La Ribellione Silenziosa: Adolescenti tra Apatia, Fede e Rifiuto Scolastico

Adolescente assorto nei propri pensieri, in contrasto con adulti preoccupati sullo sfondo

L'adolescenza, un periodo di transizione intrinsecamente turbolento, si manifesta oggi con nuove sfaccettature che mettono alla prova genitori e società. La generazione descritta nel libro "Gli Sdraiati" del 2013, apparentemente passiva e apatica, si scontra con l'esperienza di chi ha vissuto un'adolescenza radicalmente diversa. Questo conflitto non si traduce in litigi eclatanti, ma in una sottile, quanto efficace, opposizione passiva, un disinteresse per ciò che viene detto.

Autolesionismo in adolescenza. Terapia e psicologia

L'Apatia come Forma di Ribellione

L'apatia, o la mancanza di interessi che spesso è solo apparente, emerge come una forma specifica di ribellione adolescenziale. Attraverso di essa, i giovani segnalano chiaramente ciò che rifiutano. E, come è sempre stato, si tratta di quelle cose che per i genitori rivestono importanza: il loro interessamento, l'apprensione, l'ansia di proteggere e guidare affettuosamente il figlio. È un messaggio non verbale, ma potente: "Più insisti, meno ci sarò." "Davanti a me quando sono apatico ti senti disarmato; bene, così puoi capire quanto io mi senta disorientato davanti alla tua apprensione quando pensi che io sia diverso da come mi vuoi."

Questa tendenza all'apatia è sicuramente presente negli adolescenti di oggi, forse più che nelle generazioni passate. Tuttavia, è cruciale considerare che, nella maggior parte dei casi, si tratta di episodi che si alternano a momenti in cui l'adolescente si mostra interessato, allegro, capace e anche ribelle in modi più convenzionali. L'apatia può essere un modo per comunicare con i genitori: "Lasciami stare e lasciami spazio. Se mi stai troppo vicino, non sento di riuscire a crescere." Se un adolescente percepisce che mostrandosi problematico attira l'attenzione dei genitori, potrebbe essere costretto a trovare un modo per non farsi "leggere dentro", adottando l'apatia come scudo.

Un aspetto fondamentale di questa apparente mancanza di interessi è la protezione della propria autostima. Svolgere un'attività significa immaginarne l'esito e sentirsi ragionevolmente capaci di portarla a termine con successo, ma anche esporsi al giudizio di spettatori, reali o potenziali. L'apatia viene utilizzata per proteggersi dalla prospettiva di venire ferito, di deludere le aspettative altrui o di confrontarsi con una propria immagine deludente.

L'apatia, nella sua forma normale, è uno strumento che l'adolescente mette in campo per industriarsi a crescere. Tuttavia, quando questa si lega a condizioni di depressione, o a problemi nella sfera relazionale adolescenziale, o a difficoltà scolastiche e lavorative, può assumere contorni più preoccupanti. In queste situazioni, l'urgenza dei genitori di partire da dati concreti, di chiedersi come comportarsi davanti a un ragazzo "che non fa niente", porta spesso a tentare di accelerare l'evoluzione della situazione, lasciando in secondo piano gli aspetti emotivi, che sono invece centrali per comprendere e affrontare il disagio. È importante non liquidare l'apatia come una semplice fase, ma al tempo stesso non trasformarla in un problema enorme, cercando di comprendere le sue radici emotive e comunicative.

Il Declino della Fede e la Ricerca di Spiritualità

Grafico che mostra la diminuzione dei fedeli e l'aumento degli atei tra i giovani

Il rapporto tra i giovani italiani e la fede ha subito un profondo mutamento. Dati recenti indicano che solo il 7% degli under 30 ritiene essenziale un legame con il trascendente, mentre il 28% si definisce ateo. L'educazione cattolica, pur incidendo, lo fa in maniera sempre più blanda, e parlare di Dio genera spesso diffidenza o imbarazzo.

Tuttavia, ciò non significa che la spiritualità sia scomparsa dalla quotidianità. La fede, o la fiducia, in un generico e confortante "oltre", il dialogo muto con gli assenti, un colloquio molto personale con l'invisibile, coprono un arco molto ampio: dalla superstizione all'animismo, fino a una preghiera forse troppo interessata e cucita su misura, al di fuori del formulario di rito. Come osserva l'antropologo Franco La Cecla, "non conosciamo alcuna società contemporanea a noi, che sia in Oriente o tra i popoli nativi dell’Occidente o tra le culture del Sud o del Grande Nord, che non abbia un tipo di pratica per comunicare con l’invisibile."

Ma sappiamo ancora pregare? La Cecla indica le interferenze di un "materialismo ansioso" come una spinta contraria ai processi "mentali, sensoriali, emozionali" più profondi che la preghiera mette in atto, o di cui raccoglie l'esito. La preghiera richiede un abbandono, o un allenamento speciale.

Un esempio di questo percorso è il romanzo "Mio padre avrà la vita eterna ma mia madre non ci crede" di Paolo Valoppi, che racconta l'infanzia dell'autore accanto a un padre testimone di Geova. Il libro si apre con un'epigrafe di Natalia Ginzburg: "Chi non crede, tenga conto che ci sono persone alle quali il mondo senza Dio sembra atroce." In equilibrio tra ironia e tenerezza, Valoppi esplora il confine labile e complicatissimo tra fede e libertà, tra l'ostinata ragione e quei momenti strani in cui l'unica cosa da fare sembra "rimanere al buio, scoppiare a piangere e farmi una lunga chiacchierata con Geova." La sua conclusione: "Quando mi chiedono se credo in Dio non riesco a rispondere di no. Dico sempre che in qualcosa credo, ma non so cosa." Questa risposta riflette la posizione di molti giovani oggi, per i quali una risposta netta come "sì, credo" è sempre più difficile da trovare.

La Ricerca di Dio negli Adolescenti

Quando un adolescente, come nel caso di un figlio di seconda media, inizia a mettere in discussione la propria fede, chiedendo prove dell'esistenza di Dio, diventa una grande prova per i genitori. I bambini sono curiosi e molto perspicaci, pongono domande difficili su cose a cui gli adulti non hanno mai pensato o che hanno dato per scontate. Questo può mettere i genitori in difficoltà nel fornire risposte adeguate.

Questa curiosità può essere definita una "ricerca" piuttosto che una "sfida" della fede. I giovani cercano modi concreti per allineare ciò che gli è stato insegnato a credere con ciò che hanno visto e sperimentato nella loro vita. Concetti come quello della transustanziazione, per esempio, richiedono molta fede. È un percorso che a volte può durare una vita per sviluppare un forte senso della fede. Si possono guardare alle Scritture e ai miracoli eucaristici come prova, ma alla fin fine sta a noi accettare questi segni come una prova o meno.

Le domande tipiche che emergono in questa fase includono: "Se Dio esiste, perché ci sono la sofferenza, le malattie, la crudeltà, l’ingiustizia, la povertà?" o "Se Egli è reale, perché non risponde direttamente alle mie preghiere?". Queste domande sono molto frequenti e sono state poste probabilmente da tutti noi in qualche momento. Se il cattolicesimo fosse facile, allora chiunque sarebbe cattolico. Una religione che non ci chiedesse nulla e non ci sfidasse non lascerebbe spazio alla crescita.

Per aiutare i figli in questa ricerca, esistono numerose risorse. La serie "Prove It!" di Amy Welborn, podcast che offrono intrattenimento e formazione, e le risorse online di Brandon Vogt e Word on Fire, così come ClaritasU, sono strumenti utili per rispondere alle domande difficili. Al di là di libri e nuovi media, la prova migliore e più efficace che i genitori possono offrire è essere una testimonianza vivente di quello in cui credono. Far sì che l'amore e la fede in Dio e nella sua Chiesa guidino parole, azioni e pensieri, vivendo una fede piena e ringraziando Dio per tutto, anche per le difficoltà e il dolore, che diventano possibilità per crescere nella fede e nella santità.

Giovani in un contesto di gruppo, intenti in una discussione animata

Un gruppo di adolescenti che si incontra in una parrocchia romana, i "Gang sotto le stelle", offre una prospettiva interessante. Hanno scelto di proseguire il loro percorso di fede dopo la cresima, guardando film e commentandoli, facendo viaggi e campi estivi, e attività di volontariato. Per Carlotta, diciottenne, credere significa "coltivare amore per me stessa e per gli altri", motivo per cui non si vergogna di dirlo ai suoi coetanei. Emilia, studentessa di liceo, pur sapendo di essere in minoranza tra i suoi coetanei, è disposta a confrontarsi in modo costruttivo e senza giudicare. Ritiene che la fede sia qualcosa di personale "che è bello condividere ma non per forza deve essere fatto". Esperienze come i campi estivi o la Giornata Mondiale della Gioventù a Lisbona le hanno dato molta forza. Per lei, credere significa affidarsi a qualcosa, a qualcuno, non solo nei momenti brutti ma anche in quelli belli, sentendo la forza che deriva dal sapere che c'è qualcuno che ti ama in modo incondizionato e non ti giudica.

Pietro, diciannove anni, aggiunge che credere lo aiuta ad affrontare le scelte della sua vita nel modo giusto. Benedetta trova nella fede un aiuto all'ottimismo, sapendo che "in un modo o nell'altro le situazioni complicate si risolvono sempre". Eugenia trova difficile credere e "ricordarsi di amare" nella quotidianità, ma trova aiuto negli "elementi in ogni giornata che aiutano sempre: l’amore di alcune persone, anche quelle che ti regalano sorrisi casuali e inaspettati" e nell'abitudine alla ritualità, come andare a messa o a catechismo, anche quando non ne ha voglia, perché "nella maggior parte dei casi, una volta uscita da lì sarò felice di esserci andata. E mi aiuta a ricordarmi perché mi piace definirmi cristiana."

Questa prospettiva trova consonanza con le parole di Martin Scorsese, che nei "Dialoghi sulla fede" ammette di non essere un teologo, ma sottolinea il "potente messaggio di compassione e amore" e l'importanza dei sacramenti per stare vicino a Dio. La pratica della fede, per Scorsese, non avviene solo in un edificio consacrato, ma "accade fuori, sempre. Praticare, davvero, è fare qualsiasi cosa tu faccia, di buono o di cattivo, e riflettere su questo. Questa è la sfida." Anche Demetra, diciottenne, sottoscriverebbe, affermando che "Nella vita quotidiana riconoscere la presenza di un Dio infinitamente buono nelle persone intorno a me mi aiuta ad essere in generale più grata per tutti gli incontri che mi capitano."

Edoardo, ventiquattro anni, sostiene che le difficoltà sono un forte motore della fede, avvicinandolo a Dio "non in modo ruffiano, ma come fonte di forza e di coraggio." Le difficoltà del mondo attuale - guerre, odio, discriminazione - lo portano verso un messaggio di amore, pace e uguaglianza. Inoltre, "ogni volta che sono testimone di qualcosa di bello e inaspettato, credo che dentro ci sia la volontà di Dio e questo mi aiuta molto."

Le domande fondamentali continuano a emergere. Quando si chiede al gruppo "Gang sotto le stelle" di definire Dio, le risposte sono varie: "Immenso, comprensivo, amorevole," "un padre che non ti abbandona mai, anche quando ti capita di “litigare” con lui," "misterioso, infinito, onnipresente," "rifugio, sole, serenità," "buono, paziente, travolgente, raro." Pietro, infine, lo definisce come "un compagno di classe pronto a suggerirti se ne avessi il bisogno."

Il Rifiuto Scolastico: Una Sfida Complessa

Il rifiuto scolastico, caratterizzato da una forte reticenza o impossibilità di frequentare la scuola, è un fenomeno complesso con profonde implicazioni psicologiche per l'adolescente. La scuola rappresenta una fetta importantissima della vita giovanile, contribuendo alla costruzione dell'autostima, dell'autonomia e alla gestione delle frustrazioni.

Di fronte a un ragazzo che va male a scuola, è fondamentale evitare risposte facili o etichette premature come "pigro" o "non adatto allo studio". Sebbene "impartire disciplina" sia importante, l'andamento scolastico è spesso un indicatore della salute generale dell'adolescente.

Le Radici del Rifiuto

Gli adolescenti costruiscono la propria autostima anche a scuola, misurandosi attraverso ciò che riescono a fare e ciò che non riescono, e confrontandosi con i coetanei. La scuola è anche legata alla costruzione dell'autonomia e alla separazione dai genitori, affrontando domande come "Sono capace di fare le cose da solo?". La gestione delle frustrazioni è un elemento centrale: è impossibile essere bravi in tutto, e anche se si è piuttosto bravi, è impossibile avere il tempo per fare tutto (es. impegni scolastici, sportivi e amicizie contemporaneamente). La necessità di fare delle scelte e amministrare risorse limitate può mettere in crisi gli adolescenti. L'autostima in adolescenza è un tema centrale, e se non sufficientemente sviluppata, rende più difficile acquisire altre competenze. I conflitti che si creano nel tentativo di raggiungere questi obiettivi sono normali e funzionali alla crescita.

Spesso, un comportamento come quello dello studente "pelandrone" che scherza sul disinteresse per lo studio, o che inspiegabilmente non si prepara, può nascondere sentimenti più profondi. Inizialmente, può essere difficile parlare dello studio in sé. Piuttosto, l'adolescente potrebbe essere più propenso a parlare del fastidio che gli danno i professori, visti come adulti che chiedono obbedienza, attenzione e che lo "trattano come un numero". Se l'attenzione viene portata sul fatto che il ragazzo sembra cercare il conflitto con gli insegnanti, non è infrequente che emerga un senso di sentirsi giudicato negativamente. Parlare di queste dinamiche può portare a un ammorbidimento dei toni, a una maggiore disponibilità degli insegnanti e, di conseguenza, a un cambiamento nel comportamento del ragazzo.

A volte, i colloqui possono rivelare che il ragazzo ha sviluppato una convinzione radicata, un "film in testa", secondo cui a scuola sarebbe stato solo criticato, non apprezzato, o addirittura umiliato. Questa operazione di identificazione e rottura di tali "incantesimi" mentali è l'obiettivo della psicoterapia, sia per situazioni apparentemente "ordinarie" che per quelle più complesse che implicano maggiore sofferenza. Tutti tendiamo a metterci sulla difensiva quando ci confrontiamo con cose che ci fanno soffrire. Il ragazzo di questo esempio si impegna in lotte "immaginarie" con i professori per proteggersi dal giudizio su di sé. Per evitare il confronto con la paura di non essere bravo a sufficienza, diventa conveniente sacrificare la possibilità di avere un rapporto maturo con chi rischia di farlo soffrire. Screditando in partenza chi può far stare male ("Nessun professore capisce un accidente, quindi le loro parole non valgono niente"), si riduce la possibilità di soffrire, ma al prezzo di perdere la capacità di distinguere tra insegnanti autenticamente disponibili all'ascolto e quelli meno empatici. Fondamentalmente, il problema non è la scuola in sé, ma la misurazione di se stessi, la questione della propria autostima. Questo comportamento è guidato da sentimenti depressivi, che non sono necessariamente una depressione diagnostica, ma meccanismi normali che, amplificati e irrigiditi, possono portare a una perdita di libertà nel proprio modo di pensare e agire. Il ragazzo non sceglie di avere problemi con la scuola, ma ci "cade dentro".

Il Ruolo dei Genitori e le Strategie Efficaci

Mani di genitori che accarezzano con delicatezza le mani di un figlio adolescente

Quando un genitore si trova di fronte a un figlio che abbassa i voti, non studia e non fa i compiti, la preoccupazione è grande. L'istinto è quello di fare discorsi, arrabbiarsi, punire, togliendo uscite e videogiochi. Tuttavia, queste strategie spesso non hanno un effetto duraturo e il problema tende a ripresentarsi. È difficile, specialmente per genitori che lavorano e hanno altri figli, dedicare ogni pomeriggio a "fare il carabiniere" dietro al ragazzo. L'aspettativa è che a una certa età debba essere in grado di gestirsi autonomamente, ma i suggerimenti per l'organizzazione o lo studio spesso non vengono ascoltati.

È fondamentale indagare con maggiore attenzione il calo del rendimento scolastico, cercando di capire se sia dovuto ad altro che sta accadendo nella vita del ragazzo e come lui vive il contesto scolastico. Le punizioni, infatti, raramente sono una soluzione efficace a lungo termine. Invece di arrabbiarsi, che comunque è un modo di dare attenzione (anche se in negativo), si può provare a manifestare delusione e togliere attenzione. Lasciare il ragazzo "solo" nelle sue sconfitte è difficile, ma è l'unica via per renderlo responsabile di ciò che crea con il suo comportamento.

In parallelo, si può considerare un supporto esterno, come un doposcuola con aiuto compiti o una figura che lo affianchi qualche ora nelle materie in cui fa fatica. Qualora dovesse subentrare la bocciatura, sarebbe comunque una lezione che, nel tempo, potrebbe portare a una maggiore responsabilizzazione. È importante capire l'origine di questo atteggiamento. L'istinto ad apprendere è innato in ogni bambino, e se questo non avviene, qualcosa non va a livello emotivo o cognitivo. Sarebbe utile cercare di capire in che modo il figlio percepisce la scuola e i compiti, se ci sono problemi nei rapporti con gli insegnanti o con gli altri ragazzi, o se è accaduto qualcosa che lo ha turbato. Anche il ruolo del padre del ragazzo in questa situazione è da considerare.

Per i genitori, è essenziale migliorare la capacità di lettura complessiva di quello che accade al figlio, anche in situazioni apparentemente banali della quotidianità. È importante evitare di scaricare l'ansia sul ragazzo, poiché vedere un adolescente in difficoltà non è facile. La comunicazione migliora quando i genitori capiscono che non è un problema di volontà, ma di paura o di bisogno emotivo.

Definire i compiti e le responsabilità è la base delle relazioni sane. Se un genitore si sostituisce al compito del figlio, lo svaluta; se viene sostituito, si sente svalutato. Una relazione in cui ognuno rispetta i suoi compiti e quelli degli altri è una relazione con confini sani. Un modo semplice per stabilire di chi sia un determinato compito è chiedersi chi sia il destinatario del prodotto della scelta fatta. Quando un figlio sceglie di non studiare, il risultato della decisione non è destinato al genitore, ma al figlio. La scuola è per un figlio il compito principale per almeno 20 anni della sua vita, occupando quasi la metà del suo tempo tra lezioni e studio.

I compiti dei genitori includono essere realistici rispetto alle abilità del figlio e non aspettarsi che i figli abbiano per forza gli stessi obiettivi. Le aspettative genitoriali sono un compito perché il fatto che vengano soddisfatte o meno ha un impatto sui genitori stessi. Quando le aspettative prendono il sopravvento, l'amore verso il figlio diventa "condizionato", e la fiducia è vincolata a clausole. Se i bambini percepiscono che il loro valore è condizionato dai risultati scolastici, ne derivano ansie, paure e rifiuto. Al contrario, i figli hanno bisogno di amore incondizionato, specialmente quando sono in difficoltà. Più sono in difficoltà, più hanno bisogno di amore, incoraggiamento e fiducia nelle loro capacità. L'amore incondizionato è una fede cieca nelle capacità del figlio. I figli hanno bisogno che i loro genitori vedano in loro qualcosa che loro stessi ancora non vedono, un po' come si faceva quando, non parlando ancora, si provava a vedere oltre, fiduciosi che il pianto avesse un significato.

L'amore condizionato è fonte di ansia da prestazione e paura di non essere più amati. Questo stress a volte può portare al rifiuto: "Piuttosto che rischiare, mollo e non studio più, ma almeno lo decido io." I ruoli si ribaltano, e i figli si sentono smarriti, privati del loro obiettivo e non sanno più perché devono studiare. Inoltre, vivono questa dinamica con ansia e paura, temendo che dai voti dipenda il loro valore e l'amore nei loro confronti.

Incoraggiare aiuta i figli a sentirsi amati e quindi ad amarsi. Incoraggiare non significa premiare. Il premio è rivolto al contenuto ("hai preso 10, ti darò un premio"), mentre l'incoraggiamento è rivolto al processo ("Ti sei davvero impegnato"). Premiare è amore condizionato. Una dieta di premi e punizioni porta i bambini a credere che "Io sono ok solo quando gli altri mi dicono che sono ok." Obbligare il figlio a studiare, litigare e lottare ogni giorno è molto più facile, per questo la maggior parte dei genitori lo fa. La strada più difficile, ma più efficace, è dare libertà al figlio, mettendo in conto la possibilità che sbagli. Questo espone i genitori alla propria impotenza nel voler far fare al figlio ciò che si vorrebbe.

L'esempio è sempre uno strumento educativo potente. I genitori dovrebbero essere realistici rispetto alle capacità dei figli, mettere sempre l'accento sull'importanza di imparare e non sui voti. Se ci sono difficoltà, chiedere di parlare agli insegnanti insieme ai figli e non al posto loro.

L'Infantilizzazione dei Giovani e la Prolungata Adolescenza

Metafora visiva di un ponte tra l'adolescenza e l'età adulta che si estende indefinitamente

La società contemporanea è testimone di un fenomeno di prolungamento dell'adolescenza, che si estende ben oltre i tradizionali confini anagrafici, arrivando in alcuni casi fino ai 25-30 anni. Questo è un tema che intreccia aspetti psicologici, sociologici e di marketing. Il dottor Razzi Chr, in particolare, evidenzia come la maturità arrivi sempre più tardi anche a causa del comportamento degli adulti. Si parla di "adolescenti di mezza età" per descrivere individui tra i 35 e i 54 anni che manifestano comportamenti tipicamente giovanili.

Secondo una ricerca della San Diego State University, citata dal dott. Razzi Chr, i giovani impiegano più tempo per assumersi delle responsabilità e anche per fruire dei piaceri adulti, una tendenza che riflette il clima attuale della società. Il sociologo svizzero François Höpflinger conferma che "oggi, le persone diventano adulte molto dopo rispetto alle generazioni passate," citando come esempio il fatto che si fonda una famiglia e si esce dalla casa dei genitori sempre più tardi. Questo fattore è influenzato anche dagli studi che, protraendosi, portano i giovani a essere dipendenti dai genitori più a lungo.

Se i giovani non si devono assumere molte responsabilità fino ai 25-30 anni, si promuove sempre più l'infantilizzazione. I figli oggi si trovano in una situazione di dipendenza, sia perché gli adulti li "proteggono" troppo, sia perché a volte mancano le opportunità nel mondo esterno. Tra i 20 e i 30 anni, molti giovani non riescono a mantenersi economicamente.

La psicologa britannica Laverne Antrobus afferma che i giovani mancano di maturità emotiva, e l'adolescenza si estende spesso fino ai 25 anni di età. Il sociologo Frank Furedi parla di "infantilizzazione dei giovani", sottolineando come tatuaggi, piercing, vestiti di tendenza, party, serate in discoteca e altri comportamenti solitamente indicatori di un periodo della vita caratterizzato dalla ribellione, dagli eccessi e dall'impulsività, non sono più appannaggio esclusivo dei giovani. È il mito della giovinezza e della bellezza, alla cui diffusione contribuiscono in larga misura i media dell'immagine, a creare quella che Peter Titzmann dell'Università di Zurigo definisce "una fase prolungata della ricerca identitaria e del periodo di sperimentazione che le generazioni passate non vivevano."

L'adolescente adulto vive un'inquietudine smaniosa: non è contento di quello che è, che ha e che fa, ma non sa in realtà cosa vuole. Si lamenta molto, ma non fa niente per cambiare, ha scatti di rabbia, ma poi ripiega le ali. Si innamora, anzi si invaghisce, ma spesso solo di chi lo fa sentire un mito, non fa il passo successivo di impegno, non trasforma l'innamoramento in amore. Quando le cose non vanno bene, non riesce a separarsi dal coniuge, per paura del giudizio. Se viene valorizzato, si sente giovane e bello e passa molto tempo allo specchio: in realtà, però, non si piace, ma gli piace l'immagine di sé e per questo fa di tutto per mantenersi giovane. La moto, l'auto sportiva, il partner più giovane, le vacanze esotiche, sapere di avere tanti amici e contatti sono elementi fondamentali per il suo precario equilibrio: un piccolo calo di immagine e la demotivazione è dietro l'angolo.

Il dott. Razzi Chr suggerisce che "tutti gli eventi importanti della vita sono collegati a rituali elaborati che hanno lo scopo di distaccare la persona dallo stadio precedente della sua esistenza e di aiutarla a trasferire le sue energie psichiche nella fase successiva". Il passaggio sereno alla successiva fase della vita è un obiettivo che richiede l'assunzione di responsabilità e la capacità di amare in modo non imposto o insegnato, ma scelto. In questo contesto, è importante che i genitori facilitino questo processo, supportando i figli nel loro percorso verso l'autonomia e la maturità emotiva.

Autolesionismo in adolescenza. Terapia e psicologia

tags: #razzi #chr #non #crede