Le Alpi Apuane, con la loro intricata morfologia e le sfide che offrono agli alpinisti, rappresentano un palcoscenico naturale per avventure indimenticabili. Nonostante le loro cime non superino i duemila metri, l'altezza dal livello del mare, prossima allo zero, le rende particolarmente impegnative, specialmente in inverno, quando l'abbondanza di neve e ghiaccio trasforma i percorsi in vie di notevole difficoltà e con dislivelli considerevoli. Questo articolo ripercorre alcune di queste epiche spedizioni, intervallate da momenti di vita e di amicizia, che dipingono un quadro vivido dell'alpinismo di un'epoca.

Il Capodanno a Milano e l'Incontro con le Sorelle Antonioli
La notte di Capodanno rimase impressa nella memoria. A Milano, in via Morgagni 1, risiedevano le sorelle Marina e Ornella Antonioli con i loro genitori. Quella sera, mentre Marina e i "vecchi" erano a Courmayeur, Ornella era rimasta in città per attendere la mezzanotte con gli amici Antonella Rapetti e Lorenzo Marimonti. Quest'ultimo era il fratello del famigerato Lucio, colui che aveva causato un inconveniente con l'automobile. La casa era spaziosa e accogliente, e le presentazioni avvennero in modo informale. Le due ragazze, Antonella e Ornella, si rivelarono subito affascinanti e diverse tra loro: Antonella estroversa ed espansiva, Ornella più riservata ma attenta e ricettiva. Dopo aver consumato vino rosso e gli avanzi della cena, la comitiva si preparò per la serata. La confidenza di Antonella con Lorenzo le permetteva di esprimere apertamente l'apprezzamento per l'aspetto "imbarbonito e selvaggio" dei nuovi arrivati.
RICORDI E TESTIMONIANZE DI UN'EPOCA
La serata proseguì fino alle prime luci dell'alba, tra chiacchiere e risate, alimentate dall'euforia e dall'alcol. Verso le quattro del mattino, si decise di recarsi in un locale del centro per ballare. Un'atmosfera quasi onirica, con l'inizio di un delicato avvicinamento con Ornella. I festeggiamenti si protrassero fino alle otto del mattino, quando, stanchi ma felici, si fece ritorno a casa. Dopo i saluti, Lorenzo accompagnò a casa sua in via Castelfidardo 8, dove si cercò di recuperare le energie in vista del pranzo con Pompeo Marimonti, padre di Lorenzo e Lucio, in via Foppa.
Al pranzo erano presenti anche Antonella e Ornella. Fu in quell'occasione che emerse una passata "liaison" tra Ornella e Lucio, una circostanza che non contribuì certo a migliorare la già scarsa simpatia per quest'ultimo. Il commiato da Ornella fu malinconico ma carico di aspettative, segnando la nascita di un sentimento profondo.
Le Prime Ascese Invernali sul Monte Pisanino (1969)
Il 5 gennaio 1969, partendo da Genova alle prime luci dell'alba, si affrontarono le Apuane per un paio di giorni. Con Alba Coronzu, Lino Calcagno e Nello Tasso, si diede l'assalto alla parete est del Monte Pisanino (1946 m). Questa parete era stata salita per la prima volta otto anni prima, il 12 marzo 1961, da Euro Montagna, G. Piombo e S. Rinaldi. Successivamente, si scoprì che la seconda salita era stata effettuata nel marzo 1963 da Eugenio Vaccari e Piergiorgio Ravajoni. La spedizione del 1969 rappresentava dunque la terza ascesa.

L'impresa richiese nove ore per raggiungere la vetta. La presenza di Alba, sebbene rallentasse il ritmo, fu caratterizzata da una tenacia ammirevole; da "buona sarda tenace", non emise alcun lamento fino al raggiungimento notturno del rifugetto della Serenaia. Questo periodo era dedicato alle Apuane, nonostante i desideri personali puntassero più a nord, verso le "nebbie milanesi".
Tentativi e Ritiri sulla Pania Secca e il Monte Alto di Sella
Il 12 gennaio fu la volta di un nuovo tentativo sulla Pania Secca, con l'obiettivo di salire d'inverno il pilastro sud-est. Per l'occasione, la cordata della Major (i due Calcagno e Nello Tasso) si riunì. Tuttavia, l'impresa si rivelò impossibile. Non si ricorda con certezza se il ritiro fu causato dal maltempo o dall'eccessiva quantità di neve, ma la prima opzione appare più probabile.
Una settimana dopo, il 19 gennaio, le Apuane furono nuovamente il teatro di un'altra spedizione, questa volta con Vittorio Pescia. Dopo aver trascorso una notte in una confortevole pensioncina a Gramolazzo (o Gorfigliano), ci si avventurò lungo il vallone dell'Arnétola per una ricognizione fino alla base della parete nord del Monte Alto di Sella. Questa parete, ancora inviolata, si presentava con condizioni meteo favorevoli, ma il compagno non era in forma. Dopo aver percorso una sola lunghezza, si fu costretti a tornare indietro.

Per non sprecare completamente la giornata, si ripiegò sulla cresta nord-est. Anche questa via non era mai stata salita integralmente; il suo terzo superiore era stato percorso il 15 maggio 1904 da Emilio Questa e M. Corti. L'idea di una salita integrale e invernale rappresentava un'opportunità allettante, ma anche questa sfuggì a causa della febbre che debilitava Vittorio. I dati tecnici di quel giorno parlano di circa tre ore per raggiungere l'attacco, nove ore di arrampicata e tre ore e mezza di discesa, con un dislivello di milleduecento metri: settecento in un canalone e cinquecento lungo un imponente sperone con difficoltà (estive) di quarto e quinto grado e tratti di A1. Seguivano altri milleduecento metri di discesa.
La Vittoria sul Canalone di Trimpello (1969)
La narrazione di queste avventure prosegue con la descrizione dettagliata di cinque tentativi falliti prima del vittorioso. Non si trattava di partire da Courmayeur o Chamonix, dalle Alpi Occidentali, né da Alleghe o Cortina, dalle Dolomiti. La base dell'azione era Fornovolasco, un piccolo paese a 480 metri di quota, situato in un contesto più isolato di molti rifugi. La locanda "La Buca", situata nel centro di Fornovolasco, fungeva da punto di appoggio, raggiungibile tramite una strada scomoda, tortuosa e oggettivamente pericolosa, spesso ostruita da massi di notevoli dimensioni e esposta alla caduta di ghiaccio dagli strapiombi sovrastanti.
RICORDI E TESTIMONIANZE DI UN'EPOCA
Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969, ci si addentrò nel Canalone di Trimpello, procedendo alla luce delle pile frontali. Il suono dei richiami di gufi e civette era l'unico accompagnamento. Ogni impennata del canale suscitava l'esclamazione: "siamo al salto!". Tra innumerevoli piccoli salti, protuberanze e caminetti, se ne presentava uno di circa otto metri di IV grado, un primo assaggio delle asperità della salita. Secondo l'opinione di uno dei predecessori, bagnato diventava di V, con un po' di vetrato di VI, e con uno zaino pesante forse VII!
Ai primi raggi solari, si giunse all'attacco. Seduti, si godette dello spettacolo: a oriente e sud montagne a perdita d'occhio, a occidente la Versilia e il mare, a nord l'imponente muraglia delle Panie. Le pareti est e ovest erano abbondantemente innevate, mentre le creste erano piuttosto pulite, segno del buon lavoro del vento. I primi cento metri dello sperone si rivelarono facili, sebbene in alcuni punti vi fosse del vetrato. La roccia non era ideale, in diversi tratti era così friabile da risultare "soffice", ma dove la parete era verticale, fortunatamente, la qualità migliorava.
Sul primo tiro di artificiale, si presentava una lama dall'aspetto instabile. Alessandro, che era in testa, confermò che avrebbe potuto cedere. Si osservava la lama e Alessandro, chiedendosi con aria ebete cosa sarebbe accaduto in caso di caduta. La lama resistette, e quasi ci si rimase male. Sul terzo tiro di corda, tre chiodi lucenti e un cordino nuovissimo segnavano il limite massimo raggiunto nell'ultimo tentativo.
Le due cordate funzionavano egregiamente: la prima era la "cordata di assalto", mentre la seconda aveva il duplice compito di "schiodare" e di "sollazzare l'intera equipe". Quest'ultima era composta dal giovane e valente Franco Piana e dal altrettanto valente e meno giovane Giorgio Noli. Tali avventure, veramente non comuni, ascoltate con un piede sulla staffa, una mano aggrappata a un ciuffo d'erba e l'altra in cerca di un appiglio, risultavano senza dubbio rilassanti.
La relazione indicava che dietro lo spigolo vi era un diedro di IV grado, quindi "facile". Si girò una quinta rocciosa e si affrontò il diedro alzando un piede e una mano, ma si rimase immobili. Si provò con l'altro piede e l'altra mano, ma senza successo. I suoi 25 metri di IV grado furono superati con sette chiodi in circa quarantacinque minuti. Un'aerea crestina nevosa interruppe brevemente la serie di passaggi, offrendo la possibilità di osservare il paesaggio circostante. Le Apuane si rivelavano veramente strane: non superavano i duemila metri, ma cominciavano quasi da zero, intricatissime e solcate da gole profonde, particolarmente interessanti d'inverno, quando innevate offrivano vie di notevole impegno con dislivelli considerevoli.
Si procedette nuovamente a ovest, nella neve e nel ghiaccio. Un camino da superare "in spaccata". Franco Piana (tragicamente scomparso sull'Everest nel 1980) era un protagonista di queste avventure. Gli ultimi due tiri, in pieno sud e al sole, furono percorsi insieme, tra risate e discorsi. La roccia non era molto buona, gli appigli cedevano di tanto in tanto, venivano scambiati con gentilezza e lanciati nel vuoto, dato che dietro non c'era nessuno.
Alle sedici, si raggiunse la vetta. Il sole cominciava a scendere. Ci si lanciò giù per il versante ovest della Pania. I pendii erano innevati, la neve a tratti teneva e a tratti no. Bisognava raggiungere il Passo degli Uomini della Neve con la luce, poi si sarebbe stati al sicuro. Ma il passo era "laggiù", anzi "lassù", quasi in cima alla Pania della Croce. Alessandro, l'esperto, precedette di corsa. Gli altri lo seguirono a passo di carica fino al rifugio Pania. Era chiuso. Il serbatoio di raccolta dell'acqua piovana era pieno di neve e ghiaccio. A giudicare dalle innumerevoli orme e dalla "corona di escrementi", doveva esserci stata molta gente.
Si arrancò in lotta con le tenebre sui pendii orientali della Pania della Croce, e finalmente si raggiunse il desiderato passo in tempo per vedere il sole sparire. Si vedeva benissimo la Corsica. Le luci si accendevano in Versilia. Di fronte, il Monte Nona e il Procinto con i Bimbi. Con altri amici, ancora sete e freddo. Laggiù, in fondo, Fornovolasco. Quanto era lontano. Si riaccesero le frontali. Ricominciarono i boschi di castagni e finì la neve. Si risentirono le civette e i gufi. Finalmente una fontana, bella, così isolata e desiderata.
Alle venti, si entrò a Fornovolasco. Dalle finestre illuminate del paese, le ragazzine indigene spiavano gli alpinisti, una "razza strana" che, nati lì, non erano mai stati sulle Panie. Alla locanda, la padrona accolse i ritornati chiedendo giuliva: "andata bene la passeggiata?". Si uscì lentamente in auto dal paese, diretti verso Genova. In silenzio. "Inverni come una volta la mamma non ne fa più… ma anche Franco non c’è più, e di gente come lui ce n’è sempre di meno."

I Tentativi Precedenti al Canalone di Trimpello
Per ben due volte, in quattro persone, si era viaggiato in una Fiat 500 fino a Fornovolasco, un paesino sperduto incassato alla fine degli anni '60 in fondo a una valle che, in zone più "ragionevoli" del mondo, sarebbe stata disabitata anche allora. Alla terza, si era finalmente riusciti a partire, più o meno ai primi di febbraio del 1968. Il nome di quel "canalaccio" era Trimpello.

Il tempo era bellissimo, ma la neve era davvero tanta, e ci vollero quattro ore per arrivare dove d'estate ci si legava. In realtà, ci si era già legati da un bel po'. Gianni Calcagno osservava dubbioso le condizioni davvero spaventose della roccia. Il fratello Lino e Nello Tasso non commentavano, ma in cuor loro erano ben decisi a scendere. Non al primo, ma alla fine del secondo tentativo, ci riuscirono! Dopo le due o tre ore necessarie per fare il primo tiro, comunque quello tecnicamente più difficile, anche Gianni ed io ci convincemmo che non era il caso di insistere. Sul secondo tiro, Gianni aveva dovuto ripulire la roccia centimetro dopo centimetro, perché la neve era incrostata ovunque.
Un altro tentativo fu abortito nel gennaio dell'anno dopo (il quarto!). Poi, finalmente, ma cambiando compagni (perché quelli vecchi avevano deciso che il Canalone di Trimpello portava sfiga), ci si ritrovò a dormire nella Locanda La Buca, l'unica di Fornovolasco. Con l'automobile di Giorgio, se non si ricorda male, si era raggiunto il paese per la solita scomoda, tortuosa e pericolosa strada. I nuovi compagni erano il "gaudente e ottimista" Giorgio Noli, l'"atletico" Gianluigi Vaccari, detto il "professore", e infine una nuova conoscenza, quel Franco Piana la cui attività cominciava a far parlare di sé nel giro degli alpinisti genovesi. E genovese lui lo era davvero, tanto è vero che il suo eloquio escludeva per principio qualunque espressione in italiano. E si partì alle solite e buie tre e mezza di notte, dai 480 metri di quota di Fornovolasco. Ci si sentiva come Tuckett o Freshfield un secolo fa.
Alle quattro del mattino del 26 gennaio 1969, ci si addentrò nel Canalone di Trimpello, aiutandosi con le pile frontali. Il percorso era ben ricordato, ma questa volta era asciutto; sarebbe stata una bellissima giornata. La prima lunghezza, dura, data l'esperienza precedente, era affare proprio, ma non c'era confronto con l'altra volta. Tuttavia, si notò l'inaffidabilità di una lastra rocciosa, davvero temibile.
Si era instaurata una bella collaborazione. Gianluigi ed io davanti, Franco e Giorgio dietro a schiodare (ma anche eventualmente pronti a darci il cambio). Soprattutto Giorgio era scatenato: sollazzava il secondo di turno della prima cordata con il racconto di esperienze amorose (non si capiva bene se reali o fantastiche) cui lui si sottoponeva con entusiasmo e ripetutamente. Era così tranquillo mentre declamava che riusciva a fare del "pornoalpinismo" anche nelle posizioni più assurde. Franco commentava a modo suo e stimolava con battute graffianti e molto "genovesi" la creatività del meno giovane Giorgio, una vita, sembrava, spesa negli "accoppiamenti improbabili".
In cima si arrivò alle sedici, in piena luce calante. Non ci si fermò che qualche minuto, poi ci si buttò giù verso il Rifugio Pania (oggi Rossi) in quell'atmosfera da crepuscolo che rimane impressa nella mente. I pendii erano innevati, ma si scendeva bene. A passo di carica e abbastanza assetati, si raggiunse la costruzione del rifugio. Desolante! Il serbatoio di raccolta dell'acqua piovana era pieno di neve e ghiaccio. Bisognava far presto. Era assolutamente necessario raggiungere con la luce almeno il Passo degli Uomini della Neve, quasi a 1700 metri, una specie di spalla della Pania della Croce, punto obbligato di passaggio per raggiungere la Foce di Valli e da lì poter scendere a Fornovolasco. Il sole sparì all'orizzonte della ben visibile Corsica proprio quando si raggiunse il passo. - "È andata bene la passeggiata?" - "Certo che è andata bene… belin, e come doveva andare?"
Dopo una conferenza a Firenze la sera del 29 gennaio, si ripartì il 30.

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