Il dibattito contemporaneo sulla mobilità sostenibile tende spesso a focalizzarsi su metriche quantitative come l'autonomia delle batterie o i tempi di ricarica, una tendenza dell'economia classica che privilegia gli asset tangibili. Tuttavia, tale approccio trascura la profonda mutazione strutturale che investe l'architettura cognitiva del guidatore, un aspetto cruciale nell'era della transizione ecologica e tecnologica. L'automobile, in questa prospettiva, non è più un mero strumento di trasporto, ma una "protesi d'identità" che estende le nostre capacità motorie e modifica radicalmente l'interazione tra corpo, mente e ambiente.

Il Tributo Cognitivo delle Motorizzazioni Endotermiche
Nelle motorizzazioni endotermiche, questa fusione tra corpo e macchina impone un importante tributo biologico e cognitivo. Il rombo del propulsore e le vibrazioni trasmesse attraverso il telaio saturano l'estensione del sé con un disturbo costante. Il cervello non può semplicemente ignorare il rumore; deve compiere uno sforzo incessante per filtrare quelle frequenze, distinguerle dai segnali stradali utili e mantenere l'organismo in uno stato di allerta costante. Questo processo di filtraggio e vigilanza assorbe una quantità significativa di risorse attentive, limitando la capacità del guidatore di dedicarsi a funzioni cognitive superiori.
Nella prospettiva della neuroeconomia, l'attenzione viene trattata come una risorsa scarsa e soggetta a precisi vincoli di allocazione. Questo è particolarmente evidente nei contesti urbani, caratterizzati da un'estrema densità di stimoli competitivi che richiedono una sorveglianza costante. L'eccessiva richiesta di attenzione dovuta al rumore e alle vibrazioni dei veicoli a combustione interna comporta una riduzione delle risorse disponibili per la valutazione strategica del contesto stradale e per la capacità di autoregolazione emotiva, ovvero la facoltà di monitorare e modulare le proprie reazioni agli stimoli esterni.
Il Silenzio dell'Auto Elettrica: Un Volano per il Capitale Cognitivo
Il silenzio dell'auto elettrica agisce come un vero e proprio volano per il capitale cognitivo, offrendo una soluzione a molti dei problemi generati dalle motorizzazioni tradizionali. Sostituendo il frastuono meccanico con la quiete, l'auto elettrica garantisce al sistema decisionale una riserva intatta di capitale attentivo che può essere immediatamente investita nel controllo degli impulsi e nella gestione pacata dell'imprevisto.
L'importanza del SILENZIO
All'interno di un abitacolo silenzioso, l'abbassamento dei livelli di allerta psicofisica favorisce una stabilità emotiva superiore che si traduce in una maggiore capacità di empatia e in una riduzione spontanea dei fenomeni di road rage. Questa eccedenza di energia cognitiva, che viene liberata dal cervello, permette di trasferire le risorse verso le funzioni esecutive superiori. Tra queste vi sono la valutazione strategica del contesto stradale e la capacità di autoregolazione emotiva, ovvero la facoltà di monitorare e modulare le proprie reazioni agli stimoli esterni. L'aumento della disponibilità di risorse cognitive non allocate genera un surplus di attenzione che si riversa direttamente nella gestione della pazienza, la quale emerge in questa analisi come un nuovo bene economico scarso.
Il silenzio dell'auto elettrica opera come un nudge psicologico, una spinta gentile che orienta il comportamento verso la cooperazione urbana attraverso la riduzione della fatica mentale prodotta per decenni dall'aggressione sonora dei motori endotermici. All'interno del mercato delle interazioni urbane, la pazienza costituisce il capitale necessario per finanziare l'incremento della tolleranza verso gli altri, trasformando la condotta stradale da un esercizio di prevaricazione a una strategia di investimento sociale. In questa prospettiva, la fluidità del traffico cessa di essere un mero dato statistico per diventare il riflesso di un sistema di scambi basato sul calcolo razionale del benessere comune.
Sistemi Avanzati di Assistenza alla Guida (ADAS) e l'Ottimizzazione Cognitiva
Oltre alla drastica riduzione del rumore, le vetture di nuova generazione integrano sistemi avanzati di assistenza alla guida, definiti dall'acronimo ADAS (Advanced Driver Assistance Systems). Questi sistemi agiscono come una rete di sensori che osserva l'ambiente e interviene preventivamente per correggere l'errore umano.
Il valore di questi sistemi risiede nella loro capacità di assorbire una miriade di micro-operazioni logoranti, come il mantenimento della distanza di sicurezza, la regolazione della velocità e la sorveglianza costante dell'angolo cieco. L'automazione di queste funzioni meccaniche genera una disponibilità di attenzione che viene immediatamente reinvestita in decisioni qualitative, permettendo alla mente di concentrarsi sulla lettura del contesto e sulla previsione delle intenzioni altrui. La tecnologia consente di spostare lo sforzo mentale dal controllo dei dettagli tecnici verso una gestione strategica della guida, dove la competenza principale diventa la presenza consapevole.

L'Impatto sulla Road Rage e le Interazioni Sociali
La Road Rage rappresenta il punto di rottura delle risorse che permettono di restare socialmente cooperativi e si manifesta nel momento in cui una frizione ordinaria viene interpretata come una minaccia personale, spingendo il comportamento verso la reazione punitiva e lo scontro identitario. Al diminuire della pressione sonora, aumenta la capacità di cogliere i segnali sociali sottili presenti nell'ambiente, permettendo al guidatore di riconoscere nei pedoni e negli altri automobilisti dei soggetti partecipi di un ecosistema condiviso anziché semplici ostacoli al proprio movimento.
La riduzione dello stress ambientale prodotta dalla guida elettrica si traduce immediatamente in una condotta stradale più tranquilla, innescando una reazione a catena che investe direttamente la gestione economica del veicolo. Quando il conducente opera in un ambiente privo di vibrazioni e rumori invasivi, la sua interazione con i comandi diventa fluida e lineare, determinando una drastica diminuzione dello stress meccanico dell'auto. Allo stesso modo, una guida tranquilla permette di mantenere una soglia di attenzione costantemente elevata, poiché la mente dispone di energie integre per il monitoraggio della strada e degli altri utenti. Questa maggiore attenzione aumenta la capacità di prevedere i pericoli e riduce drasticamente la probabilità di incidenti, un parametro che viene oggi rilevato con estrema precisione dagli algoritmi delle polizze RCA telematiche. Questi sistemi di analisi dei dati utilizzano modelli predittivi per premiare la coerenza e la prudenza della marcia, trasformando la sicurezza del conducente in un vantaggio monetario immediato attraverso tariffe assicurative agevolate.
Il Paradigma Motorio e la Mente Radicata nella Corporeità
Il termine "paradigma", di origine greca, significa modello, progetto o esempio. In quest'accezione, un paradigma scientifico è una concezione del mondo, un insieme di orientamenti teorici, assunzioni metafisiche e procedure sperimentali condivise da una comunità scientifica. Parlare di paradigma motorio in relazione alla mente implica un modello teorico dello sviluppo e del funzionamento del nostro apparato cognitivo basato su una concezione della mente sostanzialmente radicata nella corporeità e nelle capacità di movimento di un organismo.
Il paradigma motorio è la cornice teorica di riferimento, il contesto esplicativo, di quella che può essere definita una teoria motoria della mente. Questa teoria postula che non c'è una separazione sostanziale tra percezione e azione, tra afferenze sensoriali ed efferenze motorie. Secondo tale visione, il cervello non è un semplice recettore di informazioni e un produttore di risposte in un organismo staccato dall'ambiente, ma un organo che ha il compito di conoscere e con il quale si trova a dover interagire. Il movimento e le sue relazioni con la percezione e la memoria, infatti, mostrano oggi di avere una grande valenza euristica per lo studio dei meccanismi delle funzioni cognitive.
Il cervello umano, inteso come organo sviluppatosi per predire le conseguenze dell'azione, si pone come oggetto di studio interdisciplinare di psicologia, neurofisiologia, neuropsicologia, filosofia e scienze cognitive, modellizzazioni matematiche e scienze del movimento. Radicandosi nell'intersezione teorica di discipline diverse, volte allo studio del comportamento, della mente e del sistema nervoso, il nuovo approccio basato sull'azione oggi attribuisce al movimento corporeo un ruolo fondamentale e basilare nello sviluppo della cognizione e della conoscenza.
Naturalmente, è un corpo non più inteso come macchina automatica di derivazione cartesiana (un sistema chiuso, privo della conoscenza di sé e del mondo, i cui movimenti sono funzione solo della disposizione relativa delle sue parti, generatore di risposte motorie a stimoli sensoriali). È piuttosto concepito come una macchina biologica, costitutivamente dotata di scopi e in attiva e costruttiva interazione col proprio ambiente (un vero e proprio generatore di ipotesi che preseleziona le informazioni sensoriali in funzione degli scopi dell'azione). In questa prospettiva teorica, l'azione, piuttosto che come semplice espressione motoria dell'elaborazione sensoriale, è concepita come "melodia cinetica" attiva e finalizzata, come insieme strutturato di movimenti coordinati in funzione di un fine specifico.
Contro la concezione tradizionale di derivazione cartesiana si rivendica, in questo modo, la matrice biologica dei fenomeni mentali: contro il soggetto epistemico universale sul quale si è basata la filosofia moderna - un soggetto concepito non biologicamente, dunque separato dalla "realtà esterna" che egli si porrebbe l'obiettivo di conoscere - si produce così una profonda trasformazione concettuale che radica le funzioni cognitive nella biologia e nella storia, nell'esperienza vissuta e condivisa, nella cultura. «Il cervello è concepito sempre più come uno strumento appositamente progettato per creare relazioni sociali, per favorire i rapporti umani e la socialità, letteralmente si ammala nella solitudine e nell'isolamento sociale». 'Nessun uomo è un'isola', così si suol dire. Il Sé non è isolato, ognuno di noi è in costante contatto con altre persone, altri Sé, che forniscono un riferimento sia per noi sia per i nostri sensi. L'attività neurale stessa è sociale; non c'è dunque una distinzione netta tra i livelli neurali e i livelli sociali; il cervello e le CMS (strutture corticali mediali) sono intrinsecamente, o di default, neurosociali. Neurale o sociale? Questa domanda pone una falsa dicotomia.
Ne deriva un modello del vivente, dell'ambiente e della mente che supera le limitazioni del meccanicismo e lo spartiacque metafisico che ha diviso per secoli il corpo dalla mente. Presupposto essenziale è una visione sistemica dell'organismo, per cui dal tradizionale approccio acontestuale si passa ad esaminare i fenomeni in contesti sempre più ampi e si considera imprescindibile per un'autentica comprensione delle funzioni cognitive il fondamentale rapporto tra l'organismo (con i suoi scopi, bisogni, emozioni, relazioni, storia e cultura) e l'ambiente, tra l'osservatore e il fenomeno. La concezione classica della mente - legata al dualismo mente/corpo che ha separato in maniera drastica, "ontologica", il corpo con le sue funzioni biologiche dalla mente con le sue funzioni cognitive - ha sempre dato per scontata una priorità logica, epistemologica e biologica della percezione rispetto all'azione e concepito quest'ultima sostanzialmente in funzione delle possibilità che un organismo ha di interagire col suo ambiente in base, da un lato, ai vincoli biologici cui è sottoposto e, dall'altro, alle risorse cognitive che il suo apparato sensoriale-percettivo gli rende disponibili (anch'esse, in fondo, considerabili in termini di vincoli parzialmente biologici). Questa posizione teorica è efficacemente sintetizzata dall'asserzione di Alain Berthoz e Jean-Luc Petit: «l'azione o l'atto, e non la rappresentazione, è all'origine della cognizione», un'affermazione che può efficacemente segnare il passaggio da un paradigma all'altro nella concezione contemporanea dell'apparato cognitivo e del comportamento.
L'Auto come Protesi d'Identità: Un Cambiamento di Paradigma
L'automobile a combustione interna ha rappresentato per oltre un secolo l'espressione più evidente di tale espansione identitaria, fungendo da protesi fallica capace di comunicare potenza e dominanza attraverso l'occupazione violenta dello spazio fisico e acustico. L'avvento della mobilità elettrica opera una rottura radicale con questo passato perché priva l'ego della sua principale arma di segnalazione territoriale, imponendo una transizione verso una forma di prestigio che non risiede più nella potenza sprigionata verso l'esterno ma nella raffinatezza della gestione interna.
In questa nuova estetica del Sé essere attraenti significa dimostrare un'intelligenza sistemica superiore che predilige la fluidità del movimento e il rispetto della collettività rispetto all'ostentazione di masse ferrose ingombranti e anacronistiche. Possiamo quindi teorizzare che il passaggio all'elettrico stia realizzando una sorta di maturazione psicoanalitica della società dove l'auto smette di essere uno specchio delle insicurezze biologiche per diventare uno strumento di espressione della stabilità emotiva.
Il silenzio non deve essere interpretato come una perdita di attributi ma come l'acquisizione di una nuova autorità neurale, dove la vera potenza risiede nella capacità di agire senza perturbare l'equilibrio altrui. L'era della mobilità elettrica segna un cambio di linguaggio della legittimazione del Dio Protesico: la potenza smette di essere dimostrata attraverso l'imposizione fisica e sonora e viene esibita come capacità di funzionare meglio, consumare meno, integrare più tecnologia e, soprattutto, presentarsi come scelta moralmente superiore, più pulita, più intelligente. Il silenzio dell'auto elettrica, dentro questa grammatica, sposta l'attrattività del guidatore dalla teatralità della forza verso l'eleganza della gestione, dalla dominanza esibita alla competenza implicita. Il passaggio all'elettrico rappresenta quindi la transizione da un ego espansivo e predatore, che aveva bisogno di segnali aggressivi per sentirsi esistente, a un ego tecnicamente sofisticato che cerca legittimazione nella performance complessiva, nel controllo dell'esperienza e nella promessa di compatibilità con la collettività, dove la vera potenza si misura nella capacità di essere presenti e influenti senza trasformare la presenza in disturbo.

Stili di Guida e Tratti di Personalità
Guidare è un'attività che occupa molto spazio nelle nostre vite e che tendiamo a praticare in modo automatico. Molti non sono infatti consapevoli del proprio stile di guida, ovvero il comportamento e la maniera di agire di ciascun conducente mentre è alla guida, che comprendono ogni azione fatta a bordo del veicolo, dal modo di ingranare la marcia, alla distanza di sicurezza tenuta, all'uso o meno del cellulare. Il modo di guidare può essere influenzato non solo dalle condizioni fisiche del conducente, ma anche dagli aspetti cognitivi ed emotivi.
Lo stile di guida è influenzato dai tratti di personalità. Sulla base della "Teoria dei big five" (McCrae, Costa) che ipotizza cinque grandi fattori di personalità, la comunità scientifica ha individuato quattro stili di guida. I cinque fattori che costituiscono la personalità sono estroversione/introversione, nevroticismo/sicurezza emotiva, coscienziosità/impulsività, apertura/chiusura, amicalità/ostilità. Le persone possono trovarsi in varie posizioni lungo il continuum che caratterizza ogni fattore.
Sulla base di questo modello, Taubman-Ben-Ari descrive quattro possibili stili di guida:
- Spericolato e negligente: è caratterizzato da velocità elevata, ricerca di emozioni forti, violazione deliberata delle norme di guida. Questo stile è correlato con alti livelli di impulsività, scarsa tolleranza alla frustrazione e bisogno di sensazioni forti e con bassi livelli di autostima, estroversione e amicalità. In questi conducenti, mancanza di altruismo ed empatia portano a non avere rispetto degli altri e della loro incolumità.
- Ansioso: è caratterizzato da costante tensione, stress e ipervigilanza alla guida. I conducenti con questo stile di guida tendono ad avere bassa fiducia nella propria capacità di guida, percepiscono gli altri guidatori come uno stress, hanno livelli più elevati di ansia di tratto e nevroticismo e preferiscono evitare più possibile di guidare.
- Arrabbiato e ostile: è caratterizzato da un comportamento alla guida aggressivo e ostile, ad esempio il conducente non tollera di avere ostacoli, pressa chi lo precede avvicinandosi troppo o sorpassa abbagliando, suona il clacson se gli altri non scattano al verde del semaforo. Chi ha questo stile tende a entrare in competizione con gli altri conducenti e ad avere livelli più elevati di aggressività, impulsività e ricerca di sensazioni forti.
- Paziente e attento: è caratterizzato da attenzione, calma, pazienza e rispetto delle norme di guida. Il conducente con questo stile è empatico, attento e rispettoso delle regole.
Solo lo stile paziente e attento è considerato sano e adattivo, mentre gli altri sono considerati connessi a una guida pericolosa, in proporzione all'intensità delle caratteristiche disadattive. Tutti e tre gli stili disadattivi sono caratterizzati da una bassa coscienziosità, ovvero il tratto che comporta alto livello di aspirazione, rispetto delle norme, buon controllo degli impulsi, buona capacità di pianificazione e organizzazione.
Capacità di Guida, Percezione del Rischio e Differenze Individuali
Lo stile di guida incide sulla pericolosità della guida più delle capacità di guida. Le capacità di guida riguardano la prestazione alla guida, che tende a migliorare con l'età e la pratica, ma un'eccessiva sicurezza nelle proprie abilità di guida può portare ad assumersi rischi maggiori e quindi a una guida più pericolosa. Soprattutto anziani e adolescenti tendono a sovrastimare la propria abilità di guida ritenendola superiore alla media.
I giovani maschi tendono a guidare in modo più aggressivo e incurante rispetto alle femmine e percepiscono meno i rischi, ritenendosi più abili alla guida. In generale, i maschi tendono ad avere una guida più pericolosa delle femmine. La capacità di autoregolazione emotiva ha un ruolo importante: l'attivazione emotiva incontrollata influenza la percezione e l'elaborazione delle informazioni ambientali, diminuendo l'efficacia del guidatore e aumentando il rischio di incidenti. La rabbia e la ricerca di emozioni forti comportano un aumento della velocità alla guida e una riduzione della distanza di sicurezza. Anche paura, tristezza e noia possono influenzare le capacità di attenzione, giudizio e decisione.
Anche la persona più pacata può arrabbiarsi più facilmente e diventare aggressiva quando è alla guida di un'auto. Questo accade per due ordini di motivi. Innanzitutto, l'automobile altera i parametri spazio-temporali, modificando la percezione del nostro spazio personale e del tempo. L'auto crea l'illusione di una distanza emotiva maggiore tra le persone: essere chiusi nella nostra auto crea una barriera che ci fa sentire più al sicuro e più protetti dagli altri, per cui ci permettiamo maggiormente di urlare, imprecare, insultare o fare gesti aggressivi. Tendiamo a percepire l'auto come uno scudo che ci protegge e ci isola e come uno spazio estremamente privato, fino ad essere quasi un prolungamento del nostro corpo.
Il tempo è percepito in modo alterato: il ritardo di chi ci precede nel ripartire al semaforo verde ci sembra lunghissimo e ci fa pensare di stare perdendo tempo prezioso, mentre la velocità con cui pensiamo di poterci allontanare e non subire le reazioni dell'altro facilita espressioni e gesti ostili. L'aggressività è favorita dalla sensazione di anonimità e dal fatto che con gli altri automobilisti non abbiamo un rapporto faccia a faccia e quelle informazioni derivanti dal contatto diretto con l'altro che potrebbero renderci più empatici (come accade sui social network, in cui non avere un confronto fisico con l'interlocutore favorisce atteggiamenti poco rispettosi che difficilmente si avrebbero vis-a-vis).
Secondariamente, il traffico stesso, l'affollamento stradale, la difficoltà a trovare parcheggio esasperano e inducono tensione che può scaricarsi in comportamenti aggressivi, legati alla frustrazione. Il traffico induce infatti frustrazione, il vissuto spiacevole di essere ostacolati nel raggiungere l'obiettivo, nel muoverci nei tempi e nelle direzioni che vorremmo. La folla suscita anche una reazione atavica di ostilità perché percepita come potenzialmente pericolosa, come un gran numero di persone estranee con cui si è in competizione.
La Guida Come Indicatore di Declino Cognitivo
Il modo in cui guidiamo l'auto potrebbe rivelare molto più della nostra prudenza al volante o propensione al rischio. Ricercatori statunitensi hanno determinato che il comportamento alla guida può indicare la presenza di declino cognitivo, che è sintomo e segnale precursore delle forme di demenza come il morbo di Alzheimer.
Un team di ricerca guidato da scienziati del Dipartimento di Neurologia della Brown School of Social Work dell'Università di Washington a St. Louis, in collaborazione con colleghi dei dipartimenti di Medicina e Biostatistica, ha condotto uno studio coinvolgendo 56 persone con diagnosi di declino cognitivo lieve e altre 242 senza problemi cognitivi, con un'età media di 75 anni. I partecipanti, in leggera maggioranza uomini (45,6% donne), guidavano almeno una volta a settimana al basale ed erano iscritti al progetto Driving Real-World In-Vehicle Evaluation System (DVR) dell'Università di Washington.
Dopo aver sottoposto tutti i partecipanti al test cognitivo standardizzato Clinical Dementia Rating (CDU) e a screening genetici per la presenza del gene APOE ε4 (legato a un rischio superiore di demenza), i ricercatori hanno iniziato a raccogliere dati sulla frequenza e sul tipo degli spostamenti, su orari, velocità, frenate brusche e altri parametri di tracciamento grazie ai dispositivi GPS installati sulle auto.

Tra le abitudini al volante correlate al declino cognitivo vi sono guidare sempre meno, fare continuamente gli stessi percorsi (semplici e familiari), ridurre gli spostamenti di notte e superare i limiti di velocità. Sebbene possano esserci molte ragioni per tali comportamenti, l'analisi dei dati ha rivelato una forte correlazione con il deterioramento del declino cognitivo. Inserendo i dati su distanze, orari, frequenza di spostamenti, velocità e altro ancora in un apposito software, i ricercatori erano in grado di distinguere con una precisione dell'82% le persone con declino cognitivo da quelle sane.
Se a questi comportamenti alla guida si aggiungevano anche dati su età, genere, presenza di geni legati all'Alzheimer, i punteggi dei test cognitivi e altri parametri, l'accuratezza nel determinare chi aveva declino cognitivo e chi no saliva all'87%. Senza usare i dati sulle abitudini di guidare, la precisione predittiva scendeva al 76%.
Il professor Ganesh M. Babulal ha affermato in un comunicato stampa: “Abbiamo scoperto che utilizzando un dispositivo di tracciamento dati GPS, potevamo determinare con maggiore accuratezza chi aveva sviluppato problemi cognitivi rispetto a considerare solo fattori come l'età, i punteggi dei test cognitivi e la presenza di un fattore di rischio genetico correlato al morbo di Alzheimer”. Ha inoltre aggiunto che “osservare il comportamento di guida quotidiano delle persone è un modo relativamente poco invasivo e poco oneroso per monitorare le capacità cognitive e la capacità funzionale delle persone”, e che questo “potrebbe aiutare a identificare precocemente i conducenti a rischio per un intervento tempestivo, prima che abbiano un incidente o una quasi collisione, che è spesso ciò che accade ora”.
Secondo i dati dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ci sono circa 44 milioni di persone nel mondo affette da Alzheimer e questo dato triplicherà entro il 2050 a causa dell'invecchiamento della popolazione. Poter identificare per tempo le persone a rischio anche valutando il comportamento alla guida è sicuramente uno scenario interessante. Tuttavia, come spiegato dagli autori del nuovo studio, un monitoraggio del genere avrebbe implicazioni etiche da non sottovalutare, come il rispetto dell'autonomia delle persone, la loro privacy e il consenso informato. Inoltre, è cruciale comprendere se i risultati ottenuti siano generalizzabili, dato che quasi tutti i partecipanti a questo studio erano persone bianche e con un alto livello di istruzione, rendendo necessari ulteriori esperimenti su popolazioni più stratificate. I dettagli di questa ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Neurology.
La Tecnologia Brain-to-Vehicle (B2V) di Nissan
Al livello più avanzato delle auto a guida autonoma, il conducente non ha alcun ruolo da svolgere: in questa tipologia di veicolo, le persone potenzialmente possono “dimenticare” al volante e affidarsi all’intelligenza artificiale per guidare i veicoli. Tuttavia, non tutti sono pronti a rinunciare al piacere della guida e, per soddisfare le aspettative degli amanti delle quattro ruote, le aziende automobilistiche hanno iniziato a implementare funzioni di assistenza alla guida come miglioramento dei sistemi frenati, di accelerazione e di parcheggio. Oltre a questi comfort di guida, il gigante automobilistico giapponese, Nissan Motor Co., ha introdotto l’auto connessa al cervello, una tecnologia rivoluzionaria che ridefinisce il futuro della guida.
La tecnologia Brain-to-Vehicle (B2V) può leggere le onde cerebrali utilizzando un copricapo con elettrodi, il quale a sua volta può leggere e catturare i segnali cerebrali del conducente utilizzando la tecnologia dell’elettroencefalografia (EEG). Questi segnali catturati sono poi interpretati utilizzando l’intelligenza artificiale.
Questa tecnologia offre due vantaggi chiave:
- Migliora le prestazioni del guidatore, consentendogli di raggiungere il suo pieno potenziale di guida, mantenendo il pieno controllo della vettura.
- Fornisce una personalizzazione in tempo reale della modalità di guida autonoma e di altre funzioni.
La tecnologia B2V rileva i segnali cerebrali non appena vengono attivati e vengono poi tradotti in tecnologie di assistenza alla guida, che possono intraprendere rapidamente le azioni necessarie a controllare il veicolo. Di conseguenza, i tempi di reazione del conducente vengono accelerati, rendendo la guida molto più sicura e, al tempo stesso, divertente.
L'importanza del SILENZIO
Come Funziona l'Auto Connessa al Cervello
Questa tecnologia innovativa di Nissan è il frutto dell’unione tra l’esperienza di guida umana e la tecnologia di guida semi-autonoma. Il funzionamento della tecnologia B2V si fonda su due aspetti chiave: la previsione e il rilevamento.
Previsione: Leggendo e interpretando i segnali cerebrali, la tecnologia B2V può prevedere le azioni del conducente e aiutarlo a intraprendere le azioni di guida più velocemente. Identificando i segnali che il cervello del conducente sta per iniziare un determinato movimento - come girare il volante o spingere il pedale dell’acceleratore - le tecnologie di assistenza alla guida intervengono per supportare il guidatore. Questo migliora i tempi di reazione e rende la guida più piacevole, soprattutto su terreni accidentati. Ad esempio, sulle strade di montagna dove ci sono molte curve strette, grazie al B2V i conducenti possono facilmente tenere la loro auto sotto controllo, guidando meglio e con più fiducia.
Rilevamento: Questa è un’altra importante applicazione della tecnologia B2V. Quest’ultima rileva e valuta la posizione del conducente e altri aspetti come la pressione, la temperatura per individuare eventuali disagi percepiti dal conducente durante la guida. In questo modo è possibile modificare la configurazione o lo stile di guida per migliorare il comfort e la sicurezza della guida.
Commentando il lancio della tecnologia B2V, Daniele Schillaci - vicepresidente esecutivo di Nissan - ha detto: “Quando le persone pensano alla guida autonoma, la maggior parte ha una visione molto impersonale del futuro, dove gli esseri umani cedono il controllo alle macchine. Eppure la tecnologia Brain-to-Vehicle fa il contrario, utilizzando i segnali del proprio cervello per rendere la guida ancora più eccitante e piacevole.”
La tecnologia Brain-to-Vehicle di Nissan è il primo sistema al mondo per il rilevamento e l’analisi in tempo reale dell’attività cerebrale relativa alla guida. Comprende l’attività che precede il movimento intenzionale (ad esempio la sterzata), nota come potenziale corticale legato al movimento (MRCP), e l’attività che rivela lo scostamento tra ciò che il conducente si aspetta e ciò che sta vivendo (ad esempio, l’auto che si muove troppo velocemente), nota come potenziali legati all’errore (ErrP). Questa attività delle onde cerebrali viene misurata tramite una calotta cranica indossata dal guidatore e analizzata per l’implementazione immediata da parte di sistemi autonomi di bordo. Anticipando il movimento previsto, i sistemi possono attivarsi - girando il volante o rallentando l’auto - da 0,2 a 0,5 secondi più velocemente del tempo medio di risposta umana, migliorando i tempi di reazione, pur rimanendo impercettibile per il conducente.
Applicazioni e Sfide Future della B2V
Nonostante la possibilità di catturare e interpretare i segnali generati dal cervello possa sembrare un meccanismo affascinante per migliorare l’esperienza di guida, alcuni esperti del settore hanno manifestato dubbi sulla sua reale applicazione pratica. Infatti, dal momento che il cervello lavora costantemente su diversi stimoli ed elementi, vari segnali vengono generati simultaneamente ogni secondo. Per questo motivo, alcuni mettono in dubbio la capacità della tecnologia B2V di filtrare tutti gli altri segnali generati dal cervello e considerare solo quelli relativi alla guida.
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