
Il dibattito sulla crescita demografica e le sue implicazioni per il futuro del pianeta è uno dei più complessi e polarizzanti della nostra epoca. Mentre alcuni vedono nell'aumento della popolazione una minaccia incombente di sovraffollamento e esaurimento delle risorse, altri sottolineano il rallentamento dei tassi di natalità e le sfide che ne derivano, come l'invecchiamento della popolazione e la contrazione della forza lavoro. Per comprendere appieno questa dicotomia, è essenziale analizzare i dati e le prospettive da diverse angolazioni.
L'Andamento Demografico Globale: Tra Crescita e Rallentamento
Le Nazioni Unite hanno evidenziato come la popolazione mondiale abbia impiegato centinaia di migliaia di anni per raggiungere il miliardo, per poi settuplicarsi in soli 200 anni. Attualmente, la popolazione globale ha superato gli otto miliardi, con previsioni che indicano un raggiungimento di 8,5 miliardi nel 2030, 9,7 miliardi nel 2050 e 10,9 miliardi nel 2100. Questa crescita continua, ma al netto di profonde trasformazioni, come un progressivo cambiamento sia nei tassi di fertilità che nell'aspettativa di vita.
Nonostante l'aumento complessivo, il tasso di crescita globale annuo è oggi dell'1,05%, la metà del tasso massimo raggiunto nel 1963 (2,2%). Questo significa che la crescita demografica non è esponenziale, ma anzi, il tasso è in rapido calo. A livello globale, il numero di figli per donna continua a diminuire: dai 4,5 figli in media all'inizio degli anni '70 si è scesi sotto i 2,5 figli nel 2015, e ulteriormente a 2,2 nel 2021. Si prevede che scenderà a 1,8 figli nel 2050 e a 1,6 nel 2100. Contemporaneamente, la durata media della vita globale è aumentata, passando da 64,6 anni all'inizio degli anni '90 a 72,6 anni nel 2019. Questi dati suggeriscono che il tasso di crescita complessivo sta rallentando pur continuando a crescere.

Secondo le proiezioni più recenti, uno studio dell'Università di Washington pubblicato su Lancet ha fissato il raggiungimento del picco massimo della popolazione umana nel 2064, non a 11 miliardi di individui, ma a 9,7. Successivamente, si prevede un declino, con il numero di esseri umani che si assesterà intorno a un nuovo e più basso livello stazionario. L'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di popolazione (UNDP), invece, prevede che l'aumento della popolazione culminerà un po' più tardi, nel 2084, e a un livello più alto (10,4 miliardi di persone). È importante notare che buona parte dei modelli utilizzati dall'IPCC per gli scenari climatici a fine secolo impiegano un metodo più vicino allo studio che prevede una diminuzione demografica più netta, perché considerato più robusto.
Il Rallentamento Demografico in Europa e le sue Implicazioni
Anche la popolazione dell'Unione Europea, dopo una diminuzione nel 2021 a causa della pandemia, ha mostrato un aumento per il quarto anno consecutivo. Secondo i dati Eurostat, al primo gennaio 2025, era stimata in 450,4 milioni di abitanti, oltre un milione in più rispetto all'anno precedente. Questa crescita demografica è dovuta in gran parte all'aumento dei movimenti migratori. L'Eurostat, nel report "Children in Migration", ha evidenziato come l'aumento della popolazione di bambini stranieri abbia quasi compensato la diminuzione della popolazione di bambini nazionali dei Paesi Ue nel periodo dal 2015 al 2024. Il contributo della popolazione extra europea è evidente anche nel tasso di crescita medio annuo del numero totale di nascite, positivo per le madri con cittadinanza extra-Ue (+2,4%), a fronte di valori negativi per le madri con cittadinanza nazionale (-2,5%) e quelle con un'altra cittadinanza Ue (-0,8%).
Tuttavia, si osserva un progressivo rallentamento. In media, la popolazione è cresciuta di circa 0,9 milioni di persone all'anno nel periodo 2005-2024, molto meno rispetto all'aumento medio di circa 3 milioni di persone all'anno degli anni '60. Nei Paesi in forte denatalità come Giappone, Corea del Sud, Spagna e Italia, le popolazioni potrebbero dimezzarsi entro la fine del secolo, al netto della sostituzione delle perdite con l'immigrazione.
Questo rallentamento demografico è oggi motivo di forte apprensione in molti contesti, poiché si teme che le culle vuote non garantiscano il ricambio della popolazione attiva e minaccino la tenuta dell'economia, che si fonda sul contributo della forza lavoro giovane al sostentamento della popolazione non più attiva.

Le Vere Cause della Denatalità: Oltre il "Sovraffollamento"
Nonostante la retorica del "sovraffollamento" sia diffusa, specialmente nelle nazioni ricche, i dati suggeriscono che il problema non sia tanto l'eccesso di nascite, quanto piuttosto la mancanza di libertà di scelta riproduttiva e le barriere che impediscono alle persone di avere i figli che desiderano.
L'Onu, citando un rapporto sullo stato della popolazione mondiale del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), rileva che la vera questione odierna è la mancanza di capacità riproduttiva, ossia che molte persone, soprattutto i giovani, non sono in grado di avere i figli che in realtà desiderano. Un sondaggio Unfpa-YouGov su oltre 14mila persone in 14 Paesi ha rivelato che nella maggior parte dei casi sono le barriere economiche a impedire loro di avere i figli che vorrebbero (39% degli intervistati a livello globale, 29% in Italia). La disoccupazione o la precarietà lavorativa è la motivazione principale per gli italiani (30%), a fronte di un 21% nella media globale. Il costo della casa e la disponibilità di spazi sono un'altra preoccupazione significativa (14% degli italiani).
Quanto costa mantenere un figlio in Italia?
Queste preoccupazioni riflettono un profondo senso di incertezza sul proprio futuro e sul mondo che i loro figli erediterebbero. Il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha sottolineato la necessità di sostenere i giovani per costruire un futuro in cui ogni persona possa determinare il proprio destino in un mondo giusto, pacifico e pieno di speranza.
L'Eco-Ansia e la Scelta di non Avere Figli
Viviamo in un'epoca di profonde preoccupazioni ambientali, tra cui l'eco-ansia, una preoccupazione profonda e persistente legata al futuro climatico del pianeta. Questa ansia può influenzare significativamente le scelte riproduttive, riducendo il desiderio di molte persone giovani di diventare genitori. Un sondaggio del 2021 pubblicato su The Lancet Planetary Health ha rivelato che l'84% di 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni si sente moderatamente o estremamente preoccupato per il futuro climatico del pianeta, e il 39% ha affermato di essere esitante all'idea di avere figli.
La riproduzione, un tempo scelta intima e personale, oggi è sempre più intrecciata alla consapevolezza delle implicazioni ambientali e ai dilemmi etici complessi legati alla sostenibilità. La crisi climatica, con i suoi eventi atmosferici estremi sempre più frequenti e intensi, colpirà maggiormente le generazioni a venire e metterà in pericolo popolazioni più vulnerabili, come donne (specialmente in gravidanza) e bambini. L'Organizzazione Mondiale della Sanità ha rilevato che l'88% delle malattie legate al cambiamento climatico colpisce i bambini sotto i cinque anni.
In questo contesto, la scelta di non avere figli viene talvolta interpretata come un atto di responsabilità ecologica. Un articolo del Guardian del 2017, "Vuoi combattere il cambiamento climatico? Fai meno figli", presentava uno studio che metteva la scelta di avere figli sullo stesso piano di altre azioni ecologiche, come adottare una dieta vegetale, suggerendo che fosse la più "insostenibile". Nel 2018 è nato anche il movimento Birthstrike, che invitava gli individui a non avere figli come forma di protesta contro le misure insufficienti adottate per combattere il cambiamento climatico.
Critiche alla Retorica della "Sovrappopolazione"
Tuttavia, questa retorica è stata ampiamente criticata per il rischio di distogliere l'attenzione dalle vere cause della crisi ambientale. Come sottolineato da George Monbiot, scrittore e attivista ambientale, la crescita demografica globale (annua) è oggi dell'1,05%, la metà del tasso di crescita massima, raggiunto nel 1963 (2,2%). Di contro, fino alla pandemia, la crescita economica globale si era aggirata per diversi anni intorno al 3% e ci si aspettava che restasse stabile. In altre parole, la crescita economica era esponenziale.
L'impatto della crescita demografica è anche mitigato dal fatto che riguarda soprattutto i più poveri del mondo, la cui mancanza di potere d'acquisto fa sì che ognuno di loro abbia un impatto sul pianeta molto più lieve rispetto ai ricchi. Come riporta Our World in Data, "Anche diversi miliardi di persone in più nei paesi a basso reddito… lascerebbero pressoché invariate le emissioni globali. 3 o 4 miliardi di persone a basso reddito rappresenterebbero solo un’esigua percentuale della CO2 globale”.

Molti esperti, tra cui l'economista premio Nobel Amartya Sen e lo studioso di sistemi ambientali Erle C. Ellis, concordano sul fatto che il problema non sia tanto la sovrappopolazione mondiale e la mancanza di risorse, quanto la cattiva gestione delle risorse esistenti, i consumi incontrollati e la disuguaglianza. Un bambino nato negli Stati Uniti ha un'impronta ecologica fino a 168 volte superiore rispetto a un bambino nato in Bangladesh, sottolineando che sono i consumi elevati dei Paesi ricchi a contribuire maggiormente al cambiamento climatico, non la crescita demografica.
Il sociologo ambientale Isaac Leslie, e altri, sottolineano che ridurre il problema ecologico alla quantità di figli è una visione riduttiva e talvolta razzista, poiché spesso colpevolizza le donne nere, quando il problema non è la popolazione ma il consumo. Questa retorica rischia di addossare alle decisioni riproduttive individuali la responsabilità della mitigazione della crisi climatica, distogliendo l'attenzione dai modelli di consumo dell'1% più ricco della popolazione.
George Monbiot ha sostenuto che l'eccessiva enfasi sulla crescita demografica come causa principale del collasso climatico e di altre questioni globali è una "deviazione" e un modo per le persone benestanti nelle nazioni ricche di scrollarsi di dosso le proprie responsabilità. Ha persino suggerito che questo atteggiamento possa avere radici razziste, riproducendo idee inconsapevolmente ereditate da un passato coloniale in cui le nazioni ricche si dipingevano come "civili" e virtuose, mentre i loro sudditi coloniali erano considerati "inferiori".
Il Valore dei Figli e le Politiche a Sostegno della Natalità
Il calo delle nascite potrebbe diventare un problema più grave rispetto alla sovrappopolazione nei prossimi decenni. Il tasso globale di fecondità, il numero di figli per donna, è in declino praticamente ovunque nel mondo. Già nel 2050, il 76% dei Paesi avrà un tasso di fecondità inferiore alla soglia di sostituzione di 2,1 figli per donna, necessaria per sostenere un ricambio generazionale a lungo termine.

Questa tendenza è evidente, ad esempio, nella ricerca del Global Burden of Disease Study pubblicato da Lancet nel 2020, che prevede che la crescita globale della popolazione si invertirà nel 2064, e dai 9,7 miliardi scenderà a 8,7 miliardi nel 2100. Solo sei Paesi a fine secolo avranno un numero di figli per donna superiore a 2,1: Samoa, Somalia, Tonga, Niger, Ciad e Tajikistan.
Il valore dei figli e le ragioni per cui in alcuni paesi si hanno in media tanti figli e in altri poco più di uno dipendono sicuramente dal livello di sviluppo, ma non solo. Nell'Africa subsahariana, l'area più povera e sottosviluppata del mondo, nascono in media 5 figli per donna. L'alto numero di nati in queste aree è correlato con l'alta povertà delle famiglie e con un conformismo culturale che attribuisce un elevato status sociale ai genitori. Inoltre, i figli rappresentano una garanzia di assistenza economica e materiale nell'età avanzata, poiché i costi di allevamento sono molto bassi. Il demografo australiano Jack Caldwell ha evidenziato come nei paesi poveri, e in particolare nei contesti agricoli, i flussi di ricchezza intergenerazionali tra genitori e figli vadano nettamente a vantaggio dei primi, mantenendo alta la domanda di figli.
Nei paesi avanzati, al contrario, lo sviluppo economico, l'espansione dell'istruzione e la modernizzazione sono andati di pari passo con il calo della fecondità. La scelta di fare figli è diventata un "optional", molto costosa e in concorrenza con altri scopi della vita. I costi diretti e indiretti di allevamento aumentano nei contesti urbani e con la scolarizzazione, che ritarda l'inizio della vita lavorativa dei giovani e aumenta gli investimenti dei genitori sui figli. L'espansione della scolarizzazione femminile, in particolare, oltre a ritardare l'inizio della vita riproduttiva, crea le basi per la partecipazione lavorativa delle donne, aumentando i costi opportunità di allevamento di figli. La creazione di sistemi pensionistici universali, inoltre, fa cadere la motivazione legata alla prole come fonte di sicurezza nell'età anziana.
Nei paesi più sviluppati, come i paesi scandinavi e la Francia, la creazione di servizi di cura per i bambini e i trasferimenti monetari alle famiglie hanno ammortizzato il costo dei figli, mantenendo la fecondità intorno al livello di rimpiazzo. In altri paesi dove il welfare è meno generoso, fare figli è diventato così costoso e conciliare l'attività lavorativa e genitoriale così difficile che la fecondità è crollata a livelli bassissimi (sotto un figlio e mezzo in media in una vasta area che accomuna l'Europa del sud e quella dell'est, ma anche i paesi dell'estremo Oriente come Giappone, Corea del Sud e Singapore).
I governi stanno tentando (quasi sempre senza riuscirci) di sostenere i tassi di fecondità con politiche che prevedono il rafforzamento del welfare familiare, l'estensione dei congedi parentali e l'emissione di sussidi per le famiglie numerose. In Italia, ad esempio, è stato introdotto un assegno unico universale per le famiglie con figli. In Cina, il governo ha rilassato la politica del figlio unico, autorizzando prima un secondo e poi un terzo figlio, anche se i sondaggi indicano che meno del 10% dei cinesi desidera davvero avere un terzo figlio, segno che l'atteggiamento culturale verso le dimensioni della famiglia è cambiato in modo significativo.
Ripensare la Famiglia in un'Era di Crisi Climatica
Interferire nelle scelte riproduttive è poco etico, poiché il desiderio di avere una famiglia è spesso guidato da emozioni profonde e valori personali, piuttosto che da dati scientifici. La domanda non è se sia giusto avere figli, ma come crescerli in un'era segnata dalla crisi climatica. È fondamentale preparare le nuove generazioni a costruire resilienza psicologica, fisica e sociale, affrontando la realtà che vivranno in un mondo complesso e incerto.
La crisi climatica ci obbliga a ripensare i modelli familiari tradizionali. Concetti come "fare parentele e non figli" (make kin not babies), enfatizzano l'importanza di costruire reti sociali che vadano oltre i legami biologici. Questo slogan invita a spostare l'attenzione dall'aumento della popolazione alla costruzione di relazioni significative e comunità che possano sostenere la vita su questo pianeta sempre più fragile. Esplorare forme di famiglia inclusive, come l'adozione o le comunità allargate, può rappresentare una scelta ecologicamente consapevole e più in linea con un mondo che richiede una connessione profonda con la comunità e l'ambiente. Educare le nuove generazioni significa anche insegnare loro come coltivare il proprio cibo e lavorare per il miglioramento delle proprie comunità, fondendo la resilienza climatica con quella comunitaria. In questo modo, possiamo concentrarci sulla creazione di modelli familiari che siano sostenibili e orientati verso una vita comunitaria, offrendo un futuro in cui valga davvero la pena desiderare dei figli.
