Gli Animali Ibridi nel Medioevo: Tra Mito, Scienza e Simbolismo

Animali ibridi medievali

Non è un caso che molti romanzi fantasy siano ambientati in mondi dall'estetica medievale, come la Terra di Mezzo o Narnia. Quando pensiamo a unicorni, draghi, fate o elfi, li collochiamo spontaneamente in un contesto che, almeno visivamente, ricorda il Medioevo. Niente di che stupirsi: fu proprio in quest’epoca che si diffusero moltissimi dei miti e delle leggende che sono arrivati fino a noi. Nell’Europa medievale, l’esistenza di esseri soprannaturali, per lo più residui del paganesimo, era una nozione comunemente accettata. Alcuni di essi erano un lascito del mondo greco-romano, altri invece provenivano dalle diverse popolazioni che si erano via via convertite al cristianesimo. Il risultato fu la raccolta di leggende e bestiari specializzati che descrivevano queste creature come fossero vere e proprie enciclopedie. Nell'Occidente medievale i mostri sono ovunque: nei bestiari, nella letteratura di viaggio, nelle enciclopedie, nei romanzi, ma anche nei sermoni recitati in Chiesa. I mostri sono diffusissimi nell'arte, in particolare nel periodo romanico e gotico nella scultura religiosa e nella miniatura. I mostri nel Medioevo comprendono le razze umane mostruose, come cinocefali e acefali, gli animali fantastici come grifone, basilisco, unicorno e gli ibridi, ma c'erano anche ibridi vegetali, come l'anatra vegetale o l'agnello vegetale.

Creature Benefiche e il Fascino dell'Invisibile

Molte di queste creature, come gnomi, nani ed elfi, entrarono nell’immaginario collettivo a partire dai miti e dal folklore del nord Europa, ed erano descritte come dotate di talenti o qualità speciali: ad esempio, gli gnomi erano particolarmente saggi, e i nani erano grandi guerrieri. Spesso credenze di diversa provenienza si fondevano, come nel caso delle fate, che nell’immaginario medievale riunivano le caratteristiche delle fatae romane, delle nymphae greche e delle fays celtiche. Alcune di queste creature erano benevole verso gli esseri umani, altre malvagie, ma per lo più potevano essere entrambe le cose, a seconda di come le si trattava. Così, per esempio, si pensava che i neonati venissero visitati dalle fate; se queste ricevevano una buona accoglienza benedivano il piccolo con dei doni, se invece si sentivano offese lo maledivano con qualche difetto, come la zoppia o la balbuzie, e punivano i suoi parenti con qualche disgrazia. Questa credenza durò per molto tempo e la si ritrova nei racconti di fate tradizionali, come La bella addormentata.

Non tutti gli esseri appartenevano al mondo invisibile: si riteneva che alcuni, almeno in teoria, si potessero vedere. È il caso del rappresentante più noto del bestiario medievale, l’unicorno, immaginato come un cavallo con un corno in fronte al quale si attribuivano poteri curativi. Anzi, i corni di unicorno erano venduti come prodotto di lusso e chi poteva permetterseli li pagava a peso d’oro, li triturava finemente e li mescolava alle bevande come una sorta di elisir di lunga vita o come antidoto contro qualsiasi veleno potesse essergli stato versato nel bicchiere.

Draghi e Altri Mostri Ibridi: Simboli di Potere e Malevolenza

Accanto a queste creature magiche, ne esistevano altre che si potevano invece classificare come mostri. L’appellativo non implicava necessariamente che fossero malvagi, bensì pericolosi, anche in modo non intenzionale, allo stesso modo in cui potevano esserlo le bestie selvagge come orsi o leoni. Nel bestiario medievale abbondavano soprattutto vestigia della mitologia greca, come le sirene, i basilischi o grifoni, ibridi di diverse creature. Tra questi, il mostro medievale per antonomasia è senza dubbio il drago. Questo termine designa due tipi di animali molto diversi. Quelli orientali erano venerati come creature primigenie ed erano considerati simboli di buona fortuna; viceversa, i draghi europei e del Medio Oriente erano esseri maligni. Il riferimento più antico che conosciamo risale al 2000 a.C. circa: si tratta di Tiamat, una dea della mitologia babilonese dalla natura duplice che rappresentava tanto la distruzione quanto la creazione, due processi inevitabilmente connessi.

Si ritiene che il drago sia entrato nell’immaginario europeo grazie ai greci e ai fenici, che a loro volta l’avrebbero conosciuto attraverso i persiani. Già per loro era un essere malevolo, ma il cristianesimo gli diede una nuova dimensione associandolo a un’incarnazione del diavolo, creata per suscitare caos e sofferenza. Nell’Apocalisse si descrive Satana come “il grande drago” e “il serpente antico”, e leggende come quella di san Giorgio che sconfigge il drago, diffuse in tutta Europa, rappresentano il trionfo della fede cristiana sul Maligno. Malgrado ciò il drago era anche un simbolo di potere e, come altre creature mitiche quali l’unicorno o il grifone, figura spesso nell’araldica medievale.

Il simbolismo del drago nel mondo celtoligure

L’idea comune secondo cui l’ispirazione per questi mostri sarebbe sorta dai fossili di dinosauro è discutibile. In primo luogo, gli ibridi sono piuttosto comuni nella mitologia di tutto il mondo; in secondo luogo, ciò che si potrebbe riconoscere di un fossile senza l’aiuto delle moderne tecniche di estrazione e pulizia non sarebbe probabilmente sufficiente per attribuirlo a una creatura immaginaria invece che a un animale reale: non fu fino al 1824 che il primo fossile di dinosauro, specificamente un iguanodonte, venne classificato. Il primo bestiario conosciuto del mondo occidentale è il Phisiologos, scritto tra il II e il IV secolo d.C. da un autore greco anonimo e tradotto in latino e altre lingue. Ma fu solo a partire dal XII secolo che la credenza in questi mostri si diffuse davvero grazie al Bestiario di Aberdeen, che raccoglieva, a mo’ di enciclopedia naturale, esseri tanto reali quanto immaginari.

Ibridi Naturali e Creature Mitologiche: Il Caso della Chimera

La natura è un grande laboratorio dove diverse specie si incontrano e a volte si mescolano, dando vita a creature uniche con caratteristiche di entrambi i genitori. Gli animali ibridi nascono dall’incontro tra due specie diverse ma strettamente correlate dal punto di vista evolutivo, cioè che sono molto simili a livello genetico e condividono un antenato comune relativamente recente nella loro storia biologica. In pratica, sono “parenti stretti” nell’albero genealogico della vita, come il leone e la tigre, o il cavallo e l’asino. Da questa unione possono nascere esemplari unici che combinano tratti distintivi di entrambi i genitori.

Un esemplare simile alla Chimera, protagonista di poemi epici redatti da Omero ed Euripide, non è mai esistito. Figlia di Echidna, quest’ultima era un feroce mostro a tre teste - di leone, di capra e di drago - dalle quali sputava fuoco. Bellerofonte è costretto, per una lunga serie di ingiustizie, a combattere, tra i vari nemici, anche Chimera. Tuttavia, sia la natura che la mano dell’uomo hanno operato per sviluppare animali ibridi che unissero, almeno nelle intenzioni, le migliori caratteristiche di differenti razze animali in un nuovo esemplare. È questo il caso, ad esempio, della ligre (incrocio tra tigre femmina e leone), del tigone (incrocio tra tigre maschio e leonessa) e della liligre (incrocio tra un leone e una ligre femmina). Ma si tratta solo di alcuni casi celebri e emblematici.

Tra gli esempi più noti di animali ibridi c’è il mulo, prodotto dell’incrocio tra cavallo e asino, noto per la sua forza e resistenza. Altro caso emblematico è il ligre, il più grande felino ibrido, nato dall’unione tra un leone maschio e una tigre femmina, che unisce maestosità e potenza. Oltre a questi, in natura si trovano molti altri ibridi, come l’orso grolare, nato dall’incontro tra orso polare e grizzly (una sottospecie di orso bruno e abita principalmente nelle regioni montane del Nord America), un fenomeno sempre più frequente a causa dei cambiamenti climatici che modificano gli habitat. Esistono poi incroci tra specie di uccelli, come varie anatre, o tra predatori come il tigone (tigre maschio e leone femmina).

Tigone e Ligre

Ci sono alcune specie che per collocazione geografica non si sarebbero mai potute incontrare ed accoppiare - come la tigre ed il leone - a meno che non fossero ospiti di una stessa struttura in cattività. In altre occasioni può avvenire che il fato possa mettere sul nostro percorso chi non ci si aspetta. È questo il caso dell’incontro tra un orso polare ed un grizzly, quindi un orso bruno.

L'Intervento Umano nell'Ibridazione: Dal Kunga al Cane Lupo

Sono innumerevoli gli esempi di ibridazione che si potrebbero fare. Una recente scoperta ha riportato alla luce i resti di quelli che, per gli esperti, sembrerebbero i primi esemplari di ibridazione operata dall'uomo su un animale. Parliamo del kunga, una razza di asino diffusa tra le popolazioni mesopotamiche. Tavolette di argilla con scrittura cuneiforme ne descrivono la diffusione e l’utilizzo oltre che le caratteristiche fisiche: si trattava di una razza poco comune, particolarmente apprezzata tra le famiglie ricche, dalla corporatura tozza che conferiva loro grande resistenza e una velocità superiore al mulo. Non solo. Per avere certezza che si trattasse di un ibrido, i ricercatori hanno esaminato i resti ossei, sequenziandone il DNA nucleare, confrontando i risultati con il genoma di altri equidi, moderni e antichi, estinti e ancora esistenti. Non si trattava di un antenato di specie moderne ma dell’unione di due specie affini: una femmina di asino domestico e un maschio di asino selvatico siriano.

C’è poi l’uomo che con le capacità di editing genetico è in grado di creare ciò che la natura non ha mai realizzato come una gallina nuda, senza penne. Il progetto è stato realizzato in Israele per sviluppare una specie in grado di vivere nei paesi caldi. O ancora vi è il caso del cane lupo di Saarloos, un incrocio tra pastore tedesco e lupa europea, dal carattere aggressivo, con tendenze ad ululare piuttosto che abbaiare. I cani domestici (Canis lupus familiaris) sono la specie di mammiferi con maggiore varietà per quanto riguarda la taglia: una differenza che varia di 40 volte tra la più piccola e la più grande. I cani sono stati addomesticati a partire dai lupi negli ultimi 30.000 anni ma la grande varietà che abbiamo oggi è iniziata solo negli ultimi 200. Vi sono due versioni, o alleli, della variante: i cani con due copie di un allele tendevano a pesare meno di 15 kg, quelli con l’altra coppia di alleli pesavano più di 25 kg. I cani con una copia dei due alleli, invece, erano di taglia intermedia. Tutte queste specie erano in possesso degli alleli della variante “piccola” di cui era in possesso anche il fossile di un lupo vissuto in Siberia circa 53.000 anni fa. Tutte le razze di cane esistenti al mondo sono frutto di una selezione operata dall’uomo. Alcune sono più consolidate, come il Boxer (1885) e il Doberman (1870), altre sono molto più recenti, come il Puggle (anni ’80), incrocio tra un Beagle e un Carlino. Il Dogo Canario proviene dagli English Mastiff, introdotti nelle Canarie intorno al 1800 incrociati con il Bardino Majorero, una razza quasi estinta. Servivano per il combattimento ma con la sua proibizione, nel 1960, hanno rischiato l’estinzione. Emblematico il caso del Labradoodle, razza creata negli anni ’50 dall’incrocio di un Labrador e un barboncino nano, che è famoso per essere ipoallergenico. Sì, avete letto bene. In Cina, invece, si stanno portando avanti degli esperimenti per sviluppare nuove razze di cane più muscolose da affiancare alle forze di polizia.

Il simbolismo del drago nel mondo celtoligure

Fin qui ci siamo limitati a parlare di animali ma la sperimentazione, o per meglio dire l’ibridazione, sta andando avanti. Molti Paesi occidentali pongono vincoli etici alle sperimentazioni genetiche o lo consentono fino ad un certo punto dello sviluppo dell’embrione. Il suo sviluppo non è stato portato a termine ma il team di ricerca ha parlato di risultati incoraggianti. Un esperimento frutto di un precedente tentativo effettuato tra uomo e pecora per ricerche sul pancreas. Una nuova frontiera è alle porte: l’uso degli animali per sviluppare tessuti pronti all’uso in caso di nostra necessità.

Il Bestiario di Venezia: Un Viaggio Tra Animali Reali e Fantastici

"A chi l'avesse percorsa nel Medioevo, Venezia sarebbe apparsa costellata di immagini di animali". Inizia così Il bestiario medievale di Venezia, saggio edito da Carocci (con le illustrazioni di Federica Rossi), scritto da Stefano Riccioni - docente di Storia dell'arte medievale prima a Ca' Foscari a Venezia, ora a Pisa -, che ritraccia gli animali reali e fantastici nella città dei Dogi, illuminando storie antiche e angoli nascosti, osservando le facciate delle chiese, delle dimore signorili che si affacciano sull'acqua o di case più modeste, svelando meravigliose creature tra calli e campi: dai leoni ai cammelli, passando per grifoni, draghi e sirene.

Al centro di un ricco immaginario che nasce dall'incontro tra Oriente e Occidente, destinato a diventare racconto per l'apprendimento dei precetti morali o strumento apotropaico per allontanare eventi nefasti, il bestiario presenta storie in forma di exempla con animali come il gallo, che risveglia a nuova vita, il pavone, simbolo di immortalità, l'agnello, simbolo cristologico per eccellenza, o il leone, con valore ambivalente di Cristo e Anticristo (è Dio stesso ad agire come il leone contro gli empi ma, allo stesso tempo, i suoi nemici sono indicati come leoni). Cicogna, simbolo della pietas verso i genitori, airone e gru vengono rappresentati come nemici dei serpenti.

Mosaici animali Basilica di San Marco

"Questa ricerca sui bestiari è iniziata come attività didattica portata sul campo - spiega Riccioni - perché l'università, soprattutto in Italia, ha una vocazione territoriale: siamo cioè talmente pieni di ricchezze e bellezza che ogni ateneo in ogni città ha i suoi tesori. Chi, come me, si occupa di storia dell'arte, nel mio caso medievale, finisce per occuparsi del territorio". L'università, ha una vocazione territoriale, e Stefano Riccioni, nato a Roma, ha insegnato a Venezia, prima di spostarsi a Pisa dove attualmente vive e insegna.

All'anno 819 risale la fondazione del monastero di Sant'Ilario - nella gronda lagunare, in terraferma, nella frazione di Dogaletto di Mira, tra Malcontenta e Gambarare - donato dai Partecipazi, primi dogi di Venezia, ai monaci benedettini di San Servolo che desideravano spostarsi, nell'ottica di trasferimento del potere ducale da Malamocco (Metamauco) a Rialto (Rivoalto) e di consolidamento del potere e del controllo dei dogi per i quali Sant'Ilario diventa luogo strategico, perché collocato sulle sponde del fiume Une, affluente del Brenta con, alla foce, un canale di marea nel Canal Grande, una posizione molto favorevole "perché era l'ultimo approdo in terraferma prima di proseguire verso le vie fluviali", spiega Riccioni. Anni più tardi, ma nello stesso periodo - è l'anno 829 -, a Venezia arrivano le spoglie di San Marco e, per accoglierle nel migliore dei modi, viene costruito il primo nucleo della Basilica, simbolo del potere ducale e, ancora oggi, dell'intera città. "Dunque, i dogi si spostano in laguna e allestiscono anche il loro porto, costruendo colonne visibili da lontano per segnalare il punto di attracco".

Uno scavo archeologico ottocentesco riporta alla luce i mosaici pavimentali della cappella di Sant'Ilario (nel tempo distrutta, riedificata, abbandonata), testimonianza dell'origine di Venezia e concepita come luogo di sepoltura per i dogi (Agnello e Giustiniano Partecipazio), aspetto quest'ultimo sottolineato dai temi scelti per enfatizzarne la funzione funeraria: la prima evidenza di bestiario si rintraccia nel suo mosaico pavimentale (oggi nel cortile tra il museo archeologico e il Correr, a Venezia), per la precisione si tratta di un aviario da repertorio orientale, con animali come l'aquila, la fenice, il pegaso e lo pseudo-senmurv, creatura ibrida alata con coda di pavone, testa di cane e zampe ferine. "Qui le creature hanno un elemento in comune - racconta Riccioni -. Sono tutte legate alla celebrazione della vita dopo la morte: dalla fenice che risorge dalle proprie ceneri, all'aquila, che può avvicinarsi al cielo, e in prossimità del sole brucia le proprie ali per poi rigenerarsi. È la simbologia di morte e resurrezione. Il pellicano uccide i figli appena nati per resuscitarli con il proprio sangue, il pavone è immagine di immortalità fin dai tempi di Sant'Agostino.

Nella Basilica di San Marco troviamo la prima pavimentazione in laguna con queste decorazioni, "un bestiario in cui troviamo non solo volatili ma anche scene di combattimento tra diversi animali e in cui si inserisce la lepre, dalla simbologia scivolosa, perché fedele ma anche lussuriosa, che viene cacciata dall'aquila", racconta Riccioni facendo riferimento a 15 uccelli non connotati, 10 uccelli rapaci, 11 lepri, 8 aquile, 8 pavoni, 5 leoni, 6 anatre/oche, 5 agnelli (di cui uno dubbio), 4 galliformi, 3 grifoni, 3 cicogne/trampolieri, 2 civette, 2 cervi, 2 cani/lupi, 2 volpi, 1 basilisco, 1 rinoceronte. A destra della porta di San Giovanni, nei mosaici pavimentali di San Marco, si trova una scena pesantemente restaurata di cui solo alcuni dettagli sono rimasti originali, un gallo e la parte posteriore della volpe: "Si tratta del funerale della volpe, una scena ripetuta anche nel mosaico della chiesa dei SS. Maria e Donato a Murano, la cui esecuzione per le fonti letterarie sembra essere più tarda rispetto alla realizzazione dei mosaici", precisa Riccioni. Il racconto della volpe affamata che si finge morta per essere portata dentro il pollaio e fare infine strage di galline è legato a una tradizione duecentesca, ma non possiamo escludere che esistessero versioni precedenti. La volpe è sempre stata un animale scaltro e negativo, ne Il Fisiologo, testo redatto ad Alessandria d'Egitto attorno al II secolo d.C. e che viene considerato origine dei bestiari, non le viene fatto un funerale", ugualmente però balza sugli uccelli ingannati, che si posano sopra di lei credendola morta, divorandoli. Da questa storia un ispirato Gianni Rodari ne ricavò un racconto, a cui aggiunse una morale: "Fu un bellissimo funerale e i pulcini cantavano che si sentivano in Francia. Quando furono vicini alla buca, la volpe saltò fuori dalla cassa e mangiò tutto il corteo. La notizia volò di pollaio in pollaio e fece versare molte lacrime. Ne parlò anche la televisione, ma la volpe non si prese paura per nulla. Essa sapeva che le galline hanno poca memoria e campò tutta la vita facendo la morta.

Venezia è costellata di animali dentro le chiese, nei pavimenti o sugli arredi liturgici, e all'esterno di edifici religiosi e laici, all'ingresso di corti o, nelle calli e nei campi, per segnare luoghi significativi. Le decorazioni animalistiche a Venezia prendono avvio dal secolo XI, proseguendo fino alla fine del XIV, nelle pàtere, bassorilievi decorati di forma circolare, ispirate ai scodelle basse usate per le libagioni sacrificali, che con le formelle costituiscono la maggior parte delle sculture esposte in esterno. "Una volta che il bestiario è stato realizzato, concepito e prodotto all'interno delle mura ecclesiastiche, con significati collegati alla morale cristiana, questi temi iniziano a uscire dalle chiese - spiega Riccioni -. Il primo luogo dove vengono esposti sono proprio le facciate esterne della chiesa: San Marco che vediamo oggi è la chiesa rivestita di ricchissimi marmi da Costantinopoli ma, prima di questa, la facciata che mostrava un bestiario era di laterizi con manufatti provenienti dall’area padana. Gli animali escono dalle chiese e gli stessi temi iniziano ad abitare anche gli esterni di edifici privati: troviamo l'aquila che attacca la lepre, due uccelli che si beccano, le gru col collo intrecciato. Questi temi, pur mantenendo un monito morale, subiscono uno slittamento di significato: molti animali esposti in città sono legati ai combattimenti moralizzati che, come traguardo ultimo, hanno la lotta tra il bene e il male. Allo stesso tempo hanno un significato apotropaico, che allontana il male in modo scaramantico: perdono la dimensione del sacro e della moralità cristiana spostandosi su tematiche legate alla lotta tra il bene e il male e all'allontanamento del male dalle mura dell'edificio. Vengono esposte sulle pareti esterne, soprattutto sulle facciate d'acqua, le più belle: sappiamo infatti che ai palazzi più importanti si accedeva dalle vie d'acqua, ed è lì che si mostrano queste scene, molte delle quali, nella composizione originale, sono ormai andate perdute".

Il Leone di San Marco

Dal libro di Riccioni il lettore potrà ricavare informazioni preziose per tracciare un itinerario personale, a tappe, alla scoperta del bestiario veneziano. Vicino a campo dei Mori, in sestiere di Cannaregio, a destra del balcone del primo piano di un palazzo del secolo XV si mostra una scena singolare: un cammello battriano (con una sola gobba) è rappresentato accanto a un mercante. Si tratta del rilievo in pietra d'Istria di Palazzo Mastelli dal nome della famiglia dei tre fratelli mercanti Rioba, Sandi e Afani (i "mori" che sono raffigurati in quattro statue, insieme a un servo, nel campo vicino al palazzo). Se cercate i quattro centauri di Venezia li troverete nel sestiere di San Marco, in rio terà delle Colonne 1046, in riva del Carbon 4639, nel sestiere di Cannaregio, sul portale d'accesso di Ca' Boldù, in Strada Nova 3686 e nel sestiere di Castello, sulla facciata di Palazzetto Bruni, rio de la Pietà 3616. In corte seconda del Milion si trova la Casa dei Polo, edificio acquistato dai fratelli Marco il vecchio, Nicolò e Matteo Polo e che passò poi in eredità al più noto Marco, autore del Milion. I clipei del sottarco di passaggio (arco gemello di un altro nella calle del Teatro) sono popolati da animali, cinque coppie con ripetizioni speculari su entrambi i lati: ci sono draghi, uccelli, una coppia di quadrupedi, grifoni. Draghi e grifoni, creature ibride - i primi, alati e squamosi con zampe artigliate e muso da canide, sono associati al male, dei secondi, con significato sempre benefico, abbiamo già parlato -, vengono messe in contrapposizione al principio e alla fine della decorazione. Degna di nota è la ricca facciata di Ca’ Zane, in campo Santa Maria Mater Domini (San Stae) al civico 2173, mostra decorazioni su due ordini: nell'area che sormonta il primo livello, in origine, si trovavano quattro patere di cui la terza è andata perduta. Dal registro superiore a quello inferiore, da sinistra a destra, la decorazione con intento apotropaico, che sottolinea lo scontro tra il bene e il male, mostra un grifone che becca un leporide, due uccelli, forse quaglie, con becchi congiunti, uno spazio lasciato vuoto dalla terza patera sopracitata, due trampolieri con colli intrecciati e becchi congiunti. Sotto, intervallati da croci, due grifoni con ali e becchi congiunti, un altro grifone che becca un leporide e poi un'aquila rappresentata nello stesso atto, due canidi di schiena - forse dei lupi - con il muso rivolto indietro e le fauci spalancate, soggetti ripetuti anche nella patera successiva.

Il simbolismo del drago nel mondo celtoligure

Il fascino degli animali ibridi nasce dalla loro unicità e dalla storia che raccontano. Il modo più coinvolgente per conoscerli e scoprirne le caratteristiche è attraverso attività creative in classe: disegni, collage, giochi di carta e piccoli quadri permettono a ogni bambino di inventare e colorare la propria creatura. Utilizzando tempere, pastelli e colla, si favorisce la scoperta della biodiversità e si coltiva la fantasia, imparando che ogni incrocio racchiude una storia speciale. Se volete scoprire creature uniche e sorprendenti, create il vostro “Mazzo degli animali ibridi” con un semplice laboratorio creativo. Inventate un animale ibrido e disegnatelo su cartoncini bianchi usando i pastelli Giotto Stilnovo e i pennarelli Giotto Turbo Color. Arricchite i dettagli e date rilievo ad alcune parti con i pennarelli multi superficie Giotto Decor Metallic per aggiungere effetti brillanti alle vostre creazioni. Ritagliate le carte e, sul retro, scrivete una breve scheda con il nome, l’origine e una curiosità sulla vostra creatura.

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