Storie di Vita e Inserimento: La Presenza delle Comunità Straniere in Italia

L'Italia è da tempo una terra di approdo per milioni di persone provenienti da ogni parte del mondo, attratte da opportunità di lavoro, speranza di cure migliori o semplicemente dalla ricerca di una vita più dignitosa. Tra queste comunità, un posto di rilievo è occupato da coloro che giungono dalla Romania, tra cui la comunità Rom, spesso vittima di pregiudizi e discriminazioni, e le donne rumene impiegate nel settore dell'assistenza agli anziani, le cosiddette "badanti". Questo articolo esplora le loro storie, le sfide che affrontano e il loro contributo alla società italiana, basandosi su esperienze personali, dati demografici e studi socio-economici.

Mappa dell'Italia con indicazione delle regioni con maggiore presenza di popolazione straniera

I Rom in Italia: Superare Stereotipi e Ricercare Stabilità

La percezione comune dei Rom in Italia è spesso distorta da stereotipi profondamente radicati. Florin Fota, un giovane Rom che lavora come cameriere a Roma, ne è testimone diretto: "I rom sono ladri, i rom rubano i bambini, i rom non vogliono vivere nelle case". Queste frasi risuonano frequentemente nel suo ambiente lavorativo. Tuttavia, la sua esperienza personale contraddice queste affermazioni. La famiglia di Florin si è infatti trasferita in un appartamento da tre anni, dopo aver vissuto per oltre dieci in un container nel campo rom di via di Salone, a Roma. "Se solo sapessero che sono rom, non berrebbero il caffè che preparo", dice Florin con un sorriso amaro, scuotendo la testa. Nonostante gli insulti, Florin ha imparato a lasciarseli scivolare addosso, concentrandosi sulla propria vita e sul proprio futuro.

"La maggior parte dei rom in Italia vive in un appartamento, ma tutti pensano che siamo nomadi e che non vogliamo una casa. È una scusa per giustificare l’esistenza dei campi e continuare a spendere un sacco di soldi per questo sistema che è costato all’Italia diverse multe da parte dell’Unione europea", spiega Florin. La sua famiglia, in Romania, a Craiova, viveva in una casa. L'esperienza di vivere in baracche e container è stata appresa solo al loro arrivo in Italia.

Le Radici dell'Emigrazione: Storie di Persecuzione e Ricerca di Opportunità

La decisione di lasciare la Romania per molte famiglie Rom affonda le sue radici in un passato di difficoltà e discriminazioni. Fino al 1856, in alcune zone della Romania, come la Valacchia e la Moldavia, i Rom erano venduti e comprati al mercato come schiavi. Con l'avvento del comunismo nel Novecento, dalla fine degli anni sessanta alla fine degli anni settanta, la comunità Rom fu sottoposta a programmi di assimilazione forzata. Le autorità locali erano obbligate a fornire alle famiglie Rom alloggi e posti di lavoro nelle aziende pubbliche, politiche che portarono a una sedentarizzazione e alla diffusione delle coppie miste.

Tuttavia, dopo la caduta del regime di Nicolae Ceaușescu nel 1989, la minoranza Rom fu duramente colpita dalla fine dell'economia di stato, con un'ondata di licenziamenti e un incremento della disoccupazione. Uno studio pubblicato nel 1993 dall'università di Bucarest (Ţigani între ignorare şi îngrijorare) rivelò che il 79,4% dei Rom era disoccupato e il reddito di una famiglia Rom era molto più basso della media nazionale. Queste ragioni spinsero molte famiglie a emigrare.

La famiglia di Florin ne è un esempio lampante. Dantes, il padre di Florin, racconta di aver perso il lavoro in una fabbrica di mattoni nel 2002. Suo figlio Cosmin, sordo dalla nascita, stava crescendo senza alcuna assistenza medica in Romania. "Avremmo voluto che fosse seguito dai medici, avremmo voluto comprargli degli apparecchi acustici. È soprattutto per lui che abbiamo deciso di trasferirci in Italia", racconta Dantes. Pulca, la sorella della moglie Ioana, si era già trasferita a Roma con la sua famiglia e viveva in una baracca, e fu lei a indicare la strada.

Diagramma sul tasso di disoccupazione dei Rom in Romania post-comunismo

L'Arrivo in Italia: Baracche, Sgomberi e la Ricerca di un Luogo Sicuro

Tra il 2000 e il 2001, con l'abolizione dell'obbligo di visto per i cittadini romeni, ci fu un aumento significativo degli arrivi di Rom romeni in Italia, che trovarono alloggio in baraccopoli nelle grandi città. Quando la famiglia Fota arrivò a Roma nel 2002, Dantes costruì una baracca in un insediamento informale in via di Villa Troili. "Ci siamo associati con cinque famiglie e abbiamo costruito una struttura, una specie di gazebo. Abbiamo vissuto lì per sei mesi, fino a quando ci hanno sgomberato", racconta. Da lì si spostarono in un altro campo a via della Cesarina, subendo un nuovo sgombero.

Gli sgomberi sono un'esperienza traumatica, specialmente per i bambini. "Arrivano le ruspe senza preavviso e distruggono tutto, sia che tu sia in casa, sia che tu non ci sia. E tutte le tue cose vanno perdute. Per loro sono solo costruzioni abusive, ma per te, per noi, erano casa nostra", ricorda Florin. Nel 2006, dopo essersi spostata in diverse zone di Roma, la famiglia Fota si trasferì in un container nel campo attrezzato di via di Salone.

Dantes non avrebbe mai immaginato che i sei mesi previsti per le cure di Cosmin si sarebbero trasformati in anni di vita in baracche e container. Invece, i figli si sono iscritti a scuola, i genitori hanno trovato un lavoro, è nato il figlio più piccolo, Gabriel, e Cosmin ha frequentato un istituto per sordi a Roma, dove ha imparato la lingua dei segni e ha incontrato la sua fidanzata, Sara.

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Lo Stigma Sociale e la Forza della Determinazione

Secondo l'ultimo rapporto dell'Associazione 21 luglio, in Italia risiedono 180mila Rom, di cui 28mila vivono in emergenza abitativa in baraccopoli in 88 comuni italiani, mentre gli altri vivono in case. Le amministrazioni di alcune città, come Roma, hanno investito nella costruzione di campi rom istituzionali, ma questo ha spesso portato ad assistenzialismo e segregazione, senza risolvere il problema alla radice.

Lo stigma sociale associato alla residenza in un campo rom è un ostacolo significativo. Florin racconta di aver incontrato grandi difficoltà nella ricerca di lavoro a causa dell'indirizzo di via di Salone sul suo curriculum. "Allora con un’amica ho fatto un esperimento: ho cambiato la residenza sul curriculum. Vivere in un campo rom non è solo un problema per le condizioni di vita, per l’igiene e la salute delle persone, ma soprattutto per lo stigma sociale che porta con sé. Tutti pensano di sapere cosa significhi essere rom, senza conoscerci", afferma Florin.

Per combattere questi pregiudizi, Florin Fota si è impegnato attivamente nel volontariato e nell'attivismo, collaborando con la Comunità di Sant'Egidio, l'Associazione 21 luglio e svolgendo servizio civile in un programma di assistenza per persone disabili a Tor Bella Monaca. "Solo quando sono con i disabili non mi sento discriminato, sento che mi accettano per quello che sono", spiega.

La famiglia Fota è stata la prima a lasciare il campo attrezzato di Salone per andare a vivere in un appartamento. "Non dimenticherò mai come ci guardavano le altre persone del campo, non credevano ai loro occhi, ci chiedevano come avevamo fatto", racconta Florin. Lui sostiene che vivere nei campi abitua le famiglie Rom a dipendere dallo stato, favorendo l'assistenzialismo, mentre lo stato dovrebbe sostenere l'autonomia dei Rom, aiutandoli a uscire dai campi e a diventare autonomi.

L'Importanza dell'Istruzione e la Lotta alla Criminalità

Dantes ha sempre avuto come priorità l'istruzione dei suoi figli e il loro allontanamento dalla criminalità. "Nei campi diventare delinquenti è molto facile", racconta Dantes. "I ragazzi vanno a rubare, perché non hanno niente da fare, non hanno prospettive e vedono gli altri che hanno dei telefoni più belli". Per dissuaderli, Dantes mostrava loro la polizia che arrivava al campo con mandati d'arresto. "Non esiste ladro che non sia andato almeno una volta in galera", diceva ai figli. "Prima o poi vi prenderanno e sconterete tutto".

Per la famiglia Fota, l'unica via d'uscita dalla povertà era mantenere la fedina penale pulita per poter trovare un lavoro. A volte la polizia fermava i ragazzi alla fermata dell'autobus e controllava i documenti, e la residenza in via di Salone 323 faceva scattare controlli automatici. "Era la prassi, ci fermavano, guardavano i documenti e controllavano se avevamo dei precedenti penali", racconta Florin. La famiglia Fota, tuttavia, non aveva precedenti. "Noi volevamo lavorare, volevamo una casa, volevamo pagare le tasse come tutti gli altri", dice Florin.

L'istruzione ha giocato un ruolo cruciale. Cosmin è stato l'unico ragazzo del campo di via di Salone a frequentare le scuole superiori, grazie ai sacrifici dei genitori. "A volte tutti i soldi che avevo li usavo per fare la benzina", racconta Dantes, per accompagnare i figli a scuola. Questa dedizione ha permesso a Cosmin di imparare la lingua dei segni e di integrarsi. Ora, Florin (21 anni, cuoco e cameriere) e Daniel (panettiere) conoscono la lingua dei segni e fungono da interpreti per il fratello maggiore. A casa si parlano quattro lingue: romeno, italiano, qualche parola di romanì e la lingua dei segni.

Le Donne Rumene in Italia: Tra Sacrifici e Ricerca di Autodeterminazione

Un altro importante flusso migratorio dalla Romania verso l'Italia è rappresentato dalle donne che vengono a lavorare come badanti (caregiver), soprattutto nelle regioni del Centro-sud. Questa ricerca, basata su questionari, interviste e il metodo autobiografico, ha permesso a queste donne di raccontare le loro esperienze in prima persona, tracciando un quadro di percorsi e storie comuni, spesso segnate da abbandoni ma anche da una forte spinta all'autodeterminazione.

Infografica: Distribuzione geografica delle badanti straniere in Italia

Le Ragioni dell'Emigrazione: Povertà e Cura degli Anziani in Italia

Molte delle donne intervistate hanno dichiarato di provenire da situazioni economiche e sociali estremamente disagiate in Romania. I loro racconti descrivono case nelle zone rurali che conservano ancora la struttura tradizionale contadina, con servizi igienici spesso situati all'esterno dell'abitazione. Indipendentemente dalla situazione di partenza, queste donne sono disposte a lasciare tutti i loro punti di riferimento per cercare un futuro migliore.

La necessità di assumere donne straniere, provenienti prevalentemente dai Paesi dell'Europa dell'Est, nasce principalmente dalla volontà delle famiglie italiane di non affidare le cure degli anziani a strutture specializzate, come case di cura o RSA. L'obiettivo è permettere all'anziano di rimanere nella propria casa, evitando il trauma dell'allontanamento da quella che è la sua "zona di comfort", fatta di spazi noti, oggetti personali, ricordi e abitudini.

Questo fenomeno è l'epilogo di profondi cambiamenti sociali avvenuti negli ultimi 30-40 anni. Dagli anni Settanta, dopo il '68 e l'inizio del processo di emancipazione femminile, si è registrato un calo delle nascite e un mutamento nei ruoli di genere. Entrambi i coniugi svolgono un lavoro fuori casa, e le donne non possono più occuparsi esclusivamente dei soggetti più fragili, come bambini e anziani, necessitando di un aiuto esterno.

L'Italia è il Paese d'Europa con la più alta incidenza di over 65 sulla popolazione totale: il 21,4% della popolazione ha più di 65 anni e l'11,7% (oltre sette milioni) ha più di 75 anni. L'innalzamento dell'aspettativa di vita, unito alla diminuzione del numero di figli, ha aumentato la preoccupazione per la cura degli anziani. Nonostante questi cambiamenti, l'onere ricade ancora prevalentemente sulle famiglie, che spesso delegano l'assistenza a personale domestico convivente, con livelli di professionalità limitati o non formalizzati rispetto alle norme del mercato del lavoro italiano.

La "Sindrome Italia": Sacrifici, Solitudine e Legami Affettivi

Le ricerche e gli studi precedenti, così come alcuni report giornalistici, hanno spesso fornito una visione negativa del lavoro svolto dalle badanti rumene, evidenziando una vita reclusa e la mancanza di giorni liberi. Molte non sono libere di tornare regolarmente in patria a causa di rapporti di lavoro non regolarizzati. Normalmente, le badanti che vivono e lavorano in un certo territorio si passano parola e scelgono la stessa mezza giornata di riposo (spesso a metà settimana) per potersi incontrare, scambiare informazioni professionali e parlare nella loro lingua madre.

Tra il 2005 e il 2012, studi sulla sofferenza e sui sintomi delle donne rumene che lavorano in Italia hanno evidenziato l'esistenza di una vera e propria forma di depressione chiamata "Sindrome Italia". Descritto e diagnosticato per la prima volta nel 2005 da due psichiatri di Kiev, questo disturbo è stato osservato in donne rumene, ucraine, polacche, moldave e filippine che assistono anziani e persone non autosufficienti in Italia.

Contrariamente a quanto spesso riportato in articoli giornalistici, la "Sindrome Italia" è stata considerata un "fenomeno medico-sociale", riferendosi al forte legame affettivo che si crea tra queste donne e gli anziani di cui si prendono cura. Le badanti si trasformano da "carekeeper" a "caregiver", la loro opera cessa di essere meramente professionale e diventano parte integrante della famiglia. Il tempo prolungato trascorso con gli anziani, spesso con solo mezza giornata di riposo oltre la domenica, rende il distacco da quello che era inizialmente un luogo di lavoro un'esperienza traumatica.

La sindrome si nutre della stanchezza e della solitudine delle donne, costrette a occuparsi da sole e per lunghi periodi di persone non autosufficienti, spesso sia di giorno che di notte. Talvolta, la pressione esercitata dai familiari degli assistiti, che delegano completamente la cura del malato alla badante e assumono comportamenti non sempre corretti, contribuisce ad aggravare la situazione. La descrizione della "Sindrome Italia" indica che, al ritorno a casa, queste donne soffrono di una grave forma di depressione, che richiede percorsi di cura lunghi e, in casi estremi, può portare al suicidio.

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Una Rete di Supporto e la Ricerca di una Nuova Vita

Tuttavia, le interviste e i questionari condotti per il presente studio rivelano una realtà diversa rispetto a quella emerse dalle ricerche sulla "Sindrome Italia". Emerge l'esistenza di una vera e propria rete strutturata tra le donne rumene che sono già in Italia e quelle che desiderano intraprendere il viaggio. Spesso, sono le donne stesse a contattare connazionali quando si presenta un'opportunità di lavoro. Molte di queste, al momento della partenza, non parlano la lingua, non conoscono i dettagli del lavoro o non possiedono competenze specifiche nell'assistenza a soggetti fragili.

Il vero trauma, secondo le interviste, riguarda proprio il ritorno in patria: il doversi riabituare a una vita rurale e priva di quei piccoli agi conosciuti e apprezzati durante la permanenza in Italia. Alla domanda "come vedi il tuo futuro", gran parte delle donne intervistate (il 50%) ha risposto di voler rimanere in Italia, considerata una seconda casa, mentre una parte minore (solo il 35%) ha dichiarato di voler tornare in Romania. Le famiglie degli anziani di cui si sono prese cura sono diventate una vera e propria famiglia per loro, instaurando rapporti di stima e fiducia che spesso continuano anche dopo la scomparsa della persona assistita.

È frequente, infatti, che una volta terminata l'assistenza all'anziano, il passaggio successivo sia quello di prendersi carico della cura delle famiglie dei defunti, in qualità di colf e/o babysitter, a testimonianza del grado di stima, fiducia e apprezzamento del loro lavoro.

Spesso queste donne arrivano in Italia tramite amicizie di persone già stabilite nelle località di lavoro, o addirittura in gruppo dallo stesso villaggio, chiamate da sorelle, parenti o amiche. Dopo un estenuante viaggio, sono spesso accolte da una persona di nazionalità italiana che le ospita inizialmente, in attesa di "sistemarle" presso le famiglie. Questa persona trattiene i loro documenti fino all'ottenimento del primo stipendio, una prassi comune, specialmente nelle grandi città del sud Italia.

Le donne che partono dalla Romania pagano tra i 1000 e i 1200 euro per venire a lavorare in Italia, ma soprattutto, pagano per partire e, spesse volte, per liberarsi da situazioni particolarmente difficili. Ciò che emerge è che a volte i mariti rimasti in Romania, inizialmente con l'intenzione di occuparsi dei figli, dopo un certo periodo di assenza delle donne, iniziano a pretendere più soldi per crescerli. Questo può portare le donne a decidere di cambiare vita e divorziare: il 74% delle intervistate dichiara di non essere attualmente sposata.

La Popolazione Straniera in Italia: Un Contributo Essenziale alla Demografia e al Lavoro

Al 1° gennaio, in Italia si contano ufficialmente 5.307.598 stranieri residenti, che rappresentano il 9% della popolazione complessiva. Per oltre il 70% sono cittadini non comunitari. Tra il 2001 e il 2011, gli stranieri sono cresciuti di quasi 3 milioni, superando largamente i 4 milioni di residenti. In questo stesso periodo, la popolazione italiana nel suo complesso è cresciuta di circa 3 milioni di unità, evidenziando come l'aumento demografico sia stato quasi interamente attribuibile al contributo della componente straniera. Quando nel decennio 2012-2022 l'apporto degli stranieri è stato meno incisivo (circa 700 mila), la popolazione complessiva residente in Italia ha iniziato a ridursi, dimostrando il ruolo determinante degli stranieri negli scenari demografici.

Grafico sull'andamento della popolazione straniera in Italia

Cambiamenti nei Flussi Migratori e Acquisizione della Cittadinanza

Gli stranieri di seconda generazione, nati in Italia, hanno visto un calo costante dopo il picco del 2012 (oltre 79 mila neonati). Il dato attuale, pari a circa 51 mila, è simile a quello del 2005, ma con una popolazione residente straniera molto inferiore, il che ha portato il quoziente di natalità a diminuire da 21,8 a 9,8 nati per mille residenti. Si contano anche numerosi figli di coppie miste: 29 mila.

Tra il 2011 e il 2023, ci sono state circa un milione e 700 mila acquisizioni di cittadinanza, con un picco di 214 mila. Nel 2022 e 2023, le naturalizzazioni per residenza, escludendo quelle relative a discendenti di avi italiani emigrati all'estero, hanno registrato una crescita straordinaria (+160% nel 2022 e +30% nel 2023).

Dal 2011 al 2023, l'aumento maggiore di residenti stranieri in Italia si è registrato per la popolazione asiatica (+23%), seguita da quella africana, mentre gli europei centro-orientali hanno subito un calo del 6,5%. Africani e asiatici hanno entrambi superato il milione di residenti. I rumeni guidano la graduatoria delle presenze con un milione e 82 mila residenti, seguiti da albanesi, marocchini, cinesi e ucraini. Altri dieci gruppi superano le 100 mila unità, tra cui bangladesi, indiani, filippini, egiziani, pakistani e senegalesi.

Fino al 2010, gli ingressi tracciati dai permessi di soggiorno erano prevalentemente legati a motivazioni di lavoro. Dal 2011, invece, i flussi regolari di cittadini non comunitari sono avvenuti prevalentemente per ricongiungimento familiare, rappresentando, tra il 2018 e il 2021, oltre la metà dei nuovi ingressi. Parallelamente, si è assistito a una rilevante crescita dei flussi per motivi di asilo e richiesta di protezione. Dal 2015 al 2020, quest'ultima è stata la seconda motivazione di ingresso, con punte di incidenza sul totale dei permessi di oltre il 34%. La guerra in Ucraina ha portato i motivi legati alla protezione internazionale ad essere la prima motivazione di ingresso in Italia nel 2022. I nuovi permessi di soggiorno per motivi di studio sono aumentati nel corso del 2023 (+9,4%), superando quota 27 mila, anche se l'Italia rimane poco attrattiva per gli studenti internazionali.

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Famiglie Straniere e Minorenni di Seconda Generazione

In Italia, ci sono oltre 2 milioni e mezzo di famiglie con almeno uno straniero, circa una su dieci. Nel 28,3% dei casi si tratta di famiglie miste. Il 50% sono unipersonali. Hanno rilevanza anche le famiglie con 4 o più componenti, che superano il 27% del totale. Le famiglie unipersonali sono diffuse soprattutto nel Centro e nel Mezzogiorno. Al Nord, si nota un peso rilevante di famiglie con dimensioni più ampie. Le famiglie unipersonali maschili sono molto diffuse tra le cittadinanze caratterizzate da una forte crescita nell'ultimo quinquennio, in particolare per quelle del subcontinente indiano (circa 65% delle famiglie) e tra gli egiziani (58,2%).

Al 1° gennaio 2021, i minorenni di seconda generazione, nati in Italia da genitori stranieri, sono oltre un milione. Nel 78% dei casi si tratta di ragazzi tuttora stranieri, ai quali si affianca una quota di coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana (circa 221 mila). I ragazzi immigrati nati all'estero sono poco meno di 300 mila, e circa il 15% di essi ha acquisito la cittadinanza. Nel complesso, sono un milione e 305 mila i ragazzi tuttora stranieri o italiani per acquisizione della cittadinanza, pari al 14% del totale della popolazione residente in Italia con meno di 18 anni.

Nel 2022/2023, quasi 600 mila alunni con cittadinanza non italiana frequentano le scuole nel nostro Paese. Il 38,4% dei ragazzi stranieri in Italia (tra gli 11 e i 19 anni) vede il proprio futuro all'estero, contro il 34% dei giovani italiani. Circa l'8% dei ragazzi stranieri desidera vivere da adulto nel Paese di origine, mentre oltre il 30% si immagina in un Paese diverso sia dall'Italia che da quello di origine.

Il Mercato del Lavoro e le Sfide dell'Integrazione

Nel 2023, sono 2 milioni e 374 gli occupati stranieri nel mercato del lavoro italiano, oltre il 10% del totale degli occupati del Paese. Le donne straniere occupate sono 994 mila. Il tasso di occupazione maschile per gli stranieri è del 75,6%, quello femminile del 48,7%, contro il 69,9% per gli uomini italiani e il 53% per le donne italiane. Il Nord assorbe il 61,7% degli occupati stranieri (il 62,8% delle occupate), il Centro il 24,7% e il Mezzogiorno il restante 13,6%.

Il lavoro qualificato riguarda solo l'8,7% degli occupati stranieri. Anche in termini di percezioni, gli stranieri sentono la frustrazione di un lavoro poco qualificato: la quota di quanti ritengono di svolgere funzioni inferiori alle proprie competenze tra gli occupati stranieri è quasi doppia rispetto agli italiani (19,2% contro 9,8%).

Gli stranieri sono relativamente più presenti tra i residenti senza alcun titolo e tra quelli con licenza media (in entrambi i casi con circa 5 punti percentuali in più rispetto agli italiani), parzialmente compensati da 4 punti in meno in corrispondenza del collettivo con licenza elementare. Il vantaggio degli italiani inizia a manifestarsi sostanzialmente dal diploma di istruzione secondaria di secondo grado.

Il Rapporto "Cittadini stranieri in Italia" dell'Organismo Nazionale di Coordinamento per le Politiche di Integrazione (ONC) sottolinea che l'immigrazione è un fenomeno strutturale e non contingente. Un aspetto fondamentale è che l'immigrazione va vista sotto il profilo dell'evoluzione demografica del Paese. L'immigrazione ha avuto un ruolo determinante nella crescita della popolazione italiana. In passato i flussi migratori erano legati a motivazioni lavorative, ma il Rapporto indica il peso crescente dei ricongiungimenti familiari. Ci sono intere generazioni che nascono e si formano sul territorio nazionale. I dati mostrano anche un calo delle nascite tra le famiglie straniere: dai circa 80 mila nati nel 2012 siamo scesi a 50 mila, nonostante la popolazione complessiva sia aumentata. Anche i dati relativi all'istruzione sono interessanti: la componente straniera tende a scegliere meno frequentemente il liceo, preferendo invece l'istituto tecnico. Questa tendenza si traduce in una scarsa affluenza nei percorsi universitari italiani, che già risentono di una limitata capacità di attrarre studenti provenienti dall'estero.

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