non sentitevi mai stranieri nel mondo condizionato. Amate e rispettate i vostri genitori. Ed amate voi stessi. Non frequentate cattive compagnie e sopraffatto le leggi molto, anziani no: moltissimi! Leggete storie che fanno bene alla salute. Leggete, leggete, leggete! Se leggi i libri che scrivono, ma soprattutto i libri che ti scrivono dentro, ma soprattutto i libri che ti scrivono dentro, ma se leggi i libri che scrivono dentro te stesso. Se leggi ritroverai l'anima: la tua anima e l'anima del mondo. Leggi, scrivi, incontrerai la bellezza, lontana da ogni orrore e dal troppo frastuono.
Sono passati dieci anni, e ogni volta che entri nella Biblioteca Annalisa Durante sento che il cuore batte più vero di Napoli: quello che non si arrende, quello che trasforma il dolore in speranza, quello che scende in campo per la libertà, per costruire un futuro diverso. Ragazzi, quella biblioteca parla anche a voi. Soprattutto a voi. Vi ricorda che la cultura è un dono prezioso, ma è anche un atto di coraggio, una scelta quotidiana per il rischio, per la libertà, per costruire un futuro diverso. Non lasciate che siano gli altri a scrivere la vostra storia. Prendete in mano i libri, le idee, le parole, e fate che le vostre armi più potenti. Ribellatevi all'ignoranza che ruba sogni, al silenzio che ruba voce, alla differenza che ruba coscienza. Perché chi legge, vince. Sempre. Per sé, per gli altri, per Napoli.
Leggere fa sognare, ridere, piangere e permettere di essere liberi. Veramente liberi. Tanti "io" nel segno di "qualcosa" da cambiare. "Noi", i libri. Insieme! Non c'è "io" senza "tu"! Ai giovani tocca il compito di sradicare dai loro cuori e dai loro pensieri quel mostro divoratore di comunità e bellezza che è l'egoismo, facendo fronte all'amore. La cultura è un dono prezioso, ma è anche un atto di coraggio, una scelta quotidiana per il rischio, per la libertà, per costruire un futuro diverso. Non lasciate che siano gli altri a scrivere la vostra storia. Prendete in mano i libri, le idee, le parole, e fate che le vostre armi più potenti. Virtù e rispetto sono prerogative fondamentali per un mondo migliore. Non smettete mai di essere curiosi, di aprire voi stessi al mondo, alla vita offerta. Possiate costruire insieme una cultura di abbracci e affetti. La rivoluzione è dentro ciascuno di noi. E la storia di ciascuno di noi bisogna raccontarla. Ai giovani per aiutare a crescere. Questa è cultura. Questa è rivoluzione.
La violenza giovane ha radici nel disagio, nella malattia, nella devianza, nella marginalizzazione, non solo nella criminalità organizzata. La speranza per i nostri giovani è di natura etica. I ragazzi possano nascere, crescere e vivere in un contesto che non sia eticamente neutro, dove cioè "si decide di non decidere", ma in contesti dove l'etica ci permetta di capire quale è il giusto, l'agire giusto, l'agire condizionabile per il bene e non per il male.
Aiutiamo i giovani ad abbracciare la cultura e la legalità. Ad bene agendum natum sumus (siamo nati per fare il bene) è l'antico motto di Forcella, che con il decennale della Biblioteca Annalisa Durante rinnova il suo messaggio per tutti i giovani di Napoli. Organizziamo un grande coro e proiettiamo insieme una cultura di abbracci e affetti. La Biblioteca Annalisa Durante diventa parte integrante del Centro giovani della città, gestito in sinergia con le associazioni che ne garantiscono l'apertura con attività culturali e sociali, rivolte al mondo giovane e non solo. Vi invitiamo a frequentare e a rendere sempre più vivo e ricco di opportunità. W i Centri giovani. W i Giovani di Napoli!
NAPOLI ANTICA E MISTERIOSA #1 LA SIRENA PARTHENOPE
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