L'Espressione Animata dell'Automobile: Un Sorriso di Fari a Scomparsa

I fari a scomparsa, noti anche come "fari pop-up", hanno rappresentato un elemento scenografico e originale di grande tendenza tra gli anni settanta e ottanta, sebbene non manchino esempi significativi sia nei decenni precedenti che in quello successivo. Questa soluzione tecnica, applicata all'impianto di illuminazione anteriore delle vetture, nasceva dall'esigenza stilistica e tecnica di abbinare una linea più aggressiva a una maggiore aerodinamicità della sezione anteriore, nascondendo i fari anteriori di un'automobile quando non erano in uso. L'esigenza di un basso coefficiente di penetrazione aerodinamica ha reso a lungo appetibile tale soluzione sui modelli ad alte prestazioni o, comunque, dall’indole sportiva, peraltro accentuata proprio dalla presenza dei proiettori retraibili. Un aspetto, questo, spesso omaggiato dal mondo del cinema e della TV, attraverso la classica inquadratura del fanale che fuoriesce dal veicolo dopo l’accensione del motore, quasi a disegnare un sorriso sul "volto" dell'auto.

Un'infografica che mostra l'evoluzione del design dei fari automobilistici, con un focus sui fari a scomparsa

Le Origini dei Fari a Scomparsa: Un'Innovazione Rivoluzionaria

Il design automobilistico ha subito un'evoluzione radicale dall'introduzione del primo veicolo motorizzato oltre un secolo fa. Non esiste letteralmente una sola parte in un'auto che sia rimasta invariata nel corso degli anni, a parte la disposizione di alcuni elementi fondamentali come le ruote e il volante. Anche i fari, come la maggior parte degli altri componenti di un'auto, sono stati riprogettati più e più volte, ma indipendentemente dalla forma, erano solitamente componenti fissi.

La situazione cambiò nel 1936, quando due case automobilistiche in due continenti diversi mostrarono al mondo come le automobili potessero avere i fari che potevano essere nascosti quando non utilizzati. Parliamo dei tanto amati fari a scomparsa, uno degli elementi che più manca sulle vetture sportive di oggi. Le due vetture pioniere furono l'Alfa Romeo 8C 2900A Pininfarina Berlinetta, costruita in Europa, e la Cord 810, negli Stati Uniti. I fari a scomparsa fanno la loro prima apparizione sulla Cord 810 e subito dopo in alcuni modelli della Alfa Romeo 8C 2900A, entrambe del 1936. La Cord 810, nello specifico, utilizzava per alzare e abbassare i proiettori lo stesso meccanismo a manovella impiegato per azionare le luci di atterraggio di un aeroplano Stinson. Questo strano e innovativo design attirò rapidamente l’attenzione di altre case automobilistiche e, prima che qualcuno se ne rendesse conto, un gran numero di modelli di auto furono costruiti con i fari a scomparsa, continuando ad essere prodotti fino agli anni ’90, quando vennero silenziosamente messi da parte.

Il merito del passaggio dei fari a scomparsa da vezzo fine a se stesso a fenomeno di car design mainstream va attribuito alla Lotus Elan.

Il mistero del FARO delle Isole FLANNAN

L'Età d'Oro e il Fascino delle Luci Nascoste

I fari a scomparsa riguadagnarono popolarità verso la fine degli anni '60, soprattutto negli Stati Uniti d'America, e divennero un vero e proprio simbolo di stile e sportività negli anni settanta e ottanta. Decine di case automobilistiche li installarono sulle proprie vetture, contribuendo a creare un'immagine di futurismo e dinamismo. L'ultima volta che i fari a scomparsa sono stati utilizzati su un'auto di serie è stato nel 2004, sulla Lotus Esprit e sulla Corvette C5.

Il fascino di un'auto con le luci a scomparsa è innegabile, e la loro particolarità ha spesso donato un'anima quasi antropomorfa ai veicoli, come un "sorriso" che si rivela solo all'accensione.

Ferrari 365 GTB/4 Daytona (1968)

Ritenendoli una soluzione forse troppo ardita, Ferrari si convinse ad adottare i fari a scomparsa solamente nel 1968. A portarli al debutto fu la mitica 365 GTB/4, ancor meglio conosciuta con il nome di Daytona.

Ferrari 365 GTB/4 Daytona con fari a scomparsa

Opel GT (1968)

Azionati manualmente tramite una leva, i fari della Opel GT (1968) ruotavano invece di sollevarsi dalla carrozzeria quando azionati. Realizzata solo con guida a sinistra e venduta in Europa, la sportiva della casa del fulmine disponeva di motori da 1,1 o 1,9 litri.

Chevrolet Corvette C3 Stingray (1968)

La C3 del 1968 non è l'unico modello di Chevrolet Corvette con i fari a scomparsa, ma merita un posto nella top ten più delle sorelle C2, C4 e C5 per via del suo design unico e irripetibile. Non a caso, è la Corvette più longeva della storia e ancora oggi fa girare la testa con le sue forme mozzafiato. Più di venti i motori che si sono avvicendati sotto il cofano lungo il corso della sua carriera. Sulla Chevrolet Corvette Stingray, le luci sembrano proprio come se qualcuno chinasse la testa davanti al Presidente di un paese. Sono nascosti a faccia in giù e possono essere chiaramente visti quando sono accesi, appena prima che un meccanismo li tiri verso l'alto.

FIAT-ABARTH 2000 COUPE’ SPECIALE PININFARINA (1969)

La fine degli Anni ’60 è un periodo di cambiamento stilistico, che vede l’abbandono delle rotondità e l'esplosione del fascino degli spigoli, con il “cuneo” che cattura l'attenzione. Pininfarina, che aveva già stupito con la Ferrari 512S e la sconvolgente Modulo, presenta al Salone di Bruxelles del gennaio ’69 un concept su meccanica Abarth, la Fiat-Abarth 2000 Speciale. La denominazione è ricavata dalla cilindrata del motore, il propulsore tipo 236 di 1946 cc con 220 cavalli. È una delle prime auto a utilizzare il linguaggio formale spigoloso e decostruito che avrebbe sostituito le linee fluide della decade che sta finendo e influenzato capolavori come la Lamborghini Countach.

Motore e cambio si trovano “quasi nudi” nella parte posteriore, mentre il frontale porta con sé un eccezionale dettaglio stilistico: il comparto luci è organizzato su una larga fila di 6 fari ruotabili verso l’alto, che costituiscono un unico occhio ciclopico e ne aumentano l’immagine poderosa. Va osservato che le dimensioni sono minute. Mancano le portiere, quindi l’ingresso in abitacolo è possibile sollevando la grande porta integrata con il parabrezza. Guardando questa piccola scultura moderna nella parte frontale si possono notare alcuni dettagli che rimandano al logo dello Scorpione: gli ingressi d’aria sui bordi del musetto richiamano le chele, i parafanghi anteriori rimandano alle zampe e il grande parabrezza il corpo dell’animale. La coda del piccolo e velenoso artropode è simboleggiata dal gigantesco terminale di scarico. La 2000 Pininfarina Speciale ha trascorso buona parte della sua vita nella collezione della Carrozzeria. In epoca moderna, un grande collezionista giapponese di Abarth ha proposto all’azienda di poterla acquistare. La Casa Madre ha posto una condizione: l’appassionato avrebbe dovuto impegnarsi a “creare un museo Abarth” nel suo Paese. E questi ha accettato! L’auto, che nel frattempo è stata resa marciante, qualche anno fa è tornata brevemente in Italia per partecipare al concorso d’Eleganza Villa d’Este.

LANCIA STRATOS ZERO (1970)

Quando si pensa a quel possente “scricciolo” con soli 218 cm di passo e un magnifico 6 cilindri dietro i sedili, si rimane stupefatti nel pensare da dove venga quel nome così altisonante che ha risuonato con possanza tra neve e sterrati. La Strato’s Zero è stata un’astronave con le ruote. Bertone ha stupito l’Universo con quel prototipo così avanzato ed etereo e ogni dettaglio toglie il respiro. Tra le tante sue particolarità stilistiche, infatti, stupisce come il carrozziere torinese ha deciso di organizzare, davanti, l’impianto di illuminazione. Sul frontale Marcello Gandini ha disegnato una sottile striscia illuminata che percorre l’affilato musetto da lato a lato e rende il design ancora più… spaziale!

Lancia Stratos Zero, vista frontale con la striscia luminosa

Lamborghini Countach (1974)

Lo sguardo della Lamborghini Miura, per via delle ciglia che adornano la parte anteriore e superiore dei fari, è inconfondibile, ma quello della Countach (1974) non è certo da meno. Il salto dagli anni ’60 ai ’70 è netto, con forme più spigolose e futuriste. Insieme alla BMW Serie 8, la Lamborghini Countach è forse l’auto con i fari a scomparsa più strana mai realizzata. E non perché le luci siano posizionate in modo strano, ma perché una variante della Countach non aveva uno, ma due gruppi di fari a scomparsa su ciascun lato. La Cizeta V16T venne sviluppata da un gruppo di ex dipendenti Lamborghini alla fine degli anni ’80. Le due file di fari si accendevano tutte insieme, integrando le luci diurne per creare quella che appariva nello specchietto retrovisore come una creatura con tre paia di occhi.

Porsche 928 (1978)

Fu eletta miglior auto europea dell’anno 1978 e nei piani della dirigenza Porsche doveva prendere il posto della 911, ma per la 928 le cose non andarono così, sebbene la nuova nata fosse un concentrato di tecnologia da far invidia a una navicella spaziale. La linea elegante e i paraurti a filo con la bella carrozzeria, interamente zincata, non bastarono a farne un’auto di successo, nonostante un potente motore V8 e una raffinatissima meccanica transaxle. A partire dalla fine degli anni ’60 e fino agli anni ’90, anche Porsche era una fan dei fari a scomparsa. Nel corso degli anni, molte delle sue auto adottarono questo design, a partire dalla 914 fino alla 968. Una delle più emozionanti di tutte è la 928 che iniziò la produzione nel 1978. Questa vettura non aveva coperture che nascondevano i fari e questi, quando non venivano utilizzati, venivano retratti all’interno di appositi alloggiamenti sul cofano. Una volta attivate, le luci rotonde si alzavano e davano l’impressione di fluttuare sopra il cofano. Questo faceva sì che l’auto, vista dalla parte anteriore, assomigliasse ad una rana sorpresa.

Porsche 928 con i fari a scomparsa sollevati, che le conferiscono un aspetto peculiare

Aston Martin Bulldog (1979)

È considerata la prima hypercar della storia, inquietante oltre ogni più logica aspettativa. A metà Anni ’70 l’azienda aveva problemi di bilancio e doveva rinnovare il catalogo. Nel ’76 presenta la berlina di lusso Lagonda, antagonista di Ferrari 365 GT4 2+2, Lamborghini Espada e Maserati Khamsin. Ma non basta: al designer William Towns viene sollecitata una coupé con motore posteriore. La Ferrari 512 S e l’Alfa Romeo Carabo erano superate e, del resto, erano esercizi di puro design; ora serviva un fulmine, funzionante e vendibile.

Il “Progetto K9” (dal nome del cane della serie televisiva Dr. Who) è varato nel 1977. Il responsabile Mike Loasby elabora un telaio tubolare nel quale è installato, dietro gli occupanti, il V8 5.3 di serie. Ma le sue dimissioni (per passare alla Delorean) e le complicazioni nello sviluppo della grande berlina di lusso bloccano i lavori; nel frattempo erano già stati costruiti parte del telaio e alcuni pannelli di carrozzeria. Nel ’79 parte la produzione della Lagonda così anche il progetto K9, grazie alla ritrovata tranquillità, riceve nuova linfa. Towns ha di fronte un obiettivo di 12 mesi per realizzare la macchina e affida al giovane Keith Martin il completamento del telaio. Questi è un ingegnere giovane e inesperto tuttavia ha molto talento e questo è un buon carburante.

Nell’autunno ’79 la carrozzeria è completa così come gli interni: l’auto è un “bestione” lungo 483 cm e dotato di enormi porte ad ala di gabbiano con apertura elettrica; davanti al parabrezza, nascosto da una copertura automatica, è presente una larga fila di fari per la visione della strada. Il motore è giudicato “lezioso” perciò serve una cura rinvigorente: sono così installati due turbo Garrett da cui eruttano 700 cavalli. Il gigante, denominato Bulldog come l’aereo del boss Alan Curtis, è presentato nel novembre ’79 con grande successo di pubblico: grande, spigolosa, estrema e ben costruita. Si ipotizza una produzione di circa venticinque esemplari così lo sviluppo prosegue a gonfie vele e si valuta possa superare 380 km/h di punta massima. Un primo test al MIRA porta un risultato di 309 km/h ma si punta al circuito dell’Ehra Lessien in Germania: qui potrebbe superare 320 orari e diventare la supercar più veloce del mondo. Senonché la situazione dell’azienda precipita e il nuovo proprietario Victor Gauntlett cancella definitivamente il programma. Negli anni la Bulldog viene continuamente sviluppata e migliorata senza fretta così nel 2023 riesce a raggiungere il suo obiettivo: il pilota Darren Turner, più volte vincitore a Le Mans, tocca 322 km/h.

Buick Questor (1983)

Gli Anni ’80 sono l’epoca della crescita dell’elettronica e del suo arrivo nelle case della famiglia media. Il fenomeno è tanto più importante negli Stati Uniti, la culla di Windows, di Internet e del Commodore VIC-20 (e del Commodore 64). Nel 1983 Buick lancia il prototipo Questor, un primo serio approccio tecnologico nello sviluppo di prototipi. È una sinuosa e particolare spider “tipo Targa” con forme iper-moderne e un design che potrebbe ricordare la Ferrari Daytona all’anteriore e la Autech Gavia di Zagato in coda. L’idea alla base è rivoluzionaria. Solo gli interni richiedono 5 mesi per essere completati, poiché si tratta di un sistema informatico avanzato (per il 1983) che racchiude tutta la tecnologia disponibile in un’unica automobile.

Per cominciare, il cruscotto non ha indicatori o quadranti tradizionali bensì il volante ospita tutti i comandi più importanti. Anche in questo caso, per il 1983, si tratta di un sistema straordinario che compare in anteprima su un’automobile. Al centro del cruscotto è presente un monitor con una telecamera che mostra una visuale posteriore grandangolata. Il monitor fornisce anche un centro di navigazione centrale, come i moderni GPS. Poiché le maniglie esterne non ci sono per entrare nell’auto un sistema di chiavi laser emette un fascio di luce invisibile che attiva l’apertura delle portiere quando la chiave si trova a 15 centimetri di distanza. Una volta aperta la porta, tutti i sistemi si regolano automaticamente per il guidatore, compresa l’altezza dei pedali, la posizione dei sedili e le impostazioni dell’impianto entertainment. Anche in questo caso, si tratta di caratteristiche che solo di recente sono diventate comuni nelle automobili. C’è anche un telefono ad attivazione vocale e un sistema automatico di abbassamento del frontale (di un paio di centimetri quando il guidatore supera le 25 miglia orarie) e per una maggiore stabilità il posteriore si sollevava di 3 pollici quando l’auto raggiunge la velocità di crociera in autostrada. In totale dispone di ben 14 centraline di bordo per il controllo di tutte queste funzioni, tutti funzionanti. Purtroppo, non è mai entrata in produzione: i costi, uniti alla mancanza di un’elettronica affidabile per le auto del 1983, la resero impraticabile e l’auto fu rottamata.

Buick Questor, concept car futuristica con fari nascosti e tecnologie avanzate

Buick Wildcat (1985)

Oggi il S.E.M.A. SHOW di Las Vegas (Specialty Equipment Manufacturers Association) è una passerella per stravaganti creazioni in tema di tuning e custom ma negli Anni ’80 era un importante Salone per il debutto di prototipi innovativi su tecnologia e design. All’edizione del 1985 Buick presenta un prototipo sconvolgente rispetto alla sua tradizione. La Casa di Flint, Michigan, ha costruito auto sportive e da corsa ma la filosofia è sempre stata verso auto signorili e raffinate. La casa vuole cambiare immagine quindi maggiore attenzione a sportività e competizioni un ottimo modo per aggiornarsi e attirare i clienti più giovani. Buick perciò, inizia a interessarsi ai modelli IMSA GTP, alla serie Trans-AM e persino al campionato Indy e ai dragster. La Wildcat è uno strumento perfetto per dichiarare questo obbiettivo perché è fuori dalla (sua) realtà: bassa, con il tetto a bolla e tecnologia di alto livello. Al suo esordio viene definita “un’espressione di forme scultoree e muscolose e di una meccanica nuova ed entusiasmante“.

Pochi potrebbero dimenticare la forma sconvolgente della carrozzeria, il tetto in vetro e le impressionanti prese d’aria sui passaruota posteriori. Le proporzioni sono inconsuete, con il frontale più largo del posteriore. A seconda della prospettiva si può vedere in lei una goccia, uno squalo, un razzo e persino un fungo. Non presenta quasi alcuno spigolo e scatena tanta curiosità e aspettativa per via del motore esposto all’aria aperta. Incorpora trazione integrale e un propulsore di origine McLaren basato su un V6 3.8 con 230 Cv (è marciante ma non al 100% perciò non può raggiungere la sua prestazione massima). La parte superiore del propulsore è visibile attraverso un’apertura nel ponte posteriore e regala un’atmosfera tipica di una entusiasmante Serie sportiva per vetture monoposto. Anche i fari son innovativi: sotto il limite superiore della coda è ricavata una striscia luminosa a tutta larghezza che avvisa chi procede verso di noi. Oltre a un design aerodinamico insolito la Wildcat presenta innovazioni tecniche e di design per quanto riguarda l’unione delle parti trasparenti e solide della carrozzeria, allestita con fibra di carbonio e vetro. Non ha porte tradizionali: quando il tetto viene sollevato il volante si inclina in avanti per facilitare l’ingresso.

Ferrari Testarossa (1984)

L’originale Ferrari Testarossa è l’esempio perfetto dell’utilizzo di un design pop-up per i fari di un’auto destinata a stupire. Presentata nel 1984, la Testarossa era solo una delle tante Ferrari realizzate in questo modo. In effetti, tutte le Ferrari vendute in quel decennio avevano i fari a scomparsa. Tuttavia, la Testarossa rimane una delle auto con fari a scomparsa più impressionanti mai realizzate, una che non sembra strana come la BMW Serie 8 o spaventosa come la Dodge Charger. L’aspetto iconico dell’auto quando le luci sono accese (e quindi i fari sollevati) è stato oggetto di numerosi servizi fotografici che ancora oggi stupiscono il pubblico.

Ferrari Testarossa con i fari sollevati, icona del design anni '80

Mazda MX-5 Miata (1989)

Una delle roadster economiche più popolari al mondo è la Mazda Miata. Normalmente il suo nome non dovrebbe essere menzionato accanto a pesi massimi come Maserati o Ferrari. Ma quando si tratta dei fari a scomparsa, la piccola vettura giapponese merita il suo posto speciale. Non per il design rivoluzionario dei fari, ma grazie a ciò che i proprietari hanno fatto con il modello costruito a partire dal 1989. Ispirata alla Lotus Elan degli anni ’60, la Mazda MX-5 di prima generazione (1989) riprendeva dalla sportiva inglese anche i fari a scomparsa.

Nel corso degli anni, e ancora oggi, i proprietari della MX-5 si divertono con un kit “Wink“. Fondamentalmente si tratta di far fare all’auto l’occhiolino. Questa usanza è diventata negli anni un modo per i proprietari della Miata di salutarsi a vicenda quando si incrociano. Con varie modifiche e trucchi, la Miata può essere fatta in modo che utilizzi i fari uno alla volta, dando l’impressione che l’auto strizzi l’occhio ai passanti.

BMW Serie 8 (1989)

La BMW Serie 8 è arrivata sul mercato nel 1989 e, come prima serie, è durata circa una decina di anni sul mercato. Tra le tante fantastiche idee di design utilizzate sul modello, i clienti hanno ottenuto i fari a scomparsa. Posizionati sul cofano dell’auto, entrano facilmente in azione premendo un pulsante. La Serie 8 non è stata la prima vettura BMW a utilizzare i fari a scomparsa. Il costruttore tedesco li provò, ad esempio, già sulla M1 del 1978. In tempi “più recenti”, nel 2008, li ha anche provati sul prototipo GINA Light Visionary. Sulla Serie 8, tuttavia, i fari divennero famosi grazie al modo in cui formavano un frontale dall’aspetto strano, adornando la griglia posizionata in basso con le luci di direzione e una minuscola griglia a forma di rene.

BMW Serie 8 con i fari a scomparsa chiusi, mostrando il design minimalista

Jaguar XJ220 (1992)

Per Jaguar, i fari a scomparsa o nascosti non sono mai stati un fattore importante. La casa automobilistica iniziò a giocare con l’idea alla fine degli anni ’80, ancor prima che BMW iniziasse a pensare alla Serie 8. La Jaguar XJ220 fu la prima auto del costruttore inglese ad avere i fari a scomparsa e fu realizzata nel 1992. L’approccio britannico al concetto prevedeva che i fari fossero immobili, con un pezzo di metallo che li copriva e che poteva essere rimosso con la semplice pressione di un pulsante.

Il mistero del FARO delle Isole FLANNAN

Altri Esempi Notevoli di Fari a Scomparsa

Oltre ai modelli già citati, numerosi altri veicoli hanno contribuito a rendere iconici i fari a scomparsa, ciascuno con la propria interpretazione e carattere.

Maserati Ghibli (Originale)

Un’altra auto magnifica era la Maserati Ghibli, l’originale. Vista frontalmente, l’auto dava l’idea di avere un “aspetto triste”, un aspetto dovuto ai fari in movimento. Una volta attivati, questi uscivano dai loro alloggiamenti per far sembrare l’auto dispiaciuta per qualcosa. Indipendentemente dal suo aspetto visto dalla parte anteriore, la Ghibli era una delle auto più belle degli anni ’60. Ciò era in parte dovuto alla mancanza di fari visibili, che faceva sì che il suo muso puntasse aggressivo verso la strada come se si preparasse a divorarla.

Toyota Supra

Per la Toyota Supra, l’approccio fu più tradizionale. Le prime Supra avevano i fari a scomparsa, mentre che le versioni successive hanno visto abolire i pop-up. La Toyota ha utilizzato i fari a scomparsa anche sulla Sprinter Trueno.

Dodge Charger

La Dodge Charger è un altro esempio di come un’auto possa nascondere i fari, anche se estremo. Nei suoi giorni di gloria, Dodge era un grande fan dei fari a scomparsa. Circa una dozzina delle sue auto vennero dotate nel corso degli anni di questa tecnologia, ma la più iconica rimane senza dubbio la Charger. Scegliendo di adottare un metodo che rendesse l’auto con un doppio design, Dodge ha creato l’immagine che molti di noi associano alle muscle car, con una macchina che sembra una progenie infernale con le luci spente e come se facesse l’occhiolino quando vengono accese.

Le Strisce Luminose: Il Futuro che Sognavano i Designer

Decenni prima che i LED rivoluzionassero il modo di costruire fari e fanali, i designer già sognavano strisce di luci per i frontali e i posteriori delle automobili. La loro idea di futuro era racchiusa in concept car capaci di togliere il fiato. Oggi le luci formate da un’unica striscia luminosa che percorre il frontale o la coda sono una scelta piuttosto normale, ma negli Anni ’70 e ’80 non si andava oltre la concept da Salone. Era una forte provocazione, un balzo nel futuro. Ecco una lista di concept che sembrano astronavi e hanno questo layout.

FIAT-ABARTH 2000 COUPE’ SPECIALE PININFARINA (1969)

Come già menzionato, il frontale della Fiat-Abarth 2000 Coupe’ Speciale Pininfarina è un esempio eccellente di questa visione. Il comparto luci è organizzato su una larga fila di 6 fari ruotabili verso l’alto che costituiscono un unico occhio ciclopico, aumentando la sua immagine poderosa.

LANCIA STRATOS ZERO (1970)

Sul frontale, Marcello Gandini ha disegnato una sottile striscia illuminata che percorre l’affilato musetto da lato a lato e rende il design ancora più… spaziale! Questa soluzione anticipava di decenni l'attuale tendenza delle strisce LED.

Il Declino dei Fari a Scomparsa: Sicurezza e Nuove Tendenze

Se oggi non si vedono più auto con fari a scomparsa, non è dovuto unicamente a un cambio delle mode e dei gusti, ma per una seria questione di sicurezza. In caso di urto con un pedone, infatti, i fari aperti potrebbero procurare gravi danni, con forti penalizzazioni già in fase di test EuroNCAP. Queste stringenti normative sulla sicurezza dei pedoni hanno gradualmente spinto i costruttori ad abbandonare questa soluzione.

Le moderne tecnologie di produzione consentono ai designer di spaziare molto con la fantasia in fatto di fanaleria, anche senza ricorrere a meccanismi complessi. Ecco quindi fari sottili, allungati, dalle forme più disparate e spesso ornati da barocchismi che le regole del buon design suggerirebbero di evitare. I LED hanno rivoluzionato il modo di costruire fari e fanali, offrendo maggiore libertà stilistica e prestazioni illuminotecniche superiori, rendendo obsoleta la necessità dei fari a scomparsa per motivi aerodinamici o di design.

Un'infografica che spiega i motivi del declino dei fari a scomparsa, inclusi sicurezza e l'avanzamento della tecnologia LED

Un Tuffo nel Passato: La Wiesmann Roadster e l'Omaggio ai Fari a Scomparsa

Sognate una spider che unisca l'old style britannico con la qualità esclusiva di scuola tedesca? A Ginevra gli osservatori l'avranno notata. La coupé, costruita in un solaio da due fratelli creativi e intraprendenti, Martin e Friedhelm (e non è l’attacco di una fiaba per bambini), ha già avuto modo di farsi conoscere nell’ambiente. Risale al 1993 il debutto della prima Wiesmann Roadster pronta alla produzione di serie. Bene: questa, la trecentesima, dà il via ad una svolta nell’attività dei due deutch. Migliorie nel design e nella tecnica, per vincere le timidezze iniziali e puntare al botto.

Due porte, due posti, cofano immenso, rotondità in evidenza. Concediamo la calandra ai due ragazzi, che più che un riferimento nobile è roba Jaguar staccata e riavvitata: tiratina di orecchie. Il resto è fatto di linee marcate, gusto retrò, spirito anglo-americano nelle spalle larghe, nei cerchi possenti, nelle portiere dimensione Barbie. Te lo ritrovi sul centro del volante a tre razze, che guarda, immobile, a destra, sperando di non essere visto. Un attimo dopo rieccolo nelle corone della strumentazione in centro alla plancia. Ti distrai un attimo e schizza in coda, cristallizzato stile "Strega comanda color" sopra alla targhetta del nome. Per finire sui battitacco in alluminio, a dare il benvenuto a bordo. Poi la macchina, molto simile ai modellini che tutti noi avevamo da piccoli, quelle con i laccetti che tenevano chiuso il cofano, con le ruote destinate a saltare in tempo zero. La versione 1 a 1 attira per l’assenza di giunture: un paio per le portiere, una per dare il là alle vistose minigonne, una per il baule. Stop. E dentro, con il profumo della pelle che ricorda il lusso della scelta. Oltre la corona del volante solo un minimo display digitale. A portata di dita, invece, due leve vistose, sempre che si scelga per la trasmissione sequenziale a sei rapporti con tecnologia SMG II (al posto del manuale a cinque marce). Il motore, certo, c’è anche quello. Due varianti per il sei cilindri BMW opportunamente elaborato: la MF30 da 231 cavalli (170 kW) e la MF 3 da 343 cv (252 kW). Se avete perso la testa per la tedeschina, potete contattare i fratelli Wiesmann per dettagli e informazioni al numero di telefono 0049.2594.91360 (fax 913649). Questo esempio, sebbene non utilizzi fari a scomparsa nel senso tradizionale, incarna lo spirito retrò e l'attenzione al design che ha reso popolari i fari a scomparsa, dimostrando come il fascino dell'automobilismo d'epoca continui a ispirare nuove creazioni.

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