Il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, da parte delle Brigate Rosse, avvenuti nel 1978, rimangono a 41 anni di distanza un buco nero nella storia della Repubblica Italiana. Nonostante i numerosi processi giudiziari e le inchieste parlamentari, i misteri della vicenda Moro non si diradano ma, al contrario, aumentano, lasciando un incolmabile senso di sgomento e il presagio che mai si potrà fare piena luce su tutti gli aspetti di questa terribile storia. La vicenda fu insieme il dramma di un uomo, di una classe dirigente e dello Stato, e ha lasciato un'eredità di domande irrisolte, dubbi enormi e un desiderio inesauribile di verità.

I Molteplici Livelli del Mistero
La complessità del caso Moro è tale che, a dispetto della mole di documentazione prodotta - atti giudiziari e parlamentari, saggi, articoli, interviste - la comprensione piena degli eventi appare ancora lontana. Si scopre di sapere molto, ma molto meno di quanto si ritenga, e si avverte una sensazione incolmabile di sgomento, il presagio che mai si potrà arrivare a fare piena luce. Questo è dovuto anche ai vuoti lasciati, e persino creati, dalle migliaia di persone che hanno maneggiato a vario titolo questa storia terribile. È quanto meno curioso che in un paese come l'Italia, in cui si naviga da sempre sui tappeti volanti delle trame e dei colpi di Stato, si stenti ancora a riconoscere che Moro fu vittima di un complotto contro di lui e la sua politica, o di qualcosa che gli assomigliò terribilmente.
Un esempio lampante di questi misteri è la scomparsa dei nastri di ripresa degli interrogatori di Moro, minuziosamente ricavata dai verbali e dagli inventari consultati da Marcello Altamura nel suo libro "Il professore dei misteri". Questi nastri furono trovati tra il tanto materiale nascosto nei covi romani delle Brigate Rosse, scoperti anni dopo il sequestro in occasione della cattura di Giovanni Senzani, un criminologo processato e condannato solo per fatti terroristici successivi al rapimento e all'assassinio del presidente democristiano. Giudiziariamente Senzani risulta estraneo a quella vicenda, ma l'eredità di questi materiali solleva interrogativi inquietanti.
I misteri del caso Moro
Omissioni, Depistaggi e Verità Nascoste
Cosa sia successo prima, durante e dopo il sequestro Moro è un intreccio di allarmi non raccolti, omissioni, depistaggi, morti parallele, sedute spiritiche, strade scambiate per paesi, covi scoperti accidentalmente ma in tempo perché nessuno vi fosse sorpreso all’interno, pedinamenti falliti o fasulli, e memorie improvvisamente perdute. Questo groviglio di eventi contribuisce a rendere la verità elusiva.
Un episodio che evidenzia la complessità e la potenziale connivenza di figure istituzionali è la deposizione di Raffaele Cutolo del 25 ottobre 2016 a due magistrati napoletani. Il capocamorrista, sebbene latitante, si mise a disposizione di politici per fare scoprire il posto dove il presidente della DC era rinchiuso, grazie a informazioni ricevute da un affiliato operante a Roma. Tuttavia, come raccontato da Miguel Gotor, esperto della vicenda Moro, Cutolo rivelò che il democristiano Antonio Gava, allora un pezzo da novanta della DC, gli fece conoscere il disinteresse del suo partito all'aiuto offerto. Questo stesso Gava, tre anni dopo, avrebbe usato gli stessi canali per chiedere e ottenere un aiuto, con il consenso del segretario del partito Flaminio Piccoli, per venire a capo del sequestro di Ciro Cirillo, suo amico personale e di corrente, assessore regionale campano che si occupava del business della ricostruzione dopo il terremoto. La vicenda di Cirillo si concluse con quasi un miliardo e mezzo destinato alle Brigate rosse e con una ripartizione degli appalti del post-terremoto in qualche modo condizionata dalla camorra. Questi episodi suggeriscono una rete di interessi e compromessi che andava ben oltre il semplice scontro ideologico tra Stato e terrorismo.

La Polemica sulla Beatificazione
Anche la memoria di Aldo Moro è stata oggetto di contesa. Quest'anno, il povero Aldo Moro è stato più sfortunato del solito perché, non essendogli evidentemente bastate le disgrazie in vita, si è trovato investito da una polemica addirittura sul processo di beatificazione in corso, al pari di altri esponenti insigni della politica italiana da lui conosciuti: don Luigi Sturzo, Alcide De Gasperi e Giorgio La Pira. La figlia Maria Fida, la mamma di quel piccolo Luca che Moro sognava di accarezzare e baciare scrivendo le sue struggenti lettere di addio ai familiari dalla prigione, ha sentito puzza di deviazioni, strumentalizzazioni politiche, curiali e quant'altro sulla santificazione del padre. Ha chiesto al Papa di bloccare tutto, sapendolo comunque già al sicuro nella parte più luminosa del Paradiso. Sono seguite le dimissioni del postulatore. Questo episodio sottolinea come la figura di Moro sia ancora oggi al centro di dibattiti e interpretazioni, anche a livello spirituale, riflettendo la sua importanza e la complessità della sua eredità.

La Renault 4: Testimone Muta e Simbolo degli Anni di Piombo
Al centro di questa intricata storia, un oggetto inanimato si eleva a simbolo potente e commovente: la Renault 4 rossa. La vettura, targata Roma N57686, sulla quale il 9 maggio 1978 fu ritrovato il corpo senza vita di Aldo Moro in via Caetani, a Roma, è diventata l'emblema degli "Anni di Piombo" e un pezzo di storia d'Italia. Intorno all'utilitaria francese si strinse un Paese, attonito e addolorato.
La Storia di Filippo Bartoli e della Sua Renault 4
La Renault 4 era di proprietà di Filippo Bartoli, un imprenditore edile marchigiano che all'epoca lavorava nella Capitale. Acquistata per 898.000 lire, era utilizzata per trasportare materiale e attrezzi da lavoro. Rubata dagli uomini delle Brigate Rosse l'1 marzo del 1978, la vettura era già stata usata in diverse azioni criminali, con le targhe cambiate di volta in volta. Per l'operazione Moro, venne dotata delle targhe Roma N56786, provenienti da un'Alfetta dell'Alitalia e riconsegnate al PRA di Napoli per una nuova immatricolazione.
Bartoli sporse denuncia ai Carabinieri, sperando di ritrovarla in breve tempo, ma dovette attendere quel 9 maggio per sapere dove fosse finita. Quel giorno fatidico, la vettura fu condotta in un garage di via Montalcini, scelta per il suo bagagliaio molto ampio, adatto a trasportare la vittima del delitto del secolo. Bartoli fu interrogato più volte dagli investigatori, che sospettarono un suo coinvolgimento, mettendolo a confronto con i brigatisti in carcere, per scoprire se avesse legami con i terroristi. L'imprenditore impiegò non poco delle sue energie per convincere tutti della sua estraneità a quella tragedia.

Bartoli tornò in possesso della sua Renault 4 un paio d'anni dopo: le autorità nel frattempo l'avevano trattenuta sottoponendola a decine di perizie. L'imprenditore la tenne con sé per anni, riparandola sotto un telone in un terreno di sua proprietà della periferia romana. Non volle disfarsene, nonostante fosse inservibile, sventrata da artificieri e tecnici della scientifica. Gli vennero fatte alcune offerte, da parte della stessa Renault, ma anche di collezionisti, settimanali e produzioni cinematografiche, ma un profondo rispetto per lo statista lo spinse sempre a rifiutarle. Arrivò persino a usarla come pollaio, ma la riteneva un pezzo di storia. Resistette fino al 2007, quando gli si presentò Giorgio Guidelli, giornalista de Il Resto del Carlino, l'ultimo cronista curioso di raccontare la storia della Renault 4 rossa e del suo, affezionato suo malgrado, proprietario.
Poco prima della sua scomparsa, avvenuta il 25 dicembre 2018 a Dignano di Serravalle di Chienti, in provincia di Macerata, Bartoli la donò alla Polizia. Tra le sue ultime volontà c'era sempre stata quella di donare l'auto al Viminale affinché venisse esposta al pubblico.
Il Restauro e l'Esposizione
La Renault 4 è stata sottoposta a un restauro conservativo presso l'Autocentro della Polizia di Stato di Roma nel 2014. È stata ripulita dentro e fuori, sono stati sostituiti i due fanalini posteriori, il fanalino di indicazione sinistro, il tappo coprimozzo del volante e i pneumatici. È tornata ad avere due targhe, non quelle originariamente presenti il 9 maggio 1978, ma delle riproduzioni. Tutto è rimasto, per quanto possibile, come allora: l'odore dei sedili di stoffa e pelle sintetica, il cruscotto, la luce interna sopra le portiere di sinistra. Il restauro è stato completato, e ora la vettura è esposta al Museo Storico delle auto della Polizia di Stato a Roma.

Durante il restauro sono stati eseguiti rilevamenti che hanno rivelato dettagli agghiaccianti. Sul pianale di lamiera, in fondo a sinistra, c'è il segno indelebile lasciato da un proiettile, uno di quelli che hanno ucciso Aldo Moro. Su un lembo di tappezzeria, sempre nella parte sinistra del bagagliaio, ci sono delle macchie scure che potrebbero essere il sangue dello statista. L'ing. Nicola Moschella, dirigente dell'Autocentro della polizia di Tor Sapienza, ha guidato il team di restauro, preservando l'integrità storica del veicolo.
Il Ritorno in Via Caetani
Nel 2018, in occasione dei 40 anni dall'omicidio Moro, la Renault 4 tornò in via Caetani per la performance celebrativa di Luca Zingaretti, trasmessa dalla Rai con lo spettacolo "55 Giorni". Questo evento ha permesso a tanti di ricordare, a chiunque di commuoversi e soprattutto di porsi - o porre - domande che ancora disturbano e sollevano dubbi enormi, ma che devono ottenere risposte, prima o poi. La vista di una semplice auto, ben tenuta dal proprietario Filippo Bartoli che prima di morire l’ha donata allo Stato, offre tante emozioni e sensazioni. Lo Stato a cui Bartoli l'ha donata, forse non quello che partecipò miseramente e con indolenza alla morte di Moro, ma lo Stato della Resistenza, della Costituzione, della Repubblica, lo Stato dei cittadini onesti che pagano le tasse, che soffrono per la disoccupazione dei propri figli, che devono fare i conti con stipendi che ormai non assicurano più il diritto alla vita umana. La Renault rossa, insieme con l’ing. Nicola Moschella e i suoi uomini, orgogliosi di aver ristrutturato e ben tenuto il simbolo di due Italie: quella che distrugge e quella che crea. Da un lato i brigatisti, presuntuosi di cambiare il mondo con sangue ed omicidi, insieme con loro quanti non hanno fatto il proprio dovere nel caso 'Moro'.
La Verità sull'Esecuzione di Moro
Le indagini sulla Renault 4 hanno anche contribuito a chiarire le dinamiche dell'esecuzione di Moro. Non fu sparato nel cofano, come sinora si è sempre detto. Alcuni bossoli sono stati trovati sul volante, e non è possibile che siano finiti là se gli spari provenivano da dietro il cofano. Sul parafango posteriore ci sono macchie di sangue, ed è impossibile che il sangue sia giunto là se è vero, come è vero, che Moro morì per emorragia interna. Sulla cappotta interna del cofano ci sono le impronte delle dita di Moro sporche di sangue. L'autopsia dice che Moro fu sparato con colpi che dal basso andavano verso di lui. L'uomo rannicchiato in quel cofano, molto più piccolo di lui, sembra un Cristo indifeso di fronte alla lucida follia omicida. La Renault parla e racconta molte verità: la grandezza umana, civile, culturale e politica di Aldo Moro e la rozzezza di tanti altri che continuano a perpetuare l’omicidio, dimenticando che Moro ancora oggi è amato e ricordato, quindi è vivo. Ecco perché l’Italia attende la verità, quale che sia. Senza sconti e senza risparmiare nessuno.
I misteri del caso Moro
Le Automobili nella Storia delle Brigate Rosse
La storia del gruppo terroristico è stata anche una vicenda di macchine. Incontri, rapimenti, inseguimenti, posti di blocco. Le auto ci sono sempre. Il primo confronto tra il "pariolino" Morucci, in Mini, e il "proletario" Moretti, in Fiat, è un incontro tra auto e mondi diversi. In auto nasce il nome Brigate Rosse. Le Brigate Rosse iniziano incendiando auto. Dentro le auto effettuano i primi sequestri lampo. Ne rubano poi in quantità. Nelle auto uccidono uomini. In auto Curcio e Franceschini vengono arrestati. Via Fani ne diventa l'apoteosi, sono auto contro auto, e con un'auto parcheggiata in via Caetani finirà la storia.
Il 19 ottobre 2014, il Secolo XIX, in esclusiva, ha pubblicato le foto della Renault 4 dove fu fatto ritrovare il corpo di Aldo Moro, dell’Alfetta su cui viaggiava la scorta il giorno in cui lo statista fu rapito in via Fani e la Fiat 128 che era guidata da Mario Moretti, capo della colonna romana delle Br. Queste vetture giacciono ancora in rimesse, dimenticate, affidate esclusivamente alla buona volontà di qualche addetto. L'Alfetta su cui viaggiava la scorta di Moro il giorno in cui lo statista della DC venne rapito dalle Brigate Rosse e in cui i cinque uomini che lo stavano proteggendo (i due carabinieri Oreste Leonardi e Domenico Ricci e i tre poliziotti Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi) vennero uccisi, è rimasta in una rimessa tra via Magnasco e via Alvari per più di vent'anni, sempre più arrugginita. Nello stesso garage c’è anche, avvolta dalla polvere, la Fiat 128 che quella mattina di 36 anni fa era guidata da Mario Moretti. Entrambi i veicoli sono dimenticati, ma il tempo lascia segni sulle scocche e sugli interni, giorno dopo giorno. A poche centinaia di metri da quella rimessa poi c’è l’Autocentro della polizia stradale, in cui si trova la Renault 4.

Queste auto, come l'auto sulla quale furono uccisi i poliziotti Antonio Mea e Pierino Ollanu nell'assalto Br di piazza Nicosia alla sede regionale della Dc del 3 maggio 1979, sono testimonianze di quel periodo, tutte veicoli ancora sotto sequestro. Aspettare, in silenzio, che la ruggine faccia il suo corso può essere una scorciatoia per dimenticare quel che invece andrebbe ricordato e raccontato. Anziché pulire, restaurare e infine permettere a qualsiasi cittadino di vedere da vicino le vetture simbolo del sequestro e dell’assassinio dello statista, consentendo così a tanti di ricordare, a chiunque di commuoversi e soprattutto di porsi - o porre - domande che ancora disturbano e sollevano dubbi enormi, ma che devono ottenere risposte, prima o poi.
Le Origini Francesi del Simbolo: La Renault e le BR
Per comprendere appieno la storia della Renault 4 nel contesto del caso Moro, è necessario intraprendere un viaggio a ritroso, fino alle origini dell'epopea automobilistica e, in particolare, al legame tra la fabbrica francese Renault e la nascita delle Brigate Rosse. Come suggerisce Piero Trellini nel suo libro "La partita", la vicenda è (anche) una storia di auto, di strade, garage, pneumatici e benzina. Le Brigate Rosse sono nate e cresciute in un contesto dove le automobili erano onnipresenti, sia come mezzi per le loro azioni che come simbolo delle trasformazioni sociali e industriali.
Dalle Fabbriche di Billancourt all'Ideologia Brigatista
Uno dei filoni che confluì nelle BR fu quello legato agli operai, gran parte dei quali lavorava nelle industrie automobilistiche. Quando questi protestavano, avevano come riferimento quel che accadeva in Francia, e la fabbrica che guidava le altre era la Renault. Da lì era uscita la R4. Certi fili - BR, operai, fabbriche, auto, Billancourt, Renault, R4 - si intrecciano in maniera indissolubile.
Il mondo dell'automobile nasce proprio con Louis Renault, e nei postumi del suo futuro sognato si posa la drammatica coda di questa storia. Le idee francesi scavalcano poi l’oceano per trasmigrare nella testa di un altro uomo, Henry Ford, che con i pezzi smontati di una Renault tra le mani, cerca il modo di andare nella direzione opposta: creare l’auto per tutti. Ci riesce grazie a un metodo che ruba, ribaltandolo, dai mattatoi. Anziché smembrare la carne, assembla i pezzi: è la catena di montaggio.
La nuova idea fa il percorso a ritroso. Citroën la adotta e Renault ne è sedotto, ma resiste: nella sua testa l’auto è ancora un lusso elitario. Sono gli eventi privati e pubblici che cambiano il corso della sua vita (e della storia). Le perdite familiari gli trasmettono una gestione spasmodica del tempo. La guerra, invece, gli impone ciò che ha sempre allontanato: la produzione in serie. Così diventa come tutti gli uomini di questa vicenda: Citroën, Ford e persino Hitler (costruttore improprio in quanto committente del “Kafer”, il maggiolino). Tutti loro sono collegati: Ford è ispirato da Renault, Renault è in competizione con Citroën, Citroën segue i dettami di Ford, Ford è idolatrato da Hitler (al punto da avere il suo ritratto nello studio) e Hitler incontrerà Renault tre volte, convincendolo a creare una macchina popolare. Tutti loro, dunque, inseguiranno il miraggio dell’auto del popolo. Questo è basato su un parametro aureo regolato dal rapporto tra il prezzo della macchina e il salario annuo degli operai che l’hanno creata. L’industria automobilistica potrà raggiungere il punto di decollo solo quando al primo corrisponderà il secondo.

La Matrice Francese delle BR
La fabbrica di Billancourt coglie la circostanza con la Renault 4, risultato di una riduzione di costi e di un aumento di salari. È da quel momento che l’operaio-massa crea un mezzo-di-massa, accessibile, dunque, anche a lui. Ma è un beffardo paradosso. Perché, proprio quando il prodotto del suo lavoro è diventato finalmente sostenibile, il suo lavoro, causa le evoluzioni della catena di montaggio, si è fatto ormai insostenibile. Ormai automi intercambiabili, gli operai iniziano così a spostare le loro mire sulla condizione sociale. È in questo modo che, gradualmente, si avvicinano a uno snodo cruciale che si porta dietro tutta la storia passata per edificare quella futura.
Le lotte di Billancourt diventano un simbolo. La Renault è la roccaforte operaia dell’intero paese. Qui, nel corso del tempo, la coscienza è maturata più che altrove. Tra le sue mura hanno lavorato il leader cinese Deng Xiaoping, il fotografo Robert Doisneau, la filosofa Simone Weil, il cantautore Georges Brassens e persino Gusztáv Sebes, l’allenatore della Grande Ungheria.
All’indomani del Sessantotto, nel luogo dove è in produzione la R4, un gruppo di operai della Renault, appartenenti a un'organizzazione appena nata, la Gauche Proletarienne (GP), si incontra più volte con una giovane compagine italiana che ancora non è nulla. È un contatto apparentemente trascurabile eppure di capitale importanza. Dopo questi incontri, infatti, i secondi dai primi prendono nomi, tecniche, parole d’ordine e modalità d’azione che presto inizieranno a replicare, alla lettera, portandoli a diventare le Brigate Rosse. Leggendo i documenti, il ricalco non solo è evidente ma è continuamente dichiarato: le BR pubblicano gli articoli della GP sulle loro testate e queste, non a caso, si chiamano, appunto, Sinistra Proletaria (traduzione di GP) o Nuova Resistenza (traduzione della compagine armata della GP, la Nouvelle Résistance, etc.). Insomma, le neonate BR diventano il clone italiano degli omologhi francesi.
Quella R4 in lavorazione sotto i loro occhi, poi, scende a Roma (grazie a una società milanese che si trova nella stessa strada in cui abita la famiglia di Mario Moretti, l’uomo che la guiderà) e viene poco dopo acquistata da Filippo Bartoli, che il caso vuole sia un asfaltista (è proprio lui l’uomo che fa le strade di questa storia regalandoci poi un colpo di scena nel finale). Quell’auto nuova e quei nuovi pensieri, quindi, escono entrambi da Billancourt e arrivano in Italia percorrendo il medesimo tragitto nello stesso tempo. Quando auto e uomini si incontreranno, quei giovani avranno ormai annegato la propria umanità nell’ideologia divenendo loro stessi macchine. E alla fine di questo viaggio gli attori della coordinata iniziale non saranno (più) solo BR > Moro (la causa) ma Renault > BR > Moro (l’origine). Senza che ci fosse un disegno quell’auto li aveva legati fin dal principio.
I misteri del caso Moro
Il Ruolo di Steve Pieczenik
A 36 anni dalla tragedia, un colpo di scena ha riaperto le indagini su un aspetto cruciale. Il procuratore generale della Capitale Luigi Ciampoli ha chiesto alla procura di procedere nei confronti di Steve Pieczenik, ex funzionario del Dipartimento di Stato USA e poi super consulente del governo italiano proprio negli anni del sequestro Moro. Secondo l’alto magistrato, "sono emersi gravi indizi circa un suo concorso nell’omicidio". Questo elemento getta nuova luce su possibili influenze esterne e la complessità delle dinamiche che portarono alla morte di Aldo Moro, ampliando il quadro già intricato di una vicenda che, a tanti anni di distanza, continua a nascondere verità cruciali.
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