Il mondo del cinema, da sempre affascinante e influente, si confronta ancora con una profonda disparità di genere, soprattutto per quanto riguarda il ruolo della regia. Un'analisi attenta rivela che, nonostante un numero crescente di donne attive e prolifiche, la loro capacità di fare carriera in questo settore rimane significativamente limitata. Questo squilibrio non è un fenomeno isolato, ma piuttosto il risultato di un complesso intreccio di fattori storici, culturali, linguistici e strutturali che perpetuano un ambiente prevalentemente maschile.

La Realità Statistica: Un Divario Persistente
Un report autorevole dell'USC Annenberg, la facoltà di Comunicazione e Giornalismo dell’Università del Sud della California, monitora annualmente l'inclusione e la diversità nell'industria dello spettacolo e del cinema americano. I dati raccolti negli ultimi tredici anni sono eloquenti: la percentuale di donne registe è oscillata tra il 2% e il 7% annuo, raggiungendo per la prima volta un modesto 10,6% nel 2019. Sebbene questi numeri possano sembrare esigui, è importante sottolineare che le donne registe sono in realtà più numerose di quanto si pensi e sono molto attive e prolifiche. Il problema principale, come evidenziato dal report, è la loro difficoltà a progredire nella carriera.
Questa tendenza non è esclusiva degli Stati Uniti. Un primo rapporto annuale sull'uguaglianza di genere nel mondo audiovisivo, intitolato "La questione di genere tra immaginario e realtà" e curato dall'Osservatorio per l'Uguaglianza di Genere istituito dal Ministero della Cultura italiano, ha rilevato una forte sottorappresentazione delle donne. Nel settore ci sono meno donne e guadagnano meno degli uomini. Il rapporto ha evidenziato come l'88% dei film a finanziamento pubblico italiano, il 79% dei film prodotti dalla Rai e il 90,8% dei film che arrivano nelle sale cinematografiche siano diretti da uomini. Questi dati confermano una realtà sconfortante, dove su 10 registi che lavorano, solo 2 non sono uomini.

Ostacoli alla Carriera e Circoli Viziosi
Le ragioni di questa persistente disparità sono molteplici e interconnesse. Uno dei fattori cruciali è l'accesso limitato alla formazione, all'educazione e alla crescita professionale per le donne. Questa barriera iniziale crea un imbuto, riducendo il numero di donne che riescono a intraprendere la carriera di regista.
Un altro aspetto fondamentale è il predominio maschile nell'industria cinematografica. La ricerca dell'USC Annenberg ha mostrato che, poiché la maggioranza dei registi è uomo, si tende a continuare a investire su altri uomini, creando un vero e proprio circolo vizioso. Questa tendenza è alimentata da una cultura settoriale che, come riportato da alcune testimonianze, può essere descritta come gerarchica e maschilista. Affermazioni come "il cinema è un ambiente gerarchico e maschilista", le battute sull'isterismo o sugli assorbenti, o l'idea che una donna sul set sia "sicuramente la truccatrice altrimenti che ce stai a fare?", sono indicatori di un ambiente che ancora fatica a riconoscere l'autorità femminile. Quando un regista uomo, anche se notoriamente "terribile" o "difficile", impartisce istruzioni, nessuno si sogna di metterlo in discussione. Al contrario, quando la regista è donna, anche se "civile ed educata", si presentano "battutine" o "frasi sessiste", purtroppo anche da parte di altre donne. Questa difficoltà a riconoscere l'autorità femminile contribuisce a minare la credibilità e le opportunità di carriera delle registe.
Il fenomeno è ulteriormente aggravato dalla "riproduzione della disuguaglianza di genere", che si manifesta attraverso i "messaggi culturali impliciti nei film" e la "relazione tra i sessi" che viene rappresentata. Come sottolineato da alcuni studi, i film diretti da uomini tendono a "rafforzare gli stereotipi" e a presentare le donne come "un bel pezzo di scenografia" o come protagoniste solo nel 23% dei film, e non in quelli d'azione. Al contrario, quando le donne sono registe, spesso "presentano le donne in una luce più positiva" rispetto ai film diretti da uomini. Questo crea un altro circolo vizioso: meno donne alla regia significa meno rappresentazioni diverse e meno opportunità per storie e personaggi femminili più complessi.
Il Contesto Linguistico e Culturale: Una Lingua Maschile
La disparità di genere nel cinema non può essere compresa appieno senza considerare il ruolo della lingua e della cultura. La lingua italiana, come molte altre, è storicamente "maschile", con il maschio al suo centro. Questo si riflette in aspetti più superficiali, come l'uso dell'articolo determinativo di fronte al cognome o al nome di una donna ma non di un uomo, o la declinazione del plurale al maschile quando include nomi maschili e femminili. Ma il problema più profondo risiede nel lessico e nella semantica, che si sviluppano a partire dall'egemonia dei "parlanti" in posizione autorevole, che fino a poco tempo fa erano prevalentemente uomini.
Questa "lingua così a sua misura" consente all'uomo di distinguere tra concetti come "maschile", "mascolino" e "virile/maschio", arrivando persino ad assorbire termini stranieri come "macho". Alle donne, invece, riserva il solo aggettivo "femminile", con l'eccezione, quasi ironica, di "effeminato", che si usa per i maschi che rinunciano alla loro mascolinità. Questo crea una dicotomia: da una parte gli uomini nella loro varietà, dall'altra la donna nella sua stereotipia.

Questo automatismo linguistico si traduce in una percezione sociale dove essere nato uomo ("maschile") si associa "naturalmente" a comportamenti "mascolini" (atteggiamenti tipici da maschio) e "virili" (atteggiamenti che la società considera un valore aggiunto). Questa percezione esclude comportamenti considerati "effeminati" e, in alcuni casi, porta a inferire l'orientamento sessuale o le pratiche sessuali da piccoli segni, un vizio maschile di "poter inferire, da piccoli segni come questi, cose ben più complesse."
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Il Corpo Maschile nel Cinema: Esclusione e Autoriconoscimento
La pervasività del maschile nel cinema si manifesta anche attraverso la rappresentazione del corpo maschile come "affermazione identitaria e autoriflessiva". Il corpo maschile, inteso non necessariamente come virile ma come "feticcio fisiologico di un desiderio", diventa il veicolo più potente di riconoscimento del maschile.
Il maschio, fin dall'infanzia, riconosce il maschile principalmente in riferimento al corpo, e proietta questa priorità fisica anche nel riconoscimento del femminile, riducendo la considerazione che l'uomo ha del femminile alla "fisicità della donna". Al contrario, per la donna, l'idea di sé, del proprio essere femminile, probabilmente "prescinde in prima battuta dalla sua corporeità", e così proietta questo anche nella sua visione dell'uomo. Non che non ne riconosca la fisicità, ma questa "non è la via maestra o quasi esclusiva per valutarne la maschilità".
Questo approccio si riflette in scene cinematografiche che esaltano il corpo maschile in modo quasi estetizzante, anche attraverso la sofferenza, proiettandolo verso ideali di forza e velocità. In queste scene, si crea una "complicità tutta maschile" che si riversa nello "sguardo dello spettatore", allontanando lo "sguardo femminile", spesso assente o tenuto lontano nel film stesso. Lo sguardo della spettatrice cinematografica, in questi contesti, non trova un appiglio di condivisione in una "cultura gestuale quasi ancestrale che è quella della fisicità maschile e in un’idea del corpo che si esalta anche attraverso le sue sofferenze: il sangue stabilisce la misura stessa dell’affermazione del corpo".
Un esempio calzante di come queste caratteristiche siano state trasferite nella celebrazione della maschilità è lo sport. Sebbene oggi anche le donne pratichino sport, esso è nato come "pertinenza esclusiva del maschio", come dimostra la storia fino all'antica Grecia, e le Olimpiadi hanno accettato lo sport femminile solo ottant'anni fa e solo per poche discipline. Il motto olimpionico "citius, altius, fortius" ("più veloce, più alto, più forte") si sovrappone alla percezione maschile del proprio corpo e del proprio sesso, chiudendo il cerchio dell'autoriconoscimento maschile.
Anche l'aggettivo "grosso" assume un ruolo chiave nell'autoriconoscimento maschile, diventando un "vero feticcio del maschile". Un dialogo mostrato in una scena del film "Point Break", diretto da una regista donna, Kathryn Bigelow, evidenzia chiaramente "l’idolatria del “grosso” da parte dell’uomo, da cui la donna - notoriamente superiore - si sente profondamente lontana." Questa scena rivela come la fisicità accompagni l'esposizione verbale e come le donne, pur partecipando al dialogo maschile, ne rimangano "estranee: ironicamente lontane ancorché desiderose di capire, ma allontanate da discorsi che prevedono modalità comunicative tutte interne al gruppo maschile". È come se, pur condividendo la stessa esperienza, le reazioni nascano da percezioni diverse.

La Televisione: Un Faro di Speranza ma Ancora con Ombre
A differenza del mondo cinematografico, quello televisivo sembra essere, per fortuna, più avanti nella parità di genere. Ciò è dovuto anche a una serie di iniziative dedicate alla parità nella regia televisiva, che hanno fornito a molte donne opportunità di lavoro e visibilità. Netflix, in particolare, ha contribuito ad alzare l'asticella della media, affidando la regia dei propri film a delle donne nel 20% dei casi nel 2019.
Tuttavia, anche la televisione non è esente da problematiche. Dati del 2011 dell'Osservatorio di Pavia e dell'OERG sulle rappresentanze di genere in TV rivelano che gli uomini sono al centro delle notizie nel 71% dei casi, contro il 29% delle donne. Le donne sono meno di un terzo delle persone che parlano o di cui si parla nei telegiornali, e i ruoli più autorevoli e prestigiosi sono appannaggio maschile. Le donne sono al centro della notizia solo l'8% delle volte e soprattutto come vittime (tre volte più degli uomini). Inoltre, in televisione, delle donne "interessano soprattutto i corpi", che devono avere "bellezza, giovinezza e sex-appeal".

Organizzazioni come il progetto Equilibrista, promosso da Laura Carassai, stanno lavorando per creare un cambiamento culturale, fornendo ascolto e supporto alle donne sulle problematiche di genere e guidandole nell'eventuale azione da intraprendere in azienda, anche attraverso l'assistenza legale. L'obiettivo è coinvolgere gli uomini per creare un vero cambiamento di mentalità, riconoscendo che "l'unico modo per cercare di creare un vero cambiamento di mentalità" è il coinvolgimento di entrambi i generi.
Rappresentazione Femminile e Stereotipi
La sottorappresentazione delle donne come registe si riflette anche nella loro rappresentazione sullo schermo. Studi come "Gender Bias Without Borders" della University of Southern California, commissionato dall'agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere, hanno analizzato film da tutto il mondo attraverso diversi "gender-test". I risultati sono allarmanti: nel 70% dei film analizzati sono gli uomini a parlare e le donne sono solo "un bel pezzo di scenografia". Sono protagoniste solo nel 23% dei film, e non in quelli d'azione, dove le donne rappresentano solo il 16% dei personaggi "di azione".
Il problema dell'"age gap" influisce anche sulla rappresentazione delle persone anziane nei film, e le attrici sono spesso penalizzate dall'età rispetto ai colleghi uomini. Il 60% dei personaggi maschili tra i 30 e i 40 anni ha la possibilità di diventare una star del cinema, e gli attori sono spesso accoppiati con attrici più giovani, a volte molto più giovani. Al contrario, il numero di personaggi femminili anziani nei film è basso, solo il 39,1% ha un'occupazione, e le donne subiscono "l'oggettivazione sessuale".
Questi dati evidenziano come la disparità di genere nel cinema sia un problema complesso e multiforme, che richiede un impegno congiunto per smantellare le barriere esistenti e promuovere una maggiore inclusione e diversità. Sebbene siano stati fatti alcuni passi avanti, come l'aumento delle donne registe in alcune case cinematografiche (Universal, che è passata dal 9% del 2016 al 26% nel 2019, o Stx Ent. che si è sempre distinta per le quote "rosa"), la strada da percorrere è ancora lunga.