Da questa prima versificazione, ora breve ora lunga, si apre un percorso attraverso le pagine dedicate a Pablo Neruda, un poeta che soggiornò più volte in Italia, lasciando un'impronta indelebile nella sua produzione. La sua figura è complessa, e si estende ben oltre la semplice presenza fisica, toccando la sua visione poetica e civile. “Neppure tristezza” è un perfetto credo poetico-civile, estratto dall’Elegia dell’essenza, una silloge nerudiana pubblicata postuma a Roma dagli Editori Riuniti nel dicembre del 1973 e curata da Ignazio Delogu, famoso ispanista e traduttore di Poesie e scritti in Italia di Neruda.

Questa scrittura, in cui luoghi e persone italiani maturano in Neruda, ci invita a entrare nei tratti più vivi della produzione del poeta cileno. Dobbiamo esaminare il suo Canto generale, le Tre residenze sulla terra e le Venti poesie d’amore e una canzone disperata, i suoi titoli più noti, per comprendere appieno l'influenza del suo rapporto con l'Italia.
La "Impurezza" Poetica e l'Oro Creativo
Va subito detto che i lettori continuano a rimproverare al poeta la troppa contaminazione della realtà, la sua "impurezza", l’abbandono al disordine e alla disorganizzazione, la predilezione del caos di immagini e di parole. È pure vero, ma proprio da qui può nascere ed estrarsi l’oro creativo della poesia. Per questo, ricordiamo, seppure non ci incontriamo più di tanto con le sue tesi filosofiche, Nietzsche, quando, tra il suo filosofeggiare, osserva che dal fango nasce una stella e che nel fango si rispecchiano gli astri.
Se si considera il filosofo il vate di un'epoca dominata, si può considerare Pablo Neruda il vate di una nuova società dominata. Egli scruta questa società dalla sua terra cilena meridionale di nebbie, acque e dominazioni, violenze, miserie senza speranze di rinascite sociali o di riscatti degli umili. Questi ultimi, poi, sono solo bisognosi della poesia che si chiama pane e sorriso, come recita il testo. Il riscatto degli umili è inteso anche come una breve sollevazione dalla miseria e dalla sofferenza morale.
"Posso scrivere i versi più tristi" di Pablo Neruda, letta da Paolo Rossini
Neruda, al vertice della sua notorietà nel pianeta della cultura letteraria, durante i suoi soggiorni italiani, si fa carico di una poesia trasparente, misurata, orientata sulla via, in prevalenza, della contestazione, della risposta. E va intesa questa causa, se si conosce quanto egli sentisse l’impegno dell’intellettuale democratico ingaggiato, non più - come nelle opere giovanili - incline a intendere la trascendentalità.
L'Italia di Neruda: Sole, Mistero e Ricordi
“Un’Italia solare e gioiosa”, scrive il suo studioso Delogu, “ma anche un’Italia più misteriosa e segreta era quella che Neruda amava, quella della quale parlava volentieri e dalla quale conservava anche un ricordo insieme dolcissimo e severo.” Ricorsi, spesso frequenti nel testo nerudiano, qui alla metafora, nella “coppa piena”, nella “goccia di cera e di meteora” accompagnata da una stemperata sensualità: lui e lei, ovvero il maschio e la femmina. Terra e mare sono pure protagonisti. Ma è il giogo che qui armonizza il verso in quella articolazione che è nell’iterazione avverbiale temporale.
Il Flusso dell'Acqua e la Voce dei Poeti
“Mi raccontava. io vado facendo a poco a poco nella terra.” Il tema riconduce alla memoria di tanti lettori il testo “I fiumi”, tanto adeguatamente scelto nei manuali scolastici, di Giuseppe Ungaretti. L’acqua scorrente accende e sviluppa la creatività, con la sua voce arcana, cifrata, dei poeti, che sanno ancora rivolgere la loro mente tormentata di parole all’acqua. Il linguaggio dell’Arno riconduce il poeta esule Neruda al linguaggio del fiume Orenoco che il poeta conosce bene, ma non vuole ripetere le sue storie. E qui la reticenza lascia immaginare queste storie che parlano dei paesi dell’America Latina, le storie delle genti oppresse dagli europei per sete di dominio.

Amor Terrestre e Simbolismo
“Amor terrestre.” Come un quadro di natura morta questa espressività, tutto cantato, trovato per il frutto, l’oliva, simbolo della luce e della carne muliebre nei suoi punti erotogeni. Qui il ricorso al mito e alla leggenda, che riguardano la Medusa, bellissima, ma mortale, l’unica delle tre Gorgoni. Da La barcarola, un tratto dagli “Amanti di Capri”. L’isola degli antichi romani perbene e degli uomini perbene di oggi rimane un’agognata enormità di pietra e di terra buttata nelle acque.
Il Percorso di Neruda tra Esilio e Ritorno
“Abbattendo la rugiada e aprendo gli occhi d’Europa.” Pablo Neruda, il cui vero nome e cognome era Neftali Ricardo Reyes, nel 1939, al termine della guerra civile in Spagna, si reca in Francia e poi in Messico: qui concepisce i primi poemi del Canto general. Nel 1943 ritorna in patria, dove vi rimane sino al 1949, ma deve fuggire per evitare le persecuzioni del dittatore Gonzales Videla. Ramingo, per alcuni anni, trascorre una vita assai grama e difficile.

Nel 1952 viene espulso dall’Italia, ma vi rimane in seguito alle dimostrazioni della sinistra e degli intellettuali democratici. Riparte dall’Italia, e vi ritorna ancora per un paio di volte. Accordi diversi, di natura combattiva, resistenziale emergono da questo testo che, da un lato, è una denuncia al governo di quegli anni del primo Parlamento italiano, dall’altro, vuole essere una pagina di tributo di affetti caldi agli italiani come Guttuso, pittore sulla via di una parabola ascendente, Giuliano Pajetta, il fratello di Giancarlo e di Mario Alicata, figure di spicco nella sinistra comunista. Ma la denuncia è nel tratto del testo neorealistico, laddove quella bieca forza poliziesca colpiva gli uomini osteggianti quel potere tutto clerico-mericano, così caratterizzato da Concetto Marchesi, in quegli anni, parlamentare, dopo gli anni del magistero di grande umanista.
Gli Ultimi Anni e l'Eredità Poetica
Gli ultimi anni del poeta sono ornati, mentre governa Allende in Cile, dalla carica di ambasciatore a Parigi e dal Premio Nobel per la letteratura. Il 23 settembre del 1973 il poeta muore all’età di 69 anni a Santiago del Cile. Un bagno di sangue, voluto dal golpe dei colonnelli di ritorno nella società dei liberi, aveva insanguinato tutto il Cile.
Sopra, all’inizio del discorso, si diceva del Canto generale, delle Tre residenze sulla terra e delle Venti poesie d’amore e una canzone disperata. Traduttori nella nostra lingua sono: per Il canto generale, Dario Puccini, per le altre due opere, Giuseppe Bellini, ispanisti, come Delogu, di prestigio.
Le Opere Maggiori di Neruda e il Loro Contesto
Il Canto Generale: Un'Epopea Latinoamericana
Il canto generale è stato valutato come un’esaltazione alla natura dalle connotazioni liriche ed epiche, un’esaltazione all’itinerario umano e sociale della storia riguardante l’America del Sud. Vi si scopre la radice della grandezza che il poeta fa emergere dalla favolosità del passato precolombiano. È un'opera monumentale, un affresco della storia, della geografia e dei popoli del continente americano, un inno alla resistenza e alla dignità degli oppressi. L'intento di Neruda era quello di creare una poesia che fosse al tempo stesso universale e profondamente radicata nella sua terra, una voce che desse risalto alle vicende taciute e alle sofferenze di un continente. L'opera si articola in diverse sezioni, ognuna delle quali esplora un aspetto specifico della realtà latinoamericana, dalla genesi della terra alle lotte per l'indipendenza, dalle figure eroiche ai paesaggi mozzafiato.

Attraverso immagini potenti e un linguaggio evocativo, Neruda riesce a trasmettere un senso di profonda connessione con la terra e con le sue genti. La natura, in particolare, è presentata come una forza primordiale, una testimonianza silenziosa dei drammi e delle glorie che si sono susseguiti nel corso dei secoli. I fiumi, le montagne, le foreste diventano simboli di resistenza e di speranza, elementi che plasmano l'identità dei popoli latinoamericani. La poesia di Neruda, in questo contesto, non è solo una celebrazione estetica, ma un atto di denuncia e un richiamo alla consapevolezza storica e sociale.
Tre Residenze sulla Terra: Fragilità e Impegno Sociale
La poesia di Tre residenze sulla terra, nella prima parte, sviluppa l’assurda ed ingiusta fragilità della vita. Si sente un certo nichilismo, mentre, nella seconda parte, l’ispirazione si incentra sull’assemblea degli umili e degli sfruttati. Questa opera riflette un'evoluzione nel pensiero e nell'approccio di Neruda. Inizialmente, si manifesta un senso di smarrimento e di angoscia di fronte all'esistenza, un tema ricorrente nella poesia moderna. L'autore esplora la vulnerabilità umana, la caducità delle cose e la ricerca di un significato in un mondo spesso percepito come caotico e privo di direzione. Questo periodo è caratterizzato da una introspezione profonda, dove la poesia diventa un mezzo per indagare le proprie paure e le proprie incertezze.
Successivamente, emerge un Neruda più impegnato, che sposta la sua attenzione dalla dimensione individuale a quella collettiva. La seconda parte dell'opera segna un passaggio verso una poesia più socialmente consapevole, in cui il poeta si fa portavoce delle ingiustizie e delle sofferenze degli ultimi. Gli "umili e gli sfruttati" diventano il centro della sua riflessione, e la poesia assume una funzione di denuncia e di mobilitazione. Questo cambiamento riflette la crescente consapevolezza politica di Neruda e il suo desiderio di contribuire attivamente alla trasformazione della società. La sua poesia diventa uno strumento di lotta, un richiamo alla solidarietà e alla ribellione contro le oppressioni.
Venti Poesie d'Amore e una Canzone Disperata: L'Idealismo Giovanile
Nelle Venti poesie e una canzone disperata si legge un tema che sviluppa un’alta tensione verso la trascendenza: un’immersione qui nella vita giovanile pura ed idealistica, ravvisabile nei contenuti come nel linguaggio. Questa è l'opera giovanile di Neruda, quella che lo ha reso celebre e che ancora oggi risuona per la sua intensità lirica e la sua profonda sensibilità. Le poesie esplorano il tema dell'amore in tutte le sue sfumature, dalla passione travolgente alla malinconia della perdita, dall'idealizzazione dell'amata alla disperazione per la sua assenza.
Il linguaggio è fresco e spontaneo, ricco di metafore e immagini evocative che catturano l'essenza dell'esperienza amorosa. Neruda non si limita a descrivere i sentimenti, ma li vive intensamente, trascinando il lettore in un vortice di emozioni. L'idealismo giovanile traspare in ogni verso, nella purezza dei sentimenti e nella ricerca di una connessione profonda e duratura. Questa opera è un inno alla giovinezza, all'amore e alla capacità di sognare, ma anche un'esplorazione delle sue fragilità e delle sue incertezze. La "canzone disperata" che chiude la raccolta simboleggia la consapevolezza della perdita e il dolore che accompagna la fine di un amore, conferendo all'opera una profondità e una risonanza universali.
"Posso scrivere i versi più tristi" di Pablo Neruda, letta da Paolo Rossini
Abbiamo indicato gli aspetti delle tre grandi opere procedendo a ritroso, perché in ordine cronologico, prima nasce l’opera Venti poesie d’amore ed una canzone disperata (1924), dopo, Le tre residenze sulla terra (1923 - 1947) ed infine Canto generale (1950). I testi poetici concepiti in Italia, pertanto, sono tra gli ultimi della vasta produzione nerudiana.
Il Ritratto di un Poeta per un Poeta: Neruda e Alberti
Da questi versi, non scevri di quell’eccessiva predilezione per l’uomo e per la sua poesia, famosi, può in qualche modo, derivarci un ritratto di uomo e di opera nerudiani, eseguito da un poeta per un poeta, della medesima razza, dalla comune solitudine e dal comune destino, quello della persecuzione e dell’esilio, voluti da due simili governi dispotici, ostili al pensiero libero. Rafael Alberti canta il cuore del poeta cileno visto “come un’immensa rosa”, similitudine frequente nelle operazioni poetiche, di alta e qualitativa immagine poetica.

E Neruda (non si conosce la data, se anteriore o posteriore al testo di Alberti), come quando si restituiva un pane imprestato alla vicina di casa, la parente, la comare, l’amica, scrive, dal canto suo, fra l’altro, con lo stesso empito latino, per Alberti. E leggiamolo nella sua opera, una sorta di lavoro saggistico, Confesso che ho vissuto (Einaudi, Torino, 1998): “Per noi che abbiamo la gioia di parlare e di conoscere la lingua di Castiglia, Rafael Alberti significa lo splendore della poesia nella lingua spagnola. Non è solo un poeta innato ma un saggio della forma.”