La Conquista Romana della Dacia: Storia di Guerre e Trasformazione

La Dacia, terra ricca di risorse e strategicamente rilevante, rappresentò a cavallo del I e II secolo d.C. l'ultimo grande stato organizzato al di fuori dell'egemonia romana. La sua conquista da parte dell'Impero Romano, un'impresa voluta e portata a termine dall'imperatore Traiano tra il 101 e il 106 d.C., segnò un capitolo fondamentale nella storia romana, con profonde e durature ripercussioni sulla regione carpato-danubiana.

Mappa dell'Impero Romano con la provincia della Dacia

Il Contesto Geopolitico e le Origini della Dacia

L'Italia romana, nella sua interezza peninsulare, costituiva, de iure, il territorio metropolitano della stessa Roma e in quanto tale non era una provincia. Il suo status unico e differenziato da quello di qualsiasi altro territorio al di fuori di essa le valse l'appellativo di Domina Provinciarum (Sovrana delle Province) e Rectrix Mundi (Governatrice del Mondo) ed Omnium Terrarum Parens (Genitrice di Tutte le Terre). Durante il principato di Augusto venne ancor più privilegiata e suddivisa al suo interno in undici Regiones, che ne rimarcavano maggiormente l'unicità all'interno del panorama imperiale. Gli abitanti dell'Italia godevano di diritti esclusivi, come l'esenzione da diverse imposte fondiarie e sulla proprietà privata, prerogative riservate invece agli abitanti dei territori provinciali. Questo status privilegiato si rifletteva anche nello Ius Italicum, un'onorificenza che poteva essere conferita a determinate colonie e municipi nelle province, concedendo loro la finzione giuridica di trovarsi in suolo italico e quindi esentandoli dalle comuni imposte provinciali.

L'unità politica e culturale dell'Italia è frutto della civiltà romana, con il suo etimo che si estese gradualmente dalla moderna Calabria fino a giungere alle Alpi, designando l'intera penisola italiana. A partire dai tempi di Diocleziano, questa entità incluse anche le isole maggiori (Sicilia e Sardegna e Corsica), portando l'Italia a comprendere amministrativamente l'intera regione geografica. L'Italia romana era un territorio vasto e contrassegnato da una notevole varietà culturale e sociale, che subì sin dalla metà della Repubblica un processo di unificazione sotto un unico regime giuridico. La federazione delle popolazioni italiche e l'unificazione di questi popoli in un'unica entità geografica, culturale e politica identificabile con l'attuale Italia, richiese a Roma una serie di guerre di conquista e di colonizzazioni lunghe e difficili, culminate con la conquista della Gallia Cisalpina e l'assoggettamento delle limitrofe popolazioni di Veneti e Liguri. L'Italia romana ebbe termine nel 476 d.C. con la caduta dell'Impero romano d'Occidente. Da un punto di vista urbanistico, e in riferimento alla costruzione delle infrastrutture, fu unicamente l'Italia, rispetto alle province, a essere privilegiata da Augusto, che vi costruì una fitta rete stradale e abbellì le città della penisola dotandole di numerose strutture pubbliche.

Parallelamente a questa evoluzione romana, la Dacia vantava una propria storia millenaria. Le prime indicazioni sulla popolazione autoctona della Dacia si devono a Erodoto, che descrisse i Geti della Dobrugia, i quali nel 514 a.C. furono sottomessi dai Persiani. Nel 334 a.C., i Geti furono attaccati e sconfitti dalle armate macedoni di Alessandro Magno. Tuttavia, nel 326 a.C., le sorti si invertirono, e i Geti riuscirono a battere le armate macedoni del generale Zopirione. Attorno al 300 a.C., il re dei Traci, Lisimaco, tentò invano di invadere e annettere i territori geti, subendo due sconfitte per mano del re geta Dromichete.

Nel corso del III-II secolo a.C., le fonti si fanno più scarse, ma si registrano conflitti tra i re dei Geti e la colonia greca di Histria sul Mar Nero, che fu costretta a pagare un regolare tributo. Le fonti letterarie cominciano a menzionare i Daci, come popolazione abitante, a partire dal principio del II secolo a.C., l'interno dell'arco montuoso dei Carpazi. Pompeo Trogo narra del conflitto che portò il re dace Oroles a battere e respingere un'incursione di germani Bastarni.

È con l'inizio del nuovo secolo che i Romani, impegnati a combattere Scordisci e Dardani, arrivarono a scontrarsi anche con i loro alleati: i Daci. Floro narra che nel 74 a.C., il governatore di Macedonia, Gaio Scribonio Curione, dopo aver battuto i Dardani, "giunse fino in Dacia, ma si ritirò spaventato davanti alle fitte ombre delle sue foreste".

Ricostruzione di un guerriero Daco

Nella prima metà del I secolo a.C., sul territorio dell'antica Dacia, sorse uno stato il cui centro principale si trovava nei Carpazi meridionali della Transilvania, nella zona del massiccio di Orăștie, arrivando ad inglobare nel momento della sua massima espansione tutta la stirpe daco-getica. Questo progresso portò ad un notevole aumento demografico della popolazione dace e alla nascita di nuovi abitati fortificati, come Costești, Piatra Craivii e Capilna. Alla base di questo sviluppo vi era certamente il progresso nella lavorazione del ferro, l'utilizzo della pietra squadrata come materiale edilizio, il progresso agricolo, le estrazioni minerarie (oro e argento in particolare) e la ceramica (per la quale fu introdotto il tornio).

Il regno dei Daci di Burebista raggiunse il suo apogeo nel 49 a.C. Burebista, dopo aver riorganizzato internamente lo stato, riformò l'esercito, creando un complesso e solido sistema di fortificazioni nelle montagne di Orăștie, attorno alla capitale, Sarmizegetusa Regia. L'aumento demografico della popolazione e l'accresciuta forza militare determinarono una serie di campagne condotte negli anni 60-48 a.C., che portarono all'assoggettamento dell'intera piana del fiume Tisza, fino al lago Balaton e forse anche al fiume Morava. Si racconta che durante la guerra civile tra Cesare e Pompeo, Burebista tentò di approfittare della situazione, inviando ambasciatori a Pompeo per offrire il suo aiuto militare. Ma prima che potesse allearsi ufficialmente con quest'ultimo, Cesare riuscì a battere Pompeo a Farsalo nel 48 a.C., vanificando ogni possibile alleanza del re dace. "Cesare concepì l'idea di una lunga campagna contro i Geti (si intendono i Daci di Burebista) ed i Parti." Nello stesso periodo, anche Burebista venne assassinato, vittima di un complotto dell'aristocrazia tribale, e il regno diviso in quattro (o forse cinque) parti, governate da diversi regnanti. Il potente regno dei Daci perdeva così la potenza dell'ultimo ventennio, e risultava certamente meno pericoloso al vicino Impero romano.

Nuove e successive incursioni dei Daci oltre il Danubio furono di volta in volta respinte dagli eserciti romani. Nel 10 a.C., quando "i Daci, dopo aver attraversato il Istro ghiacciato, razziarono la Pannonia, mentre i Dalmati si ribellavano alle esazioni dei tributi". Marco Vinicio, governatore dell'Illirico, fu il primo ad aver attraversato il fiume Danubio, conducendo un esercito contro le schiere di Daci e Bastarni che vinse. Nel 6 d.C., Augusto decise di inviare contro di loro alcuni suoi generali di provata affidabilità come Sesto Elio Catone e Gneo Cornelio Lentulo l'Augure. Gli attacchi successivi, il primo da parte dei Geti nel 15, il secondo da parte dei Daci una quindicina di anni più tardi, costrinsero l'imperatore Tiberio a promuovere lo spostamento attorno al 20 dei Sarmati Iazigi, nell'attuale pianura ungherese settentrionale, con la conseguente cacciata da questi territori dei Daci. Gli Iazigi rimasero così fedeli alleati dei Romani per quasi tutto il I secolo d.C. Nel 46 d.C., dopo l'annessione e la creazione della nuova provincia romana di Tracia, l'imperatore Claudio costituì due nuove flotte lungo il Danubio, la Classis Pannonica e la Classis Moesica, appoggiate ad un sistema difensivo costituito da torri di controllo e da forti di unità ausiliarie a presidio della riva sinistra del fiume.

Nel 69 d.C., i Daci di Duras-Diurpaneo attaccarono i confini della Mesia, assediando entrambi i castra legionari di Viminacium ed Oescus, poiché le legioni della Mesia Superiore erano state ritirate per combattere al fianco di Vespasiano nella nuova guerra civile. Pur se nel corso del I secolo d.C., i Daci avevano sfruttato ogni opportunità per attraversare il Danubio ghiacciato d'inverno e depredare le città romane della provincia di Mesia, fu solo sotto Domiziano che Roma cercò di risolvere il problema dacico, anche a costo dell'annessione dell'intera area carpatica. La Dacia era, infatti, tornata ad essere una potenza scomoda per il vicino impero romano.

Domiziano e l'Antefatto delle Guerre Daciche

Domiziano, un imperatore che salì al potere dopo un periodo di instabilità, si trovò a fronteggiare la crescente minaccia dacica. Dall'85 all'89 d.C., i Daci, comandati prima dal vecchio re Duras-Diurpaneus, e poi da Decebalo, combatterono due guerre contro i Romani. Queste guerre non si conclusero in modo favorevole per Roma. Nell'85 d.C., i Daci, radunato un poderoso esercito, passarono il Danubio e dilagarono nella provincia romana della Mesia, dove era stanziata una sola legione, guidata dal governatore Gaio Oppio Sabino, che venne ucciso. Domiziano affidò allora il comando della guerra e delle truppe romane a Cornelio Fusco, prefetto del pretorio, recandosi lui stesso sul teatro delle operazioni, ma senza prendervi parte. Nell'86 d.C. Cornelio Fusco passò il Danubio e si inoltrò nel territorio nemico. Nell'88 d.C. nuove truppe romane, comandate dal governatore della Mesia superiore, Tettio Giuliano, ottennero la vittoria nella battaglia di Tapae, in Transilvania.

Tuttavia, nell'89 d.C., in seguito alla sconfitta subita ad opera di Marcomanni e Quadi, Domiziano dovette stipulare un trattato di pace piuttosto umiliante per l'Impero. Il trattato da un lato garantiva la sicurezza del confine danubiano, ma dall'altro obbligava i Romani a prestare istruttori militari, architetti, artigiani e una certa somma di denaro ai Daci. Il re Decebalo ricevette il titolo di "re cliente di Roma", ma i clienti di Roma in pratica sottostavano all'Urbe e non venivano di certo pagati. Questo accordo, percepito come un'onta per Roma, creò le premesse per future rivendicazioni e rappresentò un punto di svolta nelle relazioni romano-daciche. Traiano, l'imperatore che avrebbe succeduto a Domiziano, considerò questo trattato una vera e propria sfida all'onore romano.

L'Ascesa di Traiano e la Strategia di Conquista

La fine del I e l'inizio del II secolo d.C. furono caratterizzati dal prevalere di una successione imperiale non più dinastica, bensì adottiva: i singoli imperatori erano scelti in base ai meriti individuali. Marco Ulpio Nerva Traiano, l'imperatore di origine ispanica, passerà alla storia come l'Optimus princeps, ovvero come il migliore imperatore conosciuto da Roma nell'arco di tutta la sua lunga storia. D'altronde Traiano aveva trovato alla sua incoronazione un erario piuttosto carente, tanto che aveva venduto per sostenerlo i tesori della sua ricca famiglia. Con quei soldi aveva potuto armare e approvvigionare per bene l'esercito dopodiché soggiornò per oltre un anno e mezzo lungo il limes danubiano e renano, tornando a Roma solo nell'ottobre del 99 d.C.

La Dacia era l'unico stato organizzato e ricco delle sue miniere d'oro e d'argento ancora libero dall'egemonia romana. A Traiano piaceva più la vita militare che la reggia, amava i suoi uomini che avevano per lui una vera adorazione. Così pensò fosse possibile la conquista della Dacia, sia per limitare la crescente potenza dei Daci di Decebalo, così vicino ai confini imperiali, sia per sopperire alle impellenti necessità finanziarie di Roma. Cassio Dione narra: "Dopo aver trascorso del tempo a Roma, [Traiano] mosse contro i Daci, avendo riflettuto sui loro recenti comportamenti, poiché era contrariato a causa del tributo a loro versato annualmente ed aveva notato che era aumentata non solo la loro forza militare, ma anche la loro insolenza."

Così, da buon imperatore e soprattutto da buon romano, Traiano riteneva suo dovere punire con una guerra il re dei Daci, Decebalo, responsabile degli eccidi dei legionari romani nelle disastrose campagne daciche di Domiziano, nell'85 e nell'86. Roma poteva essere clemente nelle vittorie, ma mai nelle sconfitte. L'occupazione delle montagne della Dacia, come dimostrarono gli eventi al termine della difficile conquista, avrebbe tenuto a bada le popolazioni di tutto il bacino carpatico, consentendo un tranquillo sviluppo del retroterra della Tracia e della Mesia, anche se non sembra fosse questo il reale obiettivo di Traiano all'inizio della prima expeditio dacica. Una guerra di questa portata, più volte auspicata fin dai tempi di Cesare, richiedeva però una preparazione accurata ed una riorganizzazione lungo il limes renano e nelle province dell'alto Danubio da cui trarre, se possibile, rinforzi per l'imminente campagna dacica.

Traiano radunò un esercito imponente di circa 150.000 uomini, di cui 75-80.000 legionari e 70-75.000 ausiliari, provenienti da diverse legioni e vexillationes legionarie. Secondo Strabone, Decebalo mise insieme un esercito di circa 200.000 armati, oltre agli alleati Roxolani e Bastarni.

La conquista della Dacia di Traiano - Le guerre daciche

La Prima Campagna Dacica (101-102 d.C.)

Il 25 marzo 101 d.C., il princeps Traiano s'imbarcò verso la provincia della Mesia superiore, accompagnato dalla guardia pretoriana, dal suo prefetto del pretorio Tiberio Claudio Liviano, e da vari comites come Licinio Sura (il suo carissimo amico e consigliere), Quinto Sosio Senecione, Lusio Quieto, Gneo Pinario, Emilio Cicatricula, Pompeo Longino, Publio Elio Traiano Adriano (il futuro successore di Traiano, allora venticinquenne) e Decimo Terenzio Scauriano (che sarebbe divenuto il primo governatore della provincia di Dacia). Ad affiancare questa spedizione c'erano infine i governatori delle province limitrofe: Gaio Cilnio Proculo in Mesia superiore, Manio Laberio Massimo in Mesia inferiore e Lucio Giulio Urso Serviano in Pannonia inferiore.

"Decebalo, venuto a sapere dell’arrivo di Traiano, ebbe paura, poiché egli sapeva che in precedenza aveva sconfitto non i Romani ma Domiziano, mentre ora si sarebbe trovato a combattere sia contro i Romani, sia contro Traiano." (Cassio Dione, LVIII, 6, 2.)

Traiano aveva un piano preciso: "Inde Berzobim, deinde Aizi processimus". Queste due località si trovavano lungo la strada che partendo da Lederata sul Danubio, presso Viminacium, portava a Tibiscum e da lì a Tapae e al passo delle Porte di ferro, ingresso alla Dacia vera e propria. Si ritiene che Traiano fosse affiancato da una seconda colonna, che da Dierna avrebbe attraversato il passo Chiavi di Teregova per riunirsi con la prima colonna a Tibiscum, vista la scena sulla Colonna Traiana dove sono raffigurati due ponti di barche paralleli sul Danubio, uno attraversato dai legionari e l'altro dai pretoriani, cioè due differenti "colonne di marcia". Sarebbe pertanto da attribuirsi a quest'anno l'opera idraulica che deviava il corso del Danubio attraverso un canale artificiale, affiancato da una strada militare, lungo la stretta gola, anch'essa chiamata Porte di ferro. L'uso di "colonne" separate serviva evidentemente a dividere le forze nemiche nei punti strategici, con una manovra tattica di aggiramento che sarà peraltro utilizzata da Traiano anche nel corso della campagna partica del 115, con un'avanzata simultanea lungo il Tigri e l'Eufrate.

Il nemico all'avanzata romana adottò infatti la tattica di ritirarsi verso l'interno, come aveva fatto nell'86 contro Cornelio Fusco e l'esercito di Domiziano, onde isolare l'esercito romano dalle comunicazioni e dall'approvvigionamento. Le sculture della Colonna, infatti, mostrano fortezze deserte, greggi distrutte, colline abbandonate, e qualche spia dacica in attesa delle future mosse dell'esercito romano. Cassio Dione riporta infatti un solo attacco delle avanguardie del popolo germanico dei Buri, alleati dei Daci. "Mentre Traiano era giunto, nel corso della campagna militare contro i Daci, nei pressi di Tapae, dove si erano accampati i barbari, gli venne portato un grosso fungo sul quale era stato inciso in latino, che i Buri e gli altri alleati invitavano Traiano a tornare indietro e rimanere in pace."

Intanto Traiano avanzava cautamente, mandando esploratori e poi contingenti in avanscoperta, e costruendo strade e ponti per un passaggio più rapido, e costruendo forti lungo il suo cammino con guarnigioni a guardia. Raggiunta Tibiscum (Timișoara), vi si accampò per attaccare presso l'imboccatura delle Porte di ferro dove effettivamente si scontrò in una spietata battaglia presso Tapae. "Mentre Traiano era giunto, nel corso della campagna militare contro i Daci, nei pressi di Tapae, dove si erano accampati i barbari, gli venne portato un grosso fungo sul quale era stato inciso in latino, che i Buri e gli altri alleati invitavano Traiano a tornare indietro e rimanere in pace." I Romani ebbero la meglio seppure con molte perdite, mentre Decebalo riparò col suo esercito nelle sue fortezze della zona di Orăștie, onde impedire l'accesso alla capitale Sarmizegetusa Regia. Qui i Romani dovettero svernare per attendere la primavera.

Nel marzo del 102 d.C., Traiano riprese la guerra. Una prima colonna traversò il Danubio nel tratto di limes Oescus-Novae, proseguì lungo la valle dell'Aluta fino al passo della Torre Rossa; una seconda colonna avanzò in parallelo, attraverso le "Porte di ferro" e la terza colonna per il passo delle Chiavi di Teregova. Le tre armate si ricongiunsero a una ventina di chilometri a nord-ovest di Sarmizegetusa Regia, una inespugnabile fortezza posta su un monte alto 1200 m.

Ma Decebalo non attese la primavera e, come nell'85 d.C., assalì la Mesia Inferiore, insieme agli alleati sarmati Roxolani con il loro re Susago. Le due armate passarono il fiume ma, pur con qualche successo, vennero ricacciate dall'allora governatore, e abile generale, Manio Laberio Massimo, il quale riuscì anche a catturare la sorella del re dei Daci, come è illustrato nella Colonna Traiana. Con l'arrivo dei rinforzi, capeggiati da Traiano, i Daci vennero sconfitti presso il futuro grande trofeo, ad Adamclisi nella Dobrugia, e i Roxolani presso la futura città di Nicopolis ad Istrum, fondata successivamente da Traiano in ricordo della vittoria. Traiano, infatti, memore dell'azione analoga avvenuta oltre quindici anni prima durante le campagne daciche di Domiziano, si era ben preparato a una simile mossa strategica da parte dei Daci.

Decebalo, scosso dalla seconda sconfitta subita e soprattutto dall'avanzata contemporanea lungo tre fronti in una "manovra a tenaglia" che vedeva le truppe imperiali impossessarsi di numerose fortezze daciche, sempre più prossime alla capitale, inviò all'imperatore romano due ambascerie, ognuna con una richiesta di pace. Traiano si rifiutò di ascoltare la prima, ma decise di ricevere la seconda, composta da numerosi nobili daci. In seguito all'incontro, il capo dello stato maggiore dell'imperatore, Licinio Sura, fu inviato insieme al prefetto del pretorio, Tiberio Claudio Liviano, per discutere i termini del possibile trattato di pace. Le condizioni offerte dai Romani, che miravano alla resa incondizionata di Decebalo, furono tuttavia durissime, tanto più se si considera che i Daci non avevano subito ancora sconfitte irreparabili.

Intanto Traiano, proseguendo la sua avanzata, aveva recuperato armi, ingegneri romani fatti prigionieri dai Daci e un vessillo della campagna di Cornelio Fusco nell'86 d.C. (forse della Legio V Alaudae). Passato il valico della Torre Rossa, i Romani si divisero in tre colonne, cominciando ad assediare le fortezze dacie dei monti Orăștie che caddero una dopo l'altra e l'esercito dacico accorso nel frattempo venne sconfitto. È noto con certezza che una di queste colonne, guidata da Lusio Quieto, annoverava tra le sue file cavalieri mauretani. Le cittadelle daciche, come quella di Costești, caddero una dopo l'altra fino a quando anche l'ultima, presso l'attuale Muncel, fu distrutta sotto i colpi delle armate romane, mentre l'esercito dacico accorso, fu pesantemente sconfitto. La strada per Sarmizegetusa Regia era ora da considerarsi aperta e la guerra ormai vinta. Decebalo, per risparmiare alla capitale un inutile assedio, capitolò. "[Decebalo] dopo essersi presentato al cospetto di Traiano, si prostrò a terra supplice e gettò a terra le armi." (Cassio Dione, LXVIII, 9, 6.) La guerra era vinta.

Le condizioni di pace imposte da Traiano furono estremamente dure e penalizzanti per il re dace:

  • Accettare l'insediamento di guarnigioni romane presso Sarmizegetusa Regia (presidiata da vexillationes della Legio XIII Gemina), e a Berzobis (presidiata da vexillationes della Legio IIII Flavia Felix).
  • Consegnare tutte le armi e le macchine da guerra.
  • Restituire tutti gli ingegneri ed i disertori dell'esercito romano.
  • Distruggere le mura delle fortezze della zona di Orăștie.
  • Cedere alcuni territori all'Impero romano annessi alla Mesia Superior ed Inferior, come il Banato orientale, l'Oltenia, la depressione di Hațeg in Transilvania e parte della pianura valacca della Muntenia.
  • Accettare una politica estera subordinata a Roma, come "rex socius populi romani".
  • Non dare asilo ai disertori e non arruolare soldati romani.

Il senato romano ratificò poi il trattato di pace, e solo allora Traiano, all'inizio dell'inverno del 102 d.C., lasciò il quartier generale posto vicino a Sarmizegetusa Regia per tornare a Roma. Qui ottenne un trionfo entusiastico da una Roma adorante ed assunse il titolo di Dacicus. Le monete allora coniate celebrarono la Dacia victa.

Colonna Traiana, scena della prima guerra Dacica

La Seconda Campagna Dacica (105-106 d.C.)

Gli accordi stabiliti nel 102 d.C. non furono però rispettati dai Daci. Decebalo, infatti, non solo riarmò l'esercito e ricostruì le vecchie fortezze attorno alla capitale, ma accolse nuovi disertori e cercò nuove alleanze con i Parti di Pacoro II, attaccò gli Iazigi, alleati dei Romani, impossessandosi di alcuni loro territori (come parte del Banato) e soppresse alcuni nobili Daci filoromani. Di fronte a quelle che interpretò come provocazioni, nel giugno del 105 d.C. Traiano partì nuovamente per la Dacia per la seconda guerra.

Questa sua nuova marcia verso il Danubio è rappresentata sulla colonna in modo assai dettagliato: sembra che Traiano abbia attraversato l'Adriatico da Ancona a Iader, per poi proseguire via terra fino a Naissus ed a Ratiaria. Alternativamente, poteva partire dal porto di Classe, raggiungendo il Danubio lungo il percorso Aquileia-Emona-Sava-Siscia-Singidunum-Viminacium; oppure da Brindisi, raggiungendo Dyrrhachium, da dove avrebbe percorso una strada fino al Danubio, passando da Naissus. O forse da tutti e tre i porti insieme.

Nel frattempo Decebalo non era rimasto inattivo, tanto che Traiano, giunto sulle rive del Danubio, si trovò a dover affrontare una situazione difficile. "Sebbene Decebalo stesse perdendo terreno nei preparativi bellici, tuttavia per poco non riuscì ad uccidere Traiano con l'inganno e l'astuzia. Egli inviò in Mesia alcuni disertori per tentare di eliminare [l'imperatore romano], poiché era facilmente avvicinabile e poiché anche in quella circostanza, a causa dell'imminente campagna militare, concedeva a tutti coloro che lo richiedevano, udienza. Ma questi non riuscirono a realizzare il loro piano, poiché uno di loro fu catturato per essere sospettato e, torturato, rivelò l'intero complotto." Inoltre, Decebalo era riuscito con l'inganno a fare prigioniero nel 104 d.C. uno dei massimi comandanti romani, il consolare Longino, ovvero Gneo Pinario Emilio Cicatricula Pompeo Longino, la cui cattura ed il cui suicidio sono narrati da Dione.

L'imperatore, alla testa dei suoi pretoriani, dopo un lungo viaggio da Roma, raggiunse il fronte abitato da popolazioni daco-getiche che lo acclamarono. Numerose postazioni fortificate romane in Valacchia erano state occupate o poste sotto assedio dai Daci, come pure quelle lungo il Danubio. L'opera di riconquista portò l'imperatore a spendere l'intera estate del 105 d.C., tanto da impedirgli di avviare una nuova campagna di invasione in territorio dace prima dell'anno successivo. Traiano in persona, raggiunto il fronte della battaglia (probabilmente in Dobrugia), soccorse il governatore della Mesia inferiore, Lucio Fabio Giusto, e respinse i Daci. La rottura della pace, avvenuta a soli due o tre anni dalla sua conclusione, non lasciava alternative a Traiano: era necessaria la conquista dell'intera regione.

Nel 106 d.C., Traiano riunì forze militari maggiori di quelle impiegate nella prima campagna e, attraversando il grande ponte sul Danubio che Apollodoro, durante il breve periodo di pace, aveva appena terminato a Drobetae, diede inizio alla sua ultima campagna dacica. Su questo ponte c'è una leggenda popolare che narra che Traiano si sarebbe innamorato di una bellissima fanciulla dacia che promette di corrispondergli solo se riesce a costruire un ponte sul Danubio in una settimana. Lui riesce e lei si concede dandogli molti figli si che la maggior parte dei romeni oggi discendono da Traiano. Storiella curiosa, tanto più che Traiano era omosessuale.

Gli alleati di Decebalo - Buri, Roxolani e Bastarni - alla notizia dei preparativi dell'ultima grande invasione da parte di Traiano abbandonarono il re dace. Dopo numerosi fallimentari tentativi di riconciliarsi con l'imperatore (o di avvelenarlo, come era stato tentato appena l'anno precedente), il re ribelle si trovò a dover capitolare per la seconda volta. Il re dace, attaccato da due fronti come rappresentato anche sulla Colonna (forse dal versante delle "Porte di ferro" e da quello del passo della Torre Rossa), oppose una resistenza così disperata che i Romani lasciarono sul campo numerosi morti e feriti, vittime della feroce combattività dei Daci.

Alla fine, dopo un lungo e sanguinoso assedio, anche Sarmizegetusa Regia capitolò sotto i colpi degli eserciti romani riunitisi verso la fine dell'estate di quell'anno. Le fasi salienti di questo assedio sono rappresentate anch'esse sulla Colonna di Traiano, nella quale viene raffigurato anche il suicidio finale che i capi daci si inflissero per evitare di essere fatti prigionieri dai Romani. Caddero infine, una dopo l'altra, tutte le rocche fortificate della zona di Orăștie.

Traiano era deciso a non concedere più condizioni di pace analoghe alle precedenti. Era necessaria la sottomissione definitiva della Dacia, e per ottenerla era necessario costruire strade e forti in modo da isolare il nemico e non concedergli più alcun vantaggio. L'avanzata, pur procedendo in modo lento, risultò alla fine inesorabile ed immune dai continui attacchi del nemico, una circostanza anche questa illustrata sulla Colonna. Decebalo cercò rifugio al nord, sui monti Carpazi, ma una colonna romana lo inseguì lungo la valle del fiume Marisus, in una regione quasi inaccessibile. I capi daci del nord del Paese, pur consapevoli della loro fine imminente, si unirono al re in un disperato tentativo di ribaltare le sorti compromesse della guerra, riportando anche qualche successo. Ma la conclusione era ormai inevitabile: Decebalo fu raggiunto da un'unità ausiliaria dell'esercito romano in località Ranistroum (l'odierna Piatra Craivii, a nord dell'appena istituita colonia di veterani di Apulum) e, una volta circondato, come è ben rappresentato anche sulla Colonna di Traiano, si suicidò, preceduto e seguito da molti dei capi del suo seguito. La testa del re dei Daci fu portata a Traiano dal cavaliere che era riuscito nell'impresa di catturarlo, Tiberio Claudio Massimo. Era la fine della guerra.

Mosaico raffigurante Traiano

La Dacia Provincia Romana e le sue Conseguenze

Per alcuni mesi l'esercito romano fu ancora impegnato in azioni repressive ma si trattò di sedare piccole sommosse locali. Il regno dacico cessò di esistere, a parte alcune zone rimaste libere lungo la pianura del Tibisco, del basso Marisus e del Crisul. Il cuore del vecchio regno di Decebalo fu trasformato, insieme all'Oltenia occidentale ed al Banato, nella nuova provincia di Dacia, con capitale la città di nuova fondazione di Colonia Ulpia Traiana Augusta Dacica Sarmizegetusa (probabilmente sul tracciato del vecchio campo militare di Traiano), già centro daco-getico. La provincia romana della Dacia occupava l'odierna Transilvania, Banato ed Oltenia. I Romani costruirono forti per proteggersi dagli attacchi di Roxolani, Alani, Carpi e Daci liberi (di parte del Banato e Valacchia), oltre a tre nuove grandi strade militari per unire le città principali. La Dacia, a cui Traiano aveva dato una nuova capitale, Ulpia Traiana Sarmizegetusa, permise anche un'unica assemblea che discuteva gli affari provinciali, comunicava le lagnanze dei malcontenti e calcolava la ripartizione delle tassazioni.

Si narra che la conquista della Dacia fruttò a Traiano un enorme bottino, stimato in cinque milioni di libbre d'oro (pari a 163,6 t) e nel doppio d'argento, ed una straordinaria quantità di altro bottino, oltre a mezzo milione di prigionieri di guerra con le loro armi. Si trattava del favoloso tesoro di Decebalo, che lo stesso re avrebbe nascosto nell'alveo di un piccolo fiume (il Sargetia) nei pressi della sua capitale, Sarmizegetusa Regia. Qualcuno ha pensato che questi numeri strabilianti fossero frutto di un errore di trascrizione e che la cifra reale dovesse essere divisa per dieci ma, anche se così fosse, il risultato rimarrebbe di eccezionale pregio. In effetti Traiano sembra abbia ricevuto da questo immenso bottino circa 2.700 milioni di sesterzi, cifra nettamente più elevata dell'intera somma sborsata da Augusto e documentata nelle sue Res gestae divi Augusti.

La colonizzazione in massa della provincia con cittadini romani, fatti giungere da gran parte delle province danubiane, permise all'impero di creare un saliente strategico all'interno del "mare barbarico" che si stendeva tra la piana ungherese del Tibisco e i territori di Valacchia e Moldavia. Traiano era riuscito ad occupare questi ultimi territori ad est della Dacia che, però, alla sua morte furono abbandonati dal suo successore Adriano, un errore strategico a cui non fu mai posto rimedio.

Dettaglio della Colonna Traiana: scene di vita nella provincia di Dacia

L'Eredità Romana e il Ritiro dalla Dacia

La permanenza romana in Dacia, sebbene storicamente limitata a meno di due secoli (la provincia sarebbe stata infatti completamente abbandonata nel 271 d.C.), lasciò un'impronta duratura sull'area, tanto che la lingua romena, che si sarebbe sviluppata nei secoli successivi, è rimasta una lingua romanza, nonostante l'isolamento entro una regione europea successivamente slavizzata o magiarizzata.

Sembra che già sotto l'impero di Gallieno (256 d.C.) i Goti abbiano attraversato i Carpazi, cacciando i romani dalla parte settentrionale della provincia della Dacia. Venti anni più tardi, l'imperatore Aureliano sanciva l'abbandono definitivo della Dacia ed il ritiro delle sue truppe, fissando la nuova frontiera dell'impero sul Danubio (nel 271-275 d.C.). In Mesia e in Tracia venne riorganizzata la nuova provincia della Dacia Aureliana, con capitale Serdica (oggi Sofia, capitale della Bulgaria). Dopo la ritirata dei Romani, l'antica provincia di Dacia Traiana fu invasa dai Goti e dai Carpi.

I ritrovamenti archeologici degli ultimi decenni però stanno dimostrando che vi fu una persistenza e continuità della popolazione daco-romana in Dacia, dopo la partenza degli organi amministrativi della provincia. Sembra che Costantino I, nato in Dacia Aureliana, abbia assunto il titolo di Dacicus ed abbia iniziato la costruzione o ristrutturazione di tutta una serie di ponti sul Danubio nella Dacia Traiana.

Negli anni che seguirono il 376 d.C. le tribù germaniche dei Goti furono sospinte all'interno dell'impero romano d'Oriente dal sopraggiungere delle armate degli Unni, che dominarono la regione fino alla dissoluzione del grande Impero di Attila, con la sua morte avvenuta nel 453 d.C. Cosa accadde alla popolazione residente dopo il ritiro delle legioni romane è tuttora argomento dibattuto. I ritrovamenti archeologici testimoniano che gli abitanti dell'antica provincia romana continuarono a risiedere nel territorio assimilando lentamente anche i Daci liberi non ancora romanizzati, a fianco di popoli in costante migrazione per i secoli successivi. In effetti dopo la migrazione dei Goti e dei Carpi seguirono nuove infiltrazioni di gruppi di pastori sarmati che, penetrando nelle pianure orientali della Valacchia, riuscirono a convivere con le popolazioni autoctone. Questa teoria fu per anni appoggiata dagli storici rumeni, contrariamente a quelli ungheresi, che credevano vi fosse stata una migrazione dell'intero popolo dei daco-romani insieme allo spostamento delle truppe in ritirata, per ritornare nel territorio solo dopo la fine delle invasioni barbariche.

La Colonna Traiana: Una Testimonianza Duratura

La Colonna Traiana è un monumento innalzato a Roma per celebrare la conquista della Dacia da parte dell'imperatore Traiano, rievocando tutti i momenti salienti della guerra. Si tratta della prima colonna coclide mai innalzata. Era collocata nel Foro di Traiano, in un ristretto cortile alle spalle della Basilica Ulpia fra due (presunte) biblioteche, dove un doppio loggiato ai lati ne facilitava la lettura. È possibile che una visione più ravvicinata si potesse avere salendo sulle terrazze di copertura della navata laterale della Basilica Ulpia o su quelle che probabilmente coprivano anche i portici antistanti le due biblioteche.

La colonna coclide fu inaugurata nel 113 d.C., con un lungo fregio spiraliforme che si avvolge, dal basso verso l'alto, su tutto il fusto della colonna e descrive le guerre di Dacia (101-106 d.C.), forse basandosi sui perduti Commentarii di Traiano e forse anche sull'esperienza diretta dell'artista. L'iscrizione dei Fasti ostiensi ci ha tramandato anche la data dell'inaugurazione, il 12 maggio. La colonna aveva una funzione pratica, testimoniata dall'iscrizione, cioè ricordare l'altezza della sella collinare prima dello sbancamento per la costruzione del Foro ed accogliere le ceneri dell'imperatore dopo la sua morte. La Colonna rimase sempre in piedi anche dopo la rovina degli altri edifici del complesso traianeo e le fu sempre attribuita grande importanza: un documento del Senato medievale del 1162 ne stabiliva la proprietà pubblica e ne proibiva il danneggiamento. La colonna è del tipo "centenario", cioè alta 100 piedi romani (pari a 29,78 metri, 40,50 metri circa se si include l'alto piedistallo alla base e la statua alla sommità). La colonna è costituita da 19 colossali blocchi in marmo lunense, ciascuno dei quali pesa circa 40 tonnellate ed ha un diametro di 3,83 metri. L'alto basamento è ornato su tre lati da bassorilievi che rappresentano cataste d'armi daciche. La Colonna Traiana rappresenta non solo un capolavoro dell'arte romana, ma anche una fonte storica inestimabile per la comprensione delle campagne militari e della vita nella provincia di Dacia.

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