Il panorama politico e sociale italiano è stato recentemente animato da un dibattito acceso e polarizzato in vista del referendum sulla giustizia. Una consultazione popolare che ha visto mobilitarsi una vasta schiera di personalità pubbliche, provenienti dal mondo della cultura, dello spettacolo, della magistratura e della politica, schierandosi apertamente a favore del "No" alla riforma. Questo fenomeno di coinvolgimento di figure note ha generato discussioni sull'influenza dei testimonial e sulla natura del voto informato.

La Mobilitazione del "Campo Largo" e della Società Civile
Il cosiddetto "Campo Largo", o comunque lo si voglia chiamare, in vista del voto referendario, ha adottato una strategia chiara: schierare la "società civile" a sostegno del "No". Questo approccio mira a coinvolgere l'opinione pubblica attraverso la voce di personaggi amati e stimati, seguendo un motto che sembra rievocare l'ineludibile "Se ce l’hai, portalo" di Grace Kelly. Non si tratta di una competizione diretta con il fronte del "Sì", con il centrodestra che ha preferito sfilarsi, dichiarando di affidare la sua campagna elettorale solo al merito delle questioni in ballo. In questo contesto, il centrosinistra ha messo in fila i suoi sostenitori, quasi a voler ribadire un vecchio adagio rivoluzionario: «Chi non è con noi stavolta, non sarà con noi domani».
Un esempio lampante di questa mobilitazione è stato l'evento a Piazza del Popolo a Roma. Abbandonata Piazza San Giovanni, giudicata troppo gigantesca e in parte "profanata" anni fa da Beppe Grillo, il palco ha ospitato un nutrito gruppo di figure. Tra queste, Giovanni Bachelet, alla guida del comitato, affiancato da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni, Maurizio Acerbo di Rifondazione, tutta la Cgil di Maurizio Landini e l'immancabile Rosy Bindi. Non solo politici e sindacalisti, ma anche volti noti del mondo dello spettacolo e della cultura, come le attrici Sonia Bergamasco e Monica Guerritore, che hanno dichiarato: «Dico no, vogliono sbarazzarsi dei contrappesi democratici». Presenti anche l'ex magistrato e scrittore Giancarlo De Cataldo, noto per "Romanzo criminale", e la giornalista e blogger Paola Caridi. L'evento ha visto l'esibizione di PiJi, al secolo Pierluigi Siciliani, e si è concluso con le note di Daniele Silvestri. Inoltre, sono stati trasmessi messaggi video di personalità come Leo Gullotta, Lino Guanciale, Maurizio De Giovanni, Tommaso Montanari ed Elio Germano, quest'ultimo protagonista di una finta telefonata virale in cui ripeteva incessantemente «no, no, no, noooo», richiamando lo stile di Gigi Proietti.
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L'Appello di Conte e le Donne per il "No"
Il fronte del "No" ha mostrato una certa coesione, nonostante le naturali dinamiche di concorrenza politica interna tra figure come Elly Schlein e Giuseppe Conte, in vista delle prossime elezioni politiche. Conte, dal canto suo, ha dato appuntamento al Palazzo dei Congressi a Roma, dove ha riunito altri sostenitori di spicco. Insieme a lui, Gustavo Zagrebelsky, Cafiero de Raho e Marco Travaglio, oltre a Elio Germano, Neri Marcorè, Francesco Paolantoni e il duo Ficarra e Picone. Questi ultimi hanno anche realizzato un video in cui invitavano a «Votate no per una sana e robusta Costituzione, vogliono cambiare ben sette articoli, gli è scappata la mano». A rafforzare il fronte, un significativo appello di donne per il "No", tra cui Fiorella Mannoia, Anna Foglietta, Francesca Archibugi, Dacia Maraini, Marisa Laurito, Francesca Comencini, Angela Finocchiaro e molte altre.
Il centrosinistra si è detto convinto che questa mobilitazione rappresenti una "cartina di tornasole di cosa vuole davvero il Paese". Una visione spesso ironizzata dal centrodestra con l'affermazione: «Manca solo Pierino».
Le Voci Discordanti e le Critiche al "Soccorso Rosso"
Nonostante l'ampio schieramento a favore del "No", non sono mancate le voci critiche e quelle a favore del "Sì", seppur in minoranza nel mondo dello spettacolo e dei media. Pierluigi Diaco, conduttore di "Bellamà", ha espresso un punto di vista divergente: «Voto sì al Referendum. In Italia se voti no diventi un testimonial, se voti sì sei un lacchè». Diaco ha sottolineato come la narrazione dominante sia «talmente insopportabile che pago volentieri il prezzo di essere liquidato come 'l'amico di, il servo di' e via dicendo», lasciando intendere che esporsi per il "Sì" possa comportare l'ostracismo da parte dei colleghi, spesso schierati per il "No" in funzione anti-governo. Ha aggiunto che chi vota "Sì" fa parte di uno schieramento "largo e non ideologico", mentre i sostenitori del "No" nel mondo dello spettacolo e del giornalismo tendono a rimanere in una "eterna confort zone chiamata 'salvatori della patria'". Questa prospettiva è stata condivisa anche da Fiorello durante la puntata de "La Pennicanza", che ha affermato: «Non c'ha tutti i torti secondo me, secondo me eh».
La presa di posizione di Diaco ha scatenato una "shitstorm" sui social, con insulti gravi e omofobi. In sua difesa è intervenuto il vicepremier Antonio Tajani, che su X ha espresso solidarietà: «Sono solidale con Pierluigi Diaco per le minacce e i gravi insulti, anche omofobi, che sta subendo soltanto per aver detto che voterà SÌ al referendum sulla giustizia. La libertà di espressione è l'essenza della democrazia, così come rispettare le opinioni altrui. Chi vota SÌ - conclude - non deve aver paura di dirlo, anche questa è una forma di giustizia».

Questo dibattito si inserisce in un contesto in cui, secondo l'ultimo sondaggio di Affaritaliani, il 63% degli intervistati desidera un cambiamento nella giustizia, con il "Sì" al referendum in netto vantaggio. Questo dato ha spinto il "soccorso rosso", una strategia mediatica che vede la sfilata di vip, attori, cantanti e artisti vari chiamati a metterci la faccia e a sottoscrivere appelli per il "No".
Nel weekend che ha segnato il countdown di nove settimane al referendum costituzionale, la sfilata di nomi è stata notevole. Da Fiorella Mannoia ad Alessandro Gassmann, dagli scrittori Umberto De Giovanni e Dacia Maraini, a Marisa Laurito e Lino Guanciale. Marisa Laurito ha dichiarato dalla "trincea" del "No" che la riforma «indebolisce una giustizia già lenta e protegge solo i potenti». Alessandro Gassmann ha affidato ai social una lunga riflessione, sostenendo che «dopo il disastro del fascismo, il paese distrutto, oggi c’è chi intende cambiare la Costituzione senza avere assolutamente nessuna delle qualità delle grandi donne e uomini che la scrissero».
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L'Evento del Comitato "Giusto Dire No" e le Posizioni dei Giuristi
L'evento di lancio del comitato "Giusto dire no", tenutosi a Roma al Teatro Manzoni, ha visto la partecipazione di numerose altre firme note. Moderato dalle giornaliste Serena Bortone e Giulia Merlo, l'incontro ha ospitato Corrado Augias, Attilio Bolzoni, Giancarlo De Cataldo, il conduttore de La7 Corrado Formigli e la coppia Roberto Zaccaria (ex presidente Rai) e l'attrice Monica Guerritore.
Lo storico Alessandro Barbero, con un video rivolto al Comitato Società Civile per il No, ha espresso una posizione forte, inizialmente sofferta ma poi sempre più convinta. Secondo Barbero, la riforma mirerebbe alla «distruzione del Consiglio superiore della magistratura, così come era stato voluto dall’assemblea Costituente». Ha spiegato che il CSM è l'organo di autogoverno dei magistrati con funzioni anche disciplinari, che prima del regime fascista erano svolte dal Ministro della Giustizia. Pertanto, a suo avviso, se il "Sì" vincesse, i membri togati del CSM sarebbero scelti per sorteggio, mentre quelli di nomina politica resterebbero scelti dal governo. Una prospettiva che Barbero ha descritto come un «ritorno alla deriva autoritaria che vuole mettere sotto controllo la giustizia».

Tuttavia, la posizione di Barbero è stata sonoramente smentita da una voce autorevole a favore del "Sì", quella dell'ex pm Antonio Di Pietro. Sostenitore della riforma Nordio, Di Pietro si è rivolto direttamente allo storico, affermando: «Lei dice di voler votare No alla riforma sottoposta a referendum perché, se approvata, “il cittadino non è sicuro se si trova davanti magistrati che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo”. Mi scusi, ma da dove ha ricavato simili certezze considerando che nel testo della riforma c’è scritto l’esatto contrario?». Di Pietro ha sottolineato che nel testo è previsto che i magistrati, sia inquirenti che giudicanti, restino un ordine «autonomo e indipendente», con immutata inamovibilità (articolo 107), diretta autorità nei confronti della polizia giudiziaria (articolo 109) e il fatto che entrambi rimangano all'interno della giurisdizione, essendo soggetti solo alla legge (articolo 101). Anche l'obbligatorietà dell'azione penale (articolo 112) rimarrebbe immutata.
Di Pietro ha proseguito spiegando che la riforma si propone di ben dividere, con la separazione delle carriere, il ruolo del magistrato che accusa (il Pubblico ministero) da quello che decide (il giudice). Questo perché, come previsto dalla Costituzione, il «giusto processo» si realizza solo quando le parti (accusa e difesa) si presentano alla pari davanti a un «giudice terzo», in nessun modo collegato a loro.

I Nomi di Spicco della Magistratura e della Politica Contro la Riforma
Il fronte del "No" ha potuto contare su un "parterre di volti noti" da tempo in campo per orientare l'opinione pubblica, con attori, comici, intellettuali, pm e firme dell'establishment culturale. Questa coesione tra mondi diversi, spesso, non si basa tanto sul merito quanto su una contrapposizione che "sa di riflesso ideologico".
Tra i nomi pesanti della magistratura schierati per il "No", spicca Nicola Gratteri, procuratore di Napoli. Gratteri ha affermato senza mezzi termini che «voteranno per il 'No' le persone perbene, quelle che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno per il 'Sì' gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente». Queste parole, decisamente sopra le righe, hanno generato polemiche, trasformando la consultazione popolare in una sorta di giudizio morale sugli elettori.
Anche Raffaele Cantone si è espresso, a suo avviso dalla riforma «potrebbe derivare un effetto non credo positivo per i cittadini e cioè che la magistratura, che si senta meno tutelata, potrebbe essere molto più conformista nelle sue scelte, adeguandosi ai precedenti, e meno attenta a farsi carico dei cambiamenti sociali». Tra i politici, Rosy Bindi ha sentenziato: «Il vero obiettivo della riforma della giustizia è mettere la magistratura sotto il potere politico».
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Tra i giuristi, Gustavo Zagrebelsky ha dichiarato che «il senso della riforma è l'intimidazione dei magistrati», e Gianrico Carofiglio ha sostenuto che il sorteggio per il CSM rappresenta «uno scassinamento della democrazia rappresentativa». Non mancano gli intellettuali d'area e i giornalisti, come Corrado Augias, che vede nel "Sì" il rischio di avere pm assoggettati al governo. Marco Travaglio è stato attivissimo nella sua "crociata" contro il "Sì", con video e articoli sul Fatto Quotidiano.
Impossibile non citare Sigfrido Ranucci, conduttore di "Report" e tra i grandi oppositori della riforma. La sua presenza sul palco di un Comitato referendario per il "No" ha scatenato una bufera in Rai, dove è vicedirettore. Anche un servizio di "Report" dell'8 febbraio è stato accusato di aver violato la par condicio, essendo «di una faziosità imbarazzante, zeppo di falsità sui contenuti della riforma», secondo Nicolò Zanon, presidente del Comitato nazionale "Sì riforma".
Le Ragioni del "No" nel Mondo della Cultura e dello Spettacolo
Tra i contrari alla riforma, Alessandro Barbero ha visto il suo video, poi censurato da Meta per "informazioni fuorvianti", diventare uno dei più discussi. Neri Marcorè, a un evento della Cgil a Torino, ha spiegato di essersi informato da chi il mestiere del magistrato lo fa, per capire se ci fossero vantaggi o se fosse solo un sistema per assoggettare la magistratura all'esecutivo. A suo parere, «mi pare proprio che il rischio sia questo». Ha aggiunto: «Mi sembra che chi spiega le ragioni del 'no' lo faccia anche argomentando per capire quali sono i rischi di questa riforma e chi invece sta dalla parte del sì tende a insultare». Un'affermazione che, seppur discutibile, evidenzia la percezione di un certo clima nel dibattito.
Elio Germano, militante di sinistra, non ha mai nascosto la sua posizione, invitando il pubblico a «difendere la nostra meravigliosa Costituzione nel prossimo referendum». Anche Alessandro Gassmann voterà convintamente "No". Al Corriere della Sera ha raccontato di aver letto la Costituzione per intero e di aver capito che «è scritta da persone con un cervello superiore» e per questo «non va toccata». Dimenticando forse che furono proprio quelle "persone con un cervello superiore" a prevedere l'istituto della revisione costituzionale. Gassmann ha evidenziato un «divario culturale, umano ed etico, tra chi scrisse la nostra Costituzione, ammirata universalmente, e la classe dirigente odierna». Dalle colonne di Repubblica ha chiamato tutti alle urne, ricordando che in questo tipo di referendum non c'è bisogno del quorum: «Passa comunque: o il no o il sì, basta un solo voto in più».

Sabina Guzzanti, storicamente vicina agli ambienti della sinistra radicale, ospite di "Otto e mezzo", ha affermato che «questa riforma accentra il potere nelle mani del governo e riduce il potere del Parlamento. Con una classe politica così scadente, il fatto che decida uno solo di questi è una catastrofe». Una posizione che sembra più un giudizio politico sull'esecutivo che un'analisi del testo. Pif, regista ed ex iena, ha precisato di non parlare per partito preso: «Rispetto ad altri referendum mi sono dovuto documentare molto. Perché è un fatto molto tecnico e una persona normale fa fatica a capire di cosa stiamo parlando. Non voglio andare troppo nel dettaglio, però diciamo che questa cosa del sorteggio differenziato non mi convince perché mi sembra un po' a sfavore della magistratura e a favore della politica. Insomma, mi sembra ci siano un po' di Ungheria nell'aria. E l'Ungheria è bella, ma non ci vivrei».
In sintesi, la riforma viene spesso interpretata come un attacco politico, più che un tentativo di intervenire su un sistema che ha mostrato crepe evidenti. Si parla di "intimidazione", di "catastrofe", di "Ungheria nell’aria", ma raramente si entra nel merito tecnico delle norme. Una parte consistente del mondo culturale italiano sceglie di schierarsi contro il governo con argomenti che spesso travalicano il testo del referendum. Più che una battaglia giuridica, sembra essere una resa dei conti politica, con un nutrito esercito di volti noti che cerca di orientare il voto dell'opinione pubblica. Questo copione, sebbene meno numeroso rispetto al referendum costituzionale del 2016, continua a essere un elemento significativo nel dibattito politico italiano.
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