Michele Emmer, il Toro Zafiro e i Segreti di Roma: Un Viaggio Tra Storia, Mito e Contemporaneità

Roma, una città contraddittoria e stratificata, carica di gloria, rovine e polvere accumulate nei secoli, rivela tracce di ogni evento e sentimento umano: l'ardimento e la codardia, la generosità e l'ignavia, l'intraprendenza e la losca mollezza degli infingardi. Nessun avvenimento della storia conosciuta ha mancato di lasciare un segno, una cicatrice o un graffio sulla sua scorza. Essa non sarà mai la città dell'ordine, delle simmetrie o del nitido svolgersi dei fatti secondo un disegno o l'esito coerente di un progetto. Se la storia degli uomini altro non è che violenza e frastuono, Roma è stata nei secoli lo specchio di questa storia, capace di riflettere con fedeltà ogni dettaglio, inclusi quelli da cui si distoglierebbe volentieri lo sguardo.

Mappa storica di Roma

Questo intricato tessuto di vicende e leggende, che si estende dalle origini mitiche ai giorni nostri, si presta a essere esplorato attraverso diverse lenti, come quelle offerte dal lavoro di figure contemporanee e dai richiami a opere letterarie che svelano aspetti meno noti della capitale. In questo contesto, l'evocazione di Michele Emmer e il riferimento al "Toro Zafiro" si inseriscono come elementi che, pur non direttamente connessi ai testi antichi, rappresentano un ponte verso un'interpretazione più ampia e contemporanea del patrimonio romano, suggerendo che i "segreti di Roma" non sono solo polvere e storia, ma anche continue scoperte e nuove narrazioni.

Le Origini Turbolente di Roma: Tra Mito e Crudeltà

Ogni storia che si rispetti dovrebbe cominciare dall'inizio, "ab ovo", dicevano i latini pensando all'uovo di Leda, posseduta da Giove in forma di cigno, l'uovo da cui nacque Elena, donna di fatale bellezza. Cominciando "ab ovo" non solo per ragioni di cronologia, ma anche perché proprio la fiaba e il mito delle origini sembrano racchiudere un connotato di fondo ancora oggi riconoscibile dopo le infinite avventure, e spesso disavventure, della città: il suo destino.

La leggenda di Romolo e Remo è universalmente nota. Tuttavia, non tutti ricordano le varie versioni su come i due leggendari gemelli sarebbero venuti al mondo. La madre pare fosse Rea Silvia, principessa di Alba Longa, costretta a monacarsi, ovvero a entrare nel sacro collegio delle vestali, che avevano fra gli altri obblighi la più assoluta castità. A questo la costringe lo zio, usurpatore del trono, per impedirle di generare mettendo a repentaglio la propria dinastia. Invece, la giovane donna un giorno si scopre incinta, pare per l'intervento di un dio - una storia che si ripete spesso -, e potrebbe trattarsi di Marte in persona. Risalendo "per li rami" si arriva con questa versione ad Ascanio, figlio di Lavinia e del pio Enea. Ci fu chi credette, o così scrisse, Virgilio nel suo poema epico nazionale.

La leggenda, stratificatasi a poco a poco, conosce altre versioni, più imbarazzanti, divulgate da Plutarco nella Vita di Romolo. Re Tarchezio di Alba Longa, uomo crudele, assiste un giorno allo strabiliante fenomeno di un gigantesco membro virile che scende dal camino e comincia ad aleggiare per casa. Gli indovini etruschi, anche se non hanno ancora letto Freud, chiariscono che si tratta dello spirito del grande Marte il quale, irritato con il re, vuole generargli un successore. Per accontentare l'irato dio, il re dovrà fornirgli una vergine. Tarchezio ordina alla figlia di soddisfare quel coso che continua a svolazzare qua e là, ma la fanciulla, comprensibilmente, rifiuta. Una schiava, alla quale non è consentito negarsi, è chiamata a sostituirla. Queste le poco onorevoli vicende che portano, nove mesi dopo il surreale incontro, alla nascita dei due fanciulli, che il malvagio re, per non correre comunque rischi, ordina di uccidere.

Abbandonati in un cesto sulle rive del Tevere - com'era accaduto a Mosè -, i gemelli si salvano perché le acque si ritirano e per di più una lupa, scesa assetata dai monti circostanti, li nutre offrendo loro le sue mammelle. Ma era proprio una lupa? Nella sua storia di Roma, Tito Livio insinua il dubbio che non di una vera lupa si trattasse bensì di una certa Larenzia chiamata "lupa", cioè prostituta, nell'ambiente pastorizio per essere solita vendersi a quelle rudi genti: "Sunt qui Larentiam volgato corpore lupam inter pastores vocatam putent" (alcuni ritengono che questa Larenzia, per aver spesso prostituito il suo corpo, fra i pastori fosse chiamata «lupa»). Quando gerarchi fascisti pensarono di chiamare "figli della lupa" i bambini inquadrati nelle organizzazioni giovanili del partito, non si resero conto, ignari di storia, dell'involontaria comicità di una simile denominazione.

I due ragazzi, di non specchiato lignaggio, crescono mettendo in luce temperamenti diversi. Remo è più risoluto e sembra più adatto al comando. Romolo appare fisicamente più debole, però molto più astuto. Quando si viene alla fondazione della città, Romolo inganna il fratello sull'esito di una sfida: chi sarà capace d'avvistare per primo degli avvoltoi nella valle Murcia, quella dove più tardi sorgerà il circo Massimo. La sfida degenera; Remo s'infiamma, provocatoriamente salta il solco che si sta tracciando per definire il perimetro della città e viene abbattuto dal colpo di zappa di un sicario etrusco. Eliminato suo fratello, Romolo, infuriato, avrebbe gridato: "Sic deinde, quicumque alius transiliet moenia mea" (Lo stesso accadrà a chiunque altro osi oltrepassare le mie mura). Deriva da Romolo il nome della città? È possibile, ma non certo. Altre ipotesi indicano l'etrusco rumon (fiume), quindi "la città del fiume"; oppure l'osco ruma (colle). Anche l'origine del nome è incerta, proprio come il lignaggio dei due gemelli.

Veniamo alla terza fase, poco raccomandabile come le precedenti. Per fondare la sua città Romolo aveva radunato una combriccola di sbandati arrivati da ogni parte. Secondo il racconto di Plutarco, ognuno di loro aveva portato dal suo paese di provenienza una manciata di terra da gettare nella fossa, chiamata mundus, scavata al centro del perimetro delle mura. Contemporaneamente, assicura Plutarco, lì vennero gettate anche le primizie "di tutte le cose sancite dalla consuetudine come utili e dalla natura come necessarie alla vita umana". In questo villaggio di manigoldi un solo elemento continuava a mancare tra quelli necessari alla vita: le donne. Si chiese alle fanciulle dei villaggi vicini se per caso avrebbero voluto accasarsi nella nuova città, ma quelle, inorridite, rifiutarono. Per tagliar corto, si ricorse allora al mezzo estremo di rapire le donne dei confinanti Sabini e in tal modo Roma poté cominciare davvero a vivere.

Ci volle molto impegno per nobilitare questo fosco racconto di stupri e omicidi. Poiché l'origine divina per opera di Marte appariva barcollante, si pensò di radicare la nascita del nuovo centro in un altro mito illustre, la guerra di Troia, trasformando in qualche modo il pio Enea, figlio di Venere, nel progenitore di Romolo. Ci pensa Virgilio a rifinire la nuova leggenda allacciandosi, nel secolo aureo di Augusto, direttamente a Omero, così creando anche a se stesso, per il tramite dell'Iliade, una grande ascendenza letteraria. In ogni leggenda c'è un fondo di verità, nel caso di Roma questo "fondo" dice che le sue origini furono turbolente, quasi certamente per l'aggressività dei suoi abitanti che si fecero largo con la violenza nel nuovo insediamento strategicamente collocato al confine tra due culture - l'etrusca e l'italica - e all'incrocio di importanti vie commerciali fra la Toscana etrusca e la Campania greca.

La Luce del Diritto e l'Etica Sociale: Il Contributo di Numa Pompilio

Ci vollero secoli per costruire non solo la mitologia della città, ma anche un sistema di regole giuridiche e di norme di comportamento che assicurassero una certa equità alla convivenza in un insediamento nato in modo così avventuroso. Per altrettanti secoli quelle norme vennero rispettate e, quanto alla giurisdizione vera e propria, il corpus legislativo romano resta per molti aspetti ancora oggi insuperato, come dimostrano perfino le formule fulminee che riassumono alcuni dei suoi principi fondamentali: Unicuique suum, Neminen laedere, Dura lex sed lex, Ne bis in eadem, Nemo ad factum cogi potest, eccetera. Secoli furono necessari a perfezionare quel progetto, ma la luce del diritto comincia a brillare a Roma.

Numa Pompilio, secondo re della città (siamo tra il 700 e il 600 a.C.), veniva dalla Sabina, ed era il genero del re Tito Tazio. Quando Romolo morì, i romani lo scelsero come sovrano. Religioso e pacifico, mantenne buoni rapporti con tutti i popoli vicini garantendo un lungo periodo di pace. Plutarco, raccontandone la vita, detta un giudizio memorabile, che scavalca i secoli e arriva fino a oggi: "ma come, dirà qualcuno: Roma non progredì e avanzò grazie alle guerre? Domanda che richiederebbe una lunga risposta per certa gente che pone il progresso nel denaro, nel lusso, nel predominio anziché nella sicurezza, nella gentilezza, nell'indipendenza dagli altri e nella giustizia verso gli altri".

Ritratto immaginario di Numa Pompilio

Re Numa dedica una cura particolare nell'organizzare la vita religiosa della città, consapevole che l'aiuto divino e il timore dell'aldilà sono di grande aiuto quando si tratta di educare una popolazione primitiva al rispetto delle leggi. "La musa di Numa" scrive ancora Plutarco "fu gentile e umana, convertì la città alla pace e alla giustizia placandone i costumi sfrenati e ardenti". Memore del comportamento oltraggioso che i primi romani avevano tenuto con le donne della sua Sabina, Numa pose un'attenzione particolare nella formazione di un morigerato costume sessuale, reprimendo gli uomini ma, soprattutto, le donne: "Impose a queste un grande riserbo, tolse loro ogni ingerenza negli affari pubblici, le ammonì a esser sobrie abituandole a tacere". Le donne romane si sposavano in età precoce, "a dodici anni e anche meno, perché così portavano allo sposo il corpo e l'anima puri e intatti".

Le Vestali: Custodi del Fuoco Sacro e della Purezza Romana

La pudicizia imposta a tutte le giovani diventava un obbligo stringente per le vergini vestali il cui ordine Numa aveva fondato. La vergine Vesta, dea custode del fuoco, simboleggiava l'eternità di Roma. Le sue sacerdotesse erano scelte tra le fanciulle romane di età compresa tra sei e dieci anni, appartenenti a famiglie patrizie di provata onestà e obbligate, per trent'anni, a mantenersi vergini. Al termine di questo periodo potevano sposarsi.

Oltre all'incarico di custodi del fuoco ebbero con il tempo quello di vegliare sul Palladio, pregare per la salute pubblica, custodire i testamenti e altra documentazione importante. Grandi onori erano loro riservati: i magistrati cedevano il passo e facevano abbassare i fasci consolari al loro passaggio, avevano diritto alla scorta dei littori e chi avesse osato insultarle era punito con la morte.

La vestale che avesse violato il voto di castità diventava colpevole di incestum, il seduttore veniva ucciso a nerbate, lei era condotta nel campus sceleratum, dove subiva un tremendo castigo che Plutarco racconta in dettaglio: "Colei che disonora la propria castità viene sepolta viva presso la porta Collina. Lì, all'interno delle mura, si stende per un buon tratto un terrapieno. Al di sotto è preparata una stanza piuttosto piccola, con una scala per scendervi. Dentro mettono un giaciglio e delle coperte, una lucerna accesa, una piccola provvista di cose necessarie alla vita, come pane, acqua in una brocca, latte, olio, quasi che l'uomo voglia sottrarsi alla responsabilità di distruggere per fame un corpo consacrato con i riti più solenni. Quindi pongono la condannata in una lettiga, la coprono e stringono dall'esterno con cinghie, in modo che fuori non si oda la sua voce, e la fanno passare attraverso il Foro. La gente si ritrae silenziosa davanti a lei, e silenziosa la segue in una terribile costernazione: per la città non c'è spettacolo più agghiacciante o giorno più tetro. Appena la lettiga è giunta sul posto, gli inservienti sciolgono i legacci, il sommo sacerdote con le mani alzate al cielo rivolge alcune preghiere segrete agli dei prima del supplizio, quindi fa uscire la donna completamente velata dalla lettiga e la pone sulla scala che porta sottoterra. Fatto ciò, si volta indietro anche lui come gli altri sacerdoti. Appena la donna è scesa, tirano su la scala e nascondono l'ingresso della camera gettandovi sopra terra in gran quantità fino a raggiungere il livello del resto del terrapieno". Questa era la punizione riservata alle vestali che violano la castità.

Le VERITÀ SCIOCCANTI sulla vita quotidiana nell'Antica Roma

Roma Dannunziana e i Misteri del Quartiere "Macao"

La storia di Roma si dipana anche attraverso le sue trasformazioni urbanistiche e le narrazioni che si sono intrecciate con esse. In un affascinante salto temporale, si giunge alla "Roma dannunziana", un periodo intriso di estetica e di misteri urbani. Nel 1972, la Mondadori pubblicò un bellissimo libro di Mario Praz, Il patto col serpente. Tra i numerosi saggi il volume ne contiene uno, La Roma dannunziana, dove si possono leggere le seguenti righe: "Qualche volta passavo dinanzi al villino decorato a graffito in via Varese, dalle persiane solitamente chiuse, aduggiato da alberi lieti, pini e palme, che qui paion mesti e solenni come alberi del nord, e nessun'altra scena sapevo pensare più acconcia per un romanzo poliziesco”.

Quando il quotidiano «la Repubblica» s'installò nel palazzo di piazza Indipendenza, dove poi è rimasto per quasi trent'anni, la frase citata è tornata alla mente. Avendo lavorato nella redazione del giornale, via Varese è dietro l'angolo; il misterioso villino era, ed è, ancora lì, a metà della strada, sulla sinistra venendo dalla piazza. Praz aveva ragione, la casa si presenta misteriosa, ma soprattutto non ha apparentemente niente a che vedere con il quartiere (una volta chiamato "Macao") come siamo abituati a considerarlo oggi con le sue "uggiose, melanconiche strade di derelitto residential district, ville decadute a pensioni, scuole e uffici, ordini corinzi degradati, giardinetti strozzati da scatoloni Novecento [qui credo che Praz alludesse proprio all'edificio che sarebbe diventato la redazione della «Repubblica»] e solo qua e là un angolo che serba qualche impronta di distinzione”.

Basta però osservare più attentamente e le "impronte” cui Praz accenna diventano chiaramente visibili. Quelle strade, una volta, erano al centro di una vita che, pur scomparendo, ha lasciato memoria di sé. Ne testimoniano le sparse architetture superstiti, certi fregi, alcuni scorci che s'intravedono dietro alte cancellate, ne riferiscono alcuni libri letti ormai da pochi. Non Il piacere, opera principe del periodo immediatamente successivo al 1870, nemmeno la rivista «Cronaca bizantina» nel fugace periodo estetizzante in cui a dirigerla fu d'Annunzio in persona (1885-86). Ma, per esempio, un libricino di poche pagine, scritto dall'antiquario Alberto Arduini, dall'accattivante titolo Dame al Macao, uscito nel 1945 e mai più ristampato. Il perché di questo interesse per il quartiere "Macao" e le sue "Dame" rivela un desiderio di scavare sotto la superficie del presente per riscoprire le vite e le storie che hanno animato questi luoghi, aggiungendo ulteriori strati alla complessa tessitura dei "segreti di Roma".

Le Connessioni Nascoste: Michele Emmer e l'Influenza Culturale

Il nome di Michele Emmer, sebbene non direttamente citato nelle cronache storiche o letterarie sopra esposte, si inserisce nel contesto della comprensione dei "segreti di Roma" come figura che, attraverso il suo lavoro, può contribuire a rivelare aspetti meno convenzionali della capitale. Michele Emmer, matematico e regista, è noto per la sua capacità di esplorare le intersezioni tra scienza, arte e cultura. La sua prospettiva unica offre un modo per osservare Roma non solo come un insieme di monumenti e leggende antiche, ma anche come un laboratorio vivente di idee e forme.

Il riferimento implicito al "Toro Zafiro" in questo contesto può essere interpretato in diverse chiavi. Se da un lato il "toro" evoca immediatamente l'immagine di forza, virilità e antiche divinità legate al mondo romano e mediterraneo - pensiamo ai culti mitraici o alla stessa leggenda della fondazione di Roma con l'importanza degli animali totemici - dall'altro, l'aggettivo "zafiro" introduce un elemento di rarità, preziosità e mistero. Lo zafiro, con il suo colore blu profondo, è una gemma associata alla saggezza, alla verità e alla regalità. Questo accostamento potrebbe suggerire una ricerca di significati nascosti e di bellezza intrinseca nelle pieghe della storia e della cultura romana.

Toro stilizzato con dettagli in zaffiro

In un senso più ampio, il "Toro Zafiro" potrebbe rappresentare un simbolo di quei "segreti" di Roma che non sono immediatamente evidenti, che richiedono uno sguardo più attento e una mente aperta a connessioni inaspettate. Emmer, con la sua inclinazione a esplorare la matematica nell'arte, la geometria nella natura e le forme nella cultura, potrebbe utilizzare un simbolo come il "Toro Zafiro" per illustrare come concetti astratti e dettagli apparentemente insignificanti possano rivelare profonde verità sulla città eterna.

Ad esempio, la geometria delle antiche rovine, le proporzioni degli edifici rinascimentali o persino la struttura caotica del tessuto urbano moderno, possono essere analizzate attraverso un prisma matematico che svela un ordine e una bellezza nascosti. L'opera di Emmer spesso si concentra sull'importanza delle immagini e sulla loro capacità di comunicare concetti complessi. In questo senso, un "Toro Zafiro" potrebbe non essere un elemento storico concreto, ma piuttosto un'idea, un'immagine mentale che serve da chiave di lettura per decifrare l'essenza di Roma, un'essenza fatta di contrasti tra la sua forza primordiale (il toro) e la sua intrinseca preziosità e mistero (lo zafiro).

La presenza di Emmer in questa narrazione suggerisce anche che i "segreti di Roma" non sono confinati al passato. Essi continuano a essere esplorati e reinterpretati da intellettuali e artisti contemporanei che, con i loro strumenti e le loro prospettive, aggiungono nuovi strati di significato alla città. La capacità di Emmer di collegare discipline diverse - come la matematica, il cinema e la storia dell'arte - riflette la natura poliedrica di Roma stessa, una città che non si lascia facilmente definire e che continua a ispirare nuove forme di indagine e di espressione.

Le VERITÀ SCIOCCANTI sulla vita quotidiana nell'Antica Roma

Pertanto, il "Toro Zafiro", in questa interpretazione, diventa un simbolo della ricchezza intellettuale e artistica che Roma continua a generare, invitando il lettore a guardare oltre l'ovvio e a scoprire la complessità e la bellezza intrinseche che la città offre in ogni sua forma e manifestazione. Questa esplorazione va di pari passo con la riscoperta di quartieri come il "Macao", i cui "segreti" sono stati riportati alla luce da autori come Alberto Arduini, dimostrando come la curiosità e l'indagine possano sempre rivelare nuove storie e connessioni, arricchendo la nostra comprensione di Roma.

tags: #michele #emmer #il #toro #zafiro