Massimo Osti e il Mito Volvo: Tra Innovazione, Arte e Motorsport a Bologna

Massimo Osti, ingegnere-designer nato a Baricella nel 1944 e scomparso a Bologna nel 2005, è una figura che ha ridefinito il concetto di sportswear e l'estetica dell'abbigliamento attraverso una costante ricerca, innovazione e sperimentazione. La sua carriera, iniziata come grafico pubblicitario, lo ha portato a esplorare il mondo della moda con un approccio unico, scevro da preconcetti e accademie. La sua visione, un "pastiche" non di stili altrui, ma di pratiche artistiche appartenenti a diversi ambiti, ha trovato terreno fertile in una Bologna culturalmente e artisticamente vivace, tra la fine degli anni '60 e l'inizio dei '70. La città, in quel periodo, era un crocevia di fermenti artistici, politici e sociali, un vero epicentro della produzione artistica italiana, con luoghi simbolo come lo studio di Osti a Gaibola, la casa di Andrea Pazienza in Via Emilia Ponente e la Traumfabrik.

Massimo Osti al lavoro nel suo studio

L'Approccio Rivoluzionario allo Sportswear

Osti è stato un pensatore libero, un innovatore che creava sfruttando qualsiasi materiale e comunicava attraverso la carta, la fotografia e eventi "unici" nel loro genere, riuscendo ad aggregare involontariamente persone che la pensassero come lui. Le sue invenzioni, ancora oggi a vent'anni dalla sua morte, sono considerate mirabolanti. Il suo approccio rivoluzionario allo sportswear trovò terreno fertile in questo clima dinamico, ispirato dalla contaminazione tra discipline diverse. Ha dimostrato di avere un "quid in più" perché la sua visione era un pastiche, non degli stili altrui bensì delle pratiche artistiche appartenenti a diversi ambiti che convivevano in lui.

Le Origini: Da Chomp Chomp a C.P. Company

Prima di fondare C.P. Company, Massimo Osti creò nel 1971 Chester Perry, un laboratorio di sperimentazione in forma di brand. Le sue prime T-shirt grafiche, come quelle della linea "Chomp Chomp", mescolavano riferimenti ai fumetti, ironia pop e una visione comunicativa dell’abito. Per queste magliette, Osti si servì di tecniche allora usate solo per la stampa su carta, come la quadricromia e la serigrafia, diventando un pioniere nell'applicazione di metodi grafici editoriali al tessuto. Il nome Chester Perry, scelto in omaggio all'omonima ditta immaginaria dove lavora Bristow, un personaggio di fumetti britannico pubblicato su Linus, rifletteva la sua fascinazione per la cultura pop e di massa. La sua abilità nel mescolare elementi apparentemente distanti gli permise di trasformare l’abbigliamento tecnico in linguaggio estetico, introducendo una nuova idea di funzionalità che oggi chiamiamo sportswear, ma che all'epoca era pura avanguardia.

Nel 1978, Osti accelerò la sua visione: tagli inediti, trattamenti pionieristici e il culto della tintura in capo - una tecnica che conferisce ai capi un effetto vissuto, quasi organico - ridefinirono l'idea stessa di uniforme urbana. La tintura in capo, in particolare, è diventata uno standard d'eccellenza nell'industria della moda, ma all'epoca era un processo rivoluzionario che prevedeva la coloritura solo come ultima fase della lavorazione, conferendo ai tessuti morbidezza e sfumature di colore uniche. Fu così che nacque ufficialmente C.P. Company.

Evoluzione del logo C.P. Company

La Sottocultura Casual e le Icone di C.P. Company

Massimo Osti fu un pioniere anche nella capacità di far uscire il mondo della moda dalla propria bolla. Le sue idee e i suoi capi conquistarono gli spalti degli stadi britannici. Alla fine degli anni '70, emerse la sottocultura Casual: tifosi delle squadre di calcio d'Oltremanica, tornati dai loro viaggi europei, iniziarono a sfoggiare brand italiani sconosciuti in patria. Tra questi, C.P. Company divenne immediatamente un culto, tanto che alcuni tifosi "saccheggiavano" i negozi a Bologna per rivendere il bottino, rendendo il brand riconoscibile ovunque. Questo successo fu in gran parte dovuto a capi iconici come la Goggle Jacket, con i suoi occhiali integrati nel cappuccio, ispirata dalle maschere anti-gas e dagli occhiali da pilota. Tra la fine degli anni '90 e i primi 2000, la stessa giacca divenne un'icona globale, espandendo l'essenza del marchio dall'Inghilterra a Marsiglia, come documentato dal reportage "Marsiglia, Safe and Sound" di Enrico Rassu (2022).

Goggle Jacket C.P. Company

I capi C.P. Company sono diventati segni riconoscibili di una tribù metropolitana che si estende dal nord industriale dell’Inghilterra al sud-est asiatico, uniti dalla stessa estetica militante della funzione. Per il suo 50° anniversario, il brand ha celebrato questa community, puntando sulle storie personali di cinquanta appassionati di diverse generazioni, quelle che sfoggiano i capi di Osti da decenni, riassunte in "C.P. Company 971 - 021: An Informal History of Italian Sportswear", una monografia che esplora la storia del marchio in collaborazione con il fotografo Neil Bedford.

Stone Island: Funzionalità e Ispirazioni Militari

Non solo C.P. Company. Nel 1982, Massimo Osti fondò il suo secondo marchio, Stone Island, ispirato da una tela dilavata bicolore e reversibile, simile a quella di copertura dei camion. Anche qui, l'innovazione sui materiali fu la chiave. La Zeltbahn Cape, una mantella multi-uso, fu ispirata dalle giacche militari dell'esercito tedesco, convertibili in tende e barelle, incarnando la filosofia secondo cui la forma segue sempre la funzione. Le creazioni di Osti dimostravano un'intuizione profonda: in un'epoca in cui l'abbigliamento formale era separato a compartimenti stagni da quello militare, professionale e sportivo, Osti sperimentò ibridazioni, convinto che l'innovazione vada cercata nell'interfaccia tra discipline e settori apparentemente lontani.

Zeltbahn Cape Stone Island

Il Rapporto con Volvo e Andrea Pazienza: Un Incontro di Geni

Un capitolo significativo nella carriera di Massimo Osti è la sua collaborazione con Volvo nel 1984. Incaricato di ridisegnare le uniformi da lavoro dei dipendenti Volvo, Osti affidò a Andrea Pazienza, celebre fumettista e figura chiave della Bologna creativa degli anni '70, il compito di creare le illustrazioni per le patch dei vari reparti. Ogni reparto avrebbe avuto la sua patch specifica. Questo incarico testimonia la capacità di Osti di intrecciare mondi diversi, dalla moda all'industria, all'arte, e la sua profonda stima per il talento di Pazienza. Lorenzo Osti, figlio di Massimo, ricorda come il padre amasse incontrare gli spiriti creativi dell'epoca nel suo studio, legandoli poi a progetti concreti. La collezione "Chapter 06: About Andrea Pazienza" utilizza schizzi del papà di Pentothal, Zanardi e Pompeo custoditi nell’Archivio Massimo Osti e i cartamodelli prodotti da Massimo Osti Studio, riportando in vita quella collaborazione unica.

"Massimo più geniale, Andrea più talentuoso, tutti e due capaci di leggere il momento e rappresentarlo". Questa frase sintetizza perfettamente l'incontro tra due personalità che hanno lasciato un segno indelebile nella cultura italiana. La collezione include un Liner trapuntato in D.D.Shell e Primaloft® Silver con un ricamo di una grafica originale delle opere di Pazienza sul retro, felpe con cappuccio con grandi disegni colorati, e t-shirt a manica lunga in cotone jersey mercerizzato tinta in capo con stampe serigrafiche sul petto. Marco Evangelisti, titolare di Backdoor Bottega, sottolinea come la collaborazione con lo Studio Massimo Osti abbia permesso di "riportare in vita un certo profilo della città e la creatività che ha caratterizzato l’ambiente artistico di Andrea Pazienza e Massimo Osti. Due artisti che continuano a influenzare lo stile iconico della città sotto le torri".

Illustrazioni di Andrea Pazienza per le patch Volvo

Come gestire un IMPERO familiare da 3 Miliardi - Nicola ed Enrico Drago

L'Archivio Massimo Osti: Un Tesoro di Idee e Prototipi

L'eredità di Massimo Osti è meticolosamente preservata nell'Archivio Massimo Osti, situato in via Castelfidardo a Bologna. Questo spazio, come racconta Agata Osti, figlia dell'imprenditore, non è solo un luogo d'interesse per appassionati di moda, ma un vero e proprio "tempio all’arte del pensare fuori dagli schemi, out of the box, concepito per ispirare chiunque lavori in un settore creativo". L'idea di vendere il prezioso contenuto dell'archivio in lotti separati, pregiudicandone l'integrità, strinse il cuore ai figli, che decisero di interrompere le rispettive carriere per prendere in mano l'eredità storica del padre. L'archivio ospita circa 2000 capi tra vintage militare, le prime produzioni pionieristiche, capi Chester Perry, Stone Island e C.P. Company, oltre a prototipi, taccuini, test grafici, campioni tessili e oggetti originali che raccontano il processo creativo di Osti.

Tra gli oggetti esposti, spiccano capi e accessori dedicati al mondo dello sport, come gli scarponi da sci realizzati per Stone Island e le iconiche sacche da tennis griffate sempre Stone Island. Non mancano i riferimenti al motorsport, che ha profondamente influenzato la visione di Osti. Si possono ammirare prototipi come una tuta da meccanico celeste e una tuta rossoverde da motociclista, oggetti di studio per Osti che aveva come stella polare la funzionalità di un capo, le proprietà del materiale utilizzato e il significato di ogni singolo componente.

Interno dell'Archivio Massimo Osti

"Ideas from Massimo Osti. From Bologna, Beyond Fashion": La Mostra

La figura e l'opera di Massimo Osti sono celebrate nella mostra "Ideas from Massimo Osti. From Bologna, Beyond Fashion", visitabile fino al 28 settembre 2025 presso Palazzo Pepoli a Bologna. L'esposizione, nata dalla collaborazione tra Massimo Osti Studio, C.P. Company e altri enti, ripercorre l'eredità creativa di una figura avanguardistica che ha saputo trasformare radicalmente il mondo dell'abbigliamento. La mostra si apre con una timeline biografica dei marchi più significativi fondati da Osti, per proseguire con la ricostruzione del suo studio bolognese in via Gaibola, frequentato da figure chiave dell'epoca come Andrea Pazienza e Lucio Dalla. Il percorso curatoriale è incentrato sui tre cardini della poetica di Osti: "innovazione, ricerca e sperimentazione", come scriveva Franca Sozzani.

L'esposizione culmina in un'area immersiva dedicata ai principi fondamentali del suo metodo progettuale, raccontati attraverso prototipi, libri militari, taccuini, test grafici, campioni tessili e oggetti originali. Non mancano le icone del guardaroba secondo Massimo Osti, che testimoniano la portata rivoluzionaria dei suoi lavori, come la prima versione della 1000 Miglia, la "Goggle Jacket", e lo Zeltbahn Cape di Stone Island. Una scenografia evocativa riproduce fedelmente gli ambienti in cui operava Osti, come la ricostruzione del suo studio in via Gaibola con tanto di tavolo da lavoro con forbici e pinzatrice incatenate.

La mostra permette di entrare in contatto con le tante anime artistiche di Massimo Osti: l'ingegnere-designer convinto che le intuizioni più innovative potessero nascere dagli errori, il pioniere dello sportswear che attraverso un approccio rigoroso e visionario ha saputo rivoluzionare i canoni dell'estetica sportiva. Su un quadernetto posto all'interno di una vetrina, accanto a un'agenda trovata casualmente in Cina riportante la sigla MO, che diventerà successivamente il logo di Massimo Osti Production, sono appuntate le parole dello stesso Massimo Osti, a testimonianza del suo pensiero profondo.

Massimo Osti e il Motorsport: Un Legame Inaspettato

Massimo Osti, pur non essendo un nome immediatamente associabile al motorsport, ha avuto un legame profondo e inaspettato con questo mondo, come rivela il figlio Lorenzo Osti dall'Archivio di famiglia. Un filo conduttore che parte da Bologna, passa attraverso i suoi capi e attraversa la Mille Miglia, un progetto non convenzionale per una Vespa, un pionieristico prototipo di veicolo elettrico da gara e svariate automobili personali.

La Goggle Jacket per la Mille Miglia

Nel 1988, Massimo Osti decise di sponsorizzare con C.P. Company la riedizione della Mille Miglia. Non voleva limitarsi a un semplice logo, ma creare qualcosa di funzionale, in linea con la sua filosofia. Si domandò: "Cosa serve a chi guida queste macchine scoperte?". La risposta furono le lenti integrate nel cappuccio delle giacche, pensate per proteggere il viso e gli occhi dei piloti. Lorenzo Osti precisa che il padre aveva già sperimentato qualcosa di simile l'anno precedente, prendendo ispirazione da un cappuccio della Civil Defence giapponese che aveva le lenti nel collo, dando vita all'Explorer Jacket. Tuttavia, il limite era la necessità di tirare su tutta la zip. Per la giacca della Mille Miglia, l'idea fu di far scendere le lenti dall'alto, ispirandosi a una maschera antigas conservata nell'archivio.

La funzionalità non si fermò qui. La Mille Miglia è una gara cronometrata, e i piloti avevano bisogno di tenere d'occhio l'orologio senza togliere le mani dal volante. Osti ideò un "viewer" sull'orologio: una lente singola, circolare, analoga a quelle del cappuccio. La giacca, nata per la Mille Miglia, fu un successo immediato e divenne l'icona più forte di C.P. Company, con un impatto visivo straordinario. Lo stesso Massimo Osti, appassionato di auto d'epoca e innamorato delle loro linee, desiderava partecipare alla competizione, ma i suoi numerosi impegni glielo impedirono. In uno scritto all'inizio del libro "1000 Miglia. Viaggio nella memoria" di C.P. Company, Osti paragona le carrozzerie delle auto all'abito per il corpo, sottolineando come un tempo l'automobile definisse l'identità del proprietario, un ritratto dei suoi gusti e del suo stile di vita, unendo funzionalità ed estetica.

Massimo Osti con la Goggle Jacket alla Mille Miglia

Il Progetto Vespa di Osti

Negli anni '90, Massimo Osti fu contattato da Piaggio per ridisegnare la Vespa. Pur non essendo un designer di prodotto, Osti portò idee molto interessanti, risolvendo problemi pratici e introducendo elementi innovativi. Per proteggere i bandoni laterali della Vespa, sempre soggetti a graffi, pensò di applicare delle patch di gomma, simili a quelle usate per i gomiti delle giacche Stone Island. Le frecce furono integrate nei bordi dello scudo, un'idea piuttosto innovativa per l'epoca. Il progetto includeva anche un gilet e un casco abbinati, con un bordo in gomma sul casco per rinforzare i punti più soggetti a usura. In alcuni modelli, il bauletto rigido fu sostituito da un backpack con velcro, che poteva essere attaccato alla Vespa e staccato per essere portato dietro.

Osti lavorò intensamente al progetto per sei-otto mesi. Furono girati anche contenuti video, veri e propri teaser per presentare il progetto in FIAT, montando scene da "Quadrophenia", il cult movie britannico manifesto della sottocultura Mod, tanto affezionata alla Vespa. Un documento firmato Massimo Osti rivela la sua visione più ampia: "Cenni storici per il futuro: la Vespa anni '90 potrebbe essere il punto di partenza per il recupero dell’immagine globale del patrimonio aziendale di Piaggio, dimenticato da tempo e sconosciuto ai più. Sono emerse delle valenze collegabili a settori di sicura prospettiva e sviluppo quali: veicoli elettrici, la nautica di serie e gli elicotteri personali". Una visione sorprendente per il 1990, quando i veicoli elettrici erano ancora un miraggio.

Bozzetto della Vespa ridisegnata da Massimo Osti

La Boxel P488: L'Auto Elettrica da Gara

Nel 1987, l'ingegner Paolo Pasquini progettò la Boxel P488, un'auto elettrica da gara. Massimo Osti si innamorò del progetto e decise di finanziarlo, dimostrando la sua attenzione per l'innovazione e la sostenibilità, oltre che la sua capacità di creare progetti "sociali" che diventavano contenuti per i suoi brand. All'epoca, questa strategia di marketing era piuttosto insolita nel mondo della moda, che si limitava principalmente a campagne con modelli. Osti, invece, creava progetti collaterali e ne faceva dei contenuti editoriali per i suoi cataloghi, che venivano venduti in edicola e presentavano una parte dedicata al prodotto con still life e una parte più editoriale con storie e approfondimenti.

La Boxel P488 partecipò a una gara a Roma, agli albori delle auto elettriche. La vettura si comportò egregiamente, ma sfortunatamente, all'ultima curva, fu spinta fuori e andò a sbattere. Pasquini, in seguito, sviluppò i "Boxel", dei parallelepipedi elettrici con ruote per le consegne, che hanno circolato a Bologna per anni, noti per la loro semplicità meccanica e la lunga durata. L'esperienza con la Boxel P488 testimonia la lungimiranza di Osti nel credere nei veicoli elettrici, anticipando una tendenza che si sarebbe affermata solo decenni dopo.

Boxel P488 con il logo Massimo Osti Studio

Visione Urbana e Sostenibilità: Il "Progetto Toro" di Bologna

Massimo Osti, da consigliere comunale di Bologna, eletto nel 1991, propose un progetto avveniristico per cambiare il volto della città: il "Progetto Toro". Questa idea, che ha lasciato il figlio Lorenzo "a bocca aperta", prevedeva l'interramento completo dei viali di circonvallazione di Bologna, creando quattro piani sotterranei (strada, parcheggi, magazzino, negozi) e un parco verde sopra. Ideato dall'Ingegner Petazzoni, il progetto mirava a migliorare la vivibilità della città e ad affrontare il problema del traffico, allora forse maggiore di oggi.

L'idea era che il "Progetto Toro" sarebbe stato a costo zero per il Comune, grazie al project financing: gli affitti degli spazi commerciali nel piano dei negozi avrebbero finanziato l'intero intervento. Era stato studiato anche un sistema per realizzare il progetto senza interrompere la circolazione. Pur essendo un progetto titanico e ampiamente sovradimensionato per la città, rifletteva il profondo credo di Osti nei temi della sostenibilità e della vivibilità urbana, dimostrando la sua motivazione a contribuire al benessere della comunità.

Massimo Osti fu anche promotore di progetti a tema sostenibile, come la collaborazione con C.P. Company per la Rainforest Foundation, che includeva un documentario con Sting e Raoni, capo della tribù Kayapo, e la realizzazione di una t-shirt commemorativa. L'obiettivo era sensibilizzare il mondo sul problema della deforestazione e sostenere materialmente le tribù amazzoniche.

Mappa concettuale del Progetto Toro per Bologna

Automobili Personali: La Passione per il Passato e il Design

La vita di Massimo Osti fu scandita anche da una profonda passione per le automobili personali, spesso legate al passato e al design. La sua prima auto fu una Citroën Traction Avant, recuperata nel nord della Francia e guidata fino in Italia. Fu proprio durante questo viaggio che, rimasto a piedi per due giorni in un luogo specifico, il designer trasse ispirazione per il nome del suo secondo marchio, Boneville.

L'auto a cui fu sicuramente più affezionato, e che accompagnò la famiglia per tantissimo tempo, fu la Porsche 356 Cabrio, di un "giallo banana" che il figlio Lorenzo inizialmente non apprezzava ma che col tempo imparò ad amare. Questa vettura, che il padre non gli permise mai di guidare, testimonia l'amore di Osti per le auto d'epoca e le loro linee distintive. La scelta estetica delle sue auto non era legata al prezzo, ma al gusto personale, un'estensione della sua persona, come la scelta di un abito.

Citroën Traction Avant

I Cataloghi di Osti: Non Solo Moda, Ma Contenuti Editoriali

I cataloghi di Massimo Osti erano unici nel loro genere. Strutturati in due parti, una dedicata al prodotto con still life e una con contenuti editoriali più ampi, non si limitavano a rappresentare un lifestyle. Osti, con la sua formazione da pubblicitario e comunicatore, ragionava in un'ottica di brand più ampia, creando progetti collaterali che poi diventavano contenuti per i suoi marchi. Questa era una prassi insolita per l'epoca, ma che oggi è diventata comune.

Una caratteristica distintiva dei suoi cataloghi era l'effetto ricercato di "sporcare" le foto, facendole perdere di risoluzione, bruciarle, rendendole "sbagliate", per dare una patina ai materiali stampati simile a quella dei suoi capi tinti in capo. I cataloghi venivano venduti in edicola a cinquemila lire, in un formato sporgente che li rendeva ben visibili. Questa strategia comunicativa, che non rappresentava un lifestyle definito, lasciò il prodotto aperto a interpretazioni diverse, permettendo a diverse sottoculture - dalla Bologna degli anni '70 ai "paninari", dai casuals inglesi alla scena rap - di adottare e rendere rilevanti i capi di Osti. Come suggerisce il semiologo Luca Libertini, il successo di Osti risiede nel fatto che non rappresentava un mondo finito, ma solo l'oggetto, un po' come il concetto di "opera aperta" di Umberto Eco.

Le Invenzioni e le Collaborazioni Innovative

La ricerca di Massimo Osti attraversa l'intero processo creativo del capo. Dalla sperimentazione sui materiali con l'invenzione di nuovi tessuti, che portavano spesso alla creazione di nuove linee come Stone Island, nata con una tela dilavata bicolore e reversibile ispirata alle coperture dei camion, alla sperimentazione sulle tinture e i finissaggi. Il "tinto in capo", procedimento che rivoluzionò il settore, permetteva di ottenere effetti di tono su tono molto efficaci, grazie alla diversa reazione a un unico bagno di tintura dei vari materiali che compongono il capo finito. Osti sperimentò anche sulla modellistica, attività stimolata dal suo vasto archivio di capi usati, in gran parte militari.

Negli anni '80, le sue creazioni innovative ebbero un notevole impulso in sinergia con importanti aziende tessili italiane. Si ricordano il "Rubber Flax", il "Rubber Wool" e il "Raso Ray", dove i tessuti acquisirono un nuovo aspetto attraverso la spalmatura di una gomma impermeabilizzante. Fu pioniere nei primi esperimenti sulla smerigliatura di lane pettinate, tecnica oggi in uso a tutte le aziende laniere. Tra le sue invenzioni spiccano l'"Ice Jacket", un nuovo tessuto in grado di cambiare colore al variare della temperatura, e il "Reflective Jacket", con un innovativo materiale giapponese che associava a un tessuto impermeabile un sottilissimo strato di microsfere di vetro in grado di riflettere sorgenti luminose anche molto deboli. Del 1993 è l'utilizzo, con il nuovo marchio "Left Hand", del "tessuto non tessuto" realizzato con fibre di poliestere e poliammide pressate.

Nel 2000, la linea ICD+ Collection (Industrial Clothing Division), sviluppata per Levi’s in collaborazione con Philips, coronò la tensione futuristica delle idee di Osti. Tra i modelli, spiccava un impermeabile in poliestere traspirante con cuciture termosaldate, ripiegabile in una tasca sulla schiena attorno al gilet interno in nylon e equipaggiato di kit Philips con telefono cellulare, player MP3 e pannello di controllo, collegati ai tessuti attraverso cavi. Questa visione, però, era troppo avanti per i suoi tempi, e la collezione fu ritirata dal mercato per i costi elevati.

Un Pensatore Libero e un Innovatore Oltre la Moda

Massimo Osti è stato un designer diverso da tutti gli altri, anche perché non si considerava tale. Arrivato alla moda quasi per caso, dopo un diploma in grafica pubblicitaria, senza aver mai toccato un ago o un paio di forbici, iniziò semplicemente stampando magliette, affascinato dalla pop art della seconda metà degli anni '60. Vedeva la t-shirt come supporto per l'immagine, al pari di una tela o di un foglio di carta. Il suo brand Chester Perry applicava al tessuto i metodi della grafica editoriale: niente telai, piuttosto camere oscure, macchine per la serigrafia e la stampa. Osti usava la stoffa come fosse la pagina di una rivista, sperimentando procedimenti mai utilizzati sui tessuti.

Negli anni Settanta, in una Bologna epicentro di fermenti culturali, Osti costruì nella moda la rappresentazione plastica del cambiamento. Partendo dalle t-shirt, indumento allora quasi assente nel guardaroba maschile italiano, estese la sua rivoluzione a pantaloni, camicie, giubbotti, scuotendo le fondamenta di una moda dominata da abiti rigidi e standardizzati. Le sue idee hanno influenzato generazioni di designer e appassionati, come testimoniano le parole di William Gibson, padre della fantascienza cyberpunk americana, da sempre grande estimatore del lavoro di Massimo Osti.

Osti odiava le sfilate, sostenendo che provocavano "una risposta inadeguata rispetto alla ricerca che il capo contiene". L'unica volta che si convinse a organizzarne una, a Berlino, fu una performance artistica condotta da attori del Traumtheater Salome, che si muovevano in un ambiente sonoro creato a partire dai rumori delle macchine, indossando le giacche C.P. Company Goggle Jacket. Giacche che, prodotte ancora oggi e amatissime in mezzo mondo, sono il simbolo di un modo di intendere la moda come ricerca di comodità e funzionalità, ma senza rinunciare al sogno di un'avventura immediatamente evocata da quelle lenti da aviatore.

Massimo Osti è stato un ingegnere-designer capace di leggere il momento e rappresentarlo, un pioniere nel trascinare il mondo del fashion al di fuori della propria bolla, influenzando ambiti apparentemente lontani come il motorsport e l'urbanistica. La sua eredità continua a ispirare, dimostrando come le intuizioni più innovative possano nascere dalla capacità di pensare "out of the box", mettendo in discussione le convenzioni e abbracciando la sperimentazione.

Massimo Osti con il suo team di design

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