Il Maggiolino Coupé: Tra Storia Leggendaria e Rivisitazioni Moderne

Il Volkswagen Maggiolino, noto con innumerevoli soprannomi affettuosi in diverse lingue - da "Käfer" in Germania a "Beetle" nel Regno Unito, "Kever" nei Paesi Bassi o "Escarabajo" in Spagna - è molto più di una semplice automobile. È un'icona, un fenomeno culturale e ingegneristico che ha attraversato generazioni e continenti, evolvendosi da un veicolo popolare a simbolo di individualità e stile. Sebbene sia universalmente riconosciuto per le sue forme tondeggianti e accoglienti, la storia del Maggiolino e delle sue derivazioni racchiude anche capitoli significativi legati al concetto di coupé, unendo la praticità voluta per le masse a un'anima sportiva inaspettata. Dalle sue prime, sorprendenti interazioni con il mondo delle auto sportive di lusso, come la Porsche 356, fino alle sue moderne reinterpretazioni che ne sottolineano il carattere dinamico, il Maggiolino coupé racchiude una narrazione affascinante di innovazione, resilienza e fascino intramontabile. Questo articolo esplorerà le diverse sfaccettature di questa leggendaria vettura, concentrandosi sulle sue incarnazioni più sportive e sui dettagli che ne hanno plasmato l'identità nel corso dei decenni.

La Nascita Sportiva: La Porsche 356, un Maggiolino "Ricarrozzato"

Può sembrare sacrilego considerare la prima Porsche un Maggiolino “ricarrozzato”, ma non si è tanto lontani dalla realtà. La genesi di un'icona sportiva affonda le radici in un momento storico particolare e in un luogo insolito. Nel 1946, infatti, Ferry Porsche si trasferisce nella località austriaca di Gmünd, dove lo raggiunge il padre Ferdinand, reduce da dolorose vicissitudini post-belliche, compreso un periodo di detenzione dovuto alla collaborazione intercorsa con le gerarchie naziste. È in quel momento che nasce l’idea di realizzare una “Volkswagen sportiva a due posti”, con la collaborazione anche di Erwin Komenda, responsabile della carrozzeria. Questo progetto ambizioso, che mirava a infondere uno spirito sportivo nella meccanica affidabile e diffusa del Maggiolino, avrebbe dato vita a un'automobile destinata a fare la storia.

La Porsche Sport 356/1, identificata dal suo numero di progetto, vede dunque la luce in quella piccola località austriaca, dove ancora oggi esiste un museo dedicato alla Porsche, nel 1948. Inizialmente concepita come una spider a due posti, presentava un telaio a traliccio tubolare e una carrozzeria leggera di alluminio, con dimensioni compatte: lunga 3,86 metri e alta solo 1,25 metri. Il cuore pulsante di questa vettura sportiva era, sorprendentemente, il motore del Maggiolino: il classico 4 cilindri boxer raffreddato ad aria. Tuttavia, per adattarlo alla nuova configurazione e alle esigenze prestazionali, questo propulsore venne ruotato di 180° rispetto a quello della berlina Volkswagen e collocato in posizione posteriore longitudinale. La parentela tecnica era stretta: una cilindrata iniziale di 1.131 cc, poi ridotta a 1.086 cc per consentire alla vettura di competere nella classe fino a 1.100 cc delle gare, una potenza di 35 Cv (che saliva a 40 Cv per le versioni pensate specificamente per le corse), un albero a camme e due carburatori Solex. Grazie al suo peso estremamente contenuto, pari a soli 580 kg, questa "sorta di Maggiolino sportivo" riusciva a raggiungere prestazioni notevoli per l'epoca.

Alla spider iniziale seguono rapidamente altre versioni, inclusa una coupé, ampliando l'offerta e il fascino del modello. L’accordo con un commerciante svizzero per la fornitura delle materie prime fu un passo fondamentale per la produzione, e il debutto ufficiale al Salone di Ginevra del 1949 segnò l'inizio di una lunga storia di successi. La 356 si affermò come auto sportiva desiderata e vincente nelle competizioni, con motori che nel tempo divennero sempre più potenti: la 356C Carrera 2 del 1963, per esempio, poteva contare su ben 130 Cv. La produzione di questo modello iconico continuò fino al 28 aprile del 1965, quando l'ultimo esemplare, una Cabriolet bianca, venne prodotto nella fabbrica di Zuffenhausen, a Stoccarda. Del resto, nel 1963 era già arrivata un’altra Porsche destinata a entrare nella leggenda: all’inizio si chiamava 901, ma dopo una protesta della Peugeot, che rivendicava i diritti sui numeri a tre cifre con lo 0 in mezzo, divenne la 911, raccogliendo l'eredità sportiva e innovativa del suo predecessore.

Porsche 356 coupé, l'antenato sportivo

Le Radici del Maggiolino: Un'Auto per Tutti, Nata dalla Visione

La storia del Maggiolino, o Typ 1 come era inizialmente identificato in azienda, inizia ben prima del suo successo post-bellico, affondando le radici in una visione politica e in un genio ingegneristico. La sua produzione ebbe inizio durante il Terzo Reich per volere di Adolf Hitler, il quale, convinto che l'automobile non dovesse essere un privilegio per le classi più abbienti, in un discorso del 1934 annunciò la sua scelta di mettere in commercio un veicolo che fosse accessibile all'intera popolazione tedesca. In quegli anni le automobili, almeno in Europa, non avevano prezzi accessibili al cittadino medio. Per contestualizzare, l'auto più economica all'epoca era la Opel 1.2 L, la quale tuttavia costava 1550 Reichsmark, al cui prezzo di listino andava aggiunta una percentuale per il concessionario, mentre un operaio guadagnava in media 130 Reichsmark al mese, e i meno abbienti circa 110 Reichsmark al mese, con ben poche possibilità di risparmio.

I progettisti interpellati per realizzare questa "auto del popolo" furono Ferdinand Porsche e Jakob Werlin della Mercedes-Benz. Vinse il progetto del primo, il quale ebbe il compito di realizzare un'auto con caratteristiche precise, fornite da Adolf Hitler stesso, soprattutto in funzione di viaggiare comodamente sulle prime autostrade: capacità di trasportare 5 persone o tre soldati e un mitragliatore, viaggiare oltre i 100 km/h consumando in media 7 litri per 100 km e non avere un prezzo superiore ai 1000 Reichsmark. In realtà, Ferdinand Porsche aveva in mente un progetto simile già dal 1929, quando aveva proposto la sua idea alla Mercedes-Benz prima, e alla Zündapp, produttrice di motociclette, in seguito. Questa visione preesistente dimostra una profonda convinzione nella necessità di un'automobile popolare, ben prima dell'intervento politico.

Nel 1932, con la Zündapp, Porsche aveva sviluppato tre prototipi marcianti di un modello denominato Porsche Typ 12, detto anche "Auto für Jedermann" ("Auto per tutti"), con motore radiale a cinque cilindri raffreddato ad acqua (scelto dall'azienda), e nel 1935 due prototipi di Porsche Typ 60, con motore boxer a quattro cilindri raffreddato ad aria. Questi primi esperimenti gettarono le basi tecniche e stilistiche per quello che sarebbe diventato il Maggiolino. Nel 1936 vennero allestiti i primi tre prototipi, due berline ed una cabriolet, fortemente ispirati sia nella tecnica che nel design a un prototipo già esistente, la Tatra V570 disegnata da Hans Ledwinka. Si può dire che anche il motore posteriore raffreddato ad aria, una soluzione tecnologicamente avanzata e considerata negli anni '30, sia stato preso in prestito da Tatra. La somiglianza tra i due progetti ovviamente non passò inosservata e Tatra avviò una causa che venne poi rapidamente ritirata in seguito all'invasione della Cecoslovacchia da parte del Terzo Reich, per poi essere ripresa dopo la fine della guerra, portando a un risarcimento significativo.

L'automobile venne inizialmente nominata KdF-Wagen, Kraft durch Freude-Wagen, ovvero "auto della Forza attraverso la Gioia", dal nome dell'ente dopolavoro/ricreativo di stato Kraft durch Freude. Porsche tentò di opporsi a tale nome, ma la scelta era indiscutibile. La messa in atto, il finanziamento e l'organizzazione della motorizzazione di massa vennero nel Reich affidate alla KdF, l'istituzione pubblica che offriva a prezzi popolari vacanze, spettacoli e divertimenti in genere. I colossali investimenti necessari alla enorme capacità produttiva richiesta alla fabbrica, uniti al fatto che il prezzo alla vendita previsto per l'auto non garantiva alcun ritorno all'industria privata, costituivano un problema di difficile soluzione: per rispettare la promessa propagandistica, si decise che i lavoratori stessi si sarebbero accollati i costi dell'operazione. Questo primo modello, caratterizzato dal piccolo lunotto posteriore separato in due parti, è noto in Italia come "due vetrini". Infatti il nome "Maggi

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