Il giornalismo, nel suo ruolo di cane da guardia della democrazia e di voce del dissenso, ha spesso visto i suoi protagonisti affrontare rischi incalcolabili. La lunga e tragica lista di giornalisti uccisi mentre svolgevano il loro lavoro, comunemente definiti «angeli dell’informazione», include nomi come Walter Tobagi, Pippo Fava, Peppino Impastato, Giancarlo Siani e Ilaria Alpi. Questi cronisti sono stati eliminati dalla criminalità organizzata, da formazioni terroristiche o perché operavano in zone di guerra. Tuttavia, il nome di Mauro Brutto, un giovane e promettente cronista giudiziario della redazione milanese de L’Unità, non compare su questa lista, almeno non ufficialmente. Per la giustizia italiana, la sua morte, avvenuta il 25 novembre 1978 in via Gioacchino Murat a Milano, fu il risultato di un banale incidente automobilistico: travolto da una Simca 1100, morì sul colpo. Questa versione dei fatti, però, non ha mai convinto i familiari, gli amici e i colleghi di Brutto, le cui indagini su vicende scottanti sembrano indicare un tragico epilogo tutt'altro che casuale.

Un Giornalista "Scomodo" nel Cuore degli Anni di Piombo
Mauro Brutto era il classico giornalista «scomodo», la cui giovane età e la sua dedizione alla cronaca nera lo rendevano un osservatore privilegiato dei mali della società italiana degli anni Settanta. Nato a Milano nel 1946, Brutto mostrò fin dall'adolescenza un'innata abilità nel raccogliere e narrare notizie. Il suo esordio giornalistico fu precoce: a soli dodici anni, in Liguria, assistette a un'operazione di salvataggio di un bagnante, un evento che segnò l'inizio della sua carriera. Cresciuto in una famiglia antifascista, con una madre che aveva partecipato alla Resistenza e uno zio che aveva combattuto nelle Brigate Internazionali in Spagna, Brutto sviluppò fin da giovane un forte interesse per la politica. Durante gli anni del liceo classico Parini, si iscrisse al PCI e strinse legami con figure di spicco come Giovanni Pesce, leader storico dei Gap milanesi e torinesi. Nonostante fosse considerato un "ultimo della classe" per i suoi rendimenti scolastici, Brutto dimostrava una maturità e una conoscenza eccezionali su temi legati alla storia, alle lotte operaie, al fascismo, alla Resistenza e all'imperialismo. Questa sua passione per la scrittura lo portò a collaborare con la redazione studentesca de La Zanzara durante gli anni del liceo.
Dopo aver terminato gli studi, Brutto intraprese una proficua collaborazione con Maquis, una rivista diretta da Filippo Gaia che si occupava di terrorismo internazionale. Questa esperienza fu fondamentale per la sua formazione di cronista, ma fu interrotta dal servizio militare prestato presso le basi NATO in Sardegna. Nel 1972, all'età di ventiquattro anni, iniziò la sua collaborazione con la redazione milanese de L'Unità. La sua decisione di dedicarsi alla cronaca nera, inizialmente vista da alcuni come una scelta "rinunciataria" rispetto alla politica, si rivelò invece un modo per comprendere la società nel suo aspetto più profondo. Per Brutto, la politica non era confinata alle vicende dei partiti, ma si manifestava nella vita quotidiana delle persone, e la cronaca nera, con i suoi molteplici aspetti, era una sorta di "cartina tornasole" per decifrare i mali sociali e prevedere i futuri conflitti.
Il "Segugio" della Cronaca Nera: Inchieste e Rischi
Daniele Biacchessi lo definì un «pistarolo», un vero e proprio segugio instancabile nel seguire le piste, un «cronista di strada». Nelle rare fotografie che lo ritraggono negli anni Settanta, Brutto appare sempre con una sigaretta in bocca e un trench, un'immagine che tradiva la sua giovane età, conferendogli l'aspetto di un investigatore privato piuttosto che di un giornalista d'assalto. Ma Brutto non si limitava alla mera narrazione dei fatti; indagava a fondo.
Il suo campo d'indagine privilegiato furono i sequestri di persona, un fenomeno che negli anni Settanta registrò numeri allarmanti, soprattutto in Lombardia. Nel 1974, Brutto fu tra i primi a denunciare il legame tra la criminalità milanese e le mafie siciliane e calabresi, identificando in Luciano Liggio la mente dietro alcuni dei sequestri più clamorosi avvenuti nell'hinterland milanese. Le sue inchieste sul riciclaggio di denaro proveniente dai sequestri in Svizzera contribuirono in modo decisivo all'arresto di Liggio il 16 maggio 1974. Nell'ottobre dello stesso anno, Brutto parlò di «un unico criminale piano dei sequestri in Lombardia», accusando il boss corleonese di continuare a dirigere le operazioni anche dal carcere di Parma.
Danilo Di Biasio, ex direttore di Radio Popolare, ricordò in un'intervista alla Rai nel 2018 la capacità di Brutto di interpretare gli eventi: «Mi colpì molto che lui in un articolo, credo del ’75, ’76, raccontasse la ’ndrangheta a Milano che gestiva i sequestri di persona, che prendeva quei soldi e li esportava in Svizzera, e che in qualche modo era in combutta con l’estrema destra che forniva delle armi». Tra il 1974 e il 1975, Brutto si occupò dei sequestri più tragici del milanese, tra cui quelli di Daniele Alemagna, Cristina Mazzotti e Carlo Saronio. Quest'ultimo, figlio dell'imprenditore Piero, fu rapito da esponenti del Fronte Armato Rivoluzionario Operaio e morì il giorno stesso del rapimento a causa di un'eccessiva dose di cloroformio.
Il lavoro di Brutto non si limitò ai sequestri e alla malavita organizzata. Nel 1976, si occupò del secondo e definitivo arresto di Renato Curcio, leader delle Brigate Rosse. Il suo articolo, tuttavia, non si concentrò tanto sul successo del blitz delle forze dell'ordine, quanto piuttosto sul sospetto di una fuga di notizie relative alle indagini, che portò i carabinieri ad aprire un'inchiesta interna. Nello stesso anno, Brutto seguì l'omicidio di Gaetano Amoroso, un giovane militante di sinistra ucciso in un agguato fascista a Milano, evidenziando il coinvolgimento di alcuni militanti di destra, tra cui Gilberto Cavallini.
Le Piste Scomode e la Tragica Sorte
Il suo lavoro esponeva Brutto a rischi concreti, e lui ne era consapevole. Sua moglie Barbara Brutto dichiarò alla Rai nel 2018: «Mi diceva che se fosse stato ucciso dovevo pensare a una vicenda legata a Luciano Liggio, ma io su questo non ci ho mai creduto». La sua preoccupazione era tale da spingerlo a richiedere il porto d'armi, e anche Giovanni Pesce lo aveva messo in guardia in diverse occasioni. «Veniva di frequente a casa mia. Trascorrevamo ore a parlare, a commentare, a prevedere. Lui mi diceva del suo lavoro e dei risultati che otteneva. Io certo non lo frenavo, ma gli raccomandavo di essere prudente, dato che si trattava di cose pericolose,» riportò Daniele Biacchessi nel suo libro.
Nel 1978, Brutto continuò imperterrito le sue coraggiose inchieste. La violenza politica, sia quella «organizzata» da formazioni terroristiche sia quella «di strada», era in aumento. Fu in questo contesto che si verificò il duplice delitto del Casoretto, il 18 marzo 1978. Mauro Brutto fu tra i primi ad accorrere in via Mancinelli, dove Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, due ragazzi di appena diciannove anni, furono brutalmente assassinati.

Il Duplice Omicidio del Casoretto: Un Enigma Investigativo
Sabato 18 marzo 1978, alle 19:45, Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, noti come Fausto e Iaio, militanti del centro sociale Leoncavallo, furono uccisi a colpi di pistola in via Mancinelli, nel quartiere Casoretto di Milano. I due giovani si erano fermati a guardare i titoli dei giornali serali presso un'edicola, pochi giorni dopo il rapimento di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Pochi istanti dopo, tre giovani a volto scoperto aprirono il fuoco, esplodendo otto colpi di pistola e fuggendo a piedi.
Le indagini sul delitto del Casoretto iniziarono in modo caotico. Gli unici reperti trovati sul luogo furono una pistola calibro 9 (che non aveva sparato) abbandonata da due probabili complici in fuga su una moto, un berretto intriso di sangue lasciato dai sicari e un proiettile schiacciato, inizialmente identificato dalla polizia come calibro 38. Brutto, tuttavia, mostrò subito scetticismo sulla ricostruzione ufficiale. Mentre gli inquirenti privilegiavano la pista della droga o una «faida tra gruppi della Nuova sinistra», Brutto iniziò a sostenere la tesi degli amici delle vittime: un delitto a matrice politica, chiaramente neofascista.
Il cronista milanese sollevò dubbi anche sull'arma del delitto. La magistratura, dopo aver inizialmente parlato di calibro 38, tornò sui suoi passi dichiarando che il proiettile era un calibro 7.65. Quando si fece notare che non erano stati trovati bossoli, suggerendo l'uso di pistole a tamburo, arma non esistente in calibro 7.65, i magistrati apparvero in imbarazzo, ipotizzando l'uso di pistole calibro 32 modificate. La verità emerse nei giorni successivi: nei vestiti delle vittime furono ritrovati due proiettili calibro 7.65, e una testimone oculare, Marisa Biffi, confermò che i killer avevano usato pistole automatiche avvolte in sacchetti di plastica per non disperdere i bossoli. Questa tecnica, che spiegava l'assenza di bossoli e il suono ovattato dei colpi, fu definita da Brutto come segno di «professionalità». L'arma, secondo il cronista de L'Unità, era una Beretta bifilare calibro 7,65.
L'irrisolto e misterioso omicidio del Casoretto - prima parte
La notizia dell'utilizzo dei sacchetti di plastica fu interpretata diversamente da altri cronisti, con un articolo del Corriere della Sera che definì tale sistema come opera di «gente mal attrezzata e poco esperta». Nei giorni seguenti, la polizia mise sotto controllo alcuni bar frequentati da spacciatori e appartenenti all'estrema destra milanese, portando all'arresto di tre pregiudicati di simpatie fasciste, che però furono rilasciati dopo 48 ore. Brutto continuò a indagare, concentrandosi sui minuti che precedettero l'agguato e intuendo che i movimenti degli assassini prima dell'attacco erano cruciali. Oggi sappiamo che i due giovani non furono scelti a caso e che avevano subito minacce a causa della loro attività di controinformazione sullo spaccio di eroina nel quartiere. La rivendicazione del duplice omicidio da parte dei NAR (Novi Ordini di Battaglia), firmata «brigata Franco Anselmi», cinque giorni dopo l'omicidio, indirizzò le indagini sulla «pista romana».
Nei mesi successivi al delitto del Casoretto, Mauro Brutto sembrò allontanarsi dal caso sui giornali, tornando a occuparsi di sequestri di persona e terrorismo, inclusi gli arresti di Franco Berardi e Corrado Alunni.
La Morte di Mauro Brutto: Un Incidente o un Omicidio?
Le indagini sui delitti del Casoretto e su altri casi spinosi non furono mai completamente risolte, lasciando un'ombra di mistero su molti eventi degli anni di piombo. La morte di Mauro Brutto, ufficialmente un incidente stradale, continuò a essere oggetto di sospetti. Le circostanze che precedettero la sua morte, il suo coinvolgimento in inchieste delicate e le testimonianze di chi lo conosceva suggeriscono che la sua fine potrebbe essere stata legata al suo lavoro di cronista.
La sua determinazione nel voler scoprire la verità, la sua capacità di analizzare eventi complessi e la sua dedizione nel dare voce alle vittime lo hanno reso una figura emblematica del giornalismo d'inchiesta. La sua storia solleva interrogativi importanti sul ruolo dei giornalisti in epoche turbolente e sulla necessità di fare piena luce su casi irrisolti che hanno segnato la storia recente del paese. Il suo operato, sebbene conclusosi tragicamente, rimane una testimonianza del coraggio e dell'integrità professionale di chi ha scelto di non voltarsi dall'altra parte di fronte all'ingiustizia.

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