
Il panorama dell'industria automobilistica globale è stato ripetutamente scosso dalle azioni e dalle dichiarazioni dell'ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Le sue politiche e la sua retorica hanno spesso preso di mira le case automobilistiche, sia nazionali che estere, in nome della protezione dei lavoratori americani e della salvaguardia degli interessi economici nazionali. Questo approccio ha generato forti tensioni, controversie e un clima di incertezza per un settore cruciale dell'economia mondiale.
La Crociata Contro le Chiusure di Stabilimenti e la Delocalizzazione
Il 27 novembre 2018, Donald Trump ha lanciato un'offensiva a tutto campo contro General Motors (GM) e la sua CEO, Mary Barra, a seguito dell'annuncio della chiusura di cinque impianti in Nord America e del taglio di oltre 14.000 posti di lavoro. "Sono molto deluso da General Motors e Mary Barra per le chiusure degli impianti in Ohio, Michigan e Maryland. Niente viene chiuso in Messico o Cina. Gli Stati Uniti hanno salvato Gm, e questo è il GRAZIE! Stiamo valutando il taglio di tutti gli aiuti a Gm, inclusi quelli per le auto elettriche", ha dichiarato Trump, esprimendo il suo disappunto.
Il presidente ha sottolineato il suo ruolo di "tutore dei lavoratori americani", scrivendo in un tweet che GM aveva "scommesso sulla Cina quando ha costruito nel Paese i suoi impianti (e anche in Messico). Non penso che sarà una scommessa che pagherà". Queste chiusure, in particolare quelle negli stati del Midwest che avevano contribuito alla sua elezione, sono state percepite da Trump come un "tradimento" nei confronti della sua base elettorale e della politica dell'America First.
All'inizio dell'anno precedente, Trump aveva già bacchettato GM per l'importazione negli USA di auto prodotte in Messico, affermando: "Produca qui o paghi pesanti tasse doganali", una dichiarazione che aveva gelato l'intera industria automobilistica. Gli osservatori hanno notato che la strada intrapresa da GM sarebbe stata probabilmente seguita da altre case automobilistiche, tutte alle prese con il rallentamento dell'economia, il timore di una recessione, un'industria in rapida evoluzione e la guerra commerciale, con i dazi sull'acciaio e l'alluminio che avevano notevolmente aumentato i costi.
Gli analisti, tuttavia, erano convinti che, nonostante le minacce di Trump, GM non avrebbe cambiato rotta, poiché per le case automobilistiche ha senso produrre il più vicino possibile ai consumatori, e il mercato cinese, almeno per quel momento, era quello a maggiore crescita. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), in un rapporto inviato al G20, aveva avvertito che gli eventuali dazi dell'amministrazione USA sulle auto avrebbero potuto portare a un taglio della crescita globale dello 0,75%.
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L'Attacco alle Case Automobilistiche Estere: Il Caso Toyota
La politica protezionistica di Trump non si è limitata ai produttori nazionali. A soli 15 giorni dall'assunzione dei pieni poteri, l'allora presidente eletto ha sferrato un attacco contro Toyota. "Toyota dice che costruirà un nuovo impianto a Baja, in Messico, per costruire le auto Corolla per gli Stati Uniti. Assolutamente no! Fate la fabbrica negli Stati Uniti o pagate una tassa alta" alla dogana. Questo attacco è giunto alla vigilia del Salone dell'Auto di Detroit, un evento cruciale in cui le grandi case automobilistiche si sono confrontate per la prima volta pubblicamente con la possibile nuova politica commerciale di Trump, che aveva più volte criticato il NAFTA, l'accordo di libero scambio fra Canada, Messico e Stati Uniti.
Nei giorni precedenti, Trump aveva già criticato General Motors per aver destinato al mercato americano le Chevy Cruze messicane. L'attacco a Toyota ha seguito i toni distensivi usati dal presidente della casa giapponese, Akio Toyoda, il quale aveva sottolineato l'importanza di mantenere buone relazioni con Trump, data l'alta posta in gioco per Toyota, uno dei maggiori e più redditizi mercati negli Stati Uniti.
La casa giapponese ha replicato al tweet di Trump attraverso un suo portavoce, sostenendo che l'impianto in Messico non avrebbe ridotto il volume della produzione e l'occupazione negli Stati Uniti. Le azioni di Trump hanno evidenziato la sua avversione per le auto "straniere" sulle strade americane, spingendo per misure protezionistiche a tutela delle produzioni automobilistiche nazionali.
La Battaglia per le Emissioni e la California

L'industria automobilistica è finita nel mirino di Donald Trump anche per quanto riguarda le normative sulle emissioni. Il presidente americano ha attaccato i "manager deboli" di Ford e General Motors, accusati di "piegarsi alla California" anziché schierarsi con la Casa Bianca sui target per le emissioni. Questi target, in via di definizione, avrebbero segnato un deciso allentamento delle norme dell'era Obama, inizialmente criticate dall'industria delle quattro ruote come eccessivamente stringenti.
Per andare incontro alle esigenze dei "big dell'auto", Trump aveva da subito iniziato a lavorare a norme più rilassate. Tuttavia, il passo indietro rispetto all'amministrazione Obama si sarebbe rivelato talmente significativo da preoccupare i vertici delle case automobilistiche, che temevano un possibile scontro con la California, uno dei maggiori mercati automobilistici americani. I requisiti stabiliti dalla California erano meno rigidi di quelli dell'era Obama, ma decisamente più stringenti di quelli che Trump spingeva.
L'intesa tra alcune case automobilistiche e la California non è stata gradita al presidente americano, che ha aperto la strada a una serie di tweet infuocati di accuse, con l'obiettivo di convincere le case non ancora aderenti a restare alla larga dall'accordo con la California. Secondo indiscrezioni, Trump avrebbe convocato alla Casa Bianca Toyota, FCA e GM per fare pressione, ma il suo pressing sarebbe stato accolto con freddezza. Le case automobilistiche si mostravano scettiche sui nuovi limiti spinti da Trump e, soprattutto, preoccupate dalla possibilità di avere due standard sulle emissioni negli Stati Uniti.
Trump ha liquidato questi timori e preoccupazioni come infondati, definendo "sciocchi" i manager dei costruttori per la loro freddezza su una proposta che "ridurrebbe i prezzi delle auto per i consumatori di 3.000 dollari, oltre a rendere le vetture più sicure". Il tycoon ha rincarato la dose, attaccando soprattutto Ford e GM: "I leggendari Henry Ford e Alfred Sloan si stanno rigirando nella tomba di fronte alla debolezza dei manager delle loro società che vogliono spendere di più su auto non sicure", evidenziando come la scelta di queste aziende puntasse solo a evitare di combattere con la California.
Ford e GM, tuttavia, non sono rimaste a guardare e hanno replicato agli attacchi. "Sosteniamo una soluzione unica per tutti e 50 gli stati e l'accordo con la California ci offre stabilità delle regole, riducendo allo stesso tempo le emissioni piuttosto che adattarsi a due diversi standard", ha dichiarato Ford. Dello stesso tenore la replica di GM: "lavoriamo con tutti per una soluzione che riguardi tutti e 50 gli stati". Questa posizione evidenzia il desiderio delle case automobilistiche di una chiara e uniforme regolamentazione a livello nazionale, piuttosto che un patchwork di standard diversi.
Misure Protezionistiche e l'Uso del Clean Air Act
L'amministrazione Trump ha continuato a perseguire misure protezionistiche a tutela delle produzioni automobilistiche nazionali. Secondo il Wall Street Journal, l'amministrazione stava valutando l'obbligo per le Case estere di rispettare norme ambientali più severe rispetto a quelle, tra l'altro prossime a essere alleggerite, in vigore per i produttori nazionali. Questa nuova iniziativa protezionistica avrebbe avuto un impatto negativo sui consumatori americani, poiché il maggior costo imposto ai produttori stranieri per adeguarsi, anche dal punto di vista tecnologico, alle nuove regole sarebbe stato trasferito sui prezzi di listino.
Trump avrebbe chiesto espressamente a varie agenzie governative, come l'EPA (Environmental Protection Agency) e i dipartimenti del Commercio e dei Trasporti, di utilizzare leggi come il Clean Air Act per varare una serie di requisiti più stringenti. Sebbene l'iter avviato dalla Casa Bianca fosse ai primi passi, molte erano le problematiche da risolvere, a partire dall'individuazione di un fondamento giuridico che evitasse eventuali battaglie legali. L'EPA, a tal proposito, stava verificando se lo scandalo del Dieselgate della Volkswagen potesse fornire una giustificazione legale per stabilire regole più severe.
I produttori stranieri, in particolare tedeschi, hanno commentato le indiscrezioni del Wall Street Journal in maniera fortemente negativa. John Bozzella, lobbista di Washington per conto di un gruppo di produttori stranieri e portavoce di Here for America, un'associazione che include Volkswagen, BMW e Mercedes-Benz, ha definito le misure al vaglio della Casa Bianca come "una cattiva idea e un pretesto per il protezionismo. Aumenterà i prezzi per i consumatori e scatenerà ritorsioni tra gli altri Paesi", ha aggiunto. "È ironico che gli Stati Uniti stiano legittimando ora barriere non tariffarie dopo aver lavorato per decenni per smantellarle quando vengono utilizzate dai nostri partner commerciali."
Il Supporto a Elon Musk e la Condanna degli Attacchi a Tesla
Donald Trump ha anche dimostrato un inaspettato supporto a Elon Musk e alla sua azienda Tesla, sia dentro che fuori la politica statunitense. Durante un evento Tesla tenutosi alla Casa Bianca, l'allora presidente non solo ha promesso pubblicamente di acquistare uno dei modelli della casa automobilistica, ma ha anche dichiarato che avrebbe etichettato gli attacchi alle sedi e ai concessionari Tesla come "atti di terrorismo".
Nelle settimane precedenti, le proteste nei confronti di Elon Musk si erano intensificate a dismisura. Erano stati sparati colpi di pistola verso una concessionaria Tesla di Tigard, in Oregon, con il chiaro obiettivo di danneggiare le auto esposte e l'ambiente. In Colorado, una donna era stata accusata di aver lanciato bombe molotov contro i veicoli di una concessionaria e di aver imbrattato i veicoli con scritte di vernice che li definivano "auto naziste". Questi e altri atti vandalici avevano reso la situazione allarmante anche agli occhi del presidente degli Stati Uniti.
Alla domanda di un giornalista che chiedeva se queste violenze dovessero essere etichettate come "terrorismo nazionale", Donald Trump ha risposto con fermezza: "Lo farò. Lo farò. Li fermerò. Prenderemo chiunque lo faccia… perché stanno danneggiando una grande azienda americana".
Di tutta risposta, il movimento Tesla Takedown, che stava guidando le proteste contro la compagnia di Musk, ha pubblicato su Bluesky una dichiarazione in cui si è definito "un movimento di protesta di base non violento" e ha definito "ironica" l'affermazione di Donald Trump di voler condannare le proteste come veri e propri atti di terrorismo. "Questo è l'uomo che ha mandato una folla violenta a Capitol Hill per falsare un'elezione che ha perso", ha chiosato il movimento anti-Tesla, "poi ha perdonato più di 1.600 rivoltosi che sono stati giudicati colpevoli dalle giurie dei loro coetanei di gravi crimini contro gli Stati Uniti d'America".
La Produzione di Armi e la Riconversione dell'Industria Automobilistica

L'amministrazione Trump ha cercato di coinvolgere le case automobilistiche e altri produttori americani in un ruolo più ampio nella produzione di armi, richiamando una pratica utilizzata durante la Seconda Guerra Mondiale. Alti funzionari della Difesa hanno tenuto colloqui sulla produzione di armi e altre forniture militari con i massimi dirigenti di diverse aziende, tra cui Mary Barra, amministratrice delegata di General Motors, e Jim Farley, CEO di Ford.
La strategia del Pentagono mirava a coinvolgere queste aziende affinché utilizzassero il proprio personale e la capacità produttiva dei loro stabilimenti per aumentare la produzione di munizioni e altre attrezzature, in un contesto in cui le guerre in Ucraina e Iran stavano esaurendo le scorte. Le discussioni erano preliminari e molto ampie, con i funzionari della difesa che chiedevano se le società fossero in grado di riconvertirsi rapidamente alla produzione militare e se potessero sostenere le tradizionali aziende del settore difesa. Tra le aziende coinvolte nei colloqui figuravano anche GE Aerospace e Oshkosh, produttrice di veicoli e macchinari.
Un funzionario del Pentagono ha dichiarato che il dipartimento della Difesa "è impegnato ad ampliare rapidamente la base industriale della difesa sfruttando tutte le soluzioni e le tecnologie commerciali disponibili, per garantire che i nostri combattenti mantengano un vantaggio decisivo". Queste discussioni rappresentano l'ultima iniziativa dell'amministrazione per portare la produzione militare a quello che il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha definito un "assetto da tempo di guerra". Le discussioni erano iniziate prima della guerra in Iran, ma la pressione che il conflitto esercitava sulle scorte statunitensi di munizioni ha rafforzato la necessità per l'esercito di avere più partner commerciali per aumentare rapidamente le forniture di munizioni e hardware tattico, come missili e tecnologie anti-drone.
Durante i colloqui con i dirigenti delle aziende manifatturiere statunitensi, i funzionari della difesa hanno presentato il rafforzamento della produzione di armi come una questione di sicurezza nazionale. Hanno chiesto se le aziende potessero contribuire al rafforzamento della capacità produttiva nazionale e hanno chiesto ai dirigenti di individuare gli ostacoli all'assunzione di ulteriori lavori nel settore difesa, dai requisiti contrattuali alle difficoltà nel processo di gara.
Logan Jones, chief growth officer della divisione trasporti di Oshkosh, ha dichiarato che la sua azienda, sebbene produca veicoli tattici per il trasporto delle truppe, ha la maggior parte dei suoi ricavi da attività non legate alla difesa, ma ha cercato attivamente di mettere a disposizione le sue capacità. "Abbiamo capito molto chiaramente che questo è importante", ha detto Jones.
Le conseguenze dei dazi al 25% sulle auto importate, preoccupa la scelta di Trump
I legislatori e il Pentagono sono diventati particolarmente preoccupati per la capacità produttiva statunitense nel settore degli armamenti dopo che Washington e i suoi alleati della NATO hanno iniziato a trasferire grandi quantità di armi all'Ucraina in seguito all'invasione su larga scala della Russia. La recente richiesta del Pentagono per un bilancio di 1.500 miliardi di dollari, che sarebbe il più grande nella storia moderna del dipartimento, prevede importanti investimenti nella produzione di munizioni e droni.
Il Precedente Storico e il Ruolo Attuale di GM
L'amministrazione Trump aveva già fatto appello alle case automobilistiche americane in passato. General Motors e Ford si unirono ai produttori di dispositivi medici per realizzare decine di migliaia di ventilatori nei primi giorni della pandemia. La riconversione della produzione nazionale a uso militare ha un precedente significativo. Durante la Seconda Guerra Mondiale, le case automobilistiche di Detroit interruppero la produzione di automobili per fabbricare bombardieri, motori per aerei e camion, trasformando l'America nell'"Arsenale della Democrazia".
Oggi, gran parte della produzione militare è affidata a un numero limitato di appaltatori. Sebbene molti dei maggiori produttori statunitensi al di fuori del tradizionale settore difesa abbiano già contratti con il Pentagono, la maggior parte di questi è limitata per portata e valore economico, spesso confinata a ricerca di nicchia o a prodotti specifici.
General Motors, ad esempio, possiede una controllata nel settore difesa che produce un veicolo leggero per squadre di fanteria basato sul pick-up Chevrolet Colorado. Il programma, e altre iniziative dell'azienda, rappresentano una fonte di ricavi in crescita, ma costituiscono ancora solo una frazione del fatturato e della capacità produttiva complessiva della casa automobilistica. Si prevede che General Motors sarà una delle principali candidate per costruire un veicolo da fanteria più grande per l'esercito degli Stati Uniti, destinato a sostituire l'Humvee. Oltre a trasportare truppe, il mezzo fungerebbe da base mobile di comando e alimentazione elettrica, evidenziando il potenziale continuo dell'industria automobilistica nel contribuire alle esigenze della difesa nazionale.
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