Nino Di Matteo: La Stretta Cerchiata e la Difesa Necessaria

La figura del pubblico ministero Nino Di Matteo è emersa con prepotenza nel panorama giudiziario italiano, diventando un simbolo della lotta alla mafia e, al contempo, un bersaglio di minacce sempre più pressanti. La sua dedizione al processo Stato-mafia, in particolare, lo ha esposto a un livello di rischio che ha reso necessaria l'adozione di misure di sicurezza eccezionali, culminate nella discussione sull'utilizzo di un blindato "Lince", un mezzo militare solitamente impiegato in scenari di guerra.

La Minaccia dall'Interno del Carcere: Riina e il "Crescendo" Inquietante

Le intercettazioni emerse dal carcere di Opera, a Milano, hanno gettato una luce sinistra sulle intenzioni di Totò Riina, l'ottuagenario boss dei Corleonesi. In conversazioni con un altro detenuto, Alberto Lorusso, Riina ha fatto riferimento esplicito a un attentato da compiere contro Nino Di Matteo. Le sue parole, "Tanto deve venire al processo… È tutto pronto… Lo faremo in modo eclatante…", hanno innescato un allarme elevatissimo, tanto da portare i procuratori di Palermo e Caltanissetta, Francesco Messineo e Sergio Lari, a un incontro urgente al Viminale con il Ministro dell'Interno Angelino Alfano. L'articolo 118 del codice di procedura penale, che consente la comunicazione tra inquirenti e governo per la prevenzione di reati gravi, è stato invocato per condividere le preoccupazioni derivanti dalle trascrizioni secretate ma rivelate alle autorità. Sergio Lari, con parole cariche di gravità, ha espresso l'ansia per un'azione che rischierebbe di "riportare indietro l'Italia di vent'anni", evocando il pericolo corso nel 1994 quando un malfunzionamento di un telecomando sventò un attentato che avrebbe potuto causare la morte di un centinaio di carabinieri.

Totò Riina in carcere

Il Processo Stato-Mafia e il Ruolo di Brusca

Il contesto in cui si inseriscono queste minacce è quello del dibattimento sulla cosiddetta "trattativa" Stato-mafia, un processo che vede tra gli imputati lo stesso Totò Riina. L'udienza chiave, che si è tenuta a Milano, a pochi metri dalla cella del padrino, nell'aula bunker del carcere di Opera, prevedeva l'ascolto del pentito Giovanni Brusca, figura centrale nella strage di Capaci. La coincidenza tra l'udienza e le minacce di Riina ha reso l'appuntamento ancor più carico di tensione, evidenziando la complessità e la delicatezza delle indagini in corso.

La Scorta e il "Carro Armato": Un Diniego Motivato

Di fronte all'escalation delle minacce, è emersa la proposta di dotare Nino Di Matteo di un blindato "Lince", un mezzo corazzato di concezione militare. Tuttavia, Di Matteo ha espresso un diniego cortese ma fermo: "No, non se ne parla. Non posso andare in giro per Palermo, in un centro abitato, con un carro armato. Non chiedetemelo". Questa posizione non denota un rifiuto della protezione, bensì una precisa volontà di non alterare la propria presenza nella vita civile e di non creare un'immagine che possa essere percepita come una militarizzazione del suo ruolo. Il suo invito all'apparato antimafia è stato quello di rafforzare la scorta con altri sistemi, privilegiando un approccio che non lo isoli dalla realtà in cui opera. La sua decisione di limitare gli spostamenti allo stretto necessario testimonia la sua profonda consapevolezza del pericolo e la sua determinazione a continuare il suo lavoro.

La Solidarietà Istituzionale e le Nuove Tecnologie di Difesa

In risposta all'emergenza, la solidarietà istituzionale si è manifestata con chiarezza. La presenza del procuratore capo Francesco Messineo al fianco di Di Matteo e degli altri pubblici ministeri nell'udienza di Milano, dichiarata come un gesto di supporto, ha sottolineato l'unità d'intenti. Parallelamente, sono state attivate nuove tecnologie di difesa, come il "bomb jammer", un dispositivo capace di neutralizzare congegni esplosivi, destinato a rafforzare la sicurezza dei magistrati più esposti, un elenco che include almeno cinque figure tra Palermo, Caltanissetta e Trapani.

20) "Totò Riina era Totò Riina " Francesco Di Carlo 4° Parte trattativa Stato Mafia 27 febbraio 2014

Matteo Messina Denaro e le Ipotesi di Regia

Le indagini hanno anche puntato il dito verso Matteo Messina Denaro, il latitante di Castelvetrano. Un appunto anonimo, risalente a otto mesi prima, indicava Denaro come il presunto regista di un attentato contro Di Matteo, ipotizzando il coinvolgimento di altri uomini d'onore, anche detenuti, e persino il consenso di Riina, ottenuto tramite suo figlio. Questa ipotesi è stata rafforzata da un confidente che a luglio aveva parlato di "15 chili di tritolo" destinati a Palermo con l'obiettivo di eliminare "il pm della trattativa Stato-mafia".

La "Macchina del Fango" e le Critiche Mediatiche

Accanto alle minacce concrete, Nino Di Matteo è stato oggetto di una campagna mediatica che alcuni hanno definito una "macchina del fango". Critiche sono state mosse da figure come Vittorio Sgarbi e Ferrara, che hanno messo in discussione il suo operato e il suo ruolo nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Sgarbi, in particolare, ha accusato Di Matteo di alimentare la "leggenda Riina", paragonando la situazione a quella di Falcone, accusato di aver inscenato l'attentato dell'Addaura. Ferrara ha contrapposto l'immagine di Berlusconi, da lui ritenuto "da calunniare", a quella di Di Matteo, descritto come un magistrato "da santificare", auspicando un'inchiesta parlamentare. Il direttore di Panorama ha citato le dichiarazioni di Ilda Boccassini su Vincenzo Scarantino, definendolo un "balordo", per sostenere che Di Matteo avesse creduto a Scarantino e non alla Boccassini. Queste semplificazioni giornalistiche hanno talvolta oscurato la complessità delle sentenze e delle indagini, come nel caso della partecipazione di Giuseppe Graviano e dei suoi associati, la cui condanna è rimasta solida.

Percorso Professionale e Impegno Antimafia

Nino Di Matteo ha intrapreso la carriera in magistratura nel 1991 come sostituto procuratore presso la DDA di Caltanissetta. La sua dedizione alla lotta contro la criminalità organizzata lo ha portato a occuparsi di indagini complesse, inclusi i rapporti tra Cosa Nostra e alti esponenti delle istituzioni. È stato parte integrante del processo a carico dell'ex prefetto Mario Mori, indagato per ipotesi di reato connesse alla trattativa Stato-mafia. La sua carriera è stata costellata da riconoscimenti e nomine di rilievo, tra cui quella, all'unanimità, a Sostituto Procuratore presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo nel marzo 2017, dopo due precedenti tentativi non andati a buon fine per motivi di curriculum e vizi di forma.

Palazzo del CSM (Consiglio Superiore della Magistratura)

Le Indagini sulla Trattativa e le Intercettazioni controverse

Un capitolo particolarmente delicato della sua carriera riguarda le indagini sulla trattativa Stato-mafia. Le intercettazioni di conversazioni tra l'ex senatore e ministro dell'Interno Nicola Mancino e l'allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano hanno sollevato questioni giuridiche e politiche complesse. Di Matteo, pur ammettendo l'esistenza di tali registrazioni, ne ha sottolineato l'inutilità processuale, escludendone l'utilizzo in dibattimento. Queste vicende hanno portato a indagini e proscioglimenti da parte del CSM, che ha in alcuni casi salvaguardato la posizione di Di Matteo e del procuratore Messineo riguardo alle intercettazioni controverse.

La Rimozione e il Ritorno al "Pool Stragi"

Nel maggio 2019, il Procuratore capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, ha deciso di estromettere Nino Di Matteo dal neonato "pool stragi", provvedimento comunicato al CSM. La motivazione addotta riguardava una presunta interruzione del rapporto di fiducia all'interno del gruppo e con le direzioni distrettuali antimafia, a causa di analisi svolte da Di Matteo in un'intervista televisiva che ricalcavano piste di lavoro riservate sulle stragi. Tuttavia, il CSM ha osservato che Di Matteo si era basato su elementi noti, come il ritrovamento di un biglietto di un agente dei servizi segreti, un guanto con DNA femminile, la scomparsa del diario di Falcone e l'ipotesi del coinvolgimento di membri di Gladio nelle stragi. Nell'ottobre 2020, Cafiero De Raho ha revocato il provvedimento di espulsione, reintegrando Di Matteo nel "pool stragi".

La Scelta di Vita: Impegno e Sacrificio

Nino Di Matteo, attraverso la sua carriera, ha incarnato un modello di magistrato integro e coraggioso, disposto a mettere a rischio la propria incolumità per affermare la legalità e la giustizia. La sua scelta di vita, pur esponendolo a pericoli inauditi, è un monito costante alla società civile e alle istituzioni sull'importanza di non abbassare mai la guardia nella lotta contro la criminalità organizzata. La sua figura continua a essere un punto di riferimento, un simbolo di resistenza e di speranza nella battaglia per uno Stato di diritto più forte e più giusto.

Simbolo della giustizia

La Carriera e le Nomine Chiave

Entrato in magistratura nel 1991 come sostituto procuratore presso la DDA di Caltanissetta, Di Matteo ha progressivamente scalato le vette della carriera giudiziaria. Il suo impegno si è concentrato sui rapporti tra Cosa Nostra e le alte sfere dello Stato, un'area di indagine estremamente delicata e rischiosa.

Il Ruolo nel Processo Mori e le Ipotesi sulla Trattativa

Una tappa fondamentale della sua carriera è stata la partecipazione al processo a carico dell'ex prefetto Mario Mori. Le indagini in questo contesto hanno toccato direttamente le ipotesi di reato connesse alla presunta trattativa Stato-mafia, un argomento che ha attirato su Di Matteo e altri magistrati un'attenzione mediatica e giudiziaria senza precedenti.

L'Ipotesi di Attentato da Parte di Messina Denaro

Ulteriori elementi di preoccupazione sono emersi riguardo a un presunto attentato organizzato da Matteo Messina Denaro ai danni del PM già nel 2013. Secondo le accuse di Vito Galatolo, il boss di Castelvetrano avrebbe fatto recapitare un pizzino ai boss di Palermo, chiedendo l'eliminazione di Di Matteo poiché "si è spinto troppo oltre", con la specificazione che si trattasse "degli stessi mandanti di Borsellino".

Le Vicende Giudiziarie Relative ai Processi sulle Stragi

La carriera di Di Matteo è stata anche segnata dalle complesse vicende giudiziarie relative ai processi sulle stragi, come il Borsellino I, II, III e IV. In particolare, il Borsellino IV ha visto sentenze emesse nel 2017 e motivazioni depositate nel 2018, con assoluzioni basate sulle rivelazioni di Gaspare Spatuzza riguardo a falsi pentiti come Vincenzo Scarantino.

La Responsabilità sul Falso Pentito Scarantino

Le responsabilità attribuite a Nino Di Matteo riguardo al falso pentito Vincenzo Scarantino sono state da lui stesso smentite. Di Matteo ha chiarito il suo ruolo e le tempistiche del suo ingresso nella direzione distrettuale antimafia, sottolineando come si occupasse di procedimenti ordinari al momento dell'arresto di Scarantino e che le sue indagini sulla mafia e la Stidda di Gela si concentrassero su aspetti diversi, sebbene da questi processi siano emersi elementi cruciali sull'accelerazione che portò alla morte del giudice Borsellino e sul possibile coinvolgimento di "mandanti esterni".

Le Intercettazioni Mancino-Napolitano e le Reazioni Istituzionali

Le intercettazioni tra Nicola Mancino e Giorgio Napolitano, avvenute nel 2011 durante le indagini sulla trattativa Stato-mafia, hanno suscitato reazioni contrastanti. Di Matteo aveva ammesso l'esistenza di queste registrazioni, ma ne aveva negato l'utilità processuale. Le sue dichiarazioni hanno innescato una serie di reazioni, tra cui un intervento di Napolitano che ha contestato la lesione delle prerogative costituzionali. Il CSM ha successivamente prosciolto Di Matteo e Messineo da ogni accusa in merito.

La Rimozione dal "Pool Stragi" e il Ritorno

La decisione di Federico Cafiero De Raho di estromettere Di Matteo dal "pool stragi" nel 2019, a seguito di un'intervista televisiva, ha generato un ampio dibattito. Il CSM, tuttavia, ha ritenuto che le analisi di Di Matteo si basassero su elementi noti, portando alla revoca del provvedimento di espulsione nell'ottobre 2020 e al suo reintegro.

Libri e Riconoscimenti

L'impegno di Nino Di Matteo è stato anche testimoniato dalla pubblicazione di libri, tra cui "Il Patto Sporco" e "Il Colpo di Spugna", scritti con Saverio Lodato, che esplorano i legami tra mafia, politica e istituzioni. La sua figura è stata celebrata in numerose occasioni con cittadinanze onorarie conferite da diverse città italiane, a testimonianza del riconoscimento del suo coraggio e della sua dedizione alla giustizia. La sua carriera, costellata di successi investigativi ma anche di pericoli costanti, lo rende una figura centrale nella lotta all'antimafia in Italia.

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