Bambini dimenticati in auto: cause, prevenzione e il fenomeno della Forgotten Baby Syndrome

Purtroppo, come mostrano i fatti di cronaca, il fenomeno dei bambini dimenticati in auto, spesso con esiti tragici, è una realtà che può capitare. Questo drammatico evento, definito in ambito non scientifico come "Forgotten Baby Syndrome" (FBS), è in costante crescita e genera profonde ripercussioni per il genitore, la famiglia e la società intera. In Italia, si tratta del dodicesimo caso di bambino morto perché dimenticato in auto, un dato messo in ombra soltanto dalle cifre americane, dove la sindrome da abbandono in macchina ha una frequenza cinque o sei volte maggiore rispetto al nostro Paese e dove il fenomeno viene studiato con attenzione da diverso tempo.

Bambino dimenticato in auto

I casi di decessi di bambini abbandonati da un genitore all’interno di veicoli parcheggiati non sono così rari se si considerano i dati riguardanti diversi Paesi, quali gli Stati Uniti, il Brasile e l’Italia, dove sono state condotte ricerche su questa specifica tematica. Ciò che si osserva in generale, e in particolare negli Stati Uniti, è che si tratta di un fenomeno in crescita costante.

I pericoli dell'ipertermia nell'abitacolo

Quando fa caldo, la temperatura all'interno dell'abitacolo può salire ogni 15 minuti di 10° - 15°C, anche aprendo i finestrini. Questa condizione può rapidamente portare all'ipertermia, un eccessivo rialzo di temperatura corporea. I bambini e i neonati sono particolarmente esposti a questo rischio a causa della loro ridotta superficie corporea e della minore quantità di acqua nelle riserve corporee, che fa sì che la loro temperatura corporea salga da tre a cinque volte più velocemente rispetto a quella di un adulto. L'ipertermia può verificarsi in soli 20 minuti e la morte può sopraggiungere entro circa due ore, anche in giornate relativamente fresche, con temperature sui 22°C.

Grafico aumento temperatura in auto

Il sistema termoregolatore dei bambini, specie se molto piccoli, non è efficiente come quello degli adulti e la temperatura corporea si può innalzare a una velocità dalle 3 alle 5 volte superiore rispetto agli adulti. Di fronte a questo fenomeno spesso le domande ricorrenti sono: come può succedere? Questi genitori sono sotto l’effetto di sostanze stupefacenti? Sono affetti da malattie mentali? O sono semplicemente e drammaticamente negligenti? Se si guarda alle caratteristiche dei singoli episodi però ci si trova, nella maggior parte dei casi, di fronte a genitori amorevoli che non hanno dato mai segni di instabilità o di negligenza.

Le ricerche scientifiche sul tema dei decessi di bambini abbandonati (dimenticati) dai genitori in auto sono molto limitate. Le pubblicazioni riferibili a questo tema trattano le specifiche condizioni cliniche che costituiscono la causa di morte dei bambini coinvolti, ovvero ipertermia e “colpo di calore” o alla particolare vulnerabilità dei bambini a questa condizione. Molto raramente il focus della ricerca è centrato sulle circostanze in cui tali decessi occorrono. Per quanto riguarda gli aspetti classificatori, sia nell’ICD-9 sia nell’ICD-10 (International Classification of Disease), non esistono codici specifici per identificare le morti legate al calore all’interno di veicoli.

Negli ultimi anni si rileva una crescente attenzione, in particolare negli Stati Uniti, delle agenzie Governative e di tutela della pubblica sicurezza su questo fenomeno. Nello specifico, la National Highway Traffic Administration (NHTSA) ha dedicato una particolare attenzione a questo fenomeno, con rilevazioni statistiche aggiornate e interventi volti all’informazione e alla prevenzione. Probabilmente l’accrescimento dell’impegno istituzionale è legato alla crescita del fenomeno e all’impatto che questo ha avuto sull’opinione pubblica e sui media. Resta il fatto che un simile aggiornamento non è avvenuto nel campo della ricerca, che rimane assai limitata e carente nello studio di un fenomeno così controverso e dalla connotazione tanto complessa.

Il colpo di calore. Perché succede, come riconoscerlo e come trattarlo

Uno dei maggiori limiti della ricerca in questo campo è legato alle fonti delle informazioni rilevanti, che nella maggior parte dei casi sono circoscritte ad articoli di cronaca e dunque a resoconti degli eventi di scarsa affidabilità. Tali fonti di informazione, inoltre, lasciano dubbi anche sull’effettivo numero dei casi, considerato che non tutti sono riportati dalla cronaca. La sfida attuale per i ricercatori è quella di cercare di individuare la reale incidenza del fenomeno, le circostanze in cui certi incidenti si verificano e tentare di spiegare come simili eventi possano accadere. La ricerca dovrebbe dunque dare una risposta circostanziata e affidabile a una domanda molto complessa. L’unico modo in cui ciò può essere fatto è attraverso un’attenta e puntuale analisi delle circostanze in cui questi eventi si verificano, con un approccio che sia sufficientemente strutturato da tenere conto delle diverse variabili in gioco: da quelle individuali e psicologiche, a quelle cognitive, fino a quelle sociali.

I sintomi legati all'ipertermia possono includere:

  • Crampi da calore: La sudorazione profusa determina un’importante perdita di sali (cloruro di sodio e potassio), che causano la comparsa dei crampi muscolari.
  • Esaurimento da calore: La massiccia perdita di elettroliti col sudore può determinare, oltre ai crampi muscolari: nausea, vertigini, vomito, sensazione di svenimento (presincope) fino allo svenimento dell’infortunato (sincope da calore).
  • Colpo di calore: Una condizione clinica che si verifica quando la temperatura corporea raggiunge valori critici (pari o superiori ai 70 °C) e il meccanismo di termoregolazione risulta compromesso.

Le dimensioni del fenomeno e le circostanze ricorrenti

Posto che il contesto statunitense è quello che attualmente fa rilevare un più avanzato livello di monitoraggio del fenomeno, risulta utile fare riferimento ai dati nazionali per avere un’idea più precisa del suo andamento. In un’importante ricerca di Guard e Gallagher, pubblicata nel 2005, si può trovare un’analisi sistematica del fenomeno, che individua il numero di casi occorsi fra il 1° gennaio 1995 e il 31 dicembre 2002 ed evidenzia alcuni punti chiave fondamentali sulle circostanze e sulla comprensione della dinamica di questi incidenti. Su un totale di 171 casi, il 27% riguardava bambini che avevano avuto accesso a veicoli aperti e il 73% bambini che erano stati lasciati in macchina da persone adulte. Più di un quarto degli adulti era consapevole di lasciare il bambino nel veicolo, mentre la metà era inconsapevole o se ne era dimenticata. Il 40% dei casi avevano a che fare con attività legate all’assistenza ordinaria. Molti incidenti, infatti, si sono verificati con genitori che uscivano di casa con l’intenzione di accompagnare il bambino in asilo, ma, dimenticatisi di questo, proseguivano verso il posto di lavoro, lasciando la macchina (con il bambino) nel parcheggio. In un numero inferiore di casi, 22, ad abbandonare i bambini nel veicolo non sono stati i genitori, ma altri soggetti a cui il minore era a vario titolo affidato (per es., autisti di scuolabus).

Un altro studio relativo al numero di casi occorsi fra il 1998 e il 2012 mostra una media di 38 casi all’anno di decessi di bambini per ipertermia legata alla permanenza prolungata all’interno di veicoli. Un esame delle notizie di cronaca su 700 casi occorsi in un lasso di tempo di 19 anni, fra il 1998 e il 2016, evidenzia i trend del fenomeno in generale e rispetto ad alcune circostanze ricorrenti.

Grafico tipologie di incidenti con bambini in auto

I dati relativi alle circostanze ricorrenti evidenziano che il 54% dei bambini è deceduto per ipertermia legata alla permanenza prolungata all’interno di veicoli per dimenticanza da parte dei caregiver, il 28% mentre giocavano in veicoli incustoditi, il 17% invece per esser stati lasciati intenzionalmente in auto da un adulto e l’1% in circostanze non note. I dati registrati mostrano un trend di diminuzione dei casi di morte per “colpo di calore veicolare” con un picco massimo registrato nel 2010 (49 casi). I dati relativi alla circostanza in cui il bambino viene “dimenticato” mostra un trend in crescita dal 1998, fino a raggiungere picchi significativi nel 2003 e nel 2005. Dal 2005 si registra un notevole decremento con un lieve aumento nel 2016. Anche il trend relativo alla circostanza in cui il bambino accede a un veicolo incustodito tende a diminuire a partire dal 1998, con aumenti significativi nel 2005 e nel 2010. Dal 2010 al 2016 il trend torna verso il decremento. Infine i dati sulla circostanza in cui il bambino viene lasciato intenzionalmente nel veicolo mostrano una frequenza sostanzialmente stabile, con picchi nel 1998, nel 2002 e in particolare nel 2004. Quello che si può osservare è un trend di generale diminuzione del fenomeno, ove si rileva uno specifico aumento degli abbandoni non intenzionali da parte degli adulti, per dimenticanza.

In Italia sia le ricerche scientifiche sia le iniziative Governative e istituzionali relative al fenomeno dei decessi di bambini lasciati all’interno di veicoli risultano sporadiche e di scarso impatto. Una ricerca del 2013, sull’analisi di 16 casi individuati fra il 1° maggio 2011 e il 31 agosto 2012, mostra chiaramente un elemento distintivo che caratterizza i risultati della ricerca italiana rispetto a quelli di altre ricerche internazionali. In Italia viene evidenziata una percentuale del 75% di casi (12 su 16), in cui l’abbandono del bambino nel veicolo da parte dell’adulto è intenzionale, in assoluta difformità da quanto emerso da tutte le altre ricerche in ambito internazionale come evidenziato in precedenza. Anche in uno studio condotto da Booth et al. del 2010 (riguardante 192 casi compresi fra il 1999 e il 2007), solo il 13% riguardava abbandoni intenzionali, mentre il 75% era non intenzionale. Anche in una recente ricerca brasiliana, che ha analizzato 31 casi dal 2006 al 2015, si rileva una notevole maggioranza dei casi di abbandono involontario, con una percentuale del 71% rispetto al 23% degli abbandoni intenzionali.

I genitori che dimenticano i figli in auto sono di qualsiasi estrazione sociale e di ogni livello culturale. Non esiste un profilo unico, classico, di padre o madre che dimenticano il piccino nell'abitacolo. Nei casi più tragici, il piccolo viene lasciato in auto senza che il genitore avesse la percezione di averlo dimenticato, per poi ritrovarlo senza vita a fine giornata o dopo una mattinata al sole. Oppure, in altri casi, il bimbo viene lasciato nell'abitacolo mentre il genitore è a fare una commissione veloce (mai farlo!).

Le cause dei "blackout" mentali: tra memoria e stress

Perché un genitore può arrivare a dimenticare il proprio figlio in auto? Secondo Andrea Fiorentini, psicoterapeuta e presidente del comitato scientifico della Società Scientifica Italiana di Ipnosi in Psicoterapia e Medicina Umanistica, le cause di questi improvvisi “blackout” mentali possono essere in realtà molto complesse. A suo avviso, sono dipendenti da due fattori principali, il primo dei quali è legato a una componente cognitiva che ha a che fare prettamente con la nostra memoria.

Durante la giornata utilizziamo diversi tipi di memoria: una legata alla routine e alle nostre abitudini che ci rende capaci di svolgere in automatico una serie di compiti anche molto semplici e banali. Un'altra, molto più particolare e complessa, è invece la memoria prospettica, e ci dà la capacità di ricordare di compiere un'azione molto particolare, precedentemente programmata, che dovrà essere inserita in un momento preciso nella nostra giornata o a seguito di un evento particolare. Un'azione, in pratica, da compiere contestualmente alle nostre attività di routine.

È proprio nella relazione tra questi due sistemi di memoria che può verificarsi il “corto circuito”. Quella che Fiorentini chiama, in un termine poco scientifico ma di facile comprensione, “memoria abitudinale” tende a fare economia di informazioni per una questione fisiologica di sopravvivenza dell'essere umano e di adattamento all'ambiente. In pratica, un blackout può accadere quando abbiamo un'eccessiva stimolazione della memoria prospettica che ci ricorda di compiere tante azioni al di fuori della nostra memoria abitudinale.

La memoria prospettica è una capacità che dovrebbe essere stimolata solo in alcuni momenti della nostra vita e non in maniera eccessiva. Il corto circuito può verificarsi quando siamo oltremodo stimolati, quando siamo eccessivamente stressati e quando di fatto abbiamo tanti compiti che escono dalla nostra routine.

La memoria prospettica ha una sorta di distribuzione a U rovesciata: durante l'infanzia cresce sempre di più, le prestazioni mnemoniche sono eccellenti fino a una fase di stabilizzazione durante la prima età adulta, verso i 30-40 anni al massimo. Dopodiché la curva inizia a scendere e la capacità mnemonica inizia a regredire. Quindi, la predisposizione c'è in generale per tutti, se consideriamo che a partire dai 40 anni le nostre capacità cognitive tendono indistintamente a diminuire.

Un altro fattore concausa di questi blackout è di natura più sociologica e sociale, legato al fatto che viviamo un periodo storico molto particolare, che ci ha portati a subire dei cambiamenti sostanziali negli ultimi 20-30 anni, lo stesso lasso di tempo in cui abbiamo peraltro visto crescere questo fenomeno della sindrome dell'abbandono del bambino in macchina. Oggi siamo costantemente iperconnessi, la sfida è riuscire a fare tante cose contemporaneamente: gestire la famiglia, la produttività sul lavoro, i problemi legati al Covid, quelli legati alla guerra, la crisi economica… C'è una pressione nell'ambiente in cui viviamo che influisce molto sulla memoria, tuttavia il nostro cervello non è fatto per essere multitasking. E sebbene tanti sostengano di riuscire a fare più cose contemporaneamente, questo è in realtà un luogo comune frutto di una psicologia ingenua, perché la realtà è che il nostro cervello è fatto per fare una cosa alla volta e farla bene.

Il colpo di calore. Perché succede, come riconoscerlo e come trattarlo

Purtroppo, quando lo sovraccarichiamo, il nostro cervello va in una sorta di modalità stand by e fa le cose in maniera automatica, proprio per necessità di conservazione. La memoria prospettica può subire allora un corto circuito che cancella delle azioni. Se non è chiaro questo meccanismo è facile additare le persone di scarsa attenzione o di menefreghismo.

La FBS come esito di deficit transitori nella performance di Working Memory

Come si può rilevare da quanto evidenziato sin qui, le caratteristiche del fenomeno non sono tali da essere riferibili in senso univoco e lineare a condizioni di rilevanza psicopatologica a carico dei caregiver coinvolti. L’unico dato essenziale desumibile dalle specifiche ricerche è quello per cui si tratta dell’esito di un deficit (perlopiù transitorio), della performance di memoria, in particolare della memoria di lavoro (working memory - WM). Tipicamente la WM è definita come la capacità di gestire e manipolare temporaneamente le informazioni provenienti dall’ambiente o recuperarle dalla memoria a lungo termine; è l’interfaccia tra percezione, memoria a lungo termine e azione che sottende i processi di pensiero. Entrano dunque in gioco due componenti: conoscenza/valutazione della situazione ed esperienze pregresse. L’efficienza della WM dipende dall’interazione fra le informazioni ambientali convergenti nell’attualità (memorie sensoriali a breve termine) e memorie pregresse (memoria a lungo termine). È la dimensione nella quale si dispiegano le operazioni mentali necessarie al passaggio dalla percezione all’azione volontaria. La dinamicità e l’operatività delle funzioni esecutive acquisiscono massima evidenza nella realizzazione di compiti adattivi. Si osserva che «attraverso le funzioni esecutive, i sistemi specializzati sono anche diretti a prestare attenzione a determinati stimoli specifici e a ignorare gli altri, a seconda di ciò su cui la WM sta lavorando. In compiti complessi che coinvolgono più tipi di attività mentali, le funzioni esecutive pianificano la sequenza di passaggi mentali e programmano la partecipazione delle diverse attività, spostando il focus dell’attenzione tra le attività secondo necessità». Le funzioni esecutive hanno dunque un ruolo essenziale nel processo di de…

Il collegamento dei deficit di WM con condizioni francamente psicopatologiche rimane residuale e necessita comunque di un attento vaglio differenziale. Resta infine da considerare l’ipotesi del verificarsi di circostanze transitorie e/o acute di origine esogena, che possono agire sulla performance di WM. Considerata la rilevanza penale che spesso acquisiscono tali eventi, risulta essenziale un ampliamento delle prospettive della ricerca. L’assunzione di un punto di vista più ampio, che comprenda diversi vertici di osservazione sul problema, può incidere sensibilmente sulla capacità descrittiva in ambito clinico-forense.

Prevenzione: strategie e tecnologie

Il "decreto seggiolino" o "decreto antiabbandono", entrato in vigore a partire dal 6 marzo 2020, prevede l'obbligatorietà dei sistemi antiabbandono per i bimbi fino ai 4 anni di età. Tuttavia, non c'è nessuno studio scientifico che dimostri se questi dispositivi siano realmente efficaci. Nonostante ciò, il Ministero della Salute e diverse organizzazioni raccomandano una serie di accorgimenti per prevenire queste tragedie:

  • Routine di controllo: Creare l'abitudine di controllare sempre il sedile posteriore prima di scendere dall'auto.
  • Oggetti personali sul sedile posteriore: Posizionare la borsa, il telefono cellulare o altri oggetti di uso quotidiano sul sedile posteriore, vicino al bambino, in modo da essere costretti a guardarli prima di lasciare il veicolo.
  • Promemoria digitali: Utilizzare promemoria sul calendario del computer o del telefonino per segnalare se il bambino è stato portato a destinazione. Applicazioni come Waze offrono anche un promemoria "bimbo in auto" personalizzabile.
  • Tecnologie antiabbandono: Esistono sensori da mettere nei seggiolini che attivano segnali sonori e visivi se si esce dall'auto senza prendere il piccolo. Quelli integrati nel seggiolino sono da preferire.

Seggiolino antiabbandono

Recenti fatti di cronaca avvenuti in Italia, dimostrano come le morti di bambini nelle auto, causati dai colpi di calore perché uno dei genitori non si è accorto della loro presenza nel veicolo, non siano più casi così rari. L’Italia da questo punto di vista è molto lontana dalle grandi campagne di sensibilizzazione che altre nazioni nel mondo stanno conducendo. Negli Stati Uniti, il fenomeno è molto presente, a tal punto che il National Highway Traffic Safety Administration vi dedica una grande campagna informativa, attraverso spot radiofonici e televisivi, uso massiccio di social network, manifesti e un’intera giornata dedicata alla sensibilizzazione. Negli Stati Uniti, un bambino muore ogni 10 giorni, a causa dell’abbandono a bordo di autovetture. Nel 2017 (al 27 giugno) sono già morti 18 bambini. Furono 39 nel 2016 e dal 1998 sono stati 718, con una media annuale di 37 decessi. I casi più frequenti, precisa Altamura, «riguardano il bimbo dimenticato nell’auto, con temperature interne di 50 gradi o quello in cui i bambini entrano nell’auto lasciata aperta e non riescono più ad uscire per la chiusura automatica delle porte».

Consigli pratici per la sicurezza in auto

Oltre alla prevenzione dei casi di Forgotten Baby Syndrome, è fondamentale adottare comportamenti sicuri alla guida per la protezione dei bambini.

  • Utilizzo dei dispositivi di sicurezza: Rispettare i limiti di velocità, evitare l'assunzione di alcolici ed utilizzare sempre i dispositivi di sicurezza. Un numero rilevante di bambini viaggia non allacciato alle cinture di sicurezza durante i tragitti brevi. In questo caso, un incidente può essere mortale anche se avviene alla velocità di 20 km/h!
  • Evitare di trasportare il bambino in braccio: Durante un impatto a 50 km/h, il peso del bambino viene moltiplicato per circa 30 volte. Ciò significa che un bambino del peso di 30 kg si trasforma in un proiettile di quasi una tonnellata. Al momento dell’impatto, nessuno è in grado di trattenerlo!
  • In caso di incidente: Se un bambino è vittima di un incidente stradale (come passeggero o pedone), di un incidente in bicicletta, o riporta lesioni per cadute in casa o in strada, non lo si deve trasportare in auto al pronto soccorso a meno che le lesioni non siano molto lievi, ma è opportuno, attraverso il 118, chiamare ed aspettare i soccorsi. Molto spesso i genitori sono tentati di trasportare il bambino perché essendo di piccola taglia è facile prenderlo in braccio, ma le manovre che vengono eseguite ed il tipo di trasporto possono peggiorare lesioni esistenti o crearne altre (es. lesioni cervicali, fratture degli arti). Chiamare il 118 vuol dire avere i soccorsi sul posto in un tempo minore perché i mezzi sono provvisti di dispositivi di allarme per procedere nel traffico. Un genitore che corre all'impazzata verso l'ospedale ha molte più probabilità di incorrere in un altro incidente stradale.

Cintura di sicurezza per bambini

La guida spericolata o inappropriata, la disattenzione e la distrazione, comprese quelle derivanti dall’uso dello smartphone, il mancato rispetto delle precedenze, l’assunzione di alcol, droghe e medicamenti sono i principali pericoli al volante. Il comportamento della persona alla guida di un veicolo determina il livello di sicurezza nel traffico in base al rispetto delle regole e, di conseguenza, il rischio di incidenti. La principale causa di incidenti con vittime in Svizzera è il mancato rispetto delle precedenze. Al secondo posto c’è la causa «disattenzione/distrazione», al terzo la guida spericolata o inappropriata, compreso il mancato rispetto delle distanze di sicurezza, e al quarto le condizioni fisiche del conducente. La velocità è una causa determinante solo al di fuori dei centri abitati.

Altre cause di mortalità infantile accidentale

Gli incidenti sono la principale causa di morte per i bambini e gli adolescenti sotto i 18 anni, con circa 2.300 decessi al giorno, per un totale di 875.000 decessi all'anno. Questi non sono intenzionali e vengono quindi classificati tra gli infortuni accidentali. La situazione non è confortante, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito, dove si registra il maggior numero di morti accidentali. L'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l'UNICEF hanno analizzato le cinque principali cause di morte accidentale infantile:

  1. Incidenti stradali: La principale causa di morte, con circa 260.000 decessi all'anno. I bambini nei paesi poveri hanno un rischio tre volte maggiore di morire in incidenti stradali rispetto ai loro coetanei nei paesi ricchi.
  2. Annegamento: Con più di 175.000 morti, uccide circa 480 bambini al giorno in tutto il mondo.
  3. Ustioni: Causano circa 96.000 decessi all'anno e sono più frequenti nei paesi industrializzati.
  4. Cadute: Le cadute accidentali uccidono circa 47.000 bambini all'anno.
  5. Avvelenamento: Circa 38.000 bambini muoiono per avvelenamento ogni anno, circa 125 bambini al giorno.

Infografica cause di morte infantile

Queste morti sono spesso prevedibili e possono essere ridotte attraverso misure di prevenzione e il potenziamento dei servizi di emergenza. È fondamentale adottare politiche che promuovano un ambiente più sicuro per i minori, sia a casa che all'aperto.

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