Il Viaggio nell'universo poetico di Charles Baudelaire: una navigazione verso l'Ignoto

Il viaggio, nella poetica di Charles Baudelaire, non è mai un semplice spostamento geografico, ma un’incessante flânerie urbana e simbolica. «Il vero viaggiatore è chi parte per partire», afferma il poeta, rivelando come il desiderio di movimento nasca non dalla volontà di raggiungere una meta, bensì dall’esigenza profonda di sfuggire a una realtà opprimente. C’è chi parte per lenire un dolore, per avversione verso il “borgo natio”, per l’indifferenza del mondo in cui è nato, chi parte per fuggire una delusione d’amore o un amore impossibile e lacerante. Chi sogna luoghi lontani, inimmaginati se non sulla carta geografica: chi cerca scampo da una vita deludente, chi sogna un lontano Paradiso terrestre. Questa dimensione dell’anima, solo parzialmente fanciullesca, è in realtà il segreto di un anelito profondo e di una superiore lettura dello spazio e del tempo.

il poeta flâneur tra le strade di Parigi

La geografia interiore del poeta moderno

Baudelaire viaggiò sempre, ogni giorno e ogni notte: a Parigi, percorrendone a piedi, incessantemente le strade, nella grande città, nella “foresta dei simboli”. Iniziava con lui il viaggio del poeta moderno: non verso mari lontani, ma entro i confini della propria città, nel mistero del quotidiano, nel profondo di se stesso. Il vero viaggiatore non cerca una terra o una consolazione. È una delle cose che ci affascinano di più, il viaggio. La pensava così Charles Baudelaire, il grande poeta parigino che ha dato avvio alla corrente del Simbolismo. Nella sua importante raccolta poetica, Les Fleurs du mal, Baudelaire dedica larga parte dei suoi versi al topos del viaggio, e il componimento che chiude la celebre raccolta è proprio incentrato su questo tema.

Struttura e significato de "Il Viaggio"

"Il viaggio" di Charles Baudelaire è la poesia che chiude l’ultima sezione, intitolata “La morte”, dell’edizione del 1861 de I Fiori del male. Articolata in ben 8 parti di lunghezza diseguale, questa poesia è la quintessenza del senso ultimo della raccolta baudelairiana. Già dal titolo, veniamo proiettati in un universo caratterizzato da emozioni positive: il viaggio è, nella maggior parte dei casi o almeno nelle aspettative, un’esperienza bella, desiderabile e desiderata, un momento in cui ci si allontana dalla noiosa quotidianità per immergersi in una vita nuova.

In effetti, l’immagine del ragazzo assetato di avventura che colleziona “mappe e stampe”, ci infonde ancora di più l’idea che questo sia un componimento tradizionale. È andando avanti che ci accorgiamo di quanto i versi siano profondi. Al ragazzo dall’“appetito smisurato”, alle “mappe”, alle “stampe”, si sostituisce un lessico molto più intimo, con termini quali “anima”, “destino”, “speranza”. Fra dialoghi, meditazioni, rivelazioni, il componimento ci mostra il senso della raccolta stessa, che è anzitutto un viaggio poetico. Noi cerchiamo di sfuggire alla noia - lo spleen - e al tempo che passa utilizzando diversivi come il viaggio, senza sapere che anche la morte è un viaggio, quello supremo.

Baudelaire, Corrispondenze

L'invocazione alla Morte: un capitano per l'Ignoto

Nelle strofe finali, il poeta apostrofa la Morte: «O Morte, vecchio capitano, è tempo! Questo paese ci annoia, o Morte!». Il poeta non chiede alla Morte di rafforzarlo, di corroborarlo, non ne ha alcun bisogno; è lui stesso che chiama la Morte per imbarcarsi nel vascello. Baudelaire adopera il modo imperativo al plurale con un "noi", la Morte e se stesso, assieme a lui. È lui che nelle due ultime strofe apostrofa la Morte al proposito, è lui che pare quasi essere il capitano nella situazione o per lo meno alla pari con il vecchio capitano, cui dà l’ordine di imbarcarsi.

Il termine réconforter, scelto da Baudelaire, si rivela un gioco straordinario con la semantica: ré- significa di nuovo e con- dal latino cum significa in compagnia, assieme, ossia "di nuovo assieme". Si rivela il significato di riunire, riconciliare. Nel contesto spira una brezza di riconciliazione finale tra gli opposti più estremi della vita con la morte stessa, di cielo e inferno, di alto e basso. Il cervello è così vivificato dal vicino viaggio - di ritorno - da bruciare nel contempo al fuoco inestinguibile della creatività dell’uomo - del poeta - liberata dal levare l’ancora-inchiostro.

La poetica dell'alchimia e la maschera

Baudelaire rompe tutti gli “steccati” e crea un nuovo modo di fare poesia, quel nuovo modello di fare poesia che è l’esplosione della parola, del verso, del linguaggio. In Baudelaire c’è questa alchimia, e l’alchimia forte è rappresentata da questi fiori del male che non dovrebbero essere letti, in una prima interpretazione, come una vera e propria maledizione. Siamo a un concetto forte: l’alchimia. Quando Baudelaire ci recita questo Spleen, avvertiamo questo esplodere del verso del linguaggio. Una poesia molto forte che ci inserisce in quella contestualizzazione riportandoci ad alcuni simboli che sono prettamente sciamanici. Una cultura sciamanica non intesa come vizio e come forma, bensì una cultura sciamanica che diventa “forma” e “maschera”.

Come scrive Jean Cocteau: «Gli specchi dovrebbero riflettere un momentino prima di riflettere le immagini». Gli specchi, la riflessione, le immagini. Baudelaire diventa il punto di contatto, il punto di riferimento importante e significativo. Con Baudelaire siamo in una prima fase del Decadentismo in cui si racchiudono i lineamenti da una parte pirandelliani e, dall’altra parte, leopardiani.

L'invito al viaggio: oasi di pace o illusione?

"L’invito al viaggio" rappresenta una sorta di fuga dalla realtà, un invito a rifugiarsi in un luogo ideale dove regnano “ordine e bellezza, lusso, calma e voluttà”. Questo luogo paradisiaco, descritto attraverso gli occhi della donna amata, contrasta nettamente con il mondo reale, caratterizzato dallo spleen e dalla sofferenza. Il viaggio non è solo fisico, ma anche interiore. Rappresenta la ricerca di un equilibrio interiore, di una pace che sembra irraggiungibile nel mondo reale.

paesaggio idilliaco che riflette l'ideale baudelairiano

La poesia è considerata uno dei capolavori del simbolismo. Il paesaggio descritto è un luogo di armonia e bellezza, dove i sensi possono trovare appagamento. Il contrasto con la realtà sottolinea la forza del desiderio di evasione. La poesia può essere letta come un invito all’evasione dalla realtà, una ricerca di un rifugio sicuro dove sfuggire alle sofferenze della vita, ma anche come un’illusione, un sogno irrealizzabile.

La figura del poeta tra Spleen e Ideale

Charles-Pierre Baudelaire nasce a Parigi nel 1821. La sua vita e la sua opera sono state segnate da una profonda complessità e da un’intensa ricerca interiore. Baudelaire ha lasciato un’impronta indelebile nel panorama letterario. La sua opera più celebre, I fiori del male, pubblicata nel 1857, esplora temi come la morte, il peccato, la bellezza e la modernità. Grazie a Baudelaire nella lingua francese è subentrato il termine inglese “spleen”, che appartiene al lessico medico e significa “umore nero”.

L'artista isolato e incompreso scopre delle forme singolari della bellezza dove la malinconia è la principale componente. «Ho trovato la definizione del Bello, del mio Bello. È qualcosa d’ardente e triste, qualcosa un po’ vago, lasciante spazio alla congettura. Il mistero, il rimpianto sono anch’essi caratteri del Bello». Il tempo, in particolare, è il vero nemico dell’uomo e si manifesta in un modo violento e crudele. È un mostro che distrugge la forza vitale.

Baudelaire e l'eredità della modernità

Il personaggio "Charles Baudelaire" ha alimentato il mito del bohémien e del flâneur, lo studente povero o presunto tale, ribelle e amante dei piaceri notturni, dell'assenzio e delle novità in fatto di costumi e di arte. L’autore de I Fiori del male è stato spesso interpretato come simbolo della critica alla borghesia e del mito romantico del giovane che si allontana dalla famiglia e si dedica a droghe, alcol e arte, non come problema sociale, ma come portatore di novità e artista innovativo.

Il poeta nega e combatte, là dove tutti gli altri affermano e sono illusivamente propositivi, uniti, concordi e felici. Il poeta ha scelto la strada della disubbidienza, del rovesciamento, del sovvertimento degli idoli, della confutazione delle ipocrisie umanistico-riconciliative; egli diventerà, così, il «maledetto», il «negativo», il «folle». La buona società non accetta le scomode anti-verità del poeta, contrapposte alle oneste menzogne dell’uomo comune. È l’esilio dell’albatro: animale superiormente nobile e altro; e, appunto, in quanto nobile, altro e distante, perché abituato più al cielo, alle nuvole, all’indistinto, esso non può essere apprezzato dai naviganti.

raffigurazione simbolica dell'albatro di Baudelaire

Il lavoro di Baudelaire rimase in gran parte disseminato in giornali e riviste. Dopo la morte del poeta, vennero pubblicati l'epistolario alla madre, e in seguito Il mio cuore messo a nudo, Razzi e Diari intimi. Infine la casa editrice Calmann-Lévy acquistò i diritti su tutta la sua opera e provvide a riordinarla in sette volumi. La censura diventa più morbida e le sue opere sono ampiamente diffuse. «La stoltezza, l'errore, il peccato, l'avarizia occupano gli spiriti tormentando i corpi nell’infame serraglio dei nostri vizi». Il viaggio baudelairiano, dunque, si compie nella consapevolezza che la meta è l'Ignoto, la fine di ogni apparenza, il varco estremo verso il nuovo.

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