La storia del diritto all’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) in Italia non è un percorso lineare, ma un susseguirsi di battaglie parlamentari, scontri sociali e consultazioni popolari che hanno segnato profondamente l’identità civile del Paese. Dalla promulgazione della legge 194 del 1978 fino al clima politico contemporaneo, il diritto di scelta delle donne è rimasto un terreno di confronto costante, sospeso tra conquiste democratiche e spinte conservatrici.

Il contesto storico: la legge 194 e la battaglia per l’autodeterminazione
L’interruzione volontaria di gravidanza è legale in Italia dal 1978, quando fu approvata, nel pieno del tumulto che seguì il rapimento di Aldo Moro, la legge n. 194. L’emanazione della legge fu preceduta da una lunga battaglia e molte discussioni. Solo non molti anni prima, nel 1971, era stato dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale l’articolo 553 del codice penale, risalente all’epoca fascista e sopravvissuto in quella repubblicana, che prevedeva il reato di propaganda di anticoncezionali.
L’approvazione della legge 194/1978 rappresenta il punto di approdo della rivendicazione portata avanti durante tutto l’arco degli anni Settanta dai movimenti femminili e femministi e dalle componenti più avanzate dello schieramento politico parlamentare per affrontare e risolvere la piaga dell’aborto clandestino. Si stimano, infatti, circa 3 milioni di aborti con 20.000 decessi di donne all’anno, per tutti gli anni Settanta. Nello spirito della tutela sociale della maternità, l’obiettivo principale della legge è la deprivatizzazione del problema dell’aborto, di cui lo Stato e la società intera devono farsi carico, proteggendo la maternità e cancellando il dramma sociale dell’aborto clandestino.
Il testo permette alle donne di abortire fino al novantesimo giorno successivo al concepimento, per motivi di salute, economici, sociali o familiari. Oltre questo limite, in Italia, è invece concesso esclusivamente solo l’aborto terapeutico. Per comprendere l’atmosfera dell’epoca si può leggere la lettera che sul tema Italo Calvino scrisse a Claudio Magris nel febbraio del 1975: «Nell’aborto chi viene massacrato, fisicamente e moralmente, è la donna; anche per un uomo cosciente ogni aborto è una prova morale che lascia il segno, ma certo qui la sorte della donna è in tali sproporzionate condizioni di disfavore in confronto a quella dell’uomo, che ogni uomo prima di parlare di queste cose deve mordersi la lingua tre volte».
Il referendum del 1981: il banco di prova democratico
A soli tre anni dall’entrata in vigore della legge, la stabilità del diritto all’aborto fu messa alla prova da una tornata referendaria. Era il 17 maggio 1981 quando i cittadini italiani furono chiamati a esprimersi su cinque quesiti referendari. In quella tornata furono presentati due quesiti sul tema: uno, proposto dal Partito Radicale, proponeva di liberalizzare completamente l’aborto, eliminando le restrizioni e i controlli in vigore; un altro, promosso dal Movimento per la vita e diametralmente opposto al primo, voleva invece sopprimere il diritto concedendo solo ed esclusivamente l’aborto terapeutico.
Il tentativo del Movimento per la vita, che proponeva di abrogare quasi completamente la legge n. 194, fallì: il 68% dei votanti bocciò la proposta, salvando il diritto all’aborto. Entrambi i quesiti vennero bocciati, il primo con l’88% dei voti contrari, e il secondo con il 68%. A vederlo ora, il risultato di quarantun anni fa appare come un successo enorme, ma allo stesso tempo fragile e contingente, legato a tempi e contesti diversi da quelli attuali.
Le falle strutturali e l’applicazione della legge
Di conseguenza, la legge che abbiamo tuttora è il risultato di un compromesso tra obiettivi inconciliabili, che cerca di tenere insieme la necessità di proteggere la vita ma anche il diritto delle donne a decidere della propria. Secondo i movimenti femministi dell’epoca la legge 194 avrebbe dovuto essere “un primo passo”, uno strumento normativo da migliorare, che però non è mai stato adeguato e perfezionato. Oggi, infatti, pur essendo passati più di quarant’anni, la legge è ancora piena di falle e viene spesso mal applicata.
Un primo elemento ambiguo della legge 194 si riconduce ai consultori familiari, che dovrebbero informare, guidare e sostenere le donne nel percorso di gravidanza o eventualmente nelle procedure abortive, ma che in Italia nella maggior parte dei casi non funzionano a dovere. Secondo una legge del 1996, sul territorio nazionale dovrebbe essere attivo un consultorio ogni 20 mila abitanti. In realtà, l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità ha rilevato che in media è attivo un consultorio ogni 35 mila abitanti, quasi la metà della frequenza stabilita.
I consultori fanno anche i conti con la mancanza cronica di personale, tanto che in alcuni casi medici e psicologi devono spostarsi continuamente da una sede all’altra per garantire i servizi minimi. Inoltre, l’aborto farmacologico, nonostante le linee guida aggiornate nell’agosto 2020 dal Ministero della Salute, non ha visto un recepimento uniforme su tutto il territorio nazionale. In tutti i casi in cui non viene applicato il protocollo dell'aborto farmacologico in day hospital, le donne sono esposte a inutili complicazioni psicologiche, facendo crescere l’ansia e il senso di inadeguatezza.

L’obiezione di coscienza e la sfida politica contemporanea
Se l’applicazione della prima parte della 194 ha ampi margini di miglioramento, la seconda risulta invece magistrale: gli obiettori di coscienza, infatti, protetti dall’articolo 9 del testo, sono ovunque e sono tantissimi. Secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute, nel 2020 il 64,6% dei ginecologi presenti sul territorio nazionale erano obiettori di coscienza, e in alcune regioni, soprattutto al Sud, il dato superava l’80%; mettendo a rischio, in modo del tutto legale, il diritto di migliaia di donne.
Recentemente, le democrazie occidentali sembrano essere influenzate, e a volte cedere, alle sirene del sovranismo. Dall’elezione di Donald Trump nel 2016, alla consolidazione del potere di Viktor Orbán in Ungheria, passando per il risultato delle elezioni italiane del 25 settembre, quando l’ondata della destra ha vinto la maggioranza in Parlamento e raggiunto il 44% dei voti a livello nazionale. La campagna elettorale di Fratelli d’Italia è stata caratterizzata da un atteggiamento controverso nei confronti dell’aborto. Giorgia Meloni ha infatti più volte ripetuto che non intende modificare la legge 194, ma “applicarla totalmente” per garantire alle donne “il diritto a non abortire”.
In Liguria, lo scorso maggio, proprio Fratelli d’Italia ha depositato una proposta di legge per istituire sportelli “pro-vita” in tutte le strutture ospedaliere in cui si effettuano Ivg. Ad aprile, invece, la regione Piemonte ha istituito un fondo per sostenere le attività di queste associazioni. Sembra si sia insomma diffusa la volontà di togliere diritti piuttosto che crearne di nuovi e il desiderio non troppo celato di revocare libertà ottenute dai cittadini in passato. Lo spostamento verso destra dell’opinione pubblica italiana - e in molti casi anche europea - contribuisce a gettare ombre su un testo che andrebbe tutelato e migliorato. È possibile che i cittadini decidano di salvaguardare, ancora una volta, questo diritto tormentato, a prescindere dal loro schieramento politico, ma la fragilità della norma resta un dato di fatto ineludibile.
tags: #rrferendum #sul #aborto #chr #snno