"Sola nel mondo eterna": La Morte e l'Annichilimento del "Coro di morti nello studio di Federico Ruysch"

Introduzione: Un'Operetta Morale Audace e Originale

Il “Coro di morti nello studio di Federico Ruysch” si annovera tra le Operette Morali di Giacomo Leopardi, un'opera composta nel 1824 che spicca per la sua audacia e originalità. Questo componimento, singolare nell'intera raccolta per la sua struttura che abilmente alterna un coro lirico a una scena dialogata in prosa, affronta il tema universale della morte con una lucidità penetrante e una radicalità schietta, tratti distintivi del pensiero leopardiano. Attraverso la voce dei morti, il poeta non solo espone in modo incisivo il suo pessimismo cosmico, ma sonda anche la natura stessa dell'esistenza, della sofferenza e della liberazione.

Ritratto di Giacomo Leopardi che scrive

La particolarità di quest'operetta risiede nell'ambientazione insolita e suggestiva: lo studio di Federico Ruysch, un anatomista realmente esistito e famoso per le sue tecniche di imbalsamazione che rendevano i cadaveri incredibilmente simili a esseri viventi. È proprio in questo contesto macabro e affascinante che Leopardi immagina i corpi imbalsamati prendere vita e voce, intonando un coro sulla loro condizione post-mortem. Questa scelta narrativa non è casuale, ma funzionale all'esplorazione del significato profondo della morte, spogliata di ogni sovrastruttura religiosa o metafisica, e ridotta alla sua essenza più cruda e ineludibile. L'opera diventa così un potente veicolo per riflettere sull'inconoscibile mistero della vita e della morte, come evidenziato anche dalla complessità stilistica e contenutistica del coro stesso.

La Liricità del Coro Iniziale: "Sola nel mondo eterna"

Il coro iniziale rappresenta la parte lirica dell’operetta, un momento di elevata poesia in cui i morti, con voce corale, esprimono la loro peculiare esperienza della morte. Questi versi, intrisi di un'atmosfera solenne, rendono i defunti protagonisti indiscussi, che contemplano la loro nuova condizione con uno spirito di arresa all'incomprensibilità della vita, un atteggiamento non dissimile da quello che i vivi nutrono nei confronti della morte. La scelta di esordire con una canzone crea immediatamente un'atmosfera solenne e profonda, dove i morti riflettono sulla natura ultima dell'esistenza.

La Morte come Riposo e Rifugio dall'Antico Dolore

I versi del coro dipingono la morte come l'unica entità "eterna" nel mondo, l'unico vero porto in cui la natura umana, nella sua nudità più autentica, trova finalmente riposo. "Sola nel mondo eterna, a cui si volve Ogni creata cosa, In te, morte, si posa Nostra ignuda natura; Lieta no, ma sicura Dall’antico dolor." Questa sicurezza non deriva da una gioia o una felicità ultraterrena, bensì dalla liberazione definitiva dal dolore antico, dal patimento intrinseco all'esistenza terrena. La morte, dunque, non è tanto un'esperienza di beatitudine, quanto un'assenza di sofferenza, un quieto non-essere. Il ricordo della vita passata, un tempo fonte di affanno e di timore, viene ora percepito come una "paurosa larva" o un "sudato sogno", una "confusa ricordanza" che non genera più alcuna paura. Non si tratta di un annullamento totale della memoria, ma di una sua deprivazione di ogni carica emotiva. L'eco della domanda "Che fummo? chiamammo vita?" sottolinea la percezione della vita come un'illusione fugace, quasi un'allucinazione.

Statua di una figura addormentata o riposante

L'Annichilimento della Coscienza e la Fine del Desiderio

La morte, secondo la visione espressa nel coro, porta a una "profonda notte" nella mente, un oblio che oscura il "pensier grave". La forza, o "lena", viene a mancare alla speranza e al desiderio, quelle pulsioni vitali che animano l'esistenza umana. "Alla speme, al desio, l’arido spirto Lena mancar si sente." Questo annullamento della coscienza, e con essa del desiderio e della speranza, è presentato non come una privazione, ma come una liberazione. È proprio in questa "profonda notte" della mente che i morti trovano la loro quiete. L'indebolimento delle facoltà senzienti, fino al loro completo spegnimento, è un processo graduale che culmina nel non-essere, un non-essere che, paradossalmente, è positivo perché corrisponde a un non-sentire. Il piacere, come viene detto nell'operetta, è la "languidezza", l'indebolimento delle forze fino al non essere più.

La Liberazione dal Tedio e il Rifiuto della Fiamma Vitale

Liberi dall’affanno e dalla paura, i morti consumano le loro "età vote e lente / Senza tedio". Il tedio, quel male profondo che tormenta l'uomo in vita, svanisce nella morte. Le età, seppur "vote e lente", non sono più gravate dalla noia, ma trascorrono in una serena indifferenza. Allo stesso modo in cui da vivi si rifuggiva la morte, così da morti si rifugge la "fiamma vitale". Questo rifiuto della vita passata e delle sue ansie suggerisce una sorta di inversione di prospettiva: ciò che prima era temuto ora è desiderato, e ciò che prima era desiderato ora è respinto. La morte, per Leopardi, è l'unica vera liberazione, un ritorno al nulla che porta quiete e annullamento della sofferenza.

LEOPARDI: MORIRE ED ESSERE MORTI NEL “DIALOGO DI FEDERICO RUYSCH E DELLE SUE MUMMIE”

Ruysch e il Dialogo Grottesco con i Morti

Dopo la sublime liricità del coro, la scena si sposta in un dialogo in prosa, introducendo il personaggio di Federico Ruysch, che ha udito i morti cantare. L'atmosfera dell'operetta muta radicalmente, perdendo la solennità creata dai versi per lasciare spazio a momenti di ironia e passaggi burleschi, dovuti principalmente alla goffaggine del personaggio dello scienziato, che si ritrova inaspettatamente di fronte a una situazione paradossale.

La Comicità Involontaria e la Paura di Ruysch

La reazione di Ruysch è un misto di terrore e incredulità, espresso con un linguaggio colloquiale e irriverente: "Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come galli? In verità che io sudo freddo, e per poco non sono più morto di loro. Io non mi pensava perché gli ho preservati dalla corruzione, che mi risuscitassero." Il suo sgomento è evidente: "Tant’è: con tutta la filosofia, tremo da capo a piedi. Mal abbia quel diavolo che mi tentò di mettermi questa gente in casa." Ruysch si preoccupa che i morti possano "rompere l’uscio, o non escano pel buco della chiave, e mi vengano a trovare al letto", e la sua esitazione nel "chiamare aiuto per paura de’ morti" rivela una comicità grottesca, che stempera la gravità del tema.

L'Anno Grande e Matematico: Il Tempo dei Morti

L'operetta è ambientata in un momento unico e straordinario: si è appena compiuto "l’anno grande e matematico", quel particolare ciclo cosmico di cui gli antichi scrittori narravano, un evento che permette ai morti di comunicare con i vivi per un "quarto d’ora" allo scoccare della mezzanotte. Questa condizione, però, è vincolata: i defunti possono parlare solo rispondendo a domande poste da una persona viva. Ruysch, sebbene terrorizzato, vince a fatica la paura che lo inchioda a letto, si alza e ordina alle sue mummie di fare silenzio, per poi iniziare una serie di domande che corrispondono ad altrettanti luoghi comuni sul tema della morte.

Libri antichi e strumenti scientifici in uno studio

La Morte non è un Sentimento, ma Languidezza

Il dialogo tra Ruysch e i morti si sviluppa come una confutazione delle concezioni comuni sulla morte, svelandone la vera natura attraverso le testimonianze dirette di coloro che l'hanno vissuta. La Morte non è un Sentimento, ma Languidezza.

L'Inconsapevolezza del Momento del Trapasso

Alla domanda di Ruysch su cosa si provi in punto di morte, i defunti rispondono con sorprendente unanimità che non ci si accorge del momento del trapasso. "Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi. Gli altri morti. Né anche noi." Questo concetto è paragonato all'atto di addormentarsi: "se l’uomo non ha facoltà di avvedersi del punto in cui le operazioni vitali, in maggiore o minor parte, gli restano non più che interrotte, o per sonno o per letargo o per sincope o per qualunque causa; come si avvedrà di quello in cui le medesime operazioni cessano del tutto, e non per poco spazio di tempo, ma in perpetuo?" La morte, quindi, non è un evento traumatico o una sensazione acuta, ma un processo graduale, una lenta attenuazione delle facoltà senzienti. "Sappi che il morire, come l’addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per gradi."

La Morte come Languore e Piacere

Anzi, i morti rivelano che se la morte genera qualcosa, essa è più vicina al piacere che al dolore. I sensi, nel momento del trapasso, sono "moribondi" e incapaci di percepire un dolore forte. "Quando la facoltà di sentire è, non solo debilitata e scarsa, ma ridotta a cosa tanto minima, che ella manca e si annulla, credete voi che la persona sia capace di un sentimento forte?" E ancora: "Nell’ultimo di tali istanti la morte non reca né dolore né piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare dolore perché il dolore è cosa viva, e i sensi dell’uomo in quel tempo, cioè cominciata che è la morte, sono moribondi, che è quanto dire estremamente attenuati di forze."

Illustrazione simbolica di una figura in un stato di languidezza o riposo profondo

Il "languore della morte" può essere "più grato" perché libera da patimenti, come viene spiegato chiaramente: "Può bene esser causa di piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi forse la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza. Di modo che i sensi dell’uomo sono capaci di piacere anche presso all’estinguersi; atteso che spessissime volte la stessa languidezza e piacere; massime quando vi libera da patimento; poiché ben sai che la cessazione di qualunque dolore o disagio, e piacere per se medesima. Sicché il languore della morte debbe esser più grato secondo che libera l’uomo da maggior patimento." Questo rovesciamento di prospettiva è radicale: la morte non è solo assenza di dolore, ma una forma di piacere che deriva dalla cessazione di ogni sofferenza e desiderio. La morte, per Leopardi, non è un momento di violenza o strappo per l'anima, che non è "appiccata al corpo con qualche nervo" o "membro del corpo" da cui possa essere violentemente schiantata. Piuttosto, "l'anima in tanto esce di esso corpo, in quanto solo è impedita di rimanervi, e non v’ha più luogo; non già per nessuna forza che ne la strappi e sradichi?"

Il Silenzio Finale: L'Ignoto e l'Inconoscibile

Il dialogo si interrompe bruscamente, come era stato preannunciato, perché è scaduto il "quarto d’ora" in cui i morti hanno la facoltà di parlare. "Figliuoli, non m’intendete? Sarà passato il quarto d’ora. Tastiamogli un poco. Sono rimorti ben bene: non è pericolo che mi abbiano da far paura un’altra volta: torniamocene a letto." I morti tornano nel loro eterno silenzio, lasciando Ruysch con un'ultima domanda irrisolta: "Dite: come conosceste d'essere morti?". Questa domanda tenta, come nota Cesare Galimberti, di "conoscere la morte", che però è già stata "definita ignota dal Coro", rimarcando i limiti della conoscenza umana di fronte all'arcano che governa la Natura. Il silenzio finale dei morti, l'ignota morte che appariva già nel coro, sottolinea l'impossibilità di conoscere pienamente il mistero del trapasso, confermando che la morte è un annichilimento, un non-sentire che si sottrae a ogni possibilità di descrizione o comprensione razionale da parte dei vivi.

Temi e Stile: Il Pessimismo Cosmico e l'Ironia Leopardiana

Il “Coro di morti nello studio di Federico Ruysch” è un'operetta morale che, attraverso una combinazione unica di liricità e ironia, esprime con forza il pessimismo cosmico di Leopardi, la sua visione della vita come dolore e illusione e della morte come unica vera liberazione.

La Morte Spogliata di Connotazioni Metafisiche

Il tema centrale dell'operetta è indubbiamente la morte, ma essa viene spogliata di ogni connotazione religiosa o metafisica. Non c'è alcuna allusione a un aldilà, a un giudizio divino o a una redenzione. La morte è presentata come un semplice ritorno al nulla, un'interruzione definitiva delle operazioni vitali. Questa visione laica e materialistica è in linea con il pensiero filosofico di Leopardi, che rifiutava le illusioni e le credenze consolatorie. La vita è un’illusione ("paurosa larva", "sudato sogno"), mentre la morte è la verità, il nulla. Questa antitesi tra illusione e vero è fondamentale per comprendere la radicalità del messaggio leopardiano. La vita, con le sue speranze e i suoi desideri, è solo una finzione dolorosa, mentre la morte, con il suo annullamento, offre la quiete e la liberazione da ogni sofferenza.

La Vita come Dolore e Illusione

Per Leopardi, la percezione della vita è di per sé dolore, poiché essa è caratterizzata in ogni momento da una tensione verso un desiderio irraggiungibile. L'uomo è condannato a un'eterna insoddisfazione, a una ricerca incessante di un piacere che non può mai essere pienamente raggiunto. Le "età vote e lente" consumate senza tedio dai morti contrastano drasticamente con le vite tormentate dei vivi, schiacciati dal peso dell'affanno, della paura e della noia. Il ricordo della vita passata come "paurosa larva" o "sudato sogno" evidenzia la percezione retrospettiva della vita come un'esperienza spiacevole e irreale.

LEOPARDI: MORIRE ED ESSERE MORTI NEL “DIALOGO DI FEDERICO RUYSCH E DELLE SUE MUMMIE”

Il Linguaggio Razionale e Ironico del Dialogo

Il linguaggio dell'operetta è un elemento chiave della sua efficacia. Se il coro è caratterizzato da una sublime liricità, con la sua alternanza libera di endecasillabi e settenari che segna il distacco di Leopardi dalla canzone tradizionale per passare alla canzone libera, il dialogo in prosa tra Ruysch e il Morto è improntato a un tono che alterna la serietà filosofica del Morto alla comicità grottesca e irriverente di Ruysch. La prosa è chiara, precisa, quasi scientifica nelle spiegazioni del Morto sulla natura della morte, mentre le interiezioni e le paure di Ruysch aggiungono un tocco di umanità e di ironia. Questa alternanza crea un effetto potente, che smaschera le illusioni umane e la paura della morte, rivelando una verità amara ma, per Leopardi, liberatoria.

Il contrasto tra la solennità del coro e la comicità del dialogo sottolinea la complessità della visione leopardiana della morte: da un lato, un'entità ineludibile e misteriosa, dall'altro, un evento che, se compreso razionalmente, può essere privato della sua aura terrificante. La scelta di Ruysch di porre domande che sono, in realtà, luoghi comuni sulla morte, permette ai morti di smentire o correggere tali false credenze, offrendo una prospettiva nuova e radicalmente diversa.

Riflessioni Finali sull'Eternità del Nulla

L'operetta di Leopardi si conclude con un'affermazione potente e disturbante: la morte è l'unica vera "eterna" nel mondo, l'unica entità a cui ogni cosa creata si volge. Non si tratta di un'eternità intesa come immortalità dell'anima o vita ultraterrena, bensì come un'eternità del nulla, un perpetuo non-essere. Questa visione radicale è il cuore del pessimismo leopardiano, che vede nell'annullamento della sofferenza la massima aspirazione dell'uomo. La morte, con la sua "profonda notte" e la sua "languidezza", offre una quiete che la vita, con i suoi "affanni" e le sue "temenze", non potrà mai concedere.

L'opera rimane un testo di straordinaria attualità, capace di interrogare l'uomo contemporaneo sui suoi timori più profondi e sulla sua ricerca di significato di fronte all'ineluttabile. La bellezza della lingua leopardiana, la profondità del suo pensiero e l'originalità della sua struttura rendono il “Coro di morti nello studio di Federico Ruysch” un capolavoro della letteratura italiana, un inno all'eternità del nulla e alla liberazione dal dolore dell'esistenza. L'ignota morte che appariva nel coro, il ricordo della vita come "paurosa larva" e la certezza che "mai si dovrebbe temere la fine dei patimenti terreni" sono messaggi che risuonano con forza, invitando a una riflessione profonda sulla condizione umana.

Un'immagine astratta che simboleggia l'eternità o l'infinito

tags: #sola #nel #mondo #eterna #a #cui