Il Suicidio Assistito in Svizzera: Un'Analisi Profonda tra Legislazione, Etica e Casi Emblematici

La Svizzera, con la sua legislazione unica sul suicidio assistito, rappresenta un punto di riferimento per molte persone che, in altri paesi, non trovano risposte alle proprie esigenze di fine vita. Chiamatela scelta di fine vita, eutanasia legale, suicidio assistito o dolce morte, la sua esistenza e la sua pratica nel paese elvetico sollevano questioni etiche, legali e sociali complesse, attirando l'attenzione internazionale e spingendo al dibattito anche in nazioni dove tale pratica è ancora tabù, come l'Italia.

Mappa dell'Europa che evidenzia la Svizzera come paese in cui il suicidio assistito è legale

Il Quadro Legale del Suicidio Assistito in Svizzera

Il suicidio assistito è legale in Svizzera dal 1941, una peculiarità che la distingue da molti altri paesi. La legge elvetica stabilisce che il suicidio assistito è consentito se eseguito da un non-medico che non abbia alcun interesse diretto nella morte del soggetto interessato. Al contrario, la classe medica, per etica professionale, e i parenti (coniugi, figli o altri familiari) hanno il divieto di partecipare direttamente alla morte del congiunto. Questo quadro normativo è stato ulteriormente chiarito dall'articolo 155 del Codice penale svizzero (che dal 1942 ha sostituito l'articolo 102 del 1918), il quale punisce con una pena detentiva sino a cinque anni o con una pena pecuniaria solo chi aiuta una persona al suicidio "per motivi egoistici". In tutti gli altri casi, non è punibile chi "con spirito umanitario" accompagna una persona negli ultimi istanti. Questo precetto, rafforzatosi forse anche durante la Grande Depressione del 1929 che vide un'ondata di suicidi di bancari in crack finanziario, sottolinea l'importanza dell'assenza di motivazioni egoistiche nell'assistenza al suicidio.

Nel maggio 2011, un referendum ha rigettato l'ipotesi di limitare il suicidio assistito ai soli residenti, confermando la possibilità per i cittadini stranieri di accedere a questa pratica. Questa decisione ha consolidato la Svizzera come meta per il "turismo del suicidio", una pratica controversa ma sostenuta dall'opinione pubblica e consentita dal governo svizzero. Tuttavia, è importante notare che, sebbene sia consentito il suicidio assistito, la legge vieta espressamente che individui altrimenti sani, sofferenti di problemi che potrebbero essere curabili, come ad esempio la depressione, scelgano liberamente di porre fine alla propria vita in questo modo. Questo pone una sfida significativa nel distinguere tra patologie irreversibili e condizioni psichiche curabili, richiedendo un'attenta valutazione medica.

Il "Protocollo Exit" e le Organizzazioni di Assistenza

Il meccanismo che regola il cosiddetto "protocollo Exit" in Svizzera è complesso. Solo un medico può attivare la procedura di suicidio assistito che permette di ottenere dal farmacista una dose letale di pentobarbital - un composto chimico supercollaudato in Europa contenente sonnifero, curaro e cloruro di potassio che provoca l'arresto cardiaco - certificando tre requisiti fondamentali: che il richiedente sia soggetto a malattia clinicamente accertata, irreversibile e senza possibilità di guarigione. Questi 15 grammi di sodio pentobarbital, una volta assunti, portano la persona a entrare in coma profondo e a morire senza dolore.

Tra le più importanti realtà europee che si occupano di "accompagnare" le persone in un percorso eutanasico vi è l'associazione svizzera Dignitas. Fondata nel 1998, Dignitas accompagna verso la morte persone con malattie irreversibili, operando senza fini di lucro. Il suo scopo è consigliare a chi vuole accedere all'eutanasia il modo migliore per arrivarci. Altre organizzazioni che offrono assistenza al suicidio in Svizzera includono Lifecircle e EXIT-Deutsche Schweiz ed EXIT A.D.M.D. Ticino e Grigioni.

Una Commissione nazionale etica nominata nel 2005 ha analizzato l'eventuale "conflitto etico e deontologico" che si pone dinanzi al medico, fedele al giuramento di Ippocrate, nel momento in cui aiuta un paziente a morire di propria iniziativa. Questo dibattito etico rimane centrale nella discussione sul suicidio assistito, sia in Svizzera che altrove.

Infografica che mostra le percentuali di suicidi assistiti per nazionalità presso Dignitas

I Politici e Personalità Pubbliche Italiane che Hanno Scelto la Svizzera

La decisione di porre fine alla propria vita attraverso il suicidio assistito in Svizzera ha toccato anche personalità di spicco della politica e dell'intellettualità italiana, riaccendendo ogni volta il dibattito pubblico e la riflessione etica. Questi casi, spesso ampiamente riportati dai media, evidenziano la profonda lacuna legislativa italiana in materia di fine vita.

Uno dei casi più noti è quello di Lucio Magri, fondatore de 'Il Manifesto' e protagonista della sinistra "eretica". Magri, a 79 anni, ha scelto di porre fine alla sua vita con il suicidio assistito in Svizzera. Profondamente depresso a seguito della scomparsa prematura della moglie Mara, sconfitta da un tumore, Magri non aveva mai superato il trauma. La sua decisione, a nulla valsero i tentativi di amici e familiari di dissuaderlo, ha generato un'ampia "disputa ideologica" in Italia. Politici come Vannino Chiti, Pier Ferdinando Casini, Vincenzo Vita e Ignazio Marino hanno espresso il loro cordoglio, spesso dividendo le opinioni tra il rispetto della scelta individuale e la critica alla pratica in sé. Emma Bonino, esponente radicale e vicepresidente del Senato, ha sottolineato come la morte "fa parte della vita e ci appartiene", e che "ognuno è libero di fare scelte che vanno rispettate, compresa questa". Maria Antonietta Farina Coscioni, deputata radicale e presidente onoraria dell'associazione "Luca Coscioni", ha definito la vicenda di Magri un "ammonimento e insegnamento per un Paese dove vigono regole ipocrite". Anche Mina Welby, moglie di Piergiorgio, ha ribadito che "la scelta di uscire dalla vita compete alla persona, non ci sono critiche da fare, solo massimo rispetto". Peppino Englaro, padre di Eluana, ha infine evidenziato il "primato della coscienza e della libertà personale" come unico principio valido. Magri era un uomo colto e coraggioso, la cui vita politica ha attraversato diverse fasi, dalla fondazione de Il Manifesto alla militanza nel PCI e in Rifondazione Comunista. La sua scelta di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera ha messo in luce, ancora una volta, la drammatica necessità di un dibattito legislativo serio in Italia.

Un altro caso significativo, sebbene non direttamente legato a un suicidio assistito in Svizzera, ma che ha contribuito ad alimentare il dibattito sulla fine vita in Italia e sul confronto con le pratiche estere, è stato quello del politico e magistrato ticinese Dick Marty. Nato a Sorengo nel 1945, Marty è stato procuratore pubblico, consigliere di Stato per il PLR e consigliere agli Stati per quattro legislature, oltre che membro dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa. Dick Marty è morto a 78 anni, malato da alcuni mesi. Pur non essendo un caso di suicidio assistito da un medico, la sua figura, essendo un politico di spicco di una regione svizzera e la sua morte in un contesto di malattia, ha in qualche modo risuonato nel dibattito italiano sulla dignità del fine vita, data anche la vicinanza culturale e geografica. Le sue ultime interviste, in occasione dell'uscita del suo libro "Verità irriverenti", avevano rivelato la sua condizione di salute, e sebbene non si sia trattato di suicidio assistito, la sua morte ha contribuito al quadro più ampio della riflessione sulla gestione della malattia terminale e sul fine vita.

L' EUTANASIA è LEGALE in Italia?

Il Flusso di Cittadini Stranieri verso la Svizzera

Molti cittadini stranieri, tra cui un numero crescente di italiani, giungono in Svizzera per poter porre termine alla propria vita in maniera ufficiale e legale. Questo fenomeno, spesso definito "turismo del suicidio", è una conseguenza diretta delle diverse legislazioni in materia di fine vita tra i vari paesi.

Guardando i dati dell'associazione svizzera Dignitas, i pazienti italiani sono in lento ma costante aumento. Nel solo 2020, 14 italiani si sono rivolti a Dignitas, mentre dal 1998 al 2020, il totale è stato di 159. Il picco di italiani che hanno scelto l'eutanasia e si sono affidati all'associazione svizzera si è avuto nel 2012 con 22 persone. I nostri connazionali hanno iniziato ad affidarsi a Dignitas nel 2001 con 1 caso registrato; da allora, solo in due anni, 2002 e 2004, nessun italiano si è rivolto all'associazione. La vera esplosione del fenomeno è stata nel 2011, quando da 4 casi si è passati a 14, per poi restare sempre a doppia cifra fino al 2015. Nei due anni successivi, c'è stata una considerevole diminuzione, con sole 8 e 9 persone che hanno preso contatti con l'associazione.

Osservando il quadro complessivo, nel 2020 sono state 221 le persone accompagnate verso la morte dall'associazione svizzera, con un record registrato l'anno precedente, il 2019, con 256 pazienti seguiti da Dignitas. La maggior parte delle persone che si rivolge a Dignitas è di nazionalità tedesca: dal 1998 al 2020 sono stati 1.406, pari al 46,45% del totale. Solo nel 2020, i tedeschi che hanno deciso di procedere sulla strada del suicidio assistito sono stati 84.

Questi numeri sottolineano non solo l'importanza del ruolo della Svizzera in questo contesto, ma anche la disperazione e la determinazione di molti cittadini stranieri nel cercare una soluzione alla propria sofferenza, laddove la legislazione del loro paese d'origine non offre alternative.

La Situazione Italiana e il Confronto con la Svizzera

In Italia, la scelta di fine vita, l'eutanasia legale o il suicidio assistito semplicemente non esistono nel quadro giuridico. Non esiste nelle aule parlamentari, né in alcun tipo di documento, luogo o situazione ufficiale. Tuttavia, la realtà è ben diversa: secondo l'Istat, ogni anno un migliaio di italiani vorrebbe scegliere di morire quando crede. Negli ultimi tre anni, 50 italiani sono riusciti ad andare in Svizzera per chiudere la propria vita con dignità e senza clamori. In attesa, ci sono altri 27 italiani, di cui 11 giovani sotto i 30 anni affetti da malattie psichiche molto gravi certificate da medici psichiatri, come spiega Emilio Coveri, presidente di Exit Italia.

La politica italiana, per il momento, resta a guardare. Ci sono stati due richiami del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a Camera e Senato chiedendo di affrontare il tema. Ma si contano sulle dita di due mani i politici che hanno provato a fare qualcosa. Sono state presentate tre proposte di legge per la legalizzazione dell'eutanasia - a partire dall'ottobre scorso alla Camera da Titti di Salvo di Sel, e al Senato da Luigi Manconi del Pd e Francesco Palermo del gruppo delle Autonomie - e una legge di iniziativa popolare, promossa dall'associazione Luca Coscioni. Tutte queste iniziative e proposte sono state depositate e messe da parte, come denuncia Matteo Mainardi, coordinatore della campagna Eutanasia Legale. L'associazione Luca Coscioni ha anche scritto una lettera alla presidente della Camera Laura Boldrini per chiederle di mantenere le promesse e di prevedere delle date per la discussione della legge di iniziativa popolare, sperando che almeno il regolamento venga modificato per porre una scadenza temporale alla discussione.

In questo contesto, un fatto storico recente ha riacceso il dibattito: "Mario", un paziente marchigiano 43enne immobilizzato da 10 anni in seguito a un incidente, sarà la prima persona a ottenere il suicidio medicalmente assistito in Italia. Questo, insieme alla recente raccolta firme per il referendum sull'eutanasia legale, dimostra che la questione è più viva che mai nel sentire comune.

L'Italia si posiziona al 26mo posto su 36 Paesi per quel che riguarda i diritti di fine vita, secondo il World Congress for Freedom of Research, evidenziando un divario significativo con nazioni come la Svizzera. Molti dei suicidi in Italia, soprattutto quelli non assistiti, rimangono avvolti nel silenzio più totale, spesso aiutato dalla complicità tra famiglie e medici. Solo quando a compiere gesti così estremi sono grandi artisti ed intellettuali, come Mario Monicelli, Carlo Lizzani e Franco Lucentini, il dibattito si accende minimamente.

Tavola comparativa delle legislazioni sull'eutanasia e il suicidio assistito in Europa

Il Suicidio in Svizzera: Un Fenomeno di Salute Pubblica

Al di là del suicidio assistito, la Svizzera affronta anche il problema del suicidio in generale, considerandolo un fenomeno di salute pubblica che richiede attenzione. Uno studio del Consiglio federale ha rivelato che uno svizzero su dieci ha già tentato di togliersi la vita. Con 1300-1400 decessi all'anno dovuti al suicidio, la Svizzera presenta un tasso mediamente alto se paragonato ai dati internazionali, doppio rispetto al numero dei morti per incidenti della circolazione.

Secondo lo studio, quasi ogni individuo, nel corso della propria esistenza, è confrontato all'interno della famiglia, nella cerchia degli amici, nella scuola o sul posto di lavoro con uno o più suicidi o tentativi di suicidio. Il 10% della popolazione svizzera tenta, durante la propria vita, una o più volte di togliersi la vita e una persona su due riferisce di aver avuto intenzioni suicide. Salome von Greyerz, responsabile della politica sanitaria presso il Dipartimento federale della sanità e co-autrice del rapporto, ha affermato che nel 90% dei casi i soggetti che si suicidano soffrono di malattie psichiche.

Per quanto concerne le possibili contromisure, Salome von Greyerz sottolinea l'importanza di istruire adeguatamente gli educatori, affinché sappiano riconoscere i sintomi di disagio nei giovani e siano in grado di intervenire. Sebbene la prevenzione per quanto concerne i suicidi sia un compito che spetta innanzitutto ai Cantoni, il Consiglio federale ha incaricato l'Ufficio Federale della Sanità Pubblica (UFSP) di ampliare la base scientifica di dati e di integrare la questione nei programmi attuali della Confederazione. Si tratta di un fenomeno che concerne la sanità pubblica, e quindi la prevenzione in questo campo deve essere considerata una sfida per l'intera società.

Questo aspetto del suicidio in generale evidenzia la complessità della questione della fine vita in Svizzera, che va oltre il solo suicidio assistito, includendo anche una riflessione più ampia sulla salute mentale e la prevenzione del suicidio nella popolazione.

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