Prototipi e Concept: Le Automobili Mai Prodotte che Hanno Modellato il Futuro

Rendering di varie concept car futuristiche

Il mondo dell'automobilismo è un crogiolo di innovazione, dove la ricerca pionieristica e la capacità di rendere le invenzioni sostenibili per il mercato si fondono. In questo panorama, le "vision car" rappresentano da sempre un terreno di sperimentazione avanzatissimo, dove le case automobilistiche anticipano i trend e le tecnologie del futuro. Tuttavia, non tutte queste creazioni raggiungono la produzione in serie: molte restano prototipi "mai nati", lasciando dietro di sé una scia di suggestioni e possibilità inesplorate. Questi esemplari unici incarnano tecnologie rivoluzionarie, design audaci e soluzioni ingegneristiche che avrebbero potuto cambiare radicalmente le abitudini degli utenti e l'offerta sul mercato mondiale. Il loro mancato ingresso nelle concessionarie lascia un senso di curiosa incompiutezza fra appassionati e specialisti, ma anche spunti di analisi per comprendere come l’innovazione, talvolta, si blocchi davanti a ostacoli economici, legislativi o culturali.

C'è stata un'epoca, nemmeno tanto lontana, in cui i prototipi presentati ai saloni dell'auto servivano a una cosa sola: far sognare. Non è un caso che li chiamassero dream car. Poi sono arrivati tempi più essenziali e le concept si sono trasformate in sondaggi di mercato. I saloni internazionali, come Ginevra, Francoforte o Detroit, sono stati spesso il palcoscenico di nuove idee per la mobilità urbana, l'automazione di guida e la propulsione elettrica o ibrida in epoche in cui il dibattito su questi temi era ancora acerbo. Tuttavia, le scommesse più audaci hanno trovato ostacoli strutturali nella filiera produttiva, nei costi insostenibili, nella timidezza dei consumatori o nella mancanza di un quadro normativo favorevole. Un esempio concreto è dato dal ritardo della diffusione delle auto a guida autonoma: concept funzionanti erano esistenti già negli anni ’90 ma la legislazione e la percezione pubblica non erano pronte. Sebbene molte delle innovazioni presentate dai prototipi non abbiano mai visto la luce come prodotto di serie, la loro influenza permea costantemente il settore automobilistico. Le idee “perdute” si dimostrano spesso semina di tecnologie o stilemi che affiorano nel tempo, come nell’uso sempre più diffuso dei sistemi di guida assistita, delle soluzioni di infotainment avanzato o nell’adozione crescente di motorizzazioni alternative. Un altro aspetto riguarda la funzione ispiratrice per designer, ingegneri e start-up, che reinterpretano oggi i “fallimenti” di ieri, rendendoli praticabili grazie al progresso di materiali, tecniche produttive e soluzioni software.

L'Epopea dell'Alfa Romeo 33 Stradale e i Suoi Derivati Visionari

Si parla molto dell'Alfa Romeo 33 Stradale dal 2023, un nome che è stato sinonimo di esclusività e di posizionamento non convenzionale. Ma per capire perché questo nome risuona ancora oggi con tanta forza, dobbiamo tornare indietro di quasi sessant'anni, a un'altra 33 Stradale, nata nel 1967. La 33 Stradale trae le sue origini dall'Alfa Romeo Tipo 33, un'auto da corsa sviluppata per dominare le gare di durata. Contrariamente alla logica abituale, Alfa Romeo decise di allontanarsi dalle competizioni e di creare una versione stradale, per omologare la vettura e trarne un certo prestigio.

Nel 1967, la 33 Stradale fu offerta al prezzo astronomico di 9.750.000 lire. A titolo di confronto, una Ferrari 275 GTB costava circa 6.500.000 lire. All'epoca, un milione di lire equivaleva a circa 1.600 dollari USA. Nonostante il prestigio e le prestazioni, la 33 Stradale non copriva nemmeno i costi di produzione. Ufficialmente furono prodotti 18 telai 33 Stradale. Non tutti sarebbero stati venduti nella forma immaginata da Scaglione. Ed è proprio qui che inizia un'altra storia, quella di un eccezionale parco giochi offerto ai più grandi carrozzieri italiani. In mancanza di clienti, l'Alfa Romeo mise a disposizione di prestigiosi carrozzieri una serie di telai inutilizzati. Pininfarina, Bertone e Italdesign hanno quindi colto questa base eccezionale per proporre la propria visione dell'auto sportiva definitiva.

Alfa Romeo 33 Stradale del 1967

Alfa Romeo Carabo (1968): L'Aurora delle Linee Tese

Presentata nel 1968, l'Alfa Romeo Carabo fu senza dubbio il concetto più rivoluzionario emerso dalla 33 Stradale. Marcello Gandini, all'epoca giovane designer della Bertone, prese una strada completamente opposta al design sensuale di Scaglione. Qui non ci sono più curve, ma angoli, linee tese e forme geometriche. La Carabo presenta una silhouette a cuneo estremamente bassa, porte ad apertura verticale, fari a scomparsa e un approccio radicale all'aerodinamica. Verniciata in un verde fluorescente ispirato al coleottero Carabus Auratus, con cofano arancione e finestrini dorati riflettenti, sconvolge quanto affascina.

Alfa Romeo Carabo con le sue portiere a forbice

La Carabo non è solo un esercizio di stile. Ha influenzato direttamente icone future come la Lancia Stratos Zero, la Maserati Khamsin e, più tardi, la Lamborghini Countach. Nel 1968 l'Alfa Romeo Carabo, disegnata da Marcello Gandini, all'epoca in forze allo squadrone Bertone, immagina le linee squadrate e le superfici piatte che rivoluzioneranno il car design degli anni ’70. Il prototipo Bertone Zero fu utilizzato nel 1988 nel film Moonwalker di Michael Jackson e si trova nello show room del Centro Stile Bertone a Caprie (in Valle di Susa).

Alfa Romeo 33 Roadster GS (1968) e Tipo 33/2 Coupé Speciale (1969): Sperimentazione Pininfarina

Nello stesso anno della Carabo, al Salone dell'Auto di Torino, Pininfarina presenta l'Alfa Romeo 33 Roadster GS, disegnata da Paolo Martin. Laddove Bertone cercava di aprire nuove strade, Pininfarina sperimentava. Questa roadster bassa combina superfici morbide e linee pulite, con un'identità visiva immediatamente riconoscibile. Il frontale è caratterizzato da un'insolita firma luminosa composta da sei fari in fila. Un ampio paraurti in gomma nera attraversa l'intera larghezza, mentre due spoiler neri fiancheggiano i parafanghi anteriori. Nella parte posteriore, un enorme spoiler arancione domina il motore. Le porte si aprono verticalmente, il parabrezza è minimalista e l'abitacolo è volutamente spoglio, nero con sedili arancioni.

Nel 1969, Pininfarina si rifece con l'Alfa Romeo Tipo 33/2 Coupé Speciale, disegnata da Leonardo Fioravanti. Presentata al Salone di Parigi, questa versione ha un approccio più tecnologico e lussuoso. Costruita sul telaio 750.33.115, presenta un tetto in vetro, porte ad ali di gabbiano ad azionamento idraulico e fari a scomparsa. Verniciata in giallo brillante, questa 33 Coupé Speciale era inizialmente destinata a essere prodotta in una piccola serie. Sviluppata su progetto di Leonardo Fioravanti, la Pininfarina propose una concept car su base 33/2 chiamata appunto Alfa Romeo 33.2 concept, che era dotata di un motore V8 1.995 cm³ da 245 CV (a 8.800 giri/min) derivato dalla Alfa Romeo 33 Stradale. La linea si era fortemente ispirata alla concept Ferrari P5 esposta un anno prima al salone di Ginevra.

Italdesign Iguana (1969): L'Estetica Senza Tempo di Giugiaro

Presentata nel 1969, l'Iguana fu una delle prime affermazioni stilistiche di Giorgetto Giugiaro sotto la bandiera dell'Italdesign. Basata sul telaio 750.33.116, l'Iguana continuò a utilizzare il V8 da 2,0 litri e 230 CV, prima di adottare successivamente il V8 da 2,6 litri dell'Alfa Montreal per motivi di affidabilità. Dal punto di vista visivo, la concept si poneva in netto contrasto con tutto il resto del mercato dell'epoca. La carrozzeria in vetroresina grigio metallizzato, il tetto e i montanti in metallo spazzolato, le linee angolari e il parabrezza sporgente conferiscono all'Iguana un aspetto quasi senza tempo.

Alfa Romeo Iguana di Italdesign

Alfa Romeo 33 Spider Cuneo (1971): La Purezza della Forma

Nel 1971, Pininfarina trasforma la GS Roadster in una nuova creazione ancora più radicale: la 33 Spider Cuneo. Presentata al Salone dell'Automobile di Bruxelles, abbandona quasi tutte le rotondità a favore di un profilo cuneiforme puro e affilato. L'auto non ha porte, il parabrezza forma una visiera avvolgente e le prese d'aria NACA scolpiscono i fianchi. Nella parte posteriore, sei fanali e otto terminali di scarico evocano il mondo delle corse di motoscafi.

Alfa Romeo Navajo (1976): Un'Astronave su Ruote

L'ultima concept basata su un telaio 33 Stradale, l'Alfa Romeo Navajo, apparve nel 1976. Bertone e Gandini allungarono il passo per incorporare un enorme alettone posteriore quadrato, elemento centrale del design. Con soli 3,80 metri di lunghezza, 1,86 metri di larghezza e 1,05 metri di altezza, il Navajo è compatto ma visivamente spettacolare. I suoi interni minimalisti contrastano con il suo aspetto da astronave. Ironia della sorte, fu proprio l'invenduta Alfa Romeo 33 Stradale a dare vita a sei leggendarie concept car.

Alfa Romeo Navajo, prototipo Bertone

I Fiori Mai Sbocciati dell'Automobilismo Mondiale: Concept di Ogni Epoca

Oltre all'epopea della 33 Stradale, la storia dell'automobilismo è costellata di centinaia di concept car - o prototipi che dir si voglia - realizzati in piccolissimi numeri, quando non come esemplari unici, e mai convertiti in modelli di serie. Auto spesso avveniristiche, rivoluzionarie, ardite sia nelle linee sia nei contenuti tecnici, ma destinate comunque all’oblio senza aver mai avuto una chance. In un oceano di prodotti non sempre razionali o indovinati, con il senno di poi è possibile individuare alcune perle che avrebbero meritato maggiore fortuna. Sono i fiori mai sbocciati dell’automobilismo mondiale e appartengono a ogni epoca.

Dalle Origini al Dopoguerra

Future's Past: The History of the Concept Car

Auto Union Type 52 (1934): La storia dell'Auto Union Type 52 inizia nel 1932 dalla fusione di Audi, DKW, Horch e Wanderer che portò alla creazione dell'Auto Union. Il progetto della Type 52, conosciuta come Schnellsportwagen, è di Ferdinand Porsche, il genio dietro il primo motore posteriore delle auto da corsa. Questa vettura, progettata per gare di lunga distanza, prometteva prestazioni straordinarie grazie a un motore a 16 cilindri capace di superare i 200 km/h. Tuttavia, il progetto fu abbandonato nel 1935 e solo recentemente, nel 2023, è stato riportato alla luce al Goodwood Festival of Speed. La Type 52 rappresenta un'era in cui l'ingegneria automobilistica stava facendo passi da gigante. Il suo design avanzato e il potente motore a 16 cilindri erano rivoluzionari per l'epoca e hanno aperto la strada a future innovazioni nei motori ad alte prestazioni.

Alfa Romeo Disco Volante (1952): L'Alfa Romeo Disco Volante, basata sulla 1900 C2, è considerata una delle auto più belle mai costruite. Il suo design, realizzato dalla carrozzeria Touring di Milano, trae ispirazione dal fervore fantascientifico degli anni '50, con forme che ricordano un "disco volante". Lanciata nel 1952, oltre all'estetica avveniristica, la Disco Volante vantava un motore a quattro cilindri da 158 cv e un peso ridotto a 735 kg grazie a una struttura in alluminio. Questo le permetteva di raggiungere i 220 km/h. Oggi, solo cinque esemplari esistono ancora, due dei quali sono esposti al Museo Storico Alfa Romeo di Arese e al Mauto di Torino. È un esempio perfetto di come l'arte e la scienza possano convergere nell'automobilismo. La sua forma aerodinamica è stata studiata attentamente per ridurre la resistenza all'aria, un concetto che continua a influenzare il design automobilistico moderno.

Alfa Romeo Disco Volante in esposizione

Fiat Turbina (1954): Nata nel 1954, sotto alcuni aspetti - specie aerodinamici - sarebbe ancora attuale. Fu il primo prototipo europeo azionato da una turbina a gas, in grado di erogare ben 300 cv a 22.000 giri/min. Raggiungeva la straordinaria, per l’epoca, velocità massima di 250 km/h, complice il coefficiente di resistenza aerodinamica di 0,14. Al telaio a struttura tubolare e alle sospensioni indipendenti sia all’avantreno sia al retrotreno si abbinava un peso contenuto in 1.000 kg.

Gli Anni '60 e '70: Il Decennio dell'Audacia Stilistica

Lamborghini Marzal (1967): Uscita dai laboratori del centro stile Bertone nel 1967, la Lamborghini Marzal conta quasi 4,5 metri quadrati di zone completamente trasparenti, per una visibilità e un senso di spazio mai visti prima su un’auto sportiva. Il volume di superfici vetrate è tale da farla sembrare un grattacielo americano, più che un’automobile.

Citroën M35 (1969-1971): La M35 fu un’autovettura sperimentale, derivata dalla Ami 8 di normale serie, utilizzata dalla Casa francese per testare la bontà del motore rotativo Wankel. Sul corpo vettura della piccola berlina, trasformata in coupé dalla carrozzeria Heuliez, venne infatti installato un monorotore di 497,5cc da 49cv di potenza. Dopo una piccola preserie di 6 unità, venne avviata, presso gli stabilimenti Heuliez, la produzione di una piccola serie di esemplari che la Citroen intendeva assegnare direttamente ad una serie di clienti affezionati che dovevano, in pratica, fungere da collaudatori. Dei 500 esemplari di M35 previsti in origine ne vennero assemblati, tra il 1969 ed il 1971 solamente 267, a causa dei costi di produzioni elevatissimi. La M35, i cui ultimi esemplari vennero ultimati e consegnati nel corso del 1971, servì da banco di prova per la produzione della GS Birotor (prima ed unica Citroen con motore rotativo prodotta in serie) e per la realizzazione di alcuni esemplari di un elicottero a rotore Wankel.

Lancia Stratos Zero (1970): Non tutti forse sanno che la Lancia Stratos che ha dominato in lungo e in largo i grandi rally internazionali degli anni ’70 deriva dalla concept car Strato’s Zero - sì, con l’apostrofo. Disegnata dal maestro Marcello Gandini, al salone di Torino del 1970 lasciò tutti a bocca aperte per il parabrezza apribile da cui ci si calava nell’abitacolo scavalcando il piantone dello sterzo.

Lancia Stratos Zero in un'ambientazione futuristica

Maserati Boomerang (1971): Disegnata da Giorgetto Giugiaro e realizzata in un unico esemplare per il salone di Torino del 1971, la Maserati Boomerang è considerata una delle pietre miliari del car design moderno. Disegnare una scatola su ruote potrebbe sembrare facile, ma non lo è.

Ferrari Modulo (1970): Sconvolgente. Sviluppata sulla base del prototipo da competizione 512 S, la Modulo venne disegnata da Paolo Martin e realizzata da Pininfarina con l’obiettivo di scardinare il linguaggio stilistico degli Anni ’60. Proposito pienamente soddisfatto grazie alla carrozzeria monovolume composta da due gusci sovrapposti. Frontale, padiglione e cofano si raccordavano in un’unica curvatura ad arco. L’accesso all’abitacolo avveniva facendo scorrere l’intera cupola, parabrezza incluso. Era mossa da un V12 5.0 48V da 550 cv collocato centralmente e il telaio, secondo tradizione per l’epoca, era tubolare in acciaio.

Alfa Romeo Eagle (1975): L’Alfa Romeo Eagle è un prototipo disegnato da Aldo Brovarone e presentato nel 1975 al salone dell’automobile di Torino nello stand Pininfarina. Il telaio e la meccanica sono di derivazione Alfetta GT; il prototipo è stato realizzato con l’obiettivo di dimostrare che era possibile costruire un’auto aperta mantenendo una buona sicurezza passiva.

Renault 5 Heuliez (1979): Nel 1979 la carrozzeria specializzata Heuliez aderì al progetto di studiare una Renault 5 dallo stile americano con ruote di scorta sul portellone, specchietti e paraurti stile Alpine. All’Heuliez credevano molto nel progetto mentre la Renault aderì mettendo la sua rete di distribuzione vendita a disposizione. Heuliez realizzò anche prototipi per altri costruttori esteri, come la Murène per Porsche che condivideva piattaforma e meccanica della Volkswagen-Porsche 914.

Gli Anni '80: Visioni di Lusso e Sportività

Dato che non sempre è possibile avere una collocazione temporale precisa di questi progetti divideremo questo blocco includendo anche tutti quelli che, probabilmente, sono antecedenti.

Italdesign Capsula (1982): La Italdesign Capsula fu pensata da Giorgetto Giugiaro nel 1982 come un veicolo modulare, disponibile in svariate configurazioni da installare sulla stessa piattaforma. L’architettura di base - motore e telaio - era quella dell’Alfa Romeo Alfasud.

Nissan MID4 (1984): La Nissan MID4, presentata nel 1985 al Salone di Francoforte, era destinata a competere con le auto sportive di Porsche e Ferrari. Prodotta in due versioni, la MID4 (1984) e la MID4-II (1987), quest'ultima montava un motore a tre cilindri con due turbocompressori e intercooler, erogando 325 cv. Con un peso di 1.230 kg, la MID4 poteva superare i 325 km/h. Tuttavia, i costi di produzione troppo elevati impedirono la produzione in serie. Solo anni dopo, la Honda NSX riuscì a realizzare ciò che Nissan aveva solo sognato, diventando una delle supercar giapponesi più apprezzate di sempre. La Nissan MID4 è stata una delle prime auto a presentare il sistema di trazione integrale ATTESA e le quattro ruote sterzanti HICAS, tecnologie che sono state successivamente utilizzate in modelli di produzione come la Nissan Skyline GT-R. Questo dimostra come anche i prototipi non prodotti possano influenzare significativamente il futuro delle case automobilistiche.

Nissan MID4, prototipo sportivo

Porsche 989 (1988): Prima della Panamera, Porsche aveva già tentato di entrare nel mercato delle berline con la 989, presentata nel 1988. Questa berlina a quattro porte, con un motore V8 raffreddato a liquido da 300 cv, mirava a competere con le berline sportive di Mercedes e BMW. Nonostante le linee eleganti e moderne, il progetto fu interrotto nel 1991 a causa dei costi elevati. L'unico esemplare esistente è esposto al Petersen Automotive Museum di Los Angeles. Tuttavia, il design della 989 influenzò i modelli successivi di Porsche, come la 993 e la 996. La Porsche 989 è stata una visione lungimirante che ha gettato le basi per la successiva espansione della gamma Porsche. Il progetto 989 ha contribuito a spingere i confini del design Porsche e ha ispirato lo sviluppo delle future berline sportive, portando infine alla nascita della Panamera. La Casa tedesca ritenne infatti che il pubblico non fosse ancora pronto per accettare di buon grado una berlina sportiva Porsche. Considerata un’alternativa confortevole alla 928, era caratterizzata dalla collocazione anteriore del motore, dalla trazione posteriore e da un V8 4.2 da 300 cv.

BMW M8 (1990): La BMW M8, prototipo presentato nel 1990, era la versione più estrema della Serie 8. Equipaggiata con un motore V12 da 6.0 litri e 640 cv, questa coupé di lusso poteva superare i 300 km/h. Purtroppo, i costi di produzione e il prezzo elevato portarono BMW ad abbandonare il progetto. Solo nel 2018 la M8 divenne realtà, ma l'unico prototipo del 1990 rimane un simbolo di ciò che avrebbe potuto essere. Il prototipo della BMW M8 è stato recentemente riscoperto e mostrato al pubblico per la prima volta nel 2012, confermando le voci della sua esistenza e rafforzando il fascino del mistero attorno a questo modello. Il motore V12 sviluppato per la M8 è stato utilizzato anche nella McLaren F1, una delle supercar più leggendarie di tutti i tempi.

BMW M8 prototipo del 1990 in un hangar

Gli Anni '90 e Oltre: Dalla Funzionalità al Supersportivo

In questa sezione verranno inclusi anche i prototipi successivi agli anni '90.

Panda Torpedo (primi anni '90): La Panda Torpedo fu un prototipo realizzato nei primi anni novanta su commessa dell’Esercito Italiano, in due soli esemplari, come mezzo leggero ad elevata mobilità, su base Panda 4×4. Lo sviluppo non superò mai la fase di prototipo perché non fu finanziato dall’arma.

Chrysler Atlantic (1995): Ispirata alla Bugatti Atlantique degli Anni ’40, e alla coeva Talbot Lago, secondo indiscrezioni venne disegnata su di un tovagliolo da Bob Lutz, allora presidente della Chrysler, per poi essere affidata al responsabile del design, incaricato di realizzarla. Rétro nelle linee e nella meccanica, adottava un 8 cilindri in linea di 4,0 litri creato accoppiando due quadricilindrici 2.0. Nata nel 1995, poteva contare su 360 cv e un interasse chilometrico (3,25 metri).

Citroën Berlingo Bulle (1996): Basata sulla prima generazione della multispazio francese Berlingo, venne realizzata quale provocazione stilistica dal carrozziere Heuliez, da sempre legato alla Casa del Double Chevron. Presentata nel 1996, poteva contare su di un’eccezionale abitabilità posteriore, complice il “prolungamento” della carrozzeria al retrotreno. Adottava un 1.8 benzina aspirato da 103 cv.

Lamborghini Raptor (1996): Progettata da Zagato e presentata al Salone di Ginevra del 1996, era basata sulla supercar Diablo e destinata a essere prodotta in 50 unità. In seguito il progettò si arenò e ne venne realizzato un unico esemplare a trazione integrale. Sottopelle pulsava un V12 5.7 da 492 cv che consentiva alla Raptor di raggiungere una velocità massima di 330 km/h. Non era dotata di ABS e controllo della trazione; in compenso, poteva contare su di una carrozzeria integralmente in carbonio che, insieme a una nutrita serie di interventi “dimagranti”, rendeva la concept 300 kg più leggera della Diablo VT.

Volkswagen W12 (1997): La Volkswagen W12, presentata nel 1997, era una hypercar che sfidava il concetto di "auto del popolo" del marchio tedesco. Con un motore V12 da 512 cv e un peso di 1.200 kg, la W12 poteva raggiungere i 350 km/h con un'accelerazione da 0 a 100 km/h in 3,5 secondi. Tuttavia, la mancanza di esperienza di Volkswagen con vetture estreme portò all'abbandono del progetto. Successivamente, il motore della W12 divenne la base per la Bugatti Veyron, una delle auto più iconiche degli anni 2000. La Volkswagen W12 è stata anche un banco di prova per diverse tecnologie che Volkswagen ha poi implementato su altre vetture del gruppo. Il motore W12, ad esempio, è stato un precursore per le unità utilizzate in auto di lusso come la Bentley Continental GT.

Volkswagen W12, prototipo di supercar

Abarth Monotipo (1998): Realizzata nel 1998 dall’atelier Stola, era basata sulla Fiat Barchetta, fatta eccezione per il motore di nobili origini. Si trattava infatti del 4 cilindri 2.0 turbo benzina della Lancia Delta Integrale, portato a ben 330 cv. Complici il cambio manuale a 5 rapporti e il peso di 900 kg, scattava da 0 a 100 km/h in meno di 5 secondi, mentre i freni erano addirittura di derivazione Ferrari F50. La carrozzeria, interamente in fibre composite, richiamava alcuni modelli Abarth del passato. Esteticamente, sarebbe una vettura terribilmente attuale ancora oggi.

Peugeot 607 Feline (2000): Condivideva il nome con l’ammiraglia dell’epoca - era il 2000 - con la quale, però, non aveva nulla a che vedere. Era infatti una roadster dal tetto apribile in cristallo, forte di una carrozzeria in pezzo unico, integralmente in carbonio. Il motore, centrale, era disposto longitudinalmente così che il cambio manuale a 5 marce si trovasse dinanzi a esso, in direzione delle ruote anteriori. Dotata di un V6 2.9 da 210 cv, poteva contare su di una perfetta ripartizione dei pesi (50/50) tra avantreno e retrotreno. Per accedere all’abitacolo, le portiere scorrevano quasi interamente all’interno dei passaruota, il parabrezza si muoveva di 50 cm e la “bolla” posteriore arretrava di 12,5 centimetri.

Bugatti Edonis (2001): La Bugatti Edonis, presentata nel 2001, era una creazione della B.Engineering, fondata presso i vecchi stabilimenti Bugatti di Campogliano. Progettata dall'ingegner Nicola Materazzi, la Edonis era basata sulla Bugatti EB110 e presentava un motore V12 da 3,5 litri potenziato a 680 cv. Con un peso ridotto di 70 kg rispetto all'EB110, la Edonis raggiungeva i 365 km/h e accelerava da 0 a 100 km/h in 3,9 secondi. Prevista in 21 esemplari, la produzione fu interrotta nel 2004, lasciando questo progetto nel dimenticatoio. La Bugatti Edonis è anche significativa per essere una delle ultime auto progettate presso gli storici stabilimenti Bugatti prima dell'acquisizione da parte del Gruppo Volkswagen. Nonostante il progetto non sia mai decollato, il suo impatto sul design e sulle prestazioni delle supercar successive è innegabile.

Bugatti Edonis in colore blu

BMW Z29 (2001): S’ispirava esteticamente alla Z4, ma sottopelle era decisamente più raffinata. Votata alla massima ricerca della leggerezza, adottava una monoscocca in carbonio, riservata all’abitacolo, e due semitelai in alluminio. Le portiere ad apertura verticale erano in fibre composite. Il motore, di derivazione M3 E46, era il classico 6 cilindri in linea 3.2 benzina aspirato da 343 cv e 365 Nm di coppia. Grazie a una massa contenuta in 1.160 kg, scattava da 0 a 100 km/h in 4,4 secondi. Selvaggia nelle linee e nel comportamento stradale, nel 2001 si credeva avrebbe tracciato la rotta per una nuova famiglia di sportive. Così non fu.

Maserati Kubang (2003): In un certo senso è l’antenata della Levante, vale a dire la prima SUV della storia Maserati. Presentata nel 2003 e realizzata dalla Italdesign, era una via di mezzo tra una sport utility e una granturismo. Il frontale s’ispirava alle sportive del Tridente di allora, mentre sottopelle pulsava un V8 da 390 cv abbinato alla trazione integrale e a un cambio automatico a 6 rapporti. Gli interni, in anticipo sui tempi, erano concepiti per ospitare quattro, cinque oppure sette passeggeri. Una modularità ancor oggi difficile da replicare. Otto anni dopo è stata seguita da un prototipo dal nome identico che, di fatto, ha tracciato la rotta per il debutto della Levante.

Opel Trixx (primi anni 2000): Durante i primi anni del 2000, andavano di moda le piccole city car dotate di portiere scorrevoli, come la Peugeot 1007, entrata in produzione nel 2005 e abbandonata nel 2010 a causa dello scarso successo. La Opel, che rimase alla finestra, pescò un vero e proprio jolly non commercializzando la Trixx. L’utilitaria tedesca abbinava a uno sportello scorrevole sul lato sinistro due ulteriori porte scorrevoli sulla destra, rinunciando al portellone. Una soluzione fuori dagli schemi. Forse troppo. In compenso, il portabici estraibile, oggi disponibile per quasi tutti i modelli Opel, venne presentato per la prima volta proprio in abbinamento alla Trixx.

Alfa Romeo Visconti (2004): Opera della Italdesign in collaborazione con la Casa di Arese, venne presentata nel 2004. Il progetto prevedeva un’ammiraglia con una linea da coupé… Un concetto di lì a poco sviluppato dalla Mercedes-Benz con la berlina CLS. Lunga quasi cinque metri, era basata sul Pianale Premium di derivazione GM e adottava un V6 3.2 biturbo benzina da 405 cv chiamato a lavorare in abbinamento a un cambio automatico Aisin a 6 marce del tipo mediante convertitore di coppia e alla trazione integrale. Disegnata da Giorgetto Giugiaro, poteva contare su soluzioni tuttora moderne come l’impianto frenante carboceramico della Brembo e le sospensioni anteriori a triangoli sovrapposti e posteriori multilink.

Renault Altica (2006): Una linea da far girare la testa. Ancora oggi. Nel 2006, la Renault realizzò la concept Altica; un prototipo che avrebbe dovuto anticipare una shooting brake dal design mozzafiato, diversa da qualsiasi altra auto esistente. Gli interni erano minimalisti, la carrozzeria a tre porte e il motore… indegno del modello. Si trattava infatti di un modesto 2.0 turbodiesel da 170 cv che consentiva alla Altica di scattare da 0 a 100 km/h in 7,5 secondi. Venne “dimenticata” dalla Renault, fatta eccezione per il design del frontale che ispirò la Mégane III Coupé del 2009.

Renault Altica, concept di shooting brake

Lancia Fulvia Coupé Concept (anni 2000): Remake in chiave moderna della fortunata coupé degli Anni ’60 e ‘70, era basata sul pianale della Fiat Barchetta. Disegnata da Flavio Manzoni, arrivò a sfiorare la produzione di serie, tanto che ne vennero realizzati una decina di prototipi in vista dell’industrializzazione. Abbandonata a causa delle traversie affrontate dal marchio, avrebbe potuto riscrivere il destino della Lancia, complici il nome altisonante, la linea mozzafiato, la configurazione a due posti secchi e la meccanica affidabile. Forte della carrozzeria in alluminio, pesava solo 990 kg. Era mossa da un 1.8 da 140 cv e scattava da 0 a 100 km/h in 8,6 secondi. Non produrla è stato uno sbaglio.

Volkswagen Bulli (2011): Recentemente riproposta in chiave elettrica, denominata I.D. Buzz, la concept Bulli s’ispira al mitico minivan Transporter T1 - soprannominato appunto Bulli - degli Anni ’60, divenuto uno dei modelli più celebri e apprezzati mai prodotti dalla Casa di Wolfsburg. Quando venne presentata, nel 2011, sembrava imminente la commercializzazione, anche sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal prototipo. Inspiegabilmente, la Casa tedesca ha preferito soprassedere.

L'Influenza dei Prototipi "Mai Nati" sul Design Moderno

Le ricchezza di queste “innovazioni perdute” non si annulla, però, in quanto alcune di esse vengono rielaborate negli anni, entrando a far parte del DNA delle vetture successive, spesso molto dopo il momento in cui erano state originariamente ideate. Per il mercato e per i consumatori, la memoria di queste innovazioni “in divenire” costituisce uno stimolo e un parametro di confronto per giudicare le reali novità delle proposte attuali. Le idee “perdute” si dimostrano spesso semina di tecnologie o stilemi che affiorano nel tempo, come nell’uso sempre più diffuso dei sistemi di guida assistita, delle soluzioni di infotainment avanzato o nell’adozione crescente di motorizzazioni alternative.

Esempi di Ispirazioni e Influenze

Lancia Stratos: Non tutti sanno che la Lancia Stratos che ha dominato i grandi rally internazionali degli anni ’70 deriva dalla concept car Strato’s Zero disegnata da Marcello Gandini.

Lamborghini Countach: L'Alfa Romeo Carabo, con le sue linee tese e forme geometriche, ha influenzato direttamente icone future come la Lamborghini Countach.

Porsche Panamera: La Porsche 989, sebbene non prodotta, ha gettato le basi per la successiva espansione della gamma Porsche, portando infine alla nascita della Panamera. Il suo design influenzò i modelli successivi di Porsche, come la 993 e la 996.

Mercedes-Benz CLS: Il progetto dell'Alfa Romeo Visconti prevedeva un’ammiraglia con una linea da coupé, un concetto di lì a poco sviluppato dalla Mercedes-Benz con la berlina CLS.

Dacia SUV di Segmento A: Oggi De Meo ha annunciato l'arrivo di questo nuovo modello Dacia prodotto sulla stessa base della Twingo. Sviluppato in solo 16 mesi, nel rispetto del programma Leap100 che vedrà il Gruppo Renault sviluppare auto in meno di 2 anni, sarà un SUV di segmento A prodotto in Europa e che avrà un prezzo inferiore ai 18.000€, garantendo però i ricavi tipici Dacia.

Questi esempi dimostrano come il mondo delle concept car, anche se effimero nella sua produzione, sia un motore costante di idee e innovazione che continua a plasmare il futuro del design e della tecnologia automobilistica.

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