
La Nissan Motor Corporation, uno dei colossi dell'industria automobilistica globale, opera all'interno di una struttura societaria complessa e di assenti di governance che riflettono non solo le dinamiche interne all'azienda, ma anche le profonde trasformazioni economiche, politiche e sociali che caratterizzano l'era della globalizzazione. La comprensione della sua struttura e delle sue logiche di governo richiede un'analisi che vada oltre i meri aspetti finanziari, abbracciando le implicazioni politiche, strategiche e culturali che hanno plasmato il suo percorso, in particolare in relazione alla sua alleanza con Renault e Mitsubishi Motors.
L'Alleanza Renault-Nissan-Mitsubishi: Un Modello di Interconnessione Industriale
L'alleanza tra Renault e Nissan, estesa successivamente a Mitsubishi Motors, rappresenta uno dei casi di maggiore successo di collaborazione nell'industria automobilistica globale. Tuttavia, questa interconnessione, sebbene fonte di forza e sinergie, ha generato anche complessità significative negli assenti azionari e nella governance. Renault controlla il 43,4% di Nissan, mentre Nissan detiene il 15% di Renault (senza diritti di voto) e il 34% di Mitsubishi Motors. Questa complessa rete di partecipazioni azionarie parziali ha creato un equilibrio che nel tempo è diventato oggetto di dibattito, specialmente riguardo alla sua percezione di squilibrio a favore della parte francese.
Il 15% della Casa della losanga (Renault) in mano al governo francese aggiunge un ulteriore strato di complessità, introducendo dinamiche politiche dirette nella gestione di un'entità aziendale transnazionale. Questo scenario evidenzia come la globalizzazione non sia solo un fenomeno economico, ma anche un intrigo di interessi nazionali e sovranazionali, dove le decisioni aziendali possono facilmente intersecarsi con le agende politiche dei paesi coinvolti.

Dissensi Strategici e Lotte di Potere Interne
La storia recente di Nissan è stata segnata da aspri dissensi strategici che hanno avuto un ruolo determinante nelle dinamiche di governance. La prospettiva di una fusione tra Renault e Nissan, perseguita da alcuni leader, si è scontrata con l'opposizione di figure chiave all'interno del board giapponese. Questi ultimi, infatti, si sono opposti da mesi all'ipotesi di una fusione che avrebbe posto fine al complicato intreccio azionario parziale, temendo che potesse conferire alla parte francese il controllo dell'entità combinata.
Queste divergenze hanno rivelato una lotta di potere intraziendale e un contrasto latente tra i governi coinvolti. L'idea di "ri-giapponesizzare" Nissan, a partire dal top management e potenzialmente con una ridefinizione degli assenti azionari, riflette un desiderio di riaffermare il controllo sull'azienda e sul suo futuro da parte giapponese, anziché cedere posizioni strategiche e operative. Questo scenario dimostra come, anche in un'epoca di globalizzazione dei mercati e delle imprese, le identità nazionali e gli interessi sovrani possano giocare un ruolo preponderante nelle decisioni di governance e strategiche delle grandi corporazioni.
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Il Caso Ghosn e le Sue Implicazioni sulla Governance
Il prolungato fermo dell'ex leader Carlos Ghosn, in relazione ad accuse di dichiarazioni mendaci sui suoi compensi e spese personali, ha avuto un impatto significativo sulla governance di Nissan e sull'equilibrio dell'alleanza. Il consiglio di Nissan ha agito per rimuovere Ghosn dalla presidenza e dal board, un'azione che ha evidenziato la gravità delle accuse e la volontà di dissociarsi dalle presunte irregolarità. Mitsubishi Motors ha proceduto in modo analogo, sottolineando la coesione tra i partner dell'alleanza in merito alla gestione della crisi.
In contrasto, a Parigi, Ghosn non ha perso formalmente le sue cariche in Renault, ma è stato sostituito ad interim, in ragione della sua impossibilità a operare. Questa differenza di approccio evidenzia le diverse sensibilità culturali e legali, nonché le distinte dinamiche di potere tra le aziende e i paesi coinvolti. La reazione di Renault, in attesa di informazioni dettagliate e spiegazioni, sottolinea la complessità nel navigare tra le esigenze di trasparenza, la tutela della reputazione aziendale e la preservazione delle relazioni strategiche. Il caso Ghosn, al di là degli aspetti giudiziari, ha messo in luce la fragilità degli equilibri di governance nelle grandi alleanze globali e la necessità di un'attenta gestione delle relazioni tra i vertici aziendali e i governi.
La Globalizzazione e la Trasformazione Istituzionale: Un Contesto per la Governance Nissan
La struttura societaria e gli assenti di governance di Nissan si inseriscono in un contesto più ampio di globalizzazione, un fenomeno che ha rimodellato profondamente le istituzioni economiche, politiche e sociali. La globalizzazione si manifesta come una crescente interconnessione dei mercati e una mutua interdipendenza tra diverse aree geografiche, alimentata dalla pervasività di nuove tecnologie che abbattono i limiti spaziali e temporali, permettendo forme di comunicazione immediate e "in tempo reale".
Tuttavia, le tecnologie da sole non bastano a spiegare la globalizzazione. Essa richiede anche requisiti di natura sociale, come la condivisione di una lingua comune basata sugli interessi e sulla ragione dello scambio economico, e requisiti di natura economica, quali la liberalizzazione dei mercati finanziari, che permette ai capitali di circolare liberamente, sostenendo l'espansione delle imprese nello spazio transnazionale. La globalizzazione, quindi, non è solo globalizzazione dell'economia, ma anche diffusione di quella che è stata definita la "pastorale moderna", ovvero una sorta di evangelizzazione planetaria al credo della modernità, al suo stile, ai suoi riti e alle sue istituzioni.
Questa fase, per quanto rivoluzionaria, presenta dinamiche già tracciate nel Manifesto del partito comunista del 1848, che, pur superato nell'analisi politica, ha dimostrato acume profetico nell'analisi delle tendenze proprie dell'evoluzione capitalistica e della globalizzazione. Due tendenze in particolare sono state colte: la propensione verso "l'insicurezza e il movimento perpetui" e una sorta di dissoluzione e smaterializzazione dei rapporti che il capitalismo porta con sé, fino alla dissoluzione di tutto ciò che è "solido". Questa profezia trova oggi conferma in una struttura industriale dove la conoscenza è la nuova base della ricchezza, una risorsa immateriale, mobile e impianificabile, piuttosto che la terra o il denaro.
Si può parlare di una "terza rivoluzione industriale", caratterizzata da un'estrema mobilità dei processi produttivi, organizzativi e commerciali. In questo scenario, le "entrepreneurial firms", che perseguono una strategia di continui cambiamenti dei propri prodotti per anticipare la concorrenza, si dimostrano vincenti rispetto alle "hierarchical firms". La seconda tendenza individuata da Marx ed Engels è quella per cui "la borghesia ha spogliato della loro aureola tutte le attività fino ad allora guardate con rispetto e pia soggezione. Ha trasformato il medico, il giurista, il prete, il poeta, lo scienziato in suoi operai salariati". In termini più teorici, si parla di una "struttura" economica determinante che riduce la politica, le istituzioni e le credenze a mere "sovrastrutture" senza una propria autonomia. Via via che il capitalismo conquista nuove nazioni, le costringe ad adottare il proprio "sistema di produzione", creando un mondo "a propria immagine e somiglianza".
Queste profezie marxiane ci guidano nell'analisi delle trasformazioni istituzionali che la globalizzazione comporta, riconducibili a una dinamica di alleggerimento delle istituzioni, di perdita di peso e di rigidità, e a una sempre maggiore aderenza alle ragioni dell'economia.
L'Alleggerimento delle Istituzioni e l'Aderenza all'Economia Globalizzata
L'orizzonte istituzionale attuale è assai più mobile e indefinito che nel passato. L'espansione della capacità delle forze economiche di agire in maniera transnazionale, superando limiti e confini nazionali, configura uno spazio e un tempo dell'economia che non si riconoscono più nel tempo e nello spazio delle istituzioni tradizionali. Questa sfida alle istituzioni tradizionali, soprattutto allo Stato e al suo diritto, specie nella loro versione europeo-continentale, rappresenta una vera rivoluzione che chiude un periodo storico contrassegnato dalla centralità e dall'esclusività degli Stati, aprendo una nuova fase di maggiore complessità istituzionale.
L'economia globalizzata è alla ricerca di istituzioni che siano temporalmente e spazialmente capaci di corrispondere alle sue esigenze, o cerca di adattare quelle tradizionali alle proprie. Essa trascina con sé non solo nuove forme di organizzazione e di comunicazione sociale, ma anche nuovi assenti istituzionali improntati a quella leggerezza e a quella ratio economica di cui le imprese hanno bisogno per espandere i propri scambi. Stati e istituzioni giuridiche assecondano ritmi e movenze dei mercati.
Stato, diritto e mercato sono tre importanti istituzioni delle società moderne, intese come insiemi di regole, formali e informali, accettate socialmente e stabili nel tempo, che orientano le azioni e i comportamenti sociali. È importante integrare questo significato con l'idea che esse contribuiscono a disegnare i patti sociali che regolano gli scambi tra le varie parti. Le istituzioni sono, in tal senso, puntelli essenziali dell'identità sociale e contribuiscono a comporre la griglia di diritti e doveri, di poteri e libertà, conformando ruoli che agiscono in forma interrelata e reciproca. Specialmente lo Stato (con il suo diritto) e il mercato sono parte preminente di un invisibile patto sociale che lega governanti e governati, ripartendo i poteri e le sfere di libertà, i diritti e gli obblighi, ciò che è privato e ciò che è pubblico.

Le teorie contrattualiste, all'alba degli Stati moderni, incarnarono questa idea, vedendo nello Stato la filigrana essenziale di tale scambio. Nell'Occidente, tuttavia, presero forma due diverse versioni di questo scambio. Nell'Europa continentale, una tradizione ispirata al modello hobbesiano sosteneva uno Stato forte e un diritto di ispirazione essenzialmente pubblicistica, formulato in termini di comandi destinati a dare ordine alla società. In questo modello, il mercato, visto come zona tendenzialmente anarchica, restava costretto negli argini di controlli e restrizioni statali che ne ridimensionavano il ruolo di istituzione autonoma. Ad esempio, nella concezione weberiana, il diritto del mercato, nella sua versione europeo-continentale, risponde a un intento di "calcolabilità" e associa attese di pianificazione e governo dell'economia.
Nel mondo anglosassone, e soprattutto negli Stati Uniti, ebbe luogo una diversa tradizione, ispirata al modello lockiano, in cui a uno Stato debole corrispondeva la preminenza della libertà degli individui, che trovava nella proprietà privata il suo fondamento più significativo. La contaminazione con le teorie utilitariste portava poi questo modello, specie nella sua versione americana, ad attribuire al mercato un ruolo strategico nella salvaguardia delle libertà. In ragione di questa diversa ispirazione, il diritto qui rifuggiva da una conformazione pubblicistica e trovava piuttosto negli istituti privati della proprietà e del contratto il proprio centro ispiratore. Il mercato, pertanto, piuttosto che essere un puro prodotto delle decisioni giuridiche, contribuiva esso stesso a fornire criteri ispiratori per le regole giuridiche.
All'ombra di questi due modelli, hanno avuto luogo due diverse civiltà giuridiche, note come di common law e di civil law, la cui differenza è cogliibile non solo e non tanto per i diversi istituti che le caratterizzano, ma per il diverso peso specifico che in esse assumono le tre istituzioni dette. Nella civiltà di civil law, lo Stato è in posizione di eminenza rispetto al mercato ed il suo diritto è strumento di riduzione e di addomesticamento del mercato. Nella civiltà di common law, Stato e mercato sono istituzioni che si fronteggiano e si bilanciano a vicenda.
Quest'ultima, a partire dalla centralità della common law fino alla scelta dell'assetto federale, si è costruita su un modello di concorrenza e dunque di non esclusività del referente statale. Ben diversamente stanno le cose per la prima, che, avendo a proprio fondamento esclusivamente gli Stati, viene messa a più dura prova dalle tendenze globali, che sembrano superare e sfidare quella logica di monopolio, di confini e di rigide ripartizioni del potere statale: una logica che, storicamente, si può far risalire al trattato di Westfalia del 1648, che negli Stati individuò le coordinate essenziali dell'ordine europeo, chiudendo la lunga stagione delle guerre di religione.
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Osservata da questa prospettiva, la globalizzazione è un processo di rottura di quest'ordine giuridico incentrato sugli Stati, con un consistente travaso di poteri dagli Stati verso i mercati. Questa interpretazione della globalizzazione in termini di mutate costellazioni di potere e di concorrenza tra Stati e mercati è importante per comprendere i profondi cambiamenti istituzionali che accompagnano la perdita di centralità degli Stati e i mutati patti sociali che li accompagnano.
Se il mercato acquista centralità come istituzione globale a danno degli Stati, che appaiono istituzioni locali, anche l'ispirazione centralistica del diritto statale appare in gran parte superata: il diritto, se vuol essere a misura di un mercato e di un mondo di relazioni globali, è chiamato a decontestualizzarsi, a cercare nuove misure di riferimento e ad affidarsi a nuovi soggetti creatori.
Il Ruolo degli Stati nella Globalizzazione: Declino della Sovranità
Il primo aspetto da affrontare per comprendere i cambiamenti istituzionali prodotti dalla globalizzazione è dunque il ruolo nuovo svolto dagli Stati in questo processo. Certamente ogni profezia di scomparsa degli Stati appare sbagliata o almeno assai prematura. Gli Stati sono destinati a sopravvivere nel futuro prossimo e forse persino meno prossimo. Ciò che invece si è già estinta è la sovranità statale, intesa come istanza assoluta, ossia incontrollabile ed originaria, superiorem non recognoscens, come si leggeva nei libri che davano fondamento teorico alla nozione. Oggi una nozione così vecchia della sovranità residua solo in Stati che non brillano per civiltà e democrazia e dove la corteccia statale serve soprattutto a rivestire regimi autocratici e dittatoriali.
Questo declino della sovranità statale intesa nel suo senso originario significa la scomparsa degli Stati come soggetti interni e internazionali capaci di pensare in grande e di decidere in assoluta autonomia. Cambia, in altri termini, il potere degli Stati che diventa relativo, piuttosto che assoluto. Ma relativo non vuol dire insignificante o di poco conto: vuol dire invece che vive in un rapporto dialettico pressoché costante con altri poteri esterni e diversi.
Nella situazione attuale, il primo attributo è indebolito da una situazione di sviluppo tecnologico che rende porosi e spesso irrilevanti i confini statali. Ad esempio, in materia di mercati finanziari, gli Stati possono varare e di fatto hanno varato diversi sistemi regolativi. Ma, a causa della mobilità dei capitali, questi sistemi regolativi sono tutt'altro che indipendenti e sono continuamente sfidati dalla crescente interdipendenza tra le economie di diversi paesi. Maggiori poteri mantiene lo Stato in presenza di normazioni sovranazionali: rispetto a questi nuovi poteri esterni, lo Stato rimane nella posizione di un decisivo gate keeper, che conserva un significativo potere di contrattazione e di veto. Anche laddove non può non ratificare trattati, decisioni e regole sovranazionali, proprio perché questi non sono "autoesecutivi", lo Stato può gestire significativamente l'atto di ratifica, sia nei modi che nei tempi, determinando esiti almeno in parte diversi delle normazioni comuni. Ma, anche in questo caso, si tratta di un potere parziale e interstiziale, piuttosto che intero ed assoluto.
Questa trasformazione degli Stati, che da detentori di un potere assoluto diventano detentori di un potere relativo, d'altra parte, è sintomatica delle trasformazioni della stessa arena globale, che si caratterizza per la sua natura negoziale: il trattato, il contratto, l'accordo, il negoziato diventano sempre più i modi tipici per assumere decisioni giuridiche. Se nel modello giuspositivistico le norme apparivano frutto di una decisione ascrivibile a volontà sovrana e il contratto era una modalità residuale di assumere decisioni, disponibile soprattutto per i privati, ora sono delle norme di tipo negoziale a costituire il principale mezzo di espressione giuridica transnazionale.
La riduzione degli Stati al linguaggio del contratto e dell'accordo è peraltro sintomo di una crisi della normatività che si può registrare nel mondo globalizzato. Lo Stato, rendendo precettivi i propri comandi giuridici, da una parte assicurava certezza e uniformità del diritto, dall'altro pianificava un futuro tendenzialmente in continuità con il presente. La normatività era infatti basata su premesse di stabilità e di controllo della stabilità sociale, politica ed economica. Con la globalizzazione, invece, la stabilità perde attrattiva e comunque diventa impossibile: il cambiamento diventa la scommessa continua dell'economia in modi che profilano una sorta di rivoluzione perpetua in atto. Con la fine di un contesto caratterizzato dalla stabilità, si creano le premesse per una crisi perpetua delle pretese normative. Le nuove istituzioni della globalizzazione tendono dunque ad assumere uno stile prevalentemente regolativo, piuttosto che strettamente normativo. Esse cioè fissano recinti di tipo procedurale dei quali i soggetti debbono tenere conto, ma entro i quali possono muoversi con qualche libertà per perseguire i propri fini.
Nissan Sustainability 2022: Governance e Responsabilità Sociale
Nell'ambito di questo scenario globale in evoluzione, Nissan ha delineato il suo impegno verso la sostenibilità e la responsabilità sociale attraverso il programma "Nissan Sustainability 2022". Questo piano si inserisce all'interno del "Nissan Green Program", lanciato nell'anno fiscale 2001 con una visione di lungo termine proiettata al 2050. Hitoshi Kawaguchi, Senior Vice President e Chief Sustainability Officer di Nissan, ha dichiarato: "Nissan Sustainability 2022 è allineato con i nostri obiettivi a medio termine: raggiungere una crescita costante e guidare l'evoluzione tecnologica nel settore automotive. Siamo certi che la mobilità sostenibile contribuirà a raggiungere un mondo a zero emissioni e zero incidenti mortali".
Gli obiettivi principali del programma includono:
- A favore dell'ambiente: Ridurre le emissioni di CO2 dei nuovi veicoli del 40% entro l'anno fiscale 2022 rispetto ai livelli del 2000, in parte grazie a una maggiore elettrificazione. Nissan, leader del mercato dei veicoli elettrici, punta a vendere 1 milione di unità all'anno di veicoli 100% elettrici o elettrificati entro l'anno fiscale 2022.
- Iniziative sociali: La sicurezza in auto e la filantropia aziendale sono ormai da tempo due elementi fondamentali delle iniziative sociali Nissan. Queste iniziative riflettono un impegno più ampio verso il benessere della comunità e la creazione di un impatto positivo oltre la produzione automobilistica.
- Iniziative di governance: Il programma riconosce l'importanza di una governance robusta e trasparente, essenziale per il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità e per la creazione di valore a lungo termine per tutti gli stakeholder. Questo include la gestione etica, la conformità normativa e la promozione di una cultura aziendale basata sull'integrità.

Il "Nissan Sustainability 2022" evidenzia come la governance aziendale moderna debba integrare non solo gli aspetti finanziari e strategici, ma anche quelli ambientali e sociali, riconoscendo la crescente aspettativa da parte della società e degli investitori verso modelli di business responsabili e sostenibili. Questo approccio non è solo una questione di reputazione, ma un pilastro strategico per la resilienza e la competitività dell'azienda nel mercato globale in continua evoluzione.