Corpo felice: Un viaggio riflessivo tra maternità, memoria e la condizione femminile nell’opera di Dacia Maraini

La letteratura di Dacia Maraini si è sempre distinta per una penna tanto delicata quanto diretta, capace di non risparmiare nulla a chi legge, affrontando con coraggio i nodi irrisolti della società. Al centro di questo percorso si pone Corpo felice, un’opera che trascende il genere letterario, muovendosi con fluidità tra il saggio, il memoir e la narrazione pura. Il libro si configura come un dialogo intimo e ininterrotto tra una madre e un figlio, un figlio perduto perché mai nato. Eppure, questo fanciullo è vivo poiché abita nei ricordi e nella mente della sua mamma, che lo immagina in fasce, che lo immagina crescere, che lo immagina uomo adulto, che lo immagina lottare negli alti e bassi della vita e che per questo ci parla, ci dialoga, ci interloquisce.

Ritratto di Dacia Maraini, una delle figure più autorevoli della letteratura contemporanea.

La genesi di un dialogo interiore e universale

Il viaggio che ha luogo ha sede primariamente nella mente e nelle riflessioni della donna, ma chiaramente il suo è un messaggio che non resta fine al proprio essere, in quanto diretto ad invitare alla riflessione soprattutto del pubblico maschile. Ciò ha luogo mediante l’espediente del figlio perduto, con cui si instaura un dialogo che ha ad oggetto le tante sfumature del gentil sesso, dalla loro voglia di vivere, dal loro desiderio di riscatto, dalla voglia di essere felici, dalle violenze subite, fino all’evidenziarsi delle sofferenze subite da quegli uomini che spesso non le rispettano e amano, ma che desiderano, al contrario, spezzarle. Perché le temono, perché hanno paura della loro forza, perché hanno timore del loro ruolo.

Ingiusto è stato senza alcun dubbio perdere suo figlio, quando il suo utero è diventato improvvisamente una “tomba gelata”. Sopravvivere a quel bambino mai nato è stato uno strappo brutale. L’archetipo dell’ingiustizia. Dacia Maraini non si ferma però al dolore; cerca di dare un senso ripensando alla capacità generativa femminile nella storia, alla condizione della donna nel tempo, ma anche nella religione, nel mito, nella letteratura, nelle esperienze di vita.

Il corpo femminile tra storia, mito e patriarcato

Il lettore, dal suo canto, inizia a conoscere dapprima la Dacia bambina che, con il suo carattere ligio e orgoglioso ma anche vitale e dal grande senso di giustizia, scappa quando i genitori non le accordano la loro fiducia e anzi pensano che abbia mentito, e successivamente la Dacia adulta e madre mancata. L’autrice rievoca un episodio della sua infanzia in Giappone in cui suo padre l’aveva incolpata per un fatto che non aveva commesso e per questo era scappata di casa, lasciando i suoi genitori in preda all’angoscia finché non l’avevano ritrovata. Da qui inizia a fare delle riflessioni sulle domande che si poneva fin da tenera età, grazie alle quali si poneva in modo critico verso la formazione che le veniva proposta e imposta dagli adulti, a partire da quella religiosa.

Si chiedeva - e si chiede tuttora - perché la chiesa svalutasse il ruolo femminile andando contro le stesse parole di Cristo e perché abbia sviluppato un atteggiamento sessuofobico. D’altronde, anche la società laica, fino a un tempo relativamente recente, era fortemente misogina, arrivando a rinchiudere in manicomio molte donne che non erano insane di mente ma solamente non si conformavano alla morale corrente. Di grande capacità empatica è la sezione dell’opera che si focalizza sulla condizione femminile nelle strutture di ricovero psichiatrico, i manicomi, per volere di quei padri, di quei mariti, di quei fratelli in quel periodo storico in cui bastava un nulla, un sussurro, ex lege, per togliere la voce.

Rappresentazione simbolica della condizione femminile attraverso i secoli e le strutture sociali.

Come ha fatto Dio-Padre a fare un figlio senza una figura femminile vicino? Possibile che il Grande Signore non avesse come compagno un corpo portatore di fertilità, una divinità madre, come vogliono la logica e la natura? Nell’idea di un Dio solitario e onnipotente che crea i cieli e la terra, che impasta il fango per dare vita all’uomo, dalla cui costola tira fuori la donna, c’è qualcosa di talmente solitario e sprezzante da suscitare qualche preoccupazione. È così che nasce il patriarcato? Le ragazze di ogni latitudine ed etnia si inginocchiavano davanti a queste immagini di fertilità e abbondanza per chiedere un corpo felice. Un corpo che sapeva essere felice e dare felicità.

Il significato di "Corpo felice"

"Corpo felice" è un'espressione che ricorre anche in altre opere dell'autrice: oltre che nel romanzo Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza, è il titolo dell'ultimo capitolo del saggio Un clandestino a bordo. L'autrice rammenta poi i tempi della sua difficile gravidanza, terminata con un aborto spontaneo dopo sette mesi, durante la quale per precauzione era costretta a letto e leggeva per molte ore al giorno ad alta voce, come se il bambino in formazione nel suo grembo avesse potuto udirla. Si rivolge a lui, che non ha fatto in tempo a ricevere un nome, chiamandolo Perduto (o, alla francese, Perdu) e inizia a immaginare come avrebbe potuto essere la sua vita.

Quello che si chiedeva alla divinità materna era un corpo felice. Capisci quello che voglio dire, Perdu? Mi chiedi cosa intendo per corpo felice. Be' un corpo fertile, capace di partorire figli, ma anche pensieri e desideri, progetti e sogni. Un corpo felice dovrebbe germogliare in armonia con la natura e con la gioia di vivere, non lo pensi anche tu? Un corpo felice non può essere separato da un pensiero felice. Ed è proprio questo “corpo felice” l’ideale auspicato dalla Maraini e al quale invita tutte le donne, affinché si riprendano ciò che è loro.

Percorso biografico e letterario di Dacia Maraini

Dacia Maraini nasce a Fiesole nel 1936. La madre, Topazia, era pittrice e apparteneva a un’antica famiglia siciliana; il padre, Fosco Maraini, era un etnologo che, vinta una borsa di studio, nel 1938 trasferisce la famiglia in Giappone per portare avanti uno studio sugli Hainu, una popolazione in via di estinzione stanziata nell’Hokkaido. Ma nel 1943 il governo giapponese, in base al patto d’alleanza che ha stipulato con Italia e Germania, chiede ai coniugi Maraini di firmare l’adesione alla Repubblica di Salò, e poiché i due rifiutano, vengono internati insieme alle tre figlie in un campo di concentramento a Tokyo, dove patirono la fame. Nella sua collezione di poesie Mangiami pure, del 1978, la futura scrittrice racconterà delle atroci privazioni e sofferenze di quegli anni.

Dacia Maraini racconta la sua prigionia in Giappone - FarWest 29/04/2024

Rientrata in Italia, la famiglia Maraini si trasferisce in Sicilia. Quando Dacia diventa maggiorenne decide di andare a vivere a Roma con il padre, dove si mantiene come archivista, segretaria e giornalista, e comincia a collaborare con diverse testate quali «Paragone», «Nuovi Argomenti», «Il Mondo». Nel 1962 pubblica il suo primo romanzo, La vacanza, cui seguono l’anno successivo L’età del malessere (con cui ottiene il Premio Internazionale degli Editori Formentor) e A memoria (1967). Comincia ad occuparsi anche di teatro fondando, insieme ad altri scrittori, il Teatro del Porcospino.

Nel 1973 fonda, con Lù Leone, Francesca Pansa, Maricla Boggio e altre, il Teatro della Maddalena, gestito e diretto solamente da donne. Il teatro, infatti, è sempre per Dacia Maraini anche un luogo per informare il pubblico di specifici problemi sociali e politici. Un altro romanzo viene pubblicato nel 1972, Memorie di una ladra: Monica Vitti ne ricava uno dei suoi film più riusciti. L’anno successivo esce Donna in guerra, poi tradotto, come quasi tutti i suoi libri, in molte lingue. Nel 1980 è la volta di Storia di Piera, scritto in collaborazione con Piera degli Esposti: Marco Ferreri ne ricaverà un fortunato film con Marcello Mastroianni.

La consacrazione letteraria avviene nel 1990, quando esce La lunga vita di Marianna Ucrìa, accolto molto positivamente dalla critica e dal pubblico e vincitore del premio Supercampiello. Nel 1993 viene pubblicato Bagheria, un appassionante viaggio autobiografico nei luoghi d’infanzia; e Cercando Emma, che ripercorre la vicenda del romanzo Madame Bovary di Flaubert. Nel 1994 lo scritto Voci, anch’esso vincitore di molti premi letterari, offre una nuova interpretazione sul tema della violenza sulle donne.

La voce delle donne attraverso i decenni

A più di quarant’anni dai versi che hanno disegnato i contorni di un cambiamento possibile - “Libere infine di essere noi / intere, forti, sicure, donne senza paura” - Dacia Maraini riavvolge il filo di una storia tempestosa, quella al femminile, attraverso le parole di una madre a un figlio perduto, il suo, che cammina verso la maturità pur abitando solo nei ricordi. È così che l’immaginazione si fa più vera della realtà, come accade per tutte le donne che popolano i suoi libri - Marianna, Colomba, Isolina, Teresa - e sono arrivate a noi con le loro voci e i loro corpi.

Il fatto che noi donne introiettiamo i valori patriarcali non è una conseguenza prevedibile? È stata per troppi secoli l’unica condizione per sopravvivere: o ti adegui o sei condannata e ostracizzata. Sei nata donna? Devi stare al tuo posto! La società da tempo immemore classifica le donne in due categorie, una negativa e l’altra positiva: la seduttrice e l’angelo del focolare, due distinzioni attinenti il corpo della donna che, inevitabilmente, vengono interiorizzate dalla stessa. Il corpo femminile, e tutto ciò che vi concerne, dunque non è mai libero, ma asservito al potere patriarcale dominante, tanto più in quanto generatore di vita; questo potenziale insito l’ha reso minaccioso per il potere maschile.

Illustrazione concettuale che esplora il dualismo tra l'angelo del focolare e la seduttrice nella cultura.

Prima che Perdu diventi uomo, Dacia ha modo di rivedere la sua migliore amica Silvana. Con lei si confronta sul femminismo sessantottino, sugli errori delle donne e delle madri femministe. Parlano delle proprie esperienze di donne e mogli. Corpo felice riesce ad essere allo stesso tempo saggio, memoir, narrazione. Il linguaggio scorre chiaro e posato. La pacatezza del parlare mi ha quasi disorientata. Siamo talmente abituati a leggere o ad ascoltare storie, opinioni, dolori urlati che di primo acchito, se il racconto non è aggressivo, appare poco credibile o noioso.

La produzione recente e l'eredità intellettuale

Tra il 2000 e il 2001 vengono pubblicati: Amata scrittura (in cui svela con passione e umiltà i segreti del mestiere di scrittore), Fare teatro 1966-2000 (che raccoglie quasi tutte le sue opere teatrali) e La nave per Kobe (in cui rievoca l’esperienza infantile della prigionia in Giappone). La letteratura, la famiglia e il mistero del corpo sono i temi principali di Colomba (2004). Degli ultimi anni sono invece la raccolta di articoli I giorni di Antigone (2006) e il saggio Il gioco dell’universo (2007) di cui è coautrice insieme al padre.

Ancora estremamente prolifica, Dacia Maraini viaggia attraverso il mondo partecipando a conferenze e prime dei suoi spettacoli. Nel 2008 ha pubblicato il romanzo Il treno dell’ultima notte, nel 2009 la raccolta di racconti La ragazza di via Maqueda, nel 2010 La seduzione dell’altrove, nel 2011 La grande festa, nel 2012 L’amore rubato. Del 2014 è Chiara di Assisi. Elogio della disobbedienza; del 2015 La bambina e il sognatore; del 2016 Se un personaggio bussa alla mia porta. Ancora, nel 2017 esce Tre donne. Nel 2018 esce Corpo felice.

A cornice di questo contenuto molto forte e riflessivo si erge lo stile narrativo al contempo elegante, chiaro, raffinato, duro, crudo e diretto di una delle scrittrici contemporanee più affermate. Ma badate bene, la Maraini non giudica e non emette sentenze, semplicemente offre una panoramica completa, invoca l’auto-interrogazione. E nel frattempo presenta anche una soluzione a questa diversità tra i due mondi maschile e femminile, una soluzione che non è altro che l’amore.

La questione femminile è sempre stato un tema caro a Dacia Maraini, autrice dalla penna tanto delicata quanto diretta che nulla risparmia a chi legge. Il lettore, dal suo canto, inizia a conoscere dapprima la Dacia bambina che con il suo carattere ligio e orgoglioso ma anche vitale e dal grande senso di giustizia, scappa quando i genitori non le accordano la loro fiducia e anzi pensano che abbia mentito, e successivamente la Dacia adulta e madre mancata. Il viaggio che ha luogo ha sede primariamente nella mente e nelle riflessioni della donna ma chiaramente il suo è un messaggio che non resta fine al proprio essere in quanto diretto ad invitare alla riflessione soprattutto del pubblico maschile.

Mappa concettuale che collega le tematiche principali della poetica di Dacia Maraini.

Dacia Maraini è autrice di romanzi, racconti, opere teatrali, poesie e saggi, editi da Rizzoli e disponibili in BUR, tradotti in oltre venticinque Paesi. Nel 1990 ha vinto il Premio Campiello con La lunga vita di Marianna Ucrìa e nel 1999 il Premio Strega con Buio. Mi hanno sempre affascinata le donne dal vissuto denso, soprattutto se intellettuali o creative e Dacia Maraini, di certo, rientra a pieno titolo fra queste. Ho iniziato a leggere questo suo libro attratta non solo dall’argomento ma anche dalla struttura narrativa che affiora dalla sinossi. Si parla di donne, della cultura patriarcale che ancora ci avvinghia tutti a sé. Dacia Maraini indaga nel tempo e nello spazio alla ricerca delle risposte ai piccoli grandi interrogativi dell’esistenza, dell’uomo e della donna. Lo fa attraverso i suoi ricordi, le sue conoscenze, le sue certezze e incertezze, le sue esperienze, le sue riflessioni, la sua sensibilità.

Sceglie di farlo in un modo intimo ma, a ben guardare, universale. Un bambino che Dacia Maraini decide di accompagnare comunque nei suoi cambiamenti mentre cresce, educandolo e istruendolo al rispetto soprattutto verso le donne. Fin da piccola rompeva le scatole agli adulti perché rispondessero alle sue domande insistenti: papà cos’è la giustizia? Eccole le domande che vogliono risposta. "Corpo felice" riesce ad essere allo stesso tempo saggio, memoir, narrazione. Il linguaggio scorre chiaro e posato. La pacatezza del parlare mi ha quasi disorientata. Siamo talmente abituati a leggere o ad ascoltare storie, opinioni, dolori urlati che di primo acchito se il racconto non è aggressivo appare poco credibile o noioso.

Una madre che non ha avuto il tempo di esserlo. Un figlio mai cresciuto. Tra di loro, i giorni teneri e feroci, sognati eppure vividissimi che non hanno vissuto insieme. E un dialogo ininterrotto che racconta cosa significa diventare donne e uomini oggi. A più di quarant’anni dai versi che hanno disegnato i contorni di un cambiamento possibile, Dacia Maraini riavvolge il filo di una storia tempestosa, quella al femminile, attraverso le parole di una madre a un figlio perduto, il suo, che cammina verso la maturità pur abitando solo nei ricordi. È così che l’immaginazione si fa più vera della realtà, come accade per tutte le donne che popolano i suoi libri - Marianna, Colomba, Isolina, Teresa - e sono arrivate a noi con le loro voci e i loro corpi. Corpi che non hanno mai smesso di cercare la propria via per la felicità, pieni di vita o disperati per la sua assenza, amati o violati, santificati o temuti, quasi sempre dagli altri, gli uomini. Ed è proprio a loro che parlano queste pagine. Agli occhi di un bambino maschio non ancora uomo.

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