Dacia Maraini e l'esperienza della prigionia: una testimonianza che si svela

L'atto di narrare la propria sopravvivenza è, come ci ha insegnato Primo Levi, un esercizio estremo, un percorso che talvolta richiede decenni di gestazione prima che un autore si senta pronto ad affrontarlo. Per Dacia Maraini, una delle più grandi intellettuali del nostro tempo, questo processo ha richiesto un lungo periodo, culminato nella pubblicazione del suo straordinario libro "Vita mia", edito da Rizzoli. Quest'opera, disponibile nelle librerie da martedì 3 ottobre, non è un romanzo in senso stretto, pur avendo l'andamento lineare e aggraziato che caratterizza molti dei lavori della scrittrice, oggi ottantaseienne. Non è nemmeno un diario, poiché, come lei stessa premette sin dall'inizio, gran parte della narrazione si fonda sui racconti dei suoi genitori, Fosco e Topazia. E sebbene contenga numerose riflessioni sulla storia e sul presente, non può essere classificato come un saggio. Alla seconda rilettura, "Vita mia" rivela la sua vera essenza: una cronaca asciutta in cui l'autrice recupera lo sguardo della bambina che era, appena sei anni quando la prigionia ebbe inizio, per raccontare la sua esperienza in un campo di concentramento giapponese insieme alla sua famiglia.

Ritratto di Dacia Maraini con una copia del libro

La formula letteraria e il lungo silenzio

La scelta di questa specifica formula letteraria si è rivelata la più adatta per un racconto così intimo e profondo. Nell'ottobre di ottant'anni fa, quando gli ufficiali giapponesi si presentarono nella sua casa di famiglia a Kyoto, Dacia era troppo giovane per poter oggi offrire un resoconto minuzioso degli eventi. Tuttavia, era anche sufficientemente grande da non potersi affidare unicamente ai ricordi dei genitori. Maraini intreccia sapientemente ricordi lontani, antiche suggestioni, episodi tramandati in famiglia e accurate ricostruzioni storiche. Questo lavoro complesso e delicato ha permesso di offrire ai suoi lettori, che da tempo attendevano questo libro, quello che molti definiranno "finalmente" il romanzo della prigionia. È la testimonianza di una grande intellettuale che sceglie di mettersi a nudo proprio adesso, e questa scelta non è casuale.

L'autrice stessa spiega le ragioni di questo "adesso": "da una parte si vorrebbe dimenticare ciò che non si può dimenticare, soprattutto quando si sente che circola e si diffonde un sentimento di irritazione e di stanchezza verso la memoria, un sentimento che sentiamo come offensivo e umiliante […]. Ma un'altra voce, meno persuasiva e più insistente, invece sprona a parlare. A dire, a rammentare, a testimoniare." Questa duplice spinta, tra il desiderio di oblio e la necessità di testimonianza, ha guidato Maraini nella stesura di un'opera che getta luce su un periodo buio della sua vita e della storia.

Presentazione del libro "Vita mia" di Dacia Maraini

L'inizio della prigionia: un'estate del 1943 che cambia tutto

Il racconto prende avvio dagli ultimi giorni d'estate del 1943, un periodo in cui la famiglia Maraini viveva già da tempo in Giappone. Fosco Maraini, il padre, era uno stimato antropologo e lavorava all'Università di Kyoto, un centro di eccellenza culturale e scientifica. La madre, Topazia Alliata, era ben inserita nella vivace comunità culturale locale, avendo stretto legami e partecipato attivamente agli scambi intellettuali. Dacia, ancora bambina, parlava fluentemente il dialetto della città, segno della profonda integrazione della famiglia nel tessuto sociale giapponese. Le sue due sorelle minori, Toni e Yuki, trascorrevano un'infanzia serena, immersa nelle tradizioni locali, tra filastrocche ispirate alla saggezza giapponese e gli omochi, i tradizionali dolcetti di riso preparati dalla loro balia, Miki. Questa idilliaca esistenza, fatta di scambi culturali e affetti familiari, era destinata a essere sconvolta dagli eventi geopolitici.

L'8 settembre del 1943 segnò una svolta drammatica non solo per l'Italia, ma anche per i suoi cittadini residenti all'estero, compresi i Maraini. La famiglia si rifiutò categoricamente di aderire alla Repubblica di Salò, il regime fascista collaborazionista instaurato nel nord Italia. Questo rifiuto, un atto di profonda integrità morale e politica, li trasformò immediatamente in "nemici" del Paese in cui abitavano. Si erano opposti al patto che il Giappone aveva appena concluso con la Germania nazista e l'Italia fascista, un'alleanza che avrebbe avuto conseguenze devastanti a livello mondiale. Questa decisione coraggiosa e intransigente segnò l'inizio della loro odissea.

Mappa del Giappone con evidenziate le città di Kyoto e Nagoya

Dopo un paio di settimane da quella fatidica data, la famiglia Maraini subì la deportazione. Questo evento, pur nella sua specificità geografica e storica, assomiglia in modo inquietante a tante delle deportazioni che abbiamo imparato a conoscere attraverso i romanzi e i film sulla Shoah. La narrazione di Maraini evoca l'arroganza sbrigativa dei militari, la loro assenza di pietà di fronte a tre bambine piccole. La madre, Topazia, rifiutò categoricamente di affidarle a un orfanotrofio, come proposto dai soldati, scegliendo invece di portarle con sé nell'incerto futuro della prigionia. Questa decisione, motivata da un istinto materno indomabile, si rivelò un presagio di salvezza.

Immagine stilizzata di soldati giapponesi durante la Seconda Guerra Mondiale

Presagi e intuizioni: la lungimiranza di Topazia Alliata

Il libro è costellato di presagi, momenti che rivelano una sorprendente intuizione di fronte all'imminente catastrofe. Il primo di questi presagi riguarda proprio l'orfanotrofio al quale Dacia e le sue sorelle erano destinate. Successivamente, si scoprirà che l'edificio venne bombardato, e tutti i bambini presenti morirono. La scelta di Topazia di tenere con sé le figlie si rivelò, in retrospettiva, la loro salvezza.

Un altro esempio della straordinaria preveggenza di Topazia è la sua decisione di portare con sé delle lenzuola, sacrificando preziosi vestiti. Sembrava avesse intuito la futura utilità di cucire abiti per i carcerieri, un'attività che avrebbe permesso di ottenere in cambio una manciata di riso in più, preziosissima per la sopravvivenza nel campo. Questo gesto, apparentemente insignificante, si trasformò in una risorsa fondamentale.

E chissà come, nella misera valigia che li avrebbe accompagnati nel campo di Nagoya, Topazia ebbe anche l'idea di mettere uno scialle rosso. Questo oggetto, apparentemente un semplice indumento, avrebbe assunto un significato simbolico e pratico di grande importanza. Alla fine della guerra, quando ormai erano segregati in un altro campo, senza più carcerieri ma isolati dal resto del mondo, Topazia cucirà quello scialle a un pezzo di lenzuolo bianco e a una vestaglia verde. L'assemblaggio di questi tessuti avrebbe composto una bandiera italiana rudimentale, issata al suolo per chiedere aiuto agli aerei alleati che solcavano il cielo, un disperato segnale di richiesta di salvezza e riconoscimento.

Schema dei presagi nel libro

La quotidianità della prigionia: una cronaca senza enfasi né retorica

Il racconto della prigionia in "Vita mia" non ha nulla di enfatico, né tantomeno di retorico. Maraini è consapevole che il semplice e asciutto resoconto delle giornate è sufficiente a restituire la tragedia della guerra e delle sue vittime, senza bisogno di fronzoli o esagerazioni. La crudeltà e la sofferenza emergono dalla descrizione della quotidianità, dalle piccole e grandi privazioni.

I guardiani, spesso descritti più come piccole macchiette sciocche che come figure intrinsecamente malvagie, erano comunque responsabili di atti di sottrazione di cibo destinato ai prigionieri. Questo cibo veniva poi rivenduto sul mercato nero, un gesto di cinismo che aggravava ulteriormente le già precarie condizioni dei reclusi. La fame era una costante, e la disperazione spingeva a gesti estremi, come l'inghiottire di nascosto formiche, nonostante l'inevitabile mal di pancia e le intossicazioni che ne derivavano.

Presentazione del libro "Vita mia" di Dacia Maraini

Le malattie erano compagne inseparabili della prigionia. Lo scorbuto e il beri-beri, causati dalla grave malnutrizione e dalla carenza di vitamine, erodevano poco per volta anche il corpo sano delle bambine. La spossatezza crescente di Topazia Alliata, che denunciava "macchie agli occhi e caduta di capelli", e la magrezza di Fosco, un uomo un tempo atletico e sportivo, sono ritratti vividi del deterioramento fisico che la prigionia imponeva. Queste descrizioni, scarne ma potenti, comunicano l'orrore della situazione più di qualsiasi elaborazione retorica.

La natura raffinata del libro: storia, famiglia e valori

La natura raffinata di "Vita mia" risiede anche nella capacità dell'autrice di innestare le vicende e le peculiarità della sua famiglia all'interno del più ampio terreno della Storia. La sofferenza personale si intreccia con i grandi eventi mondiali, offrendo una prospettiva unica e profondamente umana sulla guerra.

Un'annotazione particolarmente significativa è: "La parola era diventata inutile, troppo faticosa, superflua". Questa affermazione rivela una piccola morte all'interno di una famiglia che, prima della prigionia, prosperava grazie a vivaci dibattiti filosofici tra i genitori, haiku imparati a memoria dalle bambine, e un inesausto esercizio della discussione come strumento di libertà e di autonomia. La riduzione della parola a elemento superfluo è un simbolo potente della privazione non solo fisica, ma anche intellettuale e spirituale imposta dalla prigionia.

Senza enfasi, ma con precisione, Maraini tesse un continuo confronto tra la qualità umana e intellettuale di Fosco e Topazia e l'assurdità della guerra, del razzismo e della violenza. Attraverso i ricordi dei suoi genitori, emerge un ritratto di resistenza intellettuale e morale, un'opposizione ferma alle forze distruttive del conflitto. È in questi passaggi che si ritrovano i nuclei fondanti della sua letteratura, da sempre improntata alla pietà, al rispetto degli ultimi (animali compresi) e all'inesauribile energia che la porta a schierarsi, ancora oggi, contro ogni forma di sopraffazione.

Illustrazione delle dinamiche familiari dei Maraini e il loro legame con la storia

Un'attenzione al femminile e le radici della poetica marainiana

Nel racconto della prigionia, si ritrova anche una particolare attenzione al femminile, un tema ricorrente nella produzione letteraria di Dacia Maraini. I piccoli grandi gesti di Topazia, la sua forza interiore e la sua capacità di adattamento, sono esempi luminosi di resilienza. La narrazione include anche un episodio di tentativo di violenza sessuale da parte di un soldato, al quale Topazia riuscì a sfuggire, un momento di terrore che evidenzia la vulnerabilità delle donne in situazioni di conflitto, ma anche la loro capacità di lottare e resistere.

Chi ha letto i suoi romanzi, rintraccerà in questo "Vita mia" una filigrana sottile che conduce, punto dopo punto, alle opere più importanti della scrittrice. È come se in quei due anni di prigionia, Dacia avesse inconsciamente composto i nuclei della sua poetica, le radici profonde delle sue future narrazioni. L'esperienza del dolore, della privazione e della resistenza ha plasmato la sua visione del mondo e la sua sensibilità artistica, trasformandosi in una fonte inesauribile di ispirazione.

La Maraini stessa evoca, per descrivere l'inizio del suo percorso di scrittura di questa memoria, la metafora di Varlam Šalamov ne "I racconti della Kolyma": "Come si apre una strada nella neve vergine". Questo paragone con un altro splendido e tragico affresco della prigionia sottolinea la difficoltà e la necessità di tracciare un sentiero in un territorio inesplorato della memoria e dell'anima, per dare voce a un'esperienza che, pur dolorosa, è fondamentale per comprendere la condizione umana e per onorare la memoria di chi ha sofferto. "Vita mia" è, dunque, non solo una testimonianza personale, ma un contributo essenziale alla letteratura sulla prigionia e sulla resistenza, un libro che, attraverso la voce di una bambina cresciuta troppo in fretta, ci parla della forza inesauribile dello spirito umano di fronte all'orrore della storia.

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