Introduzione: Un Profilo Controverso e le Radici di un Progetto
La figura di Rosario Pio Cattafi emerge da un complesso intreccio di vicende giudiziarie, relazioni sociali e iniziative economiche che hanno segnato profondamente il territorio di Barcellona Pozzo di Gotto e oltre. Definito nel giugno 2005 dal Procuratore capo di Barcellona Pozzo di Gotto, Rocco Sisci, come «pluripregiudicato» e «persona socialmente pericolosa», Cattafi è stato indicato tra i possibili referenti mafiosi a livello locale, insieme ai boss Giuseppe Gullotti e Salvatore Di Salvo, e ad altri quali Pietro Arnò, Felice Spinella, Angelo Porcino, Giovanni Rao, Cosimo Scardino. Sisci, presentando l'organigramma criminale ai membri della Commissione Parlamentare Antimafia, aveva già avanzato l’ipotesi, «tutta da verificare», che Cattafi potesse essere il capo della consorteria criminale, citando il suo coinvolgimento in «numerose eclatanti vicende giudiziarie in materia di traffico internazionale di armi, riciclaggio e altro».
Nonostante i pesanti provvedimenti, come la sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Barcellona emessa il 2 agosto 2000 per la durata di 5 anni, Cattafi era riuscito a ottenere l'iscrizione all'Ordine degli avvocati. Un elemento chiave che ne evidenzia la capacità di navigare tra contesti legali e affaristici è la sua controversia con i Salesiani di Barcellona, conclusasi positivamente. Tornato in Sicilia nell’ottobre 1997 dopo l’assoluzione al processo d’appello contro il sodalizio criminale dell’Autoparco di Milano, dove in primo grado aveva riportato una condanna a 11 anni e 8 mesi (di cui 4 anni scontati nel carcere di Opera), Cattafi aveva seguito attentamente la querelle con l'Oratorio Salesiano. Questa controversia, secondo il legale, era sorta dalla «cattiva» gestione dei beni immobili che il nonno aveva donato ai religiosi per fini benefici.

Nell’aprile 2005, la disputa si era conclusa con una transazione: previo versamento di circa 800.000 euro, gli eredi Cattafi rientravano in possesso di 5,24 ettari di terreni con annessi fabbricati rurali in contrada Siena. Quest'area, a vocazione agricola e ricca di fonti idriche, si estende dalla città del Longano fino alla Piana di Milazzo. L'opzione all'acquisto era stata formalizzata quattro anni prima dai familiari del benefattore. A sottoscrivere l'accordo con i Salesiani fu Alessandro Cattafi, figlio di Rosario, in rappresentanza della società Dibeca, già “Dibeca snc di Cattafi Rosario & C.”, con sede in via Garibaldi n. 58 a Barcellona. La Dibeca, costituita nel novembre 1982 da Rosario Cattafi, aveva visto come amministratore unico, fino al 1987, il fratello farmacista Agostino, futuro sindaco del Comune di Furnari (Messina). L'oggetto sociale della Dibeca includeva l'esecuzione di lavori edili, stradali, marittimi, ferroviari, idraulico-forestali, acquedotti, fognature, movimenti terra, nonché l'acquisto, la vendita, l'amministrazione e la gestione di terreni e fabbricati per diverse destinazioni d'uso.
Il Progetto del Parco Commerciale in Contrada Siena
Dopo l'acquisizione dei terreni dai Salesiani, la Dibeca stipulava un contratto di comodato d'uso, con relativa promessa di vendita, a favore della G.D.M. - Grande Distribuzione Meridionale S.p.a.” di Campo Calabro (Reggio Calabria), un'azienda di riferimento nella grande distribuzione nel Mezzogiorno d'Italia. Nel giugno 2007, la G.D.M. presentava al Comune di Barcellona una richiesta di approvazione di Piano particolareggiato per realizzare in contrada Siena uno dei maggiori Parchi commerciali di tutta la Sicilia. Il progetto prevedeva numerose strutture per la grande distribuzione, locali di divertimento, alberghi e ristoranti.

L'analisi dei parametri volumetrici del progetto rivelava l'entità dell'intervento: su una superficie di 18,4 ettari di terreno (comprendente i 5,24 ettari di proprietà Dibeca-Cattafi e circa 13 ettari in mano ad altri piccoli proprietari), si prevedeva la realizzazione di infrastrutture per 398.414,45 m³, a fronte di un volume delle costruzioni esistenti di appena 23.164,68 m³. L'odierno sistema di viabilità di 5.052 m² sarebbe stato ampliato con 6 sezioni stradali per ulteriori 35.714 m². Le opere di urbanizzazione primaria avrebbero richiesto una spesa di 2.018.201,99 euro, di cui solo 40.950 euro destinati a «verde pubblico attrezzato».
Il megapiano si articolava in diverse zone:
- Zona “D” (16,86 ettari): Ricadente a ridosso del nuovo asse stradale industriale previsto dal P.R.G./A.S.I., destinata a “parco commerciale” e ad attività di vendita al dettaglio integrate «da attività paracommerciali, ricreative e del tempo libero e da altri servizi complementari quali modeste strutture ricettive-alberghiere connesse».
- Sistema residenziale in Zona “A” (347,40 m²): Dedicato al «recupero di beni isolati di particolare valenza ed interesse storico-architettonico ed etno-antropologico» e «senza alterazione dei volumi». Qui si prevedeva l'istituzione di un “Paese-albergo” con destinazioni d'uso alternative stagionali e attrezzature come alberghi, ristoranti, trattorie, bar, luoghi di svago e di riunione, anche grazie a «forme di contributo pubblico a fondo perduto da parte del Comune e/o della Provincia Regionale».
- Zone “B” (superficie totale di 15.100 m² con previsione di edificabilità per 37.750 m³): Attualmente «caratterizzate da edilizia prevalentemente abusiva e dal tessuto urbano particolarmente carente di opere di urbanizzazione». Gli interventi edilizi in queste zone sarebbero stati finalizzati al «miglioramento della qualità abitativa attraverso il recupero e la ristrutturazione delle unità ad uso residenza, commercio al dettaglio, pubblici esercizi e servizi di somministrazione e di ristoro, modeste attività alberghiere e turistico-ricettive, studi professionali, artigianato di servizio, spazi e attrezzature per la cultura e la comunicazione, attrezzature di quartiere e di interesse generale, parcheggi al piano terra e seminterrato, cliniche private, attività del terziario».
L'ammontare degli investimenti previsti non era noto, ma si ipotizzava che avrebbero superato i 200/250 milioni di euro.
Il Subentro della Dibeca e il Ruolo dei Progettisti
Una delle grandi sorprese fu il subentro della Dibeca della famiglia Cattafi nella realizzazione del mega Piano, già approvato dalla Commissione edilizia e in attesa del voto finale del Consiglio comunale. La Dibeca, una società che risultava ancora “inattiva” e con “zero addetti”, subentrò nel maggio 2008 alla G.D.M. di Campo Calabro, la quale aveva valutato il progetto urbanistico di scarso interesse. Questa uscita di scena fu inattesa, considerate le spese sostenute per la stesura del Piano particolareggiato, affidato il 14 giugno 2006 all’architetto Mario Nastasi, che si avvalse anche della collaborazione del fratello Santino Nastasi.
I nomi di Mario e Santino Nastasi compaiono anche tra i «collaboratori alla redazione del Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto», approvato l’8 febbraio 2007 con decreto dell’assessorato al Territorio e ambiente della Regione siciliana. Questo nuovo P.R.G. aveva avuto un iter lunghissimo e complesso. La redazione era stata affidata nel marzo 1991 ai professori Giuseppe Gangemi e Aldo Casamento di Palermo e all’architetto Mario Sidoti Migliore di Capo D’Orlando. Undici anni dopo, gli elaborati furono inoltrati al Consiglio, ma 21 consiglieri dichiararono la propria incompatibilità per “vicende parentali” legate al contenuto.

Successivamente, un commissario ad acta, l’ingegnere Pietro Scaffidi Abbate, adottò il P.R.G. con delibera dell’11 dicembre 2003 e successiva presa d’atto degli elaborati il 27 agosto 2004. Nel frattempo, i cittadini presentarono oltre 2.000 osservazioni, e l’amministrazione comunale concesse 976 autorizzazioni edilizie e approvò 26 nuovi piani di lottizzazione. L’8 giugno 2005, il P.R.G. subì l’ennesima bocciatura da parte dell’Assessorato regionale. La complessa vicenda fu analizzata dalla Commissione prefettizia inviata a Barcellona Pozzo di Gotto nel giugno 2006 per indagare su possibili infiltrazioni mafiose nel Comune. La relazione finale di questa Commissione, che chiese, inutilmente, lo scioglimento del Consiglio, dedicò un intero paragrafo all'adozione del Piano Regolatore.
«Questa Commissione - recita un passaggio - ritiene di dover porre in opportuna evidenza che tra i collaboratori dei progettisti che hanno proceduto alla materiale redazione del P.R.G. emerge la figura dell’architetto Giovanni Cattafi. La sua presenza tra coloro che risultano aver svolto il ruolo di collaboratori dei progettisti incaricati del P.R.G. desta a questa Commissione non poche perplessità a causa del grado di permeabilità che tale persona può aver determinato in riferimento a particolari interessi non coincidenti con quelli della pubblica utilità». Venne infatti evidenziato che l’architetto Giovanni Cattafi è cognato del Consigliere comunale Sergio Calderone, eletto con 300 preferenze nella lista A.N.-M.S.I.. Egli ha contratto matrimonio con Domenica Cinzia Matilde Calderone, sorella di Mario Giulio Calderone, «pluripregiudicato ritenuto affiliato al gruppo dei “barcellonesi”, ex sorvegliato speciale di Pubblica Sicurezza», e sorella di Giulio Massimo Calderone, «pregiudicato, il quale risulta in servizio presso il corpo della Municipale di Barcellona P.G. quale agente addetto alla verifica sui cambi di residenza presso l’ufficio anagrafe comunale». Informative della Questura di Messina tra il 1980 e il 1984 descrivevano Giulio Massimo Calderone come «presunto appartenente» all’organizzazione di estrema destra “Terza Posizione”.
Giovanni Cattafi ha collaborato alla stesura del P.R.G. della città del Longano accanto ai fratelli Mario e Santino Nastasi. I tre architetti, che dividono lo studio professionale, sono anche soci-amministratori della “Infoterri Engineering Srl” di via Roma 157/F, Barcellona, società costituita il 27 marzo 2000 con capitale sociale di 15.000 euro. L'oggetto sociale della Infoterri Engineering è vasto, comprendendo «l’esecuzione di studi di fattibilità, ricerche, consulenze, progettazione e direzione dei lavori per costruzioni rurali, industriali, civili, artistiche, impianti chimici e siderurgici, cantieri navali, scuole, ospedali, case popolari, caserme, cimiteri, mercati, impianti sportivi, cinema, chiese, banche, alberghi, centri commerciali al minuto ed all’ingrosso di qualsiasi forma e dimensione, impianti di discarica e smaltimento rifiuti solidi urbani, inceneritori, strade, autostrade, linee tranviarie e ferroviarie, ponti, dighe, ecc.». La Infoterri Engineering può inoltre partecipare a gare d’appalto o concorsi di progettazione indetti da privati o enti pubblici in ambito nazionale, comunitario ed extra comunitario e svolgere «consulenze e servizi professionali per gli apparati militari» o a favore di «aziende, società ed enti pubblici e privati, nell’ambito dei finanziamenti agevolati di qualunque genere e specie, provenienti da Regioni, dallo Stato e/o dalla Comunità europea». La creazione della società, spiegano gli architetti, «ci ha consentito di dotarci di una capacità di tipo imprenditoriale finalizzata a rispondere alle complesse esigenze scaturenti dai nuovi processi di pianificazione e di gestione del territorio». L’ingresso nel business delle grandi opere è avvenuto il 31 dicembre 2007, data in cui i tre professionisti hanno deliberato la variazione della denominazione e delle ragioni della loro società di servizi topografici, composizione litografica, eliografica e toponomastica “I. & T. - Snc di Nastasi Santino Antonio Maria, Cattafi Giovanni e Nastasi Mario Domenico”. Alla I. & T. erano state affidate nel 2002 le elaborazioni grafiche e la stampa del Piano regolatore generale di Barcellona Pozzo di Gotto.
Trasformazioni Societarie e Connessioni Economiche
La società riconducibile all’avvocato Rosario Cattafi ha anch'essa subito recenti modifiche nella denominazione e nella struttura sociale. Il 10 dicembre 2004, quattro mesi prima di chiudere la transazione con i Salesiani per i terreni di contrada Siena, la società è stata trasformata da società in nome collettivo a società in accomandita semplice, assumendo il nome di “Dibeca S.A.S. di Corica Ferdinanda e C.”. Tali trasformazioni, tuttavia, non hanno alterato la titolarità. La nuova entrata nella Dibeca è Ferdinanda Corica, nominata rappresentante dell’impresa nonostante detenga una quota sociale di appena 35,12 euro. Ferdinanda Corica è la moglie di Stefano Piccolo, dottore commercialista con studio a Barcellona Pozzo di Gotto, notoriamente legato a Rosario Cattafi.
Gruppo Enti Finanziari - Novità ed aggiornamenti
Di Stefano Piccolo si accenna in una relazione del Servizio Centrale di Investigazione sulla Criminalità Organizzata (G.I.C.O.) della Guardia di Finanza di Firenze, datata 3 aprile 1996 e inviata alla Procura di La Spezia, nell’ambito di un procedimento penale su un presunto “comitato” con ambizioni politiche e affaristiche, che vedeva indagati, tra gli altri, il banchiere “Chicchi” Pacini Battaglia. La relazione si soffermava sull’hotel “Silvanetta Palace” di Milazzo, amministrato dall’imprenditore Giovanni Filippo Muscianisi, attivo esponente del club service Kiwanis International. Il G.I.C.O. segnalava che «il Muscianisi era stato sentito a Firenze il 17 maggio 1993 nel contesto del procedimento penale che vedeva quale indagato, tra gli altri, il noto Dante Saccà, nato a Rometta (Messina)». In quell'occasione, Muscianisi aveva dichiarato di svolgere l’attività di commercialista e di essere comproprietario, insieme alla sorella Silvana e alla madre Carmela La Rocca, dell’Hotel Silvanetta. Aveva anche affermato di essere l’amministratore unico della “Holiday Line S.r.l.”, con sede a Milazzo, e di aver avuto una remota conoscenza con Rosario Cattafi, con il quale non aveva intrattenuto alcun rapporto.
Come accertato dalla Guardia di Finanza, la “Holiday Line” era «risultata proprietaria di appartamenti siti in Olbia (Sassari) nel complesso turistico “Le Vecchie Saline”, sequestrati (e poi restituiti) ai sensi dell’art. 12 quinques, comma 2° D.L. 8.6.1992, n. 306». Al momento dell’intervento della pattuglia del G.I.C.O. di Firenze presso il “Silvanetta” di Milazzo, avvenuto il 5 ottobre 1995 con lo scopo di esaminare ed estrarre copia del registro delle presenze, «il Muscianisi richiedeva che a tale attività presenziasse, con la relativa firma degli atti tale Stefano Piccolo, nato a Barcellona Pozzo di Gotto ed ivi residente, nella sua qualità di “responsabile dell’ufficio contabile dell’Hotel” come dichiarato dal Muscianisi». Gli uomini del G.I.C.O. hanno ritenuto «alquanto singolare» la circostanza che il Muscianisi, che si era professato commercialista, avesse bisogno di un altro commercialista per la gestione contabile dell’albergo. Tuttavia, «se si considera però che il Piccolo risulta in stretto contatto con il Cattafi, di cui è anche commercialista, la situazione delineata genera non pochi sospetti».
La Condanna di Rosario Pio Cattafi e le Reazioni al Parco Commerciale
Il quadro complesso che si delinea intorno a Rosario Pio Cattafi e al progetto del Parco Commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto è stato oggetto di attente indagini e pronunciamenti giudiziari. La vicenda ha avuto risvolti significativi con la condanna definitiva di Rosario Pio Cattafi. Il 16 maggio 2023, la prima sezione penale della Cassazione (Presidente Monica Boni) ha rigettato il ricorso della difesa, confermando la sentenza - emessa in sede di rinvio dalla Corte d'Appello di Reggio Calabria - di condanna a 6 anni di reclusione per associazione di stampo mafioso. Cattafi, presente in aula con il figlio al momento della lettura del dispositivo, è stato anche condannato a rifondere le spese sostenute dalle parti civili nel processo. Nel corso dello stesso processo, Cattafi era già stato condannato per calunnia ai danni dell'avvocato Fabio Repici e del collaboratore di giustizia Carmelo Bisognano.
Cattafi era stato arrestato nel 2012 nell'ambito dell'operazione 'Gotha 3' condotta dalla Dda di Messina e dai Carabinieri del Ros, con l'accusa di essere a capo della cosca di Barcellona Pozzo di Gotto. In primo grado, il gup di Messina lo aveva condannato a dodici anni di reclusione il 16 dicembre 2013, pena ridotta a sette anni e con l'esclusione dell'aggravante di capoclan dalla Corte di appello di Messina il 24 novembre 2015. L'1 marzo 2017, la Corte di Cassazione, quinta sezione penale, aveva annullato la sentenza con rinvio per nuovo giudizio alla Corte di appello di Reggio Calabria, che ha poi emesso la sentenza definitiva.

Il rinvio a giudizio di tutti i 15 indagati nella vicenda del Parco Commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto, tra cui l’avvocato Rosario Pio Cattafi, ha confermato le valutazioni espresse dall’Associazione Antimafie “Rita Atria” e dal movimento Città Aperta nell’esposto presentato nel gennaio 2011. L’accusa era di aver concorso «nell’ingannare i componenti del consiglio comunale, ingenerando in essi la falsa convinzione della legittimità del Piano del parco commerciale, determinandone l’approvazione avvenuta con delibera n.59 del 16 novembre del 2009, con un conseguente ingiusto vantaggio patrimoniale a favore della Di.Be.Ca. Sas» società facente capo al «dominus» di tutta l’operazione, l’avvocato Rosario Pio Cattafi. L'associazione esprimeva soddisfazione per il rinvio a giudizio e invitava l’amministrazione comunale e il consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto a dare seguito alle richieste di numerose associazioni e soggetti della società civile barcellonese, che chiedevano la revoca in autotutela di quella «famigerata delibera». Questa revoca, a loro avviso, avrebbe dovuto «rimarcare concretamente la presa di distanza non di un Parco commerciale in quanto tale, ma di “quel” parco commerciale», in quanto l'operazione, ideata da un soggetto con un «curriculum criminale di tutto rispetto, rinchiuso in regime di carcere duro (41 bis), condannato in primo grado a 12 anni per associazione mafiosa, definito dal Procuratore Lo Forte nella sua relazione annuale come “il Capo” della mafia barcellonese», era considerata «certamente funzionale agli interessi della criminalità organizzata».
La decisione di rinviare i 15 imputati a giudizio - tra tecnici, committenti e componenti della Commissione urbanistica dell’epoca - per l’udienza del 2 maggio, è stata assunta il 10 febbraio sera dal gup Anna Adamo su richiesta del pm Francesco Massara. Oltre all’avvocato Rosario Pio Cattafi, considerato il «dominus» della società immobiliare “Di.Be.Ca. sas”, il 2 maggio sono comparsi davanti al Tribunale di Barcellona anche Ferdinanda Corica (amministratrice della società immobiliare “Di.Be.Ca.” della famiglia Cattafi), Maria Idea Cattafi (sorella di Cattafi) e l'avvocato Alessandro Cattafi (figlio di Cattafi), l’ingegner Orazio Mazzeo (dirigente pro-tempore del VII Settore di Palazzo Longano e RUP del procedimento e del PRG), gli architetti Mario e Santino Nastasi e il professor Giuseppe Gangemi (progettisti del PRG), e il collega Giovanni Cattafi, anch’essi indicati come progettisti del Parco commerciale sebbene per «incarico non formalizzato». A giudizio anche il tecnico di fiducia della società committente, la “Gdm Spa”, geometra, e altri.
Profili e Legami di Rosario Cattafi: Un Percorso Tra Estrema Destra, Mafia e Istituzioni
La figura di Rosario Pio Cattafi è stata ripetutamente associata a contesti complessi e a legami con diverse realtà, dall'estrema destra ai servizi segreti, fino alle organizzazioni mafiose. Avvocato di Barcellona Pozzo di Gotto, è stato descritto come un uomo legato a Ordine Nuovo e fiduciario del padrino catanese Nitto Santapaola, con ramificazioni negli affari di Cosa Nostra a Milano.

Le indagini della Dda di Messina, culminate nell'inchiesta Gotha 3, lo hanno accusato di essere uno dei capi della mafia barcellonese. I pubblici ministeri, nella loro richiesta d’arresto, lo hanno definito un «soggetto quanto mai sfuggente ed enigmatico», che «manteneva i contatti fra i vertici dell’organizzazione barcellonese e altri sodalizi mafiosi riconducibili a Cosa Nostra siciliana, fra cui la famiglia Santapaola e quelle palermitane».
Il pentito Carmelo Bisognano ha affermato che Cattafi riveste un ruolo di assoluto rilievo all'interno della famiglia Barcellonese, essendo il «contatto diretto con le Istituzioni deviate, con ciò intendendo Politica, Pubblica Amministrazione, Magistratura e Forze dell’Ordine». Bisognano ha anche evidenziato i rapporti con le famiglie di Catania, sostenendo che «Saro Cattafi ha avuto rapporti con Santapaola e con il nipote Aldo Ercolano». Inoltre, ha riferito che negli anni ’92 - ’93, «per intervento di Cattafi, Santapaola ha passato un periodo di latitanza a Barcellona, custodito dal nostro gruppo».
Il Periodo Milanese e le Inchieste
Buona parte degli anni Settanta e Ottanta, Cattafi li ha trascorsi a Milano. Qui è stato coinvolto nel sequestro dell’imprenditore Giuseppe Agrati, un'inchiesta dalla quale uscirà indenne, ma che ha segnato passaggi essenziali della sua esperienza milanese. A Milano, Cattafi ha incontrato il commercialista Gianfranco Ginocchi, assassinato a Milano il 15 dicembre 1978. La sera del sequestro, Ginocchi si trovava proprio in compagnia di Agrati, i due stavano giocando in una bisca clandestina.
Di Cattafi ha parlato anche il collaboratore di giustizia e uomo vicino ai servizi segreti Federico Corniglia, confermando i contatti con Ginocchi. Secondo Corniglia, Cattafi «si installò a casa di questo Ginocchi perché Ginocchi doveva una cifra a questo Bontate». E ancora: «Questo Ginocchi conviveva con la redattrice italiana di Play boy, la Armani, questa era una donna che aveva molte conoscenze, venivano molte persone, nel corso di questi anni, io ho incontrato anche i siciliani lì».
Nel 1998, Cattafi è stato indagato (e poi archiviato) dalla Dda di Palermo «per avere promosso, costituito ed organizzato un’associazione avente a oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo di determinare le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia, nonché con il fine di agevolare l’attività dell’associazione mafiosa Cosa Nostra e di altre associazioni di tipo mafioso ad essa collegate». In questa indagine, Cattafi era in compagnia di figure quali Licio Gelli, Stefano Delle Chiaie, Giuseppe Graviano e Benedetto Santapaola. L’indagine, basata sull’intero periodo delle stragi e degli omicidi eccellenti, si è conclusa senza esiti.
Ritorno in Libertà Vigilata e Pericolosità Sociale
Nonostante le complesse vicende giudiziarie, Rosario Pio Cattafi è tornato in libertà vigilata. Per il Tribunale di Sorveglianza di Milano, il pregiudicato barcellonese, ritenuto dagli inquirenti l’uomo-cerniera tra le cosche mafiose, i colletti bianchi e gli apparati istituzionali dello Stato, continua a essere «socialmente pericoloso». La dottoressa Beatrice Secchi, magistrato di sorveglianza, ha scritto che «sulla base di tutti gli atti già esaminati dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, la pericolosità sociale di Rosario Pio Cattafi non può dirsi cessata o grandemente scemata».
La «mai cessata “pericolosità sociale”» di Rosario Pio Cattafi è suffragata dalla relazione di sintesi del Tribunale di sorveglianza di Milano del 9 aprile. In essa si legge che l’allora detenuto «nega ogni responsabilità per i fatti di reato in relazione ai quali ha riportato condanna e qualsiasi contatto con organizzazioni mafiose; afferma di essere stato condannato per sentito dire, riferendosi chiaramente alle numerose chiamate in correità agli atti del processo». Il pregiudicato barcellonese «riferisce che per evitare la mafia ha sempre svolto il suo ruolo nel campo del diritto civile o amministrativo, quasi che le articolazioni della mafia che operano nel settore economico non abbiano anche bisogno di queste competenze professionali; conferma e ribadisce di essere stato vittima di persecuzione da parte delle forze dell’ordine e di essere stato accusato falsamente dai collaboratori di giustizia; parla di convergenza del molteplice, necessariamente sapendo in realtà (in quanto avvocato) che ben diversa cosa è la sussistenza di indizi gravi, precisi e concordanti ex art.».
«Rosario Pio Cattafi spiega su richiesta il coinvolgimento in più processi per mafia (anche quello in cui è stato assolto, trattasi del processo sull’Autoparco di via Salomone a Milano, ndr), con l’esigenza dei magistrati di condannarlo per poi farlo collaborare e avere informazioni», conclude la relazione del Tribunale. «Ed è con tale tesi che Cattafi chiarisce l’attuale condanna e l’espiazione di parte di essa nel circuito 41bis. Non entra ovviamente nel merito dei motivi per cui la sua collaborazione sarebbe stata considerata tanto importante dalla Forze dell’ordine e dalla magistratura. Cattafi, che si pone a colloquio in modi e toni pacati, utilizza il dialogo conferendo all’esposizione dei concetti un’architettura, un’estetica di piacevole ascolto che di primo acchito esprime rispetto per le istituzioni, per le leggi, le espressioni e le pronunce dei suoi organi (sentenze). Riportando il discorso al concreto però ciò che emerge è il contrasto tra l’asserito rispetto e il finale dichiararsi sostanzialmente non responsabile per il reato ex art. 416bis e nemmeno per il reato di calunnia (…). Le manifestazioni di disprezzo per la mafia e le affermazioni di promuoverne il distacco in sezione almeno in relazione a certi compagni restano quindi prive di riscontri oggettivi».
La relazione ripercorre i precedenti giudiziari: «Nel 1973 il detenuto riportava condanne per detenzioni di armi fra le quali un mitra marca Sten; in relazione a questo fatto Cattafi veniva anche colpito da ordine di cattura emesso dalla Procura della Repubblica di Messina, sottraendosi all’esecuzione per circa due mesi per poi costituirsi». E ancora: «Nel 1983 veniva notato in compagnia di Francesco Rugolo (poi ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto), esponente del gruppo barcellonese di Cosa Nostra; nell’84 viene tratto in arresto in Svizzera per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona a scopo di estorsione e traffico di sostanze stupefacenti sulla base delle dichiarazioni di Emanuele Epaminonda che lo indica quale inviato di Nitto Santapaola a Milano».
La Questura di Messina ha aggiunto che «Rosario Pio Cattafi viene indagato e poi sottoposto a processo nell’ambito del procedimento Autoparco di via Salomone con una finale assoluzione». Nonostante l’assoluzione in quel contesto, «l’autorità giudiziaria indica la sicura esistenza di un solido legame tra Cattafi e Nitto Santapaola». Cattafi è stato indagato in numerosi altri procedimenti, anche per la cessione di una partita di cannoni all’emirato di Abu Dhabi. «Cattafi viene poi tratto in arresto il 24 luglio 2012 nell’ambito di indagine condotta dall’Autorità Giudiziaria di Messina per associazione di stampo mafioso (trattasi della vicenda conclusasi con la sentenza oggi in esecuzione); la misura viene poi revocata dalla Corte d’appello di Messina il 4 dicembre 2015 (dopo l’emissione della prima sentenza d’appello, poi annullata in Cassazione). Da ultimo la sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria oggi in esecuzione, che lo condanna alla pena di sei anni di reclusione per associazione di stampo mafioso e calunnia». La nota della Questura sottolinea più volte il «rapporto privilegiato esistente» tra Cattafi, il clan di Nitto Santapaola e la famiglia mafiosa di Barcellona Pozzo di Gotto. «Cattafi ha intessuto anche fuori dalla regione di provenienza una fitta trama di relazioni con personaggi di rilievo della criminalità organizzata», spiega l’organo di Pubblica sicurezza. La dottoressa Beatrice Secchi conclude che «costituisce d’altra parte fatto notorio che, nonostante il decorso del tempo, l’appartenenza a sodalizio criminale mafioso, anche con lo specifico ruolo rivestito da Cattafi, non possa essere recisa senza, quanto meno, una aperta, chiara e netta rivisitazione critica del proprio passato».
La Questione della Diffamazione e il Giudizio dei Media
La complessità del caso Rosario Pio Cattafi si è estesa anche al fronte mediatico, dove giornalisti e associazioni antimafia hanno svolto un ruolo attivo nel portare alla luce le vicende legate al Parco Commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto e ai presunti legami mafiosi. Non c'è stata diffamazione da parte dei giornalisti Antonio Mazzeo, Antonello Mangano, Peppino Restifo, Enrico Di Giacomo, Giorgio Bongiovanni, Aldo Romaro e di Emanuele Scimone nei confronti di Rosario Pio Cattafi e della Dibeca. Questo è stato deciso dalla Seconda sezione Civile della Corte d'Appello di Messina, composta dai giudici Giuseppe Minutoli (presidente), Antonino Zappalà e Maria Luisa Tortorella, che ha respinto la richiesta della Dibeca s.a.s.
Le accuse di diffamazione riguardavano articoli pubblicati tra settembre e novembre 2009 sui siti Internet 'www.antimafiaduemila.com' e sul blog 'www.enricodigiacomo.org', dedicati all'affare del Parco Commerciale di Barcellona Pozzo di Gotto. Negli articoli veniva messo in luce il ruolo ricoperto dalla società DiBeca e dalla famiglia legata all'imprenditore Rosario Pio Cattafi, poi condannato con sentenza definitiva del 16 maggio 2023, a 6 anni di carcere per associazione di stampo mafioso. Gli articoli contestati erano già stati considerati, nella sentenza di primo grado, dalla giudice Di Giovanni, frutto di «un lavoro di ricerca delle fonti minuzioso e dettagliato, sintomatico dell'interesse a richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica su fatti e avvenimenti socialmente rilevanti».
Questo pronunciamento della Corte d'Appello di Messina ha rafforzato la legittimità del lavoro giornalistico d'inchiesta, sottolineando l'importanza della funzione di controllo sociale che la stampa indipendente esercita su temi di rilevanza pubblica, in particolare quando si intrecciano con questioni di criminalità organizzata e interessi economici. La decisione riconosce il diritto dei giornalisti a informare l'opinione pubblica, basandosi su un'accurata ricerca delle fonti e su fatti documentati, anche quando ciò implica la critica e la denuncia di soggetti o attività controverse.