Gli eventi che hanno segnato la storia recente, dall'attentato di Herat che ha coinvolto militari sardi a quello di Nassiriya, fino al tragico incidente in uno stabilimento Toyota in Italia, rivelano una scia di dolore e interrogativi sulle misure di sicurezza e la gestione delle operazioni in contesti di rischio. Queste vicende, pur diverse nella loro natura, sono accomunate dalla perdita di vite umane e dall'impatto profondo sulle comunità coinvolte.

L'Attentato di Herat e il Coinvolgimento di Militari Sardi
La mattina, verso le 10.20 ora locale, un convoglio italiano composto da due mezzi in normale attività logistica è rimasto coinvolto in un'esplosione ad Herat, in Afghanistan. L'ufficio pubblica informazione di ISAF RC-West ha riferito che, a seguito dell'attentato, due soldati italiani, che viaggiavano su un Toyota Prado, sono rimasti lievemente feriti. I militari sono stati soccorsi e condotti presso il Role 2 di Herat per le cure del caso.
I soldati coinvolti nell'incidente sono stati identificati come il caporal maggiore scelto Giuseppe Deias, originario di Ardauli (Oristano), e il caporal maggiore scelto Alessandro Murgia, proveniente da Dolianova (Cagliari). Entrambi i militari sardi hanno riportato ferite leggere al collo e alla nuca, causate principalmente da schegge. Al momento dell'esplosione, il convoglio stava percorrendo la strada che collega Herat con l'aeroporto, un'area strategica dove è ubicato il quartier generale della Regione Ovest di ISAF, al cui comando si trovava il generale Antonio Satta. Sono in corso accertamenti per determinare con precisione il tipo di ordigno utilizzato nell'attentato.
In ricordo di GIOVANNI BRUNO
La Strage di Nassiriya: Una Ferita Profonda nella Memoria Nazionale
Sono trascorsi vent'anni dal 12 novembre 2003, il giorno dell'attentato a Nassiriya, in Iraq. Un evento che ha lasciato un'indelebile ferita nella memoria del Paese. In quel tragico giorno, due palazzine che ospitavano i carabinieri e i militari del contingente, parte dell'operazione "Antica Babilonia", furono sventrate da un attacco suicida. Un camion cisterna, imbottito di esplosivo, esplose davanti alla base militare italiana Maestrale, provocando una devastante esplosione del deposito munizioni e causando la morte di militari e civili.
Il bilancio della strage fu tragico: morirono 12 carabinieri, cinque soldati dell'esercito e due civili italiani, oltre a nove cittadini iracheni. Venti furono i feriti. Tra le vittime italiane si annovera il maresciallo Capo della Brigata Sassari, Silvio Olla, originario di Sant'Antioco. Anche la troupe del regista Stefano Rolla, che si trovava in Iraq per girare uno sceneggiato sulla ricostruzione di Nassiriya da parte dei soldati italiani, rimase coinvolta nell'esplosione.

La missione italiana in Iraq era iniziata solo pochi mesi prima, a giugno. L'attacco avvenne quando un camion carico di esplosivo fu lanciato a tutta velocità contro la palazzina che ospitava il contingente italiano. Il mezzo forzò il posto di blocco, e i suoi occupanti aprirono il fuoco contro i militari che risposero, ma non riuscirono a fermare il camion. Reti e fili spinati a difesa della struttura furono travolti prima che l'esplosione, causata da quattro kamikaze e oltre 200 chili di esplosivo, sventrasse gran parte dell'edificio.
Le vittime militari italiane furono: 12 carabinieri (Enzo Fregosi, Giovanni Cavallaro, Alfonso Trincone, Alfio Ragazzi, Massimiliano Bruno, Daniele Ghione, Filippo Merlino, Giuseppe Coletta, Ivan Ghitti, Domenico Intravaia, Horatio Maiorana, Andrea Filippa) e cinque uomini dell'Esercito (Massimo Ficuciello, Silvio Olla, Emanuele Ferraro, Alessandro Carrisi e Pietro Petrucci). Tra i civili, persero la vita il regista Stefano Rolla, che stava effettuando un sopralluogo per un film sulle missioni di pace, e l'operatore della cooperazione internazionale Marco Beci.
Esecutori e mandanti della strage furono individuati, ma erano tutti deceduti. Fu aperta un'inchiesta anche sulle carenze delle misure di sicurezza della base, che portò all'assoluzione dei comandanti italiani. Tuttavia, il generale Bruno Stano è stato ritenuto civilmente responsabile dalla Cassazione e condannato a risarcire i familiari delle vittime.
La presidente Todde ha sottolineato che "il ricordo della strage di Nassiriya resta una ferita profonda nella memoria del nostro Paese. Oggi rendiamo omaggio alle 28 persone che persero la vita in quell'attentato, in particolare i 19 italiani, tra cui Silvio Olla, Maresciallo Capo della Brigata Sassari, e Massimo Ficuciello, anche lui Maresciallo della Brigata". Queste parole riflettono un cordoglio che, a distanza di vent'anni, non è stato scalfito dal tempo. Ogni anno, in quel giorno maledetto, le lacrime intime della memoria sgorgano silenziose.

Omissioni e Verità Nascoste: Le Rivelazioni dei Servizi Segreti
Sulla strage di Nassiriya, molte sono state le omissioni e altrettante le verità emerse attraverso verdetti senza appello e sentenze civili della Cassazione. Le missive riservate dei servizi segreti, pesanti come macigni, avevano ripetutamente previsto quanto poi accaduto. Una verità giudiziaria che lo Stato ha tentato di tenere sottotraccia, quasi che il pronunciamento dei Giudici non esistesse.
La missione, che doveva essere di pace, si trasformò in una carneficina e, successivamente, in una pietosa resa occidentale ai talebani. La presenza italiana a Nassiriya ha alimentato, negli anni, infiniti sospetti sul motivo per cui il contingente sardo-italiano fosse dislocato proprio in quell'area, tanto pericolosa quanto sconosciuta. Si sa per certo che quella base operativa, con doppia bandiera (quella dei quattro mori e il tricolore), era dislocata nella terra del petrolio e dell'uranio.
Ciò che sconcerta è la verità processuale, con gli allarmi ripetuti del SISMI (i servizi segreti militari) che avevano messo in allerta i vertici della Missione Antica Babilonia. La scansione temporale e la precisione dei messaggi degli 007 militari è disarmante. Il primo messaggio, del 23 ottobre, avvertiva: "è pianificato un attacco ad un obiettivo al massimo entro due settimane". Il 25 ottobre, con precisione fin nei colori del mezzo, si leggeva: "l'attentato sarà compiuto con un camion di fabbricazione russa con cabina più scura del resto". Il 5 novembre, si informava il comandante della missione: "un gruppo di terroristi di nazionalità siriana e yemenita si sarebbe trasferito a Nassiriya". Una missione senza tutela e senza sicurezza. Lo confesseranno gli stessi terroristi: "è stata scelta per la sua palese vulnerabilità".
Il Ruolo dei Sardi nella Tragedia di Nassiriya e in Altre Missioni
La Sardegna ha pagato un tributo significativo in queste missioni. Il maresciallo di Sant'Antioco Silvio Olla, 32 anni, sottufficiale in servizio al 151° Reggimento della Brigata Sassari, era figlio di un maresciallo e fratello di un carrista. Il suo sacrificio, così come quello di tanti altri giovani, non deve essere dimenticato. Due giovani sardi della Brigata Sassari rimasero feriti nell'attentato.
Altri episodi tragici hanno coinvolto militari sardi in diverse missioni. La prima vittima fu il caporal maggiore del 151° Reggimento Brigata "Sassari", Samuele Utzeri, di Cagliari, morto in Kosovo il 2 aprile 2000, pochi giorni prima di compiere 20 anni, ucciso da un colpo di pistola partito accidentalmente dall'arma di ordinanza di un altro militare. Il 5 giugno 2006, sempre a Nassiriya, morì il caporal maggiore scelto Alessandro Pibiri, 26 anni, vittima di un attentato in cui rimasero feriti altri quattro militari sardi: il tenente Manuel Pilia, il primo caporal maggiore Luca Daga, il primo caporal maggiore Yari Contu e il caporal maggiore scelto Fulvio Concas.
In ricordo di GIOVANNI BRUNO
L'Attacco a Kabul e il Sacrificio dei Paracadutisti della Folgore
Un altro tragico evento ha scosso il Paese con l'attacco a Kabul, in Afghanistan, che ha causato la morte di sei soldati italiani. Tutti erano paracadutisti della Brigata Folgore, di età compresa tra i 26 e i 37 anni. Il sergente maggiore Roberto Valente, nato a Napoli nel 1972, era il più anziano dei sei e in forza al 187° Reggimento. Risiedeva a Napoli con la moglie e un figlio piccolo. Valente si trovava sul convoglio che lo avrebbe riportato dall'aeroporto alla base militare in Afghanistan. Aveva lasciato la sua città dopo aver trascorso 15 giorni di licenza con la famiglia. Invece della telefonata attesa dalla madre per sapere dell'esito del viaggio di rientro, una delegazione dell'Esercito italiano le comunicò la tragica notizia.
Tra le vittime vi era anche il caporal maggiore Matteo Mureddu, nato ad Oristano nel 1983, in forza al 186° Reggimento. Figlio di un allevatore di pecore e di una casalinga, Matteo aveva un fratello maggiore, Stefano, anch'egli militare, e una sorella che l'estate precedente lo aveva reso zio. Il giovane avrebbe dovuto sposarsi nel giugno precedente, ma aveva rinviato il matrimonio per la decisione di partire per l'Afghanistan. La notizia della sua morte fu comunicata ai familiari dal comandante militare della Sardegna, il generale Sandro Santroni, accompagnato dal sindaco del paese, Angela Sechi. Il colloquio fu "muto", come raccontato da Santroni, poiché i genitori capirono la tragedia al solo vedere le divise.
Il tenente Andrea Fortunato, classe 1974, originario di Lagonegro (Potenza), era in forza al 186° Reggimento. Aveva vissuto diversi anni a Tramutola, dove risiedono ancora i suoi genitori. Il militare era sposato e la moglie, Gianna, anch'essa originaria della Val d'Agri, era un'insegnante precaria. La coppia viveva a Badesse, vicino a Siena, dove l'ufficiale prestava servizio. Avrebbero festeggiato dieci anni di matrimonio il 16 dicembre e avevano un figlio di sette anni. L'abitazione di Badesse è stata visitata da colleghi, amici e parenti. Una psicologa si è recata alla scuola del bambino per attivare un programma di assistenza dedicato ai familiari.
Le altre tre vittime erano il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, nativo di Glarus (Svizzera) ma residente in Salento; il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, di Orvieto; e il primo caporal maggiore Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno). Ricchiuto, 26 anni, come Mureddu era il più giovane dei sei militari uccisi ed era in forza al 186° Reggimento. Risiedeva a Tiggiano, nel Salento, con la famiglia ed era il secondo di tre figli. Il padre, Angelo, emigrato in Svizzera da giovane, era rientrato da tempo con la famiglia e lavorava in una ditta di costruzioni. La madre era casalinga. Davide, autista di mezzi militari, non era alla prima missione in Afghanistan e tornava sempre a casa appena possibile.
Gian Domenico Pistonami, 28 anni, figlio unico, era fidanzato con una ragazza di Lubriano (Viterbo) ed era in forza al 186° Reggimento. Nato nell'ospedale di Orvieto, si era trasferito con la famiglia a Lubriano un mese dopo la nascita. Il padre, Franco, 55 anni, operaio, e la madre, Annarita, 47 anni, casalinga, si erano sposati nell'82 e avevano sempre vissuto a Lubriano. Pistonami, in un'intervista a L'Espresso, aveva descritto il suo lavoro come il "più importante" e pericoloso, fatto di concentrazione e tensione. Era un mitragliere, l'uomo più a rischio in pattuglia, esposto agli attacchi nella torretta del Lince.
Massimiliano Randino, nato a Pagani (Salerno) il 16 agosto 1977, era effettivo al 183° battaglione Nembo di Pistoia dal 31 gennaio. Era rientrato da una licenza di una dozzina di giorni in Italia e al momento dell'attentato era appena arrivato a Kabul. Randino, residente a Sesto Fiorentino (Firenze), lascia la moglie, con cui era sposato da 5 anni e non aveva figli. La donna ha ricevuto la notizia nel primo pomeriggio dai vertici del Nembo. Aveva alle spalle 10 anni di servizio ed era alla terza missione in Afghanistan.

I Feriti nell'Attentato di Kabul
Quattro militari sono rimasti feriti nell'attentato di Kabul: tre appartenenti al 186° Reggimento dell'Esercito e uno all'Aeronautica Militare. Il generale Massimo Fogari, capo ufficio stampa dello Stato Maggiore di Difesa, ha riferito che le loro condizioni erano buone. "Sono stati colpiti in modo abbastanza lieve vista la situazione in cui si è verificato l'attentato", ha spiegato Fogari, aggiungendo che si trattava per lo più di contusioni e choc da esplosione. I feriti hanno avuto modo di chiamare i loro familiari per rassicurarli sulle loro condizioni di salute.
L'Incidente alla Toyota Material Handling Italia: Una Tragedia sul Lavoro
La Procura di Bologna ha indagato 12 persone per l'incidente sul lavoro che ha provocato due morti - Fabio Tosi, 34 anni, e Lorenzo Cubello, 37 anni - e 11 feriti alla Toyota Material Handling Italia di Borgo Panigale. Le ipotesi di reato includono omicidio colposo, lesioni colpose e disastro colposo. Si tratta del primo atto di un'indagine inizialmente avviata a carico di ignoti.
Nei mesi precedenti all'incidente, avvenuto il 23 ottobre 2024, erano stati recuperati i componenti del serbatoio e dell'intero impianto termico, con rilievo tridimensionale da parte del nucleo investigativo antincendi dei vigili del fuoco dell'Emilia-Romagna. I reperti sono conservati in locali messi a disposizione dall'azienda. L'obiettivo è ora ricostruire la dinamica dell'esplosione e ricomporre l'impianto interessato all'interno dello stabilimento.
Tra gli indagati figurano Michele Candiani, attuale amministratore delegato di Toyota Material Handling Italia, e i suoi due predecessori: Ambrogio Bollini, amministratore delegato dal 2015 al 2019 e presidente del CDA di Toyota Material Handling Manufacturing Italy tra il 2018 e il 2019, e Giorgio Polonio, procuratore speciale e consigliere delegato di Toyota M.H.M.I. Altri indagati sono Danilo Cerasi, coordinatore del gruppo di lavoro di progettazione della centrale termo-frigorifera, Tiziano Cavazzuti e Alberto Comastri, che firmarono rispettivamente la progettazione elettrica e meccanica della centrale. Sono indagati anche Gino Bettati, Giorgio Terzi e Ettore Cantarelli, legale rappresentante, responsabile tecnico e tecnico di cantiere della Bettati Engineering Srl, l'impresa installatrice della centrale. Infine, Enzo Buzi e Alan Manfredini, legale rappresentante e responsabile tecnico della Termo-in Srl, ditta subappaltatrice dell'installazione della parte meccanica, e Gian Mario Poli, rappresentante della Sit Srl, nominata terzo responsabile dell'impianto frigorifero.
La Procura, con la pm Francesca Rago e la procuratrice aggiunta Morena Plazzi, ha raccolto in questi mesi elementi per avere un quadro completo sulla storia del macchinario. Dopo l'incidente, Michele Candiani aveva espresso il cordoglio dell'azienda per gli operai morti, sottolineando come la "comunità Toyota" si fosse stretta e sostenuta. La fabbrica ha ripreso l'attività, con gli operai rientrati al lavoro a fine gennaio.
I familiari delle vittime sono assistiti da avvocati: Fabio Tosi dagli avvocati Licia Zanetti e Alessia Patriarchi, e Lorenzo Cubello dagli avvocati Aldo Piero Garlatti e Benedetta Nefri. Anche i feriti potranno nominare i propri consulenti, assistiti tra gli altri dagli avvocati Simone Sabattini, Antonio Petroncini e Stefania Sacchetti.
