Somalia e le Missioni Italiane: Tra Contributo di Pace e Ombre Controversiali

La partecipazione delle Forze Armate italiane a missioni internazionali, in particolare in Somalia, rappresenta un capitolo complesso e cruciale della politica estera e di difesa del Paese. Questo coinvolgimento, sebbene spesso motivato da ideali di pace e stabilità, ha sollevato interrogativi significativi sia a livello nazionale che internazionale, evidenziando problematiche di carattere costituzionale, legislativo e etico. La missione Ibis in Somalia, inserita nel più ampio contesto dell'operazione Restore Hope, è un esempio emblematico di queste complessità, caratterizzata da accuse di violazioni dei diritti umani che hanno gettato un'ombra sull'operato di alcuni militari italiani.

Il Contesto delle Missioni e le Loro Evoluzioni

Le missioni internazionali rappresentano ormai un ruolo fondamentale nella politica estera e di difesa, riflettendo un'evoluzione dello ius ad bellum nel diritto internazionale. Tuttavia, un inquadramento costituzionale non facile e la definizione degli aspetti procedurali per l'impiego dei contingenti in operazioni "fuori area" hanno generato problematiche significative. Queste includono la temporaneità delle disposizioni ordinamentali e finanziarie, l'incertezza del diritto penale militare applicabile e la mancanza di una disciplina organica dei profili militari e civili delle missioni. Questo quadro normativo frammentato ha contribuito a creare un ambiente in cui la trasparenza e la responsabilità sono state a volte messe a dura prova.

Mappa delle missioni di peacekeeping ONU

Le Ombre della Missione Ibis: Testimonianze e Accuse

La missione Ibis, condotta dall'Italia in Somalia, è stata segnata da accuse gravi e persistenti. Già il 7 giugno 1993, il settimanale Epoca pubblicò diverse fotografie di prigionieri somali incappucciati ed «incaprettati», suscitando le prime preoccupazioni. L'allora comandante italiano della missione Ibis, il generale Loi, chiuse la vicenda con l'affermazione: «Quei Somali lì non sono mica figli di Maria», parole che hanno contribuito ad alimentare il dibattito sulla condotta delle truppe. Il gruppo parlamentare di Rifondazione Comunista alla Camera presentò già nel 1993 un'interrogazione sulle notizie di torture e sevizie da parte di soldati italiani contro cittadini somali.

Le nuove testimonianze hanno rappresentato un ulteriore drammatico tassello sul contributo di sangue somalo provocato dal contingente italiano. Queste affermazioni fanno impallidire quelle a suo tempo rilasciate dal generale Fiore, secondo il quale solo nella prima parte della missione Ibis sarebbero stati uccisi dai soldati italiani almeno 200 somali, episodi sui quali il Ministero della difesa si è sempre rifiutato di rispondere.

Nel quotidiano Il Mattino dell'11 giugno 1997, Elena Romanazzi scrisse un articolo intitolato: «Qualcuno sapeva. Le torture in Somalia non erano un mistero per il Sismi, che ha seguito la missione Ibis passo dopo passo». L'articolo rivelò che diversi rapporti erano stati inviati dal Sismi al Cesis sulla situazione in Somalia dal 1991 al 1994 e che erano custoditi nell'archivio della Presidenza del Consiglio. In uno di questi, datato 1993, si parlava non solo della missione, ma anche del comportamento di alcuni militari.

Il 10 giugno 1997, si affermò pubblicamente: «Inviai gratuitamente le fotografie sulle torture ad un paio di giornali quattro anni fa, ma nessuno le pubblicò». Questo sottolinea una possibile reticenza iniziale nel portare alla luce tali fatti. Nel numero del 19 giugno 1997 del settimanale Panorama, furono poi pubblicate altre foto scattate dal soldato «Stefano» a fine novembre del 1993, nella strada tra Mogadiscio e Balad al check point Demonio. Le fotografie ritraevano una ragazza somala violentata da alcuni soldati italiani, accompagnate dal racconto dettagliato del soldato. Secondo la sua testimonianza, un gruppo di soldati italiani si stava divertendo con una ragazza somala. La toccavano, lei si ritraeva, la palpavano. Lei cercava di scappare verso le sue amiche poco distanti, spaventate. Urlava e si dimenava. I militari ridevano sempre più vigorosamente, quasi a coprire gli strilli terrorizzati della giovane donna. I dieci paracadutisti arrivati insieme a Stefano se ne accorgevano, ma l'obbligo di andare a interrompere il gioco era l'ultimo dei loro pensieri, l'ultima delle preoccupazioni. Stefano raccontò: «Prima abbiamo cominciato a dare pizzicotti, a toccare. Qualcuno aveva in mano una bomba illuminante. E ha detto mettiamola qua, mettiamola su, mettiamola giù. Attacchiamo la ragazza al carro armato! Abbiamo cominciato a spingerla, da dietro la tenevano, l'hanno legata al Vcc con una corda alle gambe. Non contento qualcuno, dopo un po', ha spalmato sulla bomba della marmellata». Il soldato Stefano affermò inoltre: «Quando gli ufficiali volevano divertirsi, tutta la banda gli andava dietro». Alla domanda del giornalista «se rifarebbe il parà», Stefano rispose: «Non so. Allora ero esaltato. Eravamo tutti esaltati. Ero parecchio convinto».

Fotografia di un soldato italiano in Somalia

La Voce del Caporalmaggiore Michele Patruno

Il caporalmaggiore Michele Patruno, oggi in congedo, in un'intervista al settimanale Panorama, ha rilasciato dichiarazioni ancor più sconvolgenti. «Non ho mai visto un singolo somalo sparare contro noi militari», affermò. E proseguì: «Entravamo nei villaggi e perquisivamo le capanne in cerca di armi. Spesso facevamo devastazioni e lasciavamo i somali senza casa. Le capanne sono di fango e canne e molto basse, così per non prenderci il fastidio di entrare le scoperchiavamo. Distruggevamo anche le riserve d'acqua. Per procurarsi quell'acqua magari i somali avevano fatto chilometri a piedi». Alla domanda: «Ma il comandante della sua squadra (capitano Giovanni Iannucci) era al corrente degli episodi di tortura?», Patruno rispose: «Sì, sicuramente». E descrisse un "gioco crudele" chiamato "T914": «Si faceva passare il furgone sopra l'animale (tartarughe) per vedere quanto tempo resistevano. Resistevano un minuto; gli ufficiali non dicevano niente».

Quanto all'applicazione degli elettrodi ai testicoli di un somalo (fotografia pubblicata su Panorama), Patruno spiegò che la corrente era prodotta da un generatore a manovella. Prima gli elettrodi li avevano applicati alle mani, ma con scarsi risultati; poi un ufficiale medico consigliò di applicarli ai testicoli, «perché contengono liquidi e conducono meglio la corrente». Il sottufficiale Patruno continuò: «Le torture consistevano prima nel privarli di acqua e con i prigionieri legati; poi libero sfogo alla fantasia dei militari: peperoncino piccante per aumentare la sete; sigarette accese sotto i piedi, scosse elettriche, botte. Infine li gettavamo contro il filo spinato americano, fatto con migliaia di rasoi affilati». Alla domanda: «Perché non ha parlato prima?», Patruno rispose: «Perché avevo paura delle conseguenze»; all'altra domanda, se il generale Bruno Loi sapesse, Patruno rispose: «Girava molto in tutti i campi».

TSO e violazioni dei Diritti Umani

Ritardi e Mancanza di Controlli

I provvedimenti contro i militari implicati nelle torture e negli stupri sono arrivati con grave ritardo e segnalano un'eccessiva timidezza dell'autorità di Governo ad intervenire sul mondo militare. D'altronde, il generale Loi era noto per i suoi modi «rudi», specialmente dopo le infelici frasi pronunciate a poche ore dal suicidio, nell'Accademia di Modena, di un suo cadetto. Sulla fallimentare missione Restore Hope, all'interno della quale era organizzata l'italiana Ibis, nessuna autocritica da parte delle autorità politiche e militari fu svolta. Nessun controllo parlamentare è attualmente consentito in merito alle missioni militari all'estero, alle regole d'ingaggio e ai corsi di formazione ed istruzione delle reclute e dei quadri. Questa lacuna nei controlli democratici solleva interrogativi sulla reale capacità del Parlamento di supervisionare l'operato delle Forze Armate in contesti internazionali.

Diverse interpellanze parlamentari, firmate da membri come Tassone, Sanza, Marinacci, Panetta, Volonté, e successivamente da Pittella, Ruffino, Ruzzante, Settimi, Chiavacci, e Veltri, hanno chiesto ai Ministri competenti di accertare la verità dei fatti, individuare le responsabilità e salvaguardare l'onore dei militari. Tali interrogazioni hanno evidenziato i limiti della legge n. 400 del 1988 e dell'articolo 82 della Costituzione, sottolineando come la commissione mista istituita dal Governo, pur avendo un evidente significato morale e politico, non potesse assumere poteri e funzioni proprie delle commissioni parlamentari d'inchiesta. È stata inoltre sollevata la questione della necessità di una riforma alle regole varate nel 1941 insieme al codice di guerra, in quanto mal si conciliano con le iniziative della Repubblica democratica, che bandisce la guerra come mezzo di offesa e che è impegnata solo in missioni di pace.

Edificio del Parlamento italiano

Collegamenti con Altri Eventi e il Contesto Diplomatico

Le vicende somale hanno richiamato l'attenzione anche su altri episodi. È stata sollevata la domanda se si potesse escludere che i fatti testimoniati dal Patruno potessero avere una qualche relazione con l'agguato ai giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Questo potrebbe configurarsi come una rappresaglia somala al comportamento efferato dei militari italiani, oppure potrebbe avere una relazione più diretta con i fatti descritti, visto che l'attività condotta dalla citata giornalista avrebbe potuto portarla a conoscenza dei fatti. Interrogazioni parlamentari su questo tema sono state presentate da Pezzoni, Di Bisceglie, Evangelisti, Bartolich, Lento, Leoni, Basso, Ranieri, Ruffino, Ruzzante, Settimi e Crema, rivolte al Presidente del Consiglio dei ministri e ai Ministri degli affari esteri e della difesa.

La Somalia è stata per lungo tempo definita "The forgotten country" (il Paese dimenticato) nella geopolitica del Palazzo di Vetro sull'Africa Orientale, un "buco nero" che l'Italia ha cercato di riportare all'attenzione del Consiglio di Sicurezza ONU a metà degli anni Novanta, scontrandosi però con l'opposizione di molti Paesi. Nonostante i successi della diplomazia italiana nel mantenere alta l'attenzione sulla questione somala, ciò non è bastato a far uscire il Paese da una crisi endemica.

Il contesto diplomatico è stato ulteriormente complicato dalla vicenda dei due marò arrestati in India con l'accusa di aver ucciso due pescatori del Kerala scambiati per pirati. Il collegamento con i pirati somali è inevitabile, data la centralità della Somalia nelle discussioni internazionali. Giulio Terzi, all'epoca Ministro degli Esteri, ha sottolineato l'impegno del governo italiano nel tutelare i propri militari all'estero e tutti i connazionali che operano in diverse parti del mondo per le organizzazioni di volontariato, acquisendo una grande esperienza in materia con risultati positivi.

La Conferenza di Londra sulla Somalia ha rappresentato un tentativo di voltare pagina, con l'obiettivo di decretare la fine del Governo di transizione somalo dopo otto anni e mezzo di liti, guerre interne e massacri. Nonostante la dura realtà di un governo con poteri ristretti a pochi quartieri di Mogadiscio, legittimato da una presenza militare straniera e con un Parlamento in esilio, l'incontro a Roma con il primo ministro somalo Abdiweli Mohamed Ali ha suscitato motivi di incoraggiamento. Si è ritenuto che si sia passati a una fase costituente, con la creazione di una nuova Assemblea non solo basata sui clan e sui signori della guerra, ma aperta a elementi più rappresentativi della società somala. Il documento finale di Londra ha chiarito questo aspetto, segnando un punto di non ritorno verso la costituzione di un sistema ragionevolmente democratico e rappresentativo dell'intera società somala.

La Sfida degli Al-Shabaab e lo Sviluppo

La sfida più grande resta quella dei ribelli al-Shabaab, grandi assenti in Gran Bretagna. La questione del loro coinvolgimento in un quadro di stabilità somala somiglia al travagliato percorso di dialogo fra il governo di Kabul e l'insorgenza dei taleban in Afghanistan. Esistono sensibilità diverse tra i Paesi che partecipano alla Conferenza: c'è chi sostiene l'utilità di avviare qualche forma di dialogo, almeno con le componenti meno jihadiste, ma vi è anche un numeroso gruppo di Paesi estremamente preoccupato da questa forma di apertura. Questi Paesi sono spesso quelli più operativi sul piano dell'anti-terrorismo e con maggiori conoscenze sulla presenza del jihadismo nel fronte degli al-Shabaab. La conclamata alleanza tra al-Shabaab e al-Qaeda, ribadita in quei giorni, è stata vista come un elemento voluto dagli jihadisti per creare ulteriori complicazioni. La speranza è che ci sia un'erosione della loro tenuta, poiché nel momento in cui iniziano a perdere terreno fisicamente sul fronte militare, l'ambiente clanico somalo è noto per cambiare linea facilmente, rendendo l'insorgenza non irreversibile.

Bandiera di Al-Shabaab

Il pilastro dello sviluppo è il terzo, non certo in ordine di importanza, dalla Conferenza. Un punto di passaggio per l'ulteriore conferenza sullo sviluppo che si terrà a Istanbul. Ci saranno quindi appuntamenti ravvicinati incentrati sui temi dello sviluppo, della carestia e della sostenibilità di un'economia somala che deve partire. Il tema della fame è di primaria importanza, nonostante le gravissime carenze nel finanziamento dei fondi per la cooperazione e lo sviluppo. La disponibilità dell'azione bilaterale italiana è caduta a picco negli ultimi quattro, cinque anni, ma la Somalia è sempre stata il Paese di destinazione degli aiuti italiani, sia per le emergenze che per l'assistenza alimentare. L'impegno è sia su questo piano che per l'aiuto alla promozione dei diritti umani, a sostegno della condizione della donna con particolare attenzione ad alcune forme tragiche, determinate da tradizioni locali, come quelle delle mutilazioni genitali femminili. Questo impegno riflette la complessità e la multidimensionalità dell'intervento internazionale in Somalia, che va oltre la semplice sicurezza per abbracciare anche lo sviluppo sociale e la tutela dei diritti umani fondamentali.

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