Il disturbo evitante di personalità (DEP), noto anche come disturbo ansioso (evitante) di personalità o AvPD dalla definizione inglese avoidant personality disorder, è una condizione complessa caratterizzata da un modello pervasivo di inibizione sociale, intensi sentimenti di inadeguatezza e un'ipersensibilità marcata alle critiche e al rifiuto. Queste caratteristiche portano l'individuo a evitare situazioni sociali o interazioni che comportano il rischio di disapprovazione, umiliazione o rifiuto, configurando un modo disfunzionale di comportarsi, pensare e relazionarsi.

Epidemiologia e Prevalenza del Disturbo Evitante di Personalità
La prevalenza stimata del disturbo evitante di personalità negli Stati Uniti si aggira intorno al 2,1%, sebbene alcune ricerche riportino un range variabile. Nelle indagini di comunità, il disturbo evitante di personalità sembra colpire più spesso le donne rispetto agli uomini, anche se la differenza è generalmente piccola. In generale, il DEP è comune nelle popolazioni cliniche con una prevalenza dell'1-10%. Ricerche più recenti stimano una prevalenza globale di circa il 2,7%, con variazioni significative tra i diversi contesti culturali. L'esordio del disturbo avviene tipicamente nella tarda adolescenza o nella prima età adulta, periodo in cui le richieste sociali e relazionali diventano più pressanti.
L'impatto del disturbo evitante di personalità sulla qualità della vita può essere significativo, portando a isolamento sociale, difficoltà lavorative e una ridotta soddisfazione nelle relazioni interpersonali. In alcune culture, dove l'autonomia e l'espressione sociale sono particolarmente valorizzate, i sintomi possono risultare ancora più invalidanti, mentre in contesti in cui la riservatezza è maggiormente accettata, il disturbo può essere meno riconosciuto o stigmatizzato.
Eziologia: Perché si Sviluppa il Disturbo Evitante di Personalità?
La causa del disturbo evitante di personalità non è chiaramente definita e non è dovuta a una singola causa, bensì a molteplici fattori che interagiscono tra loro. I ricercatori ritengono che esso rappresenti una combinazione di fattori genetici, ambientali, psicologici e fisiologici.
Fattori Biologici e Genetici:Studi condotti su gemelli suggeriscono l'esistenza di una componente ereditaria significativa nella predisposizione al disturbo evitante di personalità, evidenziando che la familiarità gioca un ruolo importante nello sviluppo di tratti evitanti. Aspetti evitanti possono apparire precocemente e derivare in parte da fattori biologici temperamentali innati. È stato ipotizzato che la variazione degli ormoni dello stress e le mutazioni nella produzione dei neurotrasmettitori possano contribuire al disturbo evitante. Un fattore di rischio sembra essere quello che in psicologia infantile si definisce temperamento "a lento sviluppo", tipico dei bambini che si adattano in maniera più lenta ai cambiamenti dell'ambiente e tendono a ritirarsi dalle situazioni nuove. Questo tipo di temperamento, un'intensa timidezza nell'infanzia e il disturbo evitante di personalità in età adulta, possono tracciare una linea di sviluppo.
Fattori Ambientali e Psicosociali:Esperienze precoci di rifiuto ed emarginazione durante l'infanzia, umiliazioni da parte dei coetanei, o altri eventi avversi negativi nell'infanzia (es. abusi fisici o trascuratezza) possono contribuire allo sviluppo del disturbo evitante di personalità. Bambini che crescono in ambienti poco supportivi o caratterizzati da critiche costanti possono interiorizzare un senso di inadeguadezza che persiste nell'età adulta. È stato osservato che i pazienti con disturbo evitante di personalità riportano livelli più elevati di trascuratezza infantile rispetto ai pazienti con sola fobia sociale, soprattutto per quanto riguarda la trascuratezza fisica. Storie di rifiuto da parte dei genitori e atteggiamenti che vengono rinforzati dal rifiuto dei coetanei sono state descritte come altri possibili fattori di rischio.
L'evitamento delle situazioni sociali è stato rilevato già all'età di circa 2 anni, suggerendo una possibile predisposizione precoce.

Sintomatologia e Caratteristiche del Disturbo Evitante di Personalità
I pazienti con disturbo evitante di personalità hanno intensi sentimenti di inadeguatezza e affrontano in modo disadattivo evitando qualsiasi situazione in cui possano essere valutati negativamente. I sintomi del disturbo evitante di personalità sono caratterizzati da tre componenti principali: inibizione sociale, pensieri di inadeguadezza e sensibilità alle critiche o al rifiuto.
Evitamento Sociale e Lavorativo:Questi individui evitano l'interazione sociale, compresa quella sul posto di lavoro, perché temono di essere criticati o rifiutati o che la gente possa disapprovarli. Possono rifiutare una promozione perché temono che i colleghi possano criticarli, o evitare incontri. Sono riluttanti a farsi nuovi amici se non sono sicuri di piacere, presumendo che le persone saranno critiche e li disapproveranno fino a quando non supereranno test rigorosi in grado di dimostrare il contrario. Prima di entrare in un gruppo e stringere uno stretto rapporto, i pazienti con questo disturbo richiedono ripetute rassicurazioni di sostegno e accettazione acritica.
Ipersensibilità e Bassa Autostima:Questi pazienti sono molto sensibili a qualsiasi critica, disapprovazione o scherno perché pensano sempre di essere criticati o rifiutati dagli altri. Sono attenti a qualsiasi segnale di reazione negativa nei loro confronti. Il loro essere tesi e l'aspetto ansioso possono suscitare scherno o prese in giro, che sembrano quindi confermare le loro insicurezze. La bassa autostima e il senso di inadeguazione inibiscono questi pazienti nelle situazioni sociali, specialmente in quelle nuove. Le interazioni con nuove persone sono inibite perché i pazienti pensano di essere socialmente inetti, poco attraenti e inferiori agli altri. Si vedono come socialmente incapaci, poco attraenti o inferiori agli altri, e questo alimenta una costante autocritica.
Inibizione e Riluttanza a Rischiare:Sono in genere calmi e timidi e cercano di scomparire perché pensano che se dicono qualcosa, gli altri diranno che è sbagliato. Sono riluttanti a parlare di se stessi per non essere derisi o umiliati, e si preoccupano di poter arrossire o piangere quando vengono criticati. Per ragioni analoghe, i pazienti con disturbo evitante di personalità sono riluttanti a correre rischi personali o a partecipare a nuove attività. In questi casi, spesso tendono ad esagerare i pericoli e a sfruttare i loro sintomi minimi o altri problemi per giustificare la loro evitazione. Essi potrebbero preferire uno stile di vita limitato a causa del loro bisogno di sicurezza e di certezza.
Desiderio di Relazioni e Solitudine:Nonostante l'isolamento, i pazienti con disturbo evitante di personalità bramano l'interazione sociale, ma temono di mettere il loro benessere nelle mani di altri. Essi non hanno un gruppo di amici con i quali uscire la sera e sul lavoro si mantengono ai margini rinunciando alla carriera per non essere sottoposti al giudizio altrui; tuttavia desiderano fortemente instaurare delle relazioni, poter avere un partner, condividere esperienze e interessi con gli altri. Poiché questi pazienti limitano le loro interazioni con le persone, essi sono relativamente isolati e non hanno una rete sociale che potrebbe aiutarli quando ne hanno bisogno. Questa modalità di pensiero e comportamento crea uno stato di allarme cronico, una sensazione intensa di minaccia e pericolo costante.
Sentirsi Inadeguati e il Senso di Non Appartenenza:Il sentirsi sempre inadeguati e diversi rispetto agli altri, valutando tale condizione come non modificabile, è una caratteristica delle persone con disturbo evitante di personalità. Per questo motivo, tendono a rimanere in solitudine, lontano dal mondo, insieme alla sensazione che la vita non possa destinare loro eventi positivi. È tuttavia presente il desiderio di liberarsi da questa sensazione di inadeguatezza, ma, nel momento in cui viene attuato un qualsiasi tentativo di avvicinamento agli altri, torna la grande paura del giudizio negativo e del rifiuto, portando a comportamenti impacciati e infine a rifugiarsi nuovamente nella propria "zona di comfort". Il nucleo centrale del disturbo evitante è la sensazione dolorosa di non riuscire a condividere l'esperienza con gli altri e ad appartenere ai gruppi. Questa sensazione di distacco interpersonale viene favorita e mantenuta dalla difficoltà che i pazienti hanno nel monitoraggio metacognitivo, ovvero nel riconoscere e descrivere le proprie emozioni e i propri pensieri. La difficoltà a identificare gli stati interni si accompagna alla tendenza a creare cicli interpersonali quando i pazienti entrano in contatto con gli altri: possono sentirsi inadeguati e per questo esclusi ("Quando le persone capiscono chi sono, mi evitano"); possono sentirsi distaccati ("Non capisco gli altri e gli altri non capiscono me") o costretti nelle relazioni ("Sono costretto a tollerare la presenza degli altri").
Il Disturbo Evitante di Personalità
Diagnosi del Disturbo Evitante di Personalità
La diagnosi del disturbo evitante di personalità avviene in base a criteri clinici, in particolare quelli stabiliti dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fifth edition, Text Revision (DSM-5-TR).
Criteri del DSM-5-TR:Per una diagnosi del disturbo evitante di personalità, i pazienti devono presentare un modello persistente di evitamento del contatto sociale, sentimenti di inadeguatezza e ipersensibilità alle critiche e al rifiuto. Questo modello è evidenziato dalla presenza di almeno quattro dei seguenti elementi:
- Evitamento delle attività legate al lavoro che implicano il contatto interpersonale perché temono di essere criticati o rifiutati o che la gente possa disapprovarli.
- Mancanza di volontà di essere coinvolti con le persone a meno che non siano sicuri di essere graditi.
- Riserva nelle relazioni strette perché temono la derisione o l'umiliazione.
- Preoccupazione di essere criticati o rifiutati nelle situazioni sociali.
- Inibizione in nuove situazioni sociali, perché si sentono inadeguati.
- Autovalutazione come socialmente incapaci, poco attraenti o inferiori agli altri.
- Riluttanza nel correre rischi personali o nel partecipare a qualsiasi nuova attività perché possono essere umiliati.
Inoltre, i sintomi devono avere inizio nella prima età adulta e presentarsi in svariati contesti.
Diagnosi Differenziale:Il disturbo evitante di personalità deve essere distinto da altri disturbi che possono presentare sintomi simili.
- Fobia sociale (Disturbo d'ansia sociale): Le differenze tra fobia sociale e disturbo evitante di personalità sono sottili. Il disturbo evitante di personalità coinvolge in modo più pervasivo l'ansia e l'evitamento rispetto alla fobia sociale, la quale spesso è specifica per le situazioni che possono provocare imbarazzo in pubblico (p. es., parlare in pubblico, sul palco). Tuttavia, la fobia sociale può comportare un modello di evitamento più ampio e quindi può essere difficile da distinguere. Le due patologie spesso si presentano insieme. Un aspetto centrale riguarda ciò che attiva il senso di inadeguatezza e l'ansia: nella fobia sociale l'attivazione deriva dal dover svolgere performance che possono essere giudicate dagli altri, mentre nel disturbo evitante di personalità nasce dal senso di estraneità e non appartenenza percepito nelle relazioni, senza che sia necessario svolgere una performance specifica.
- Disturbo schizoide di personalità: Entrambi i disturbi sono caratterizzati da isolamento sociale. Tuttavia, i pazienti con disturbo schizoide di personalità tendono a isolarsi perché sono disinteressati agli altri, mentre quelli con disturbo evitante di personalità tendono a isolarsi perché sono ipersensibili al possibile rifiuto o alle critiche altrui. Theodore Millon (1969) ha differenziato i due disturbi sostenendo che, mentre nello schizoide la mancanza di intimità è vissuta come egosintonica (non è interessato agli altri), nell'evitante vi è un forte desiderio di rapporti intimi.
- Disturbo paranoide di personalità: Il disturbo paranoide e quello evitante di personalità sono entrambi caratterizzati da riluttanza a fidarsi degli altri. Tuttavia, nel disturbo evitante di personalità questa riluttanza è dovuta più al timore di sentirsi in imbarazzo o di essere trovati inadeguati che alla paura degli intenti malevoli degli altri. La persona con disturbo paranoide vive il mondo come ostile e pericoloso, ricercando in modo ossessivo segnali di minaccia e falsità, a differenza dell'evitante che teme più il giudizio negativo.
- Disturbo narcisistico di personalità (narcisismo covert): Nel narcisismo covert, la persona può avere in comune con l'evitante la tendenza alla timidezza e alla vergogna, oltre che una spiccata sensibilità alla critica. Tuttavia, le motivazioni sottostanti e la percezione di sé sono diverse: il narcisista covert, pur timido, mantiene una convinzione di superiorità interna, mentre l'evitante si percepisce come inferiore.
- Disturbo dipendente di personalità: Questo disturbo può essere in qualche modo simile al disturbo evitante, ma può essere distinto da caratteristiche peculiari come un bisogno di essere curato nel disturbo dipendente di personalità rispetto all'evitamento del rifiuto e della critica nel disturbo evitante di personalità. Non è raro, per esempio, che disturbo evitante e dipendente siano diagnosticati insieme.
Comorbidità Frequenti:Le comorbilità sono frequenti nel disturbo evitante di personalità. I pazienti spesso hanno anche disturbo depressivo maggiore, disturbo depressivo persistente, disturbo ossessivo-compulsivo o un disturbo d'ansia (p. es., disturbo da panico, in particolar modo fobia sociale [disturbo d'ansia sociale]). Possono anche avere un altro disturbo di personalità (p. es., disturbo di personalità dipendente, disturbo borderline di personalità). La presenza di comorbidità può complicare il decorso del disturbo evitante di personalità, rendendo più difficile il riconoscimento e il trattamento. I pazienti affetti da fobia sociale e disturbo evitante di personalità hanno sintomi più gravi e disabilità rispetto a quelli con un solo disturbo.

Il Concetto di Evitamento
L'evitamento è un comportamento volto a evitare uno stimolo stressante, che sia un pensiero, una situazione o una sensazione che ci procurano ansia e tensione. È un meccanismo di difesa psicologica che si verifica quando una persona cerca di evitare situazioni, pensieri o emozioni che possono essere considerate minacciose, scomode o dolorose. È una strategia utilizzata per affrontare lo stress, l'ansia o il trauma: in pratica, cerchiamo di allontanarci da tutti gli stimoli che ci creano disagio.
Meccanismo di Difesa:Il concetto di "meccanismo di difesa" è stato utilizzato per la prima volta da Sigmund Freud per indicare quei processi psicologici con i quali regoliamo i conflitti intrapsichici o interpersonali per procurarci sollievo emotivo. Secondo il celebre psicanalista sono "delle procedure dell'Io che permettono il successo di un compito, cercando di evitare i pericoli". La maggior parte delle volte parliamo di processi inconsci: la nostra psiche protegge la coscienza dai sentimenti dolorosi sottostanti, permettendoci di percepire o gestire la situazione in un modo "alternativo". In pratica, utilizziamo inconsapevolmente i meccanismi di difesa per prevenire la comparsa di emozioni come ansia, angoscia, preoccupazione. Il loro scopo è puramente adattivo e possono essere configurati come degli automatismi. Un meccanismo di difesa non è né buono né cattivo: è l'utilizzo che ne facciamo, il suo funzionamento, a determinarne la qualità di adattivo o disadattivo. L'atteggiamento evitante utilizza il meccanismo di difesa come una strategia di compensazione superficiale e temporanea che, se normalizzata, ci impedisce non solo di risolvere il problema ma anche di aggravarlo e di generare ulteriori emozioni negative. L'evitamento diventa un meccanismo negativo quando il danno derivante dall'evitare è maggiore del danno evitato.
Evitamento nei Disturbi d'Ansia:Tra ansia ed evitamento si instaura una vera e propria trappola emotiva. Il nostro apprendimento adattivo della paura è viziato da un falso allarme che però viene interpretato come un pericolo reale che provoca un aumento dell'impatto della risposta tipica dell'ansia: fight-or-flight, fuggi o combatti. In assenza di altri segnali minacciosi, è soltanto ciò che proviamo a innescare l'esperienza del pericolo che, con il passare del tempo, viene rafforzata proprio dal disagio iniziale da cui quale tentiamo di liberarci.
Tipologie di Evitamento:Il contesto determina la modalità dell'evitamento. Gli studiosi hanno teorizzato 5 tipologie principali di evitamento:
- Comportamentale: la risposta è l'inazione, tendiamo a rimandare un compito o non adempiamo ai nostri obblighi perché ci creano ansia e paura.
- Cognitivo: l'evitamento in questo caso è caratterizzato da coping finalizzati a evitare pensieri che temiamo.
- Situazionale: evitiamo tutte quelle situazioni che ci provocano ansia.
- Emotivo: in questo caso, evitiamo il disagio emotivo con una serie di comportamenti dannosi o compulsivi. Esempi classici sono la dipendenza da droghe o alcol e i disturbi alimentari.
- Aggressivo: l'evitamento aggressivo ci porta a proiettare il nostro disagio sulle altre persone. In pratica, dirottiamo l'emozione spiacevole su chi ci sta accanto utilizzando, ad esempio, un linguaggio aggressivo.
Gli atteggiamenti tipici dell'evitamento sociale sono spesso sottili e persistenti: abbassiamo la voce fino a renderla impercettibile quando parliamo con gli altri oppure abbassiamo gli occhi e non guardiamo mai il nostro interlocutore. Le strategie di evitamento sociale spesso diventano uno stile di vita talmente naturale che non ci rendiamo conto di utilizzare sempre le stesse modalità di coping. Sono comportamenti che ci mettono in sicurezza (apparentemente) ma che in realtà impediscono la crescita e l'evoluzione personale.
Evitamento Emotivo e in Amore:L'evitamento emotivo è considerato come uno stile di attaccamento evitante e distanziante che potrebbe derivare dall'assenza di alcuni apprendimenti emotivi fondamentali nella nostra infanzia. In questo tipo di evitamento, si tende a non soddisfare i propri bisogni emotivi, si pensa che non siano importanti e addirittura si finge che non esistano. L'evitamento è compensazione perché non abbiamo strategie che possano aiutarci a capire quello che sentiamo né tanto meno riusciamo a tradurre in informazioni le sensazioni che ci inviano le nostre emozioni. Il coping di evitamento ci disconnette emotivamente da noi stessi: iniziamo a fare o a pensare in modo tale da non sentire più nulla.
Nell'evitamento sentimentale, la persona cerca di stabilire legami e rapporti amorosi ma, al tempo stesso, si sente a disagio quando diventano importanti e profondi. Per le persone con attaccamento evitante, mantenere la propria autonomia e stare da soli è preferibile piuttosto che sentirsi in coppia o in intimità con l'altro.
Evitamento Esperienziale:L'evitamento esperienziale è il meccanismo di difesa che utilizziamo per alterare quello che proviamo (le nostre esperienze interne) anche se sappiamo che questo modo di reagire si tradurrà in un danno comportamentale. Tendiamo a utilizzare qualsiasi cosa pur di controllare l'ansia, rimuginare quindi tentare di controllare con un pensiero altri pensieri diventa normale ma soprattutto disfunzionale.

Impatto nelle Relazioni e nel Quotidiano
Il disturbo evitante di personalità può avere un impatto significativo su un rapporto di coppia a causa della tendenza della persona affetta a evitare l'intimità emotiva e la comunicazione aperta. La persona evitante può lottare nel condividere i propri pensieri e sentimenti con il partner, temendo il rifiuto o il giudizio. La bassa autostima associata a questo disturbo può alimentare insicurezze e comportamenti di autoisolamento, rendendo difficile la creazione di una relazione di fiducia. Per avvicinarsi ad una persona che soffre di questo disturbo sono necessarie sensibilità, comprensione e pazienza, creando un ambiente sicuro, tanto nella vita privata quanto al lavoro.
Le persone affette da disturbo evitante della personalità sono preoccupate dei propri deficit e formano relazioni con gli altri solo se credono che non saranno respinti. La perdita e il rigetto sono così dolorosi che queste persone sceglieranno di restare sole piuttosto che rischiare di tentare di mettersi in relazione con gli altri. Quando si trovano a confrontarsi con le altre persone vivono il disagio della sensazione di non essere visti, di non essere considerati, alla stregua di persone di poco valore; questa esperienza favorisce il mantenimento della convinzione di valere poco e di non avere abilità sufficienti a stabilire e mantenere una pur minima relazione.
Ricorrono, quindi, all'evitamento come unico comportamento autoprotettivo da ciò che provoca malessere, dalle proprie emozioni negative; tale comportamento non permette loro di sviluppare quelle risorse ed abilità necessarie nelle relazioni, così come la capacità di venire a contatto con le proprie emozioni. Per poter vivere sensazioni positive e gratificanti, anche se momentanee, coltivano interessi ed attività solitarie (es. musica, lettura, chat) che non implicano necessariamente un contatto con gli altri; in alcuni casi ricorrono anche all'uso di sostanze, in particolare dell'alcool, per sedare il malessere interiore ritagliandosi così una parentesi di piacere virtuale.
Quando riescono a stabilire una relazione, in genere, le persone con DEP tendono ad assumere un atteggiamento sottomesso per il timore di perderla e di ritornare ad essere soli; si attaccano, quindi, con tenacia all'altra persona assecondandola per evitare il rifiuto temuto. L'evitante si sente diverso ed inadeguato rispetto agli altri e considera questa condizione come immutabile. Tende allora a restare solo, a casa, in famiglia, lontano dal mondo, con la sensazione che la vita non possa riservargli piacevoli sorprese.
Trattamento del Disturbo Evitante di Personalità
I principi generali del trattamento del disturbo evitante di personalità sono simili a quelli per tutti i disturbi di personalità. Tuttavia, i pazienti con disturbo evitante di personalità spesso evitano il trattamento, rendendo cruciale guadagnare e mantenere la loro fiducia.
Psicoterapia:La psicoterapia è il trattamento più adatto e si pone come obiettivo quello di rendere il paziente consapevole del suo funzionamento e intervenire per renderlo più flessibile, così da modificare i tratti personologici disfunzionali che causano sofferenza. Terapie efficaci per i pazienti con fobia sociale e disturbo evitante di personalità comprendono:
- Terapia cognitivo-comportamentale (TCC): Focalizzata sull'acquisizione delle abilità sociali, sullo stare in gruppo e sulla ristrutturazione dei pensieri di autosvalutazione. La TCC, includendo l'allenamento delle abilità sociali e il trattamento di esposizione per aumentare gradualmente i contatti sociali, è un approccio comune.
- Terapia di gruppo: Utile se il gruppo è composto da persone con le stesse difficoltà, fornendo un ambiente sicuro per praticare le abilità sociali.
- Terapie individuali di supporto: Adattate alle ipersensibilità del paziente verso gli altri, aiutano a comprendere i meccanismi evitanti e i vissuti di vulnerabilità.
- Psicoterapia psicodinamica: Si concentra sui conflitti di fondo, può essere utile per comprendere la genesi e lo sviluppo dei sintomi psicologici e il senso che hanno per la storia di vita del paziente.
- Acceptance and Commitment Therapy (ACT): Si è dimostrata efficace nel trattamento dei disturbi d'ansia. Questo approccio permette di diventare consapevoli del processo di evitamento e di accettare le emozioni e i pensieri, soprattutto quelli che creano disagio, ansia, paura o preoccupazione. L'ACT non si focalizza sulla riduzione dei sintomi, ma sul presupposto che l'ansia è uno stato emotivo normale e funzionale. Il vero problema risiede negli sforzi fatti per impedire a se stessi di provare ansia, ed è il comportamento evitante che crea il disturbo.
Durante l'intero trattamento sarà necessario riconoscere e modulare i cicli interpersonali.
Supporto Farmacologico:Il supporto farmacologico per il disturbo evitante di personalità può essere d'aiuto nella gestione dei sintomi relativi all'ansia sociale e ai sintomi depressivi che in alcuni casi possono accompagnare il disturbo, soprattutto se sono presenti situazioni di isolamento sociale e scarso funzionamento anche a livello lavorativo. Il trattamento farmacologico viene usato in determinate fasi del trattamento e in combinazione con altri interventi, per gestire aspetti sintomatici come ansia e depressione. Vengono utilizzati ansiolitici (es. alprazolam) che aiutano a gestire la riacutizzazione ansiosa o brevi episodi di panico causati dal dover affrontare situazioni solitamente evitate, oppure farmaci betabloccanti per gestire l'iperattività del sistema nervoso autonomo che si ha quando si affrontano situazioni temute. Gli inibitori della ricaptazione della serotonina possono essere utili per i sintomi depressivi e ansiosi. Non ci sono studi controllati con placebo sui farmaci specificamente per il disturbo evitante di personalità, ma vengono spesso usati per le comorbilità.
Il Disturbo Evitante di Personalità
Considerazioni Aggiuntive
Chi soffre di Disturbo Paranoide vive il mondo come ostile, pericoloso, guarda tutte le situazioni con diffidenza e sospettosità. Il pensiero della persona con un disturbo paranoide di personalità è estremamente rigido, le proprie idee e convinzioni non vengono mai messe in discussione. I rapporti sociali risultano essere tutt'altro che sereni e soddisfacenti: la sospettosità e la diffidenza portano la persona a una chiusura sempre più netta nei confronti degli altri, gli altri di conseguenza possono arrivare a non sopportare più gli atteggiamenti dubitanti della persona paranoica. La sfiducia e sospettosità portano le persone che soffrono di questo disturbo ad avere un atteggiamento ipervigile, ricercano in modo ossessivo segnali di minaccia, di falsità e di significati subdoli nelle parole e nelle azioni altrui, agiscono in modo cauto e guardingo mossi da sospetti non realistici di venir sfruttati o danneggiati. Le persone con Disturbo Paranoide di personalità hanno pensieri del tipo: "Non si può mai abbassare la guardia!", "Non mi vogliono", "Appena ti rilassi ti fregano!" "Tutti ce l'hanno con me". Questa modalità di pensiero crea uno stato di allarme cronico, una sensazione intensa di minaccia e pericolo costante. A volte questa la sensazione interna viene vissuta come derisione, e gli altri, più che minacciosi, vengono percepiti come sprezzanti o provocatori. Queste persone sono incapaci di avere un atteggiamento empatico: i paranoici non riescono a considerare la prospettiva dell'altro, non distinguono il proprio punto di vista da quello altrui. Un'altra seria difficoltà è quella di non distinguere tra mondo esterno (realtà) e mondo interiore (proprie sensazioni paranoiche e timori). La persona con disturbo paranoide non prova fiducia nell'altro, interpretata come minaccia anche parole o gesti del tutto neutrali, pensa che ci sia sempre una fregatura in agguato, si aspetta di essere in qualche modo danneggiata, sfruttata o offesa.
È importante sottolineare che la diagnosi di disturbo di personalità evitante è comunque piuttosto sfuggente e sovrapponibile con altre forme di disagio psicologico. Rimandare o cercare di non pensare a qualcosa che mette ansia sono strategie comuni. Simili comportamenti diventano patologici nel momento in cui vengono messi in atto in maniera sistematica e intaccano profondamente il normale "funzionamento" e il rendimento dell'individuo nella vita quotidiana.
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