
Fabrizio De André, uno dei cantautori più criptici e suggestivi della scena musicale italiana, ha lasciato un'eredità artistica inestimabile, fatta di testi profondi e melodie indimenticabili. Tra le sue opere più significative, "Coda di Lupo", inserita nell'album "Rimini" del 1978, si distingue per la sua complessità e il suo messaggio disincantato. Questa canzone, assieme a "Parlando del naufragio della London Valour", costituisce l'ideale conclusione del disco "Storia di un impiegato", offrendo una prospettiva critica sul fallimento delle proteste studentesche e sulle trasformazioni sociali e politiche dell'Italia di quegli anni.
Le Radici di un Cantautore: Infanzia e Formazione di Fabrizio De André
Fabrizio De André nacque nel quartiere residenziale di Pegli, a Genova, nel 1940. La sua formazione fu profondamente influenzata dal contesto familiare e culturale. Il padre, Giuseppe De André, laureato in Lettere e Filosofia all'Università di Torino, aveva intrattenuto scambi intellettuali con figure eminenti dell'Italia pre-guerra, tra cui Benedetto Croce. Attivista antifascista sotto il regime di Mussolini e durante la Seconda Guerra Mondiale, Giuseppe lavorò a Genova come educatore, politico (fu vicesindaco del capoluogo ligure come esponente del Partito Repubblicano), imprenditore (ricoprì incarichi dirigenziali presso lo zuccherificio Eridania e presso la casa discografica Karim, che poi produsse i primi album di Fabrizio) ed editore (fu nel comitato di redazione di giornali come Il Resto del Carlino e La Nazione).
Nel 1942, per mitigare le gravi conseguenze della guerra, Giuseppe De André decise di trasferire la famiglia a Revignano d’Asti, un piccolo centro del Piemonte. Qui il giovane Fabrizio incontrò persone che divennero parte integrante della sua crescita e che in seguito avrebbero ispirato canzoni come "Ho visto Nina volare" (1996). Sebbene i De André si fossero ritrasferiti a Genova dopo la guerra, continuarono a trascorrere le estati a Revignano per molti anni.
Fabrizio frequentò le scuole cattoliche e pubbliche a Genova con risultati poco brillanti, il che era fonte di grande preoccupazione sia per il padre che per la madre, Luisa Amerio. Il carattere ribelle di Fabrizio e il suo rendimento scolastico indisciplinato (si iscrisse prima a Medicina, poi a Lettere e infine a Giurisprudenza senza mai conseguire la laurea) misero a dura prova per anni il rapporto con il padre, fino alla riconciliazione dopo la traumatica esperienza del rapimento di Fabrizio in Sardegna nel 1979.

La scena musicale di Genova negli anni Sessanta era fra le più attive e innovative, e si potrebbe dire che la canzone d’autore italiana sia nata lì, nei luridi vicoli dietro il porto industriale, quasi una porta sul Mediterraneo, come suggerisce l’etimologia latina della città "janua" (porta). De André matura in questo fertile milieu di cantautori genovesi, alcuni con qualche anno in più di lui e ammiratori della letteratura francese. Sebbene un po’ tutti condividessero un’aria da poète maudit, la produzione di Fabrizio si distingue da quella di Gino Paoli, Luigi Tenco, Umberto Bindi e Bruno Lauzi per i suoi marchi di fabbrica: uno sguardo anarchico sulle storie di tutti i giorni, lo stile dichiaratamente letterario dei testi e un senso di malinconica spensieratezza nello spirito dello Spleen baudelairiano.
I primi risultati musicali di De André avvengono nel 1958 con "Nuvole barocche" e "E fu la notte", ma il primo brano di vero successo è "La ballata del Miché", scritta nel 1960 con Clelia Petracchi. Nel 1962 Fabrizio sposa Enrica Rignon, soprannominata Puny, che nello stesso anno dà alla luce Cristiano, oggi apprezzato cantautore. La coppia si separa e nel 1974 Fabrizio inizia una relazione con la cantante Dori Ghezzi, dalla quale nel 1977 nasce Luisa Vittoria, detta Luvi, che diventerà a sua volta un’apprezzata musicista.
Temi Ricorrenti e Influenziazioni Artisticche
Tra i suoi temi preferiti ci sono amori perduti, ingiustizie sociali e le vite ordinarie dei poveri e dei derelitti ("La città vecchia" è un collage dell’omonima poesia di Umberto Saba e della canzone "Le bistrot" di Georges Brassens). Spesso accompagnandosi con la chitarra, il giovane De André cantava i delitti passionali di amanti gelosi ("La ballata del Miché"), di amanti disillusi ("Amore che vieni amore che vai", "Canzone dell’amore perduto"), prostitute e donne vittime di una società patriarcale ("Via del campo", "Fila la lana"), donne malvagie e vicende tragiche ("La ballata dell’amore cieco", che riscrive il topos medievale del cuore mangiato; "Delitto di paese", tratto da "L’assassinat" di Brassens), e le zone d’ombra ai margini della società ("Il fannullone", testo di Paolo Villaggio).
Alcuni di questi temi, insieme all’attenzione di De André per la vita nei bassifondi e per gli atteggiamenti antiborghesi, sono un’eredità del suo interesse per gli chansonniers francesi e francofoni come Boris Vian, Jacques Brel e George Brassens, oltre che per i suoi colleghi genovesi. La notorietà di De André presso un pubblico più vasto inizia con la ballata "La canzone di Marinella", che pur essendo ispirata da un tragico fatto di cronaca, ha il tono di una favola: una giovane donna che si innamora e paga il suo amore con la vita. Il successo di questo brano si ebbe grazie all’interpretazione di Mina, già star della musica leggera italiana, che la incise nel 1964. "Il pescatore" usciva nell'anno 1967, in versione inedita, nel 45 giri assieme al brano "Marcia Nuziale". "La Via del Campo" cantata da Fabrizio De Andrè è un'antichissima strada lastricata del centro storico di Genova.
Una delle ballate più famose di De André è "Bocca di rosa", nome che evoca luoghi poetici famosi - dal Roman de la Rose al Fiore (forse di Dante), a Shakespeare e Gertrude Stein - in cui la rosa è simbolo dell’oggetto del desiderio erotico, che va goduto finché è maturo. La ballata racconta la storia di una donna sessualmente disinibita che si trasferisce nel paesino di Sant’Ilario - oggi alla periferia di Genova - e seduce in serie gli uomini sposati del paese. Le mogli, non contente delle sfrontate trasgressioni di Bocca di rosa, la denunciano ai carabinieri. Viene quindi espulsa dalla comunità e scortata alla stazione ferroviaria da "quattro gendarmi / con i pennacchi e con le armi". La conclusione ironica è che, essendosi diffusa la notizia dell’espulsione di Bocca di rosa, gli uomini del paese vicino alla ferrovia si stanno già preparando ad accoglierla: si riuniscono alla stazione ferroviaria - "chi manda un bacio chi getta un fiore" - con la benedizione delle autorità del paese. La canzone si chiude con un sorriso raro per De André quando "Persino il parroco che non disprezza fra un miserere e un’estrema unzione il bene effimero della bellezza la vuole accanto in processione. E con la Vergine in prima fila e Bocca di rosa poco lontano si porta a spasso per il paese l’amore sacro e l’amor profano." Questa visione liberatoria dell’amore e la parodia pungente della piccola borghesia italiana sono tipiche della scrittura di De André, ed sono rese ancora più incisive dalla voce baritonale di De André e dal suo atteggiamento irriverente.
De André amava collaborare e citare o riscrivere testi e musiche preesistenti. Dalla collaborazione con il poeta Riccardo Mannerini nascono canzoni come "Il cantico dei drogati" da "Tutti morimmo a stento" (Bluebell Records, 1968), un album il cui tema principale è la morte e i cui protagonisti sono ragazze sfruttate, individui emarginati e vittime di guerra: "Noi che invochiamo pietà siamo i drogati", "Recitativo". "Le passanti" è una cover di una canzone di Brassens, che a sua volta aveva musicato una poesia di Antoine Pol del 1918. All’origine della catena, però, c’è una poesia di Charles Baudelaire: "À une passante" da "Les Fleurs du mal", che De André certamente conosceva. In effetti, fin dalla sua prima produzione, i testi di De André si ispirano a modelli letterari riconoscibili come Pierre Ronsard e François Villon. "Valzer per un amore" si ispira a "Quand vous serez bien vieille" di Ronsard e il suo motivo musicale è preso in prestito dal "Valzer campestre" di Gino Marinuzzi, mentre "La ballata degli impiccati" è tratta da "La ballade des pendus" di Villon. Lo stesso De André ha più volte dichiarato che autori come Arthur Rimbaud, Charles Baudelaire, Raimbaut de Vaqueiras, Jaufré Rudel e Cecco Angiolieri sono tra i suoi preferiti. Nel 1968 De André musicò il famoso sonetto antipatriarcale, antipaterno e caustico di Cecco "S’io fosse foco arderei lo mondo". De André ha scritto molte altre canzoni nello stile di vecchie ballate. "Geordie" è tratta da una ballata del XVI secolo inclusa nella raccolta di Francis James Child (English and Scottish Popular Ballads, 1882, folk ballad n. 209) che era già stata adattata in una performance folk di Joan Baez (Joan Baez in Concert, Vanguard Records 1962). "Nell’acqua della chiara fontana" rivisita una pastorella medievale.
Alcune canzoni di De André sono nate dalla proficua collaborazione con i colleghi cantautori Francesco De Gregori ("La cattiva strada", "Canzone per l’estate", "Oceano" e "Dolce luna") e Massimo Bubola ("Una storia sbagliata" [1980], "Rimini" [1978] e "Don Raffaè" [1990], quest’ultima canzone cela un riferimento a Raffaele Cutolo, boss della Nuova Camorra Organizzata, la nuova organizzazione mafiosa sorta a Napoli negli anni Ottanta). Altre canzoni erano cover o adattamenti di Leonard Cohen ("Suzanne") o Bob Dylan ("Via della povertà", da "Desolation Row", di cui De Gregori è coautore). Sull’onda delle rivoluzioni politiche e culturali degli anni Sessanta - in Italia e all’estero - molte canzoni di De André trasmettevano messaggi di anticlericalismo, antimilitarismo e anarchismo che la società italiana in trasformazione desiderava ascoltare e consumare.
"Coda di Lupo": Il Fallimento delle Proteste e il Disincanto Politico
"Coda di Lupo" è una delle canzoni più criptiche e suggestive di Fabrizio De André. Inserita nell'album "Rimini" (1978), costituisce l'ideale conclusione del disco "Storia di un impiegato". Non è facile analizzare il testo di "Coda di Lupo", anche se in aiuto ci giunge l'ottima analisi di Walter Pistarini in "Fabrizio De André Il libro del mondo - Le storie dietro le canzoni", uno dei volumi più esaustivi nell'esegesi dei testi "deandreiani". Di sicuro molte immagini poetiche create dalla penna del cantautore arricchiscono il testo - richiamando appunto l'immaginario legato all'indiano d'America - ma non sono necessariamente metafora.
"Coda di Lupo" racconta dunque il fallimento dei moti sessantottini, partendo dal parallelismo tra indiani d'America e gli indiani metropolitani, uno dei gruppi studenteschi di protesta nati proprio sulla spinta del '68. Il protagonista della canzone (una figura idealmente legata a questi gruppi studenteschi) racconta la sua infanzia felice: per i bambini è facile infatti "innamorarsi di tutto". Il nonno che veglia rappresenta la figura del vecchio comunista-partigiano ed è stato forse lui a suggerire al nipote di non credere al "Dio degli inglesi", ciò che simboleggia la borghesia. Il monito è non cedere alla tentazione di sognare, per il futuro, una (spenta) esistenza da borghese.

Da bambino a ragazzo, il protagonista coltiva un'indole ribelle. Tuttavia la società in cui vive lo invita a non credere al "Dio perdente": i moti studenteschi infatti sono destinati a fallire. Meglio accontentarsi di un'esistenza borghese (e magari di un lavoro da impiegato, proseguendo il parallelismo con "Storia di un impiegato"). E il nonno? Il vero comunismo viene ucciso in una suggestiva "Notte delle comete", per mano di persone che si sono vendute al "Dio Goloso", al consumismo.
Nonostante tutto il giovane protagonista, oramai 18enne, partecipa alle contestazioni alla Scala di Milano: "Il Dio della scala" è simbolo dell'alta borghesia, della mondanità e delle convenzioni sociali. È un riferimento esplicito al 7 dicembre 1968, giorno di un'irruzione del movimento studentesco alla prima della Scala, con tanto di lancio di uova contro i facoltosi spettatori. Ma qualcosa sta cambiando. Le interpretazioni sulla "caccia al Bisonte" sono diverse. De André stesso ha dichiarato: "L'illustrazione che nel libretto che accompagna il disco si accoppia alla canzone è quella del venditore di cocomeri: un modo di dire, è fallito tutto, andiamo a fare un mestiere qualsiasi, allora vendere cocomeri può valere come andare a cacciare bisonti in Brianza, come recita un verso del brano". D'altro canto la caccia al bisonte serviva agli indiani per procurarsi il cibo: la società è "numero chiuso" è quella che si sviluppa sulle ferree regole del capitalismo, che produce disparità, che emargina molte persone. Il sogno di creare, con i moti sessantottini, una società più giusta sta iniziando a diventare l'utopia di chi prega vanamente e insegue un "Dio a lieto fine".
Il Pescatore (Fabrizio De André) - Analisi del testo
Arriviamo dunque al climax della canzone: il 17 febbraio del 1977 il segretario della CGIL Luciano Lama tiene un comizio all'università di Roma, venendo fortemente contestato dagli studenti e proprio dagli Indiani Metropolitani. Lama, chiamato "capelli corti generale" (il generale Custer veniva chiamato dagli indiani "capelli lunghi generale"), era espressione di posizioni più moderate. I sindacati infatti videro accogliere alcune istanze, che tutto sommato furono concesse dal potere per spegnere i fuochi delle proteste. I "fratelli tute blu", cioè i metalmeccanici, avevano iniziato a credere al Dio degli inglesi, alla vita borghese, accontentandosi di un apparente benessere, e soprattutto al "Dio fatti il culo": lavorare abbassando la testa, per portare a casa il denaro e costruirsi una "serena" vita borghese. La battaglia dell'indomito guerriero indiano Coda di Lupo è persa e la società borghese, consumistica e capitalistica ha superato la fase delle proteste e degli scontri di piazza: i "ribelli" sono scolpiti in lacrime, dunque sconfitti, nell'arco (di trionfo) dell'imperatore Traiano. Il protagonista del brano, incapace di creare una famiglia come richiesto dalle convenzioni borghese ("Ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo" è un chiaro riferimento all'instabilità sentimentale), prigioniero di nevrosi che sfoga con comportamenti spesso artificiosi ("Il teatro di posa"), si rifugia nel consumo di eroina ("Il cucchiaio di vetro"), cercando infine un appiglio disperato nel passato, ma la memoria del passato si è persa.
Il testo narra metaforicamente e in modo fantasioso della parabola di una vita, dalla fanciullezza alla vecchiaia, personificata da un ideale indiano d’America. La canzone parla dell’uomo che prima vive nell’illusione, quando è piccolo (il personaggio della canzone si chiama appunto Coda di Lupo), non si accorge del male, poi crescendo si accorge di tutto il male e si scontra con la realtà degli adulti e si rifugia nei suoi ideali. Ma il tema di "Coda di Lupo" è prettamente politico, ma qui a differenza della trattazione politica in "Storia di un impiegato" troviamo un De André più distaccato e disincantato e il testo scivola sull’ironico. Il testo racconta il fallimento dei moti sessantottini, partendo dal parallelismo tra indiani d'America e gli indiani metropolitani, uno dei gruppi studenteschi di protesta nati proprio sulla spinta del ’68. La canzone contiene alcuni riferimenti a fatti politici dell’epoca e quello centrale del testo è la cacciata di Luciano Lama dall’Università di Roma nel 1977 "Ed ero già vecchio quando vicino a Roma a Little-Big-Horn capelli corti generale ci parlò all’università dei fratelli tute blu che seppellirono le asce ma non fumammo con lui non era venuto in pace". Luciano Lama è il generale, segretario della CGIL, contestato e cacciato dall’Università per le posizioni sottomesse dei sindacati nei confronti della realtà governativa italiana, che di fronte ad un movimento di protesta eterogeneo e ricco di valori, rimangono inermi. E nel testo Fabrizio De André rimprovera la linea politica sottomessa dei sindacati e degli operai "i fratelli tute blu che seppellirono le asce". I sindacati infatti videro accogliere alcune istanze, che tutto sommato furono concesse dal potere per spegnere i fuochi delle proteste.
L'impegno sociale e politico di De André attraverso le sue canzoni
Come De André stesso ha dichiarato: "Ebbi ben presto abbastanza chiaro che il mio lavoro doveva camminare su due binari: l’ansia per una giustizia sociale che ancora non esiste, e l’illusione di poter partecipare in qualche modo a un cambiamento del mondo. La seconda si è sbriciolata ben presto, la prima rimane". "Terzo intermezzo" (1968) offre uno spaccato dei sentimenti pacifisti di De André basati sulla cruda osservazione della realtà: "La polvere il sangue le mosche e l’odore / per strada fra i campi la gente che muore / e tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è". "Il testamento" (1966) prende in giro con tono amaramente irriverente un insieme di figure borghesi ipocrite. Un uomo morente elenca una serie di regali per le persone che gli sono state insinceramente vicine: "Per quella candida vecchia contessa / che non si muove più dal mio letto / per estirparmi l’insana promessa / di riservarle i miei numeri al lotto / non vedo l’ora di andar fra i dannati / per riferirglieli tutti sbagliati." "La guerra di Piero" (1964) racconta la storia di un soldato la cui esitazione nell’uccidere "un uomo in fondo alla valle / che aveva il tuo stesso identico umore / ma la divisa di un altro colore" gli costa la vita. Elementi di questa canzone provengono da una varietà di sottotesti che includono Rimbaud, Curzio Malaparte, Italo Calvino e John McCrae.
Uno degli LP più famosi di De André, "Non al denaro non all’amore né al cielo" (Editori Associati 1971), è un adattamento dell’"Antologia di Spoon River" di Edgar Lee Masters. Gli epitaffi che compongono l’antologia di Masters diventano gioielli musicali, testi con le voci dei dimenticati e degli sconfitti, le cui ultime parole riassumono l’ingiustizia ma anche la bellezza della loro esistenza. Anche in questo caso, altri artisti (Giuseppe Bentivoglio, Nicola Piovani) hanno contribuito alla scrittura dei pezzi dell’album. De André ha basato il suo adattamento delle poesie di Masters sulla traduzione della scrittrice Fernanda Pivano, spesso ampliando e universalizzando i testi. "Un blasfemo" riscrive "Wendell P. Bloyd", ma espunge il nome del protagonista, denunciando amaramente il bigottismo e la vigliaccheria del potere istituzionalizzato nei confronti di un bestemmiatore: "non mi uccise la morte ma due guardie bigotte, mi cercarono l’anima a forza di botte".
Se, da un lato, De André criticava aspramente l’ipocrisia bigotta della società italiana, dall’altro, le sue canzoni sono spesso intrise di una religiosità autentica che sottolinea il lato umano di Dio. Nell’album "La buona novella" (Produttori Associati, 1970), una narrazione delle vite di Gesù e Maria basata sui vangeli apocrifi, il cantautore introduce uno spirito religioso sovversivo che vede Gesù come "il più grande rivoluzionario della storia" che si spera possa "salvare il cristianesimo dal cattolicesimo". I testi di De André sono costantemente tratti da drammi della vita reale del suo tempo. Nell’Italia antecedente alla legge sull’aborto, scrive di giovani donne incinte rifiutate dalla loro comunità ("Rimini" dall’album omonimo del 1978). Negli anni del terrorismo, rivisita la politica italiana attraverso la metafora dei nativi americani ("Coda di lupo" del 1978). In "Sally", la storia di una giovane donna che non segue le regole della società, allude alle droghe illegali e alla violenza, mescolando suggestioni di Gabriel García Márquez e Alejandro Jodorowsky. Anche l’esperienza traumatica del rapimento del cantautore e della moglie Dori Ghezzi, avvenuto nel 1979 ad opera di banditi sardi, ha trovato spazio nella sua scrittura. Dopo mesi di prigionia Dori fu liberata, poi anche Fabrizio, che in seguito rielaborò l’esperienza in "Hotel Supramonte" (1981).
Gli attacchi di De André all’establishment e allo stile di vita borghese appaiono evidenti in "Canzone del Maggio" (1973). Il testo, un adattamento di "Chacun de vous est concerné" di Dominique Grange, descrive il movimento studentesco e le proteste da un punto di vista radicale: "Anche se avete chiuso / le vostre porte sul nostro muso / la notte che le pantere / ci mordevano il sedere / lasciandoci in buona fede / massacrare sul marciapiede / anche se ora ve ne fregate / voi quel giorno, voi c’eravate." "Canzone del maggio" fa parte di "Storia di un impiegato" (1973), in cui De André affronta il difficile tema politico del terrorismo degli anni di piombo e mette in forma canzone e di concept album la sua visione del fenomeno, che sarebbe stato ancora lungo e denso di conseguenze fino ai primi anni ’80. La frenesia del capitalismo e i valori patriarcali della famiglia sono pure sotto mire in "Ottocento" (1990), un brano musicalmente ironico con i toni di un Lied pseudo-tedesco.

L’anticonformismo di De André non si limita ai testi, ma si esprime spesso nelle scelte musicali. Negli stili rock e pop dominanti alla fine degli anni Sessanta, gli arrangiamenti di Gian Piero Reverberi, con l’uso di strumenti dell’orchestra classica, aggiungono un suono non convenzionale al suo album "Vol. 1" del 1967. Ciononostante, egli considerava il testo di primaria importanza, dichiarando che "la canzone è un testo cantato, poi la musica può essere più o meno bella, tanto meglio se è bella, ma deve accordarsi soprattutto con il testo". De André ricorreva spesso anche al canto nei suoi brani, dimostrando una versatilità e una profondità artistica che lo hanno reso un'icona della musica italiana.
Fabrizio De André ha lasciato un'impronta indelebile nella cultura italiana, con le sue canzoni che continuano a ispirare e far riflettere intere generazioni. La sua capacità di unire poesia, impegno sociale e critica politica in un linguaggio unico e inconfondibile lo rende un artista senza tempo.