Gabriele D'Annunzio, figura complessa e poliedrica, ha occupato una posizione preminente nella letteratura italiana dal 1889 al 1910 circa e nella vita politica dal 1914 al 1924, lasciando un'impronta indelebile nella cultura e nella storia del suo tempo. Soprannominato il Vate, "poeta sacro, profeta", allo stesso modo di Giosuè Carducci, o anche "l'Immaginifico", fu il cantore dell'Italia umbertina, plasmando con il suo stile raffinato e comunicativo una visione del mondo e una poetica innovative.

Le Radici Familiari e la Formazione Giovanile
Nato a Pescara Vecchia, in corso Manthoné, il 12 marzo 1863, Gabriele D'Annunzio proveniva da una famiglia borghese benestante. Terzo di cinque figli, visse un'infanzia felice, distinguendosi per intelligenza e vivacità. Il padre, Francesco, aveva acquisito nel 1851 il cognome D'Annunzio, aggiungendolo al proprio, traendolo dal cognato della madre Rita Olimpia Lolli, cioè lo zio acquisito Antonio D'Annunzio. Quest'ultimo, sposato con Anna Giuseppa Lolli, non aveva avuto eredi a causa dell'infertilità della moglie e per questo aveva lasciato l'eredità ai Rapagnetta, che invece avevano avuto otto figli, tra cui il padre di Gabriele.
Riguardo all'infanzia del poeta, qualche detrattore ipotizzò che il suo nome fosse Gaetano Rapagnetta e fosse un orfano adottato dai D'Annunzio; in realtà era già il padre a chiamarsi Rapagnetta-D'Annunzio, avendo aggiunto legalmente, con relativo Atto di Adozione della Corte Civile de L'Aquila del 1851, il cognome d'adozione al suo cognome di nascita. Il padre Francesco aveva un carattere e temperamento sanguigno, la passione per le donne e la disinvoltura nel contrarre debiti, che in effetti portarono la famiglia da una condizione agiata a una difficile situazione economica.
Il giovane D'Annunzio non tardò a manifestare un carattere ambizioso e privo di complessi e inibizioni, portato al confronto competitivo con la realtà. Ne è testimonianza la lettera che, ancora sedicenne, scrisse nel 1879 a Giosuè Carducci, il poeta più stimato nell'Italia umbertina, mentre frequentava il liceo al prestigioso istituto Convitto Cicognini di Prato.
La voce di Gabriele D'Annunzio (unica registrazione esistente)
Nel 1879, il padre finanziò la pubblicazione della prima opera del giovane studente, Primo vere, una raccolta di poesie che ebbe presto successo. Accompagnato da un'entusiastica recensione critica sulla rivista romana Fanfulla della domenica, il libro venne pubblicizzato dallo stesso D'Annunzio con un espediente: fece diffondere la falsa notizia della propria morte per una caduta da cavallo. La notizia ebbe l'effetto di richiamare l'attenzione del pubblico romano sul romantico studente abruzzese, facendone un personaggio molto discusso.
L'Ascesa a Roma: Letteratura, Scandali e il "Piacere"
Gli anni 1881-1891 furono decisivi per la formazione di D'Annunzio. Nel rapporto con il particolare ambiente culturale e mondano di Roma, da poco divenuta capitale del Regno, cominciò a forgiarsi il suo stile raffinato e comunicativo, la sua visione del mondo e il nucleo centrale della sua poetica. D'Annunzio si era dovuto adattare al lavoro giornalistico soprattutto per esigenze economiche, ma attratto alla frequentazione della Roma "bene" dal suo gusto per l'esibizione della bellezza e del lusso. Nel 1883 sposò, con un matrimonio "di riparazione" (lei era già incinta del figlio Mario), nella cappella di Palazzo Altemps a Roma, Maria Hardouin duchessa di Gallese, da cui ebbe tre figli: Mario, deputato al parlamento, Gabriele Maria, attore, e Ugo Veniero. Il matrimonio finì in una separazione legale dopo pochi anni, anche se i due rimasero in buoni rapporti, per le numerose relazioni extraconiugali di D'Annunzio. Tuttavia, le esperienze per lui decisive furono quelle trasfigurate negli eleganti e ricercati resoconti giornalistici.
Il grande successo letterario arrivò con la pubblicazione del suo primo romanzo, Il piacere, a Milano presso l'editore Treves, nel 1889. Tale romanzo, incentrato sulla figura dell'esteta decadente, inaugurò una nuova prosa introspettiva e psicologica che ruppe con i canoni estetici del naturalismo e del positivismo allora imperanti. Accanto a lettori ed estimatori più attenti e colti, venne presto a crearsi attorno alla figura di D'Annunzio un vasto pubblico condizionato non tanto dai contenuti, quanto dalle forme e dai risvolti divistici delle sue opere e della sua persona, un vero e proprio star system ante litteram, che lo stesso scrittore contribuì a costruire deliberatamente.

Il Periodo Napoletano, Nietzsche e l'Amore con Eleonora Duse
Tra il 1891 e il 1893 D'Annunzio visse a Napoli, dove compose Giovanni Episcopo e L'innocente, seguiti da Il trionfo della morte (scritto in Abruzzo, tra Francavilla al Mare e San Vito Chietino) e dalle liriche del Poema paradisiaco. Sempre di questo periodo è il suo primo approccio agli scritti di Friedrich Nietzsche. Le suggestioni nietzschiane, liberamente filtrate dalla sensibilità del Vate, si ritrovarono anche ne Le vergini delle rocce (1895), poema in prosa dove l'arte «…si presenta come strumento di una diversa aristocrazia, elemento costitutivo del vivere inimitabile, suprema affermazione dell'individuo e criterio fondamentale di ogni atto».
Nel 1892, a seguito di una gara con Ferdinando Russo sulla capacità del poeta di comporre liriche in napoletano, D'Annunzio compose il testo de 'A vucchella, romanza che verrà pubblicata nel 1907 musicata da Francesco Paolo Tosti. Sempre nel 1892 cominciò una relazione epistolare con la celebre attrice Eleonora Duse, con la quale ebbe inizio la stagione centrale della sua vita. Si conobbero personalmente nel 1894 e subito scattò l'amore. Frequentò anche il Chianti e conobbe una nobile di San Casciano in Val di Pesa, passando un breve periodo presso il Fedino, una nota villa del luogo.
Sono in questi anni che si situa gran parte della drammaturgia dannunziana, piuttosto innovativa rispetto ai canoni del dramma borghese o del teatro, dominanti in Italia, e che non di rado ha come punto di riferimento la figura attoriale della Duse, nonché le sue migliori opere poetiche, la gran parte delle Laudi, e, tra queste, il vertice e capolavoro della poesia dannunziana, l'Alcyone. La relazione dell'artista con Eleonora Duse è stata celebrata a Firenze in un modo molto originale.
La voce di Gabriele D'Annunzio (unica registrazione esistente)
L'Impegno Sociale e le Relazioni Esoteriche
Il 3 marzo 1901 inaugurò invece con Ettore Ferrari, Gran Maestro della massoneria del Grande Oriente d'Italia, l'Università Popolare di Milano, nella sede di via Ugo Foscolo, dove pronunciò il discorso inaugurale e dove, successivamente, svolse un'attività straordinaria di docenze e lezioni culturali. L'amicizia con Ferrari aveva avvicinato il Vate alla "libera muratoria": D'Annunzio era infatti massone e 33º grado del Rito scozzese antico ed accettato. Più tardi fu iniziato al martinismo. Molti dei volontari fiumani erano esoteristi o massoni e tra di essi figuravano in particolare Alceste de Ambris, Sante Ceccherini e Marco Egidio Allegri.
Nel 1902 D'Annunzio visitò l'Istria, allora sotto dominio austro-ungarico. Il tour dell'Istria fu organizzato da Teodoro Mayer, direttore di un noto giornale triestino. D'Annunzio raggiunse la città giuliana il 5 maggio 1902, un giorno prima di Eleonora Duse, che stava per esibirsi proprio a Trieste nella nuova opera dannunziana Francesca da Rimini. D'Annunzio visitava la città giuliana per la prima volta.
La relazione con Eleonora Duse si incrinò nel 1904, dopo la pubblicazione del romanzo Il fuoco, in cui il poeta aveva descritto impietosamente la loro relazione, e il tradimento con Alessandra di Rudiní, che in seguito si fece monaca. In quell'epoca la vita dispendiosa condotta dal Vate lo portò a sperperare le cospicue somme percepite per le proprie pubblicazioni, che divennero insufficienti a coprire le spese prodottesi.

L'Esilio in Francia e il Rientro Interventista
Nel 1910, convinto dalla nuova amante Nathalie de Goloubeff, D'Annunzio si trasferì in Francia. Già da tempo aveva accumulato una serie di debiti e, per evitare i creditori, aveva preferito allontanarsi dal proprio Paese. L'arredamento della villa fu messo all'asta e D'Annunzio per cinque anni non rientrò in Italia. A Parigi era un personaggio noto, era stato tradotto da Georges Hérelle e il dibattito tra decadentisti e naturalisti aveva a suo tempo suscitato un notevole interesse già con Huysmans. Ciò gli permise di mantenere inalterato il suo dissipato stile di vita fatto di debiti e frequentazioni mondane, tra cui quelle con Filippo Tommaso Marinetti e Claude Debussy.
Nel 1910 D'Annunzio aderì all'Associazione Nazionalista Italiana fondata da Corradini. Nei suoi contributi inneggiò a una politica di potenza, opponendo la sua idea di Nazione all'«Italietta meschina e pacifista». Nel 1914 Gabriele D'Annunzio rifiutò di diventare Accademico della Crusca, dichiarandosi nemico degli onori letterari e delle Università. Ai bolognesi che gli offrivano una cattedra scrisse infatti: “amo più le aperte spiagge che le chiuse scuole dalle quali vi auguro di liberarvi”.
Il discorso celebrativo che D'Annunzio pronunciò a Quarto il 5 maggio 1915 durante l'inaugurazione del monumento ai Mille, in seno alle imponenti manifestazioni che si svolsero a Genova in occasione delle celebrazioni del Primo maggio, segnò l'inizio di un fitto programma di manifestazioni interventiste, che culminarono con le arringhe tenute a Roma durante tutto il periodo antecedente l'entrata in guerra, durante le cosiddette "radiose giornate di maggio".

D'Annunzio e la Grande Guerra: L'Orbo Veggente e le Imprese Aeree
Con lo scoppio del conflitto con l'Austria-Ungheria, D'Annunzio, nonostante avesse 52 anni, ottenne di arruolarsi come volontario di guerra nei Lancieri di Novara, partecipando subito ad alcune azioni dimostrative navali e aeree. Ottenuto il brevetto di Osservatore d'aereo, nell'agosto 1915 effettuò un volo sopra Trieste insieme al suo comandante e carissimo amico Giuseppe Garrassini Garbarino, lanciando manifesti propagandistici. Nel settembre 1915 partecipò a un'incursione aerea su Trento e nei mesi successivi, sul fronte carsico, a un attacco lanciato sul monte San Michele nel quadro delle battaglie dell'Isonzo.
Il 16 gennaio del 1916, a seguito di un atterraggio d'emergenza, nell'urto contro la mitragliatrice dell'aereo riportò una lesione all'altezza della tempia e dell'arcata sopracciliare destra. La ferita, non curata per un mese, provocò la perdita dell'occhio che tenne coperto da una benda; anche da questo episodio trasse ispirazione per autodefinirsi e autografarsi come l'Orbo veggente. Dopo l'incidente passò un periodo di convalescenza a Venezia, durante il quale, assistito dalla figlia Renata, compose il Notturno. L'opera, interamente dedicata a ricordi e riflessioni legati all'esperienza di guerra, fu pubblicata nel 1921.
Il colonnello francese De Gondrecourt, incaricato dal Governo francese, insignì il 12 gennaio 1917 il capitano d’Annunzio della Croix de guerre. “Mio capitano, sarei stato molto fiero se avessi potuto io stesso porre sul vostro petto la Croce di guerra francese. Il Governo è felice di decretarla al grande italiano, che predicò una guerra santa dall’alto del Campidoglio e che, col suo genio e col suo entusiasmo incitò l’eroica levata degli scudi latini contro il nemico della nostra civiltà e della nostra razza. L’Esercito francese è anch’esso felice di offrire la sua ricompensa suprema al soldato, al combattente, al ferito, il quale non esitò a scegliere, per l’incessante battaglia, l’arme più audace e più rischiosa."
La voce di Gabriele D'Annunzio (unica registrazione esistente)
Nell'agosto del 1917 compì, con i piloti Maurizio Pagliano e Luigi Gori e il loro Caproni Ca.33, decorato con l'Asso di Picche, tre raid notturni su Pola (3, 5 e 8 agosto). Alla fine del mese effettuò col medesimo equipaggio attacchi a volo radente sulla dorsale dell'Hermada, riportando una ferita al polso e rientrando con il velivolo forato da 134 colpi. A settembre parve realizzarsi la possibilità di effettuare l'agognato raid su Vienna. A tal fine, con Pagliano e Gori compì un volo dimostrativo di 1.000 km in 9 ore di volo, ma all'ultimo istante il consenso al raid venne negato.
Alla fine di settembre si trasferì a Gioia del Colle (BA), inquadrato sempre con Pagliano e Gori, oltre al tenente Ivo Oliveti, Casimiro Buttini, Gino Lisa, Mariano D'Ayala Godoy, Andrea Bafile e il corrispondente di guerra del Corriere della Sera Guelfo Civinini, nel Distaccamento A.R., comandato dal maggiore Armando Armani, sui Caproni Ca.33 e al comando della 1ª Squadriglia bis, per compiere una missione sulle installazioni navali del golfo di Cattaro. L'impresa venne portata a termine con successo, sempre con Pagliano e Gori, la notte del 4 ottobre, volando per oltre 500 km sul mare, senza riferimenti, orientandosi con la bussola e le stelle.
Alla fine di ottobre, durante la battaglia di Caporetto, incitò i soldati, pronunciando discorsi appassionati. Nel febbraio del 1918, imbarcato sui MAS 96 della Regia Marina, partecipò al raid navale, denominato la beffa di Buccari, azione dedicata alla memoria dei suoi compagni di volo Pagliano e Gori, caduti il 30 dicembre. Cazzullo riporta un episodio in cui il poeta cercò di impegnare truppe italiane per un'operazione puramente dimostrativa volendo posizionare un enorme tricolore sul castello di Duino, situato oltre il fronte, in direzione di Trieste.

Il Volo su Vienna e il Mito della Vittoria Mutilata
L'11 marzo 1918, con il grado di maggiore, assunse il comando della 1ª Squadriglia navale S.A. Nell'agosto del 1918, alla guida della 87ª Squadriglia aeroplani "Serenissima", equipaggiata con i nuovi velivoli SVA 5, realizzò il suo sogno: il Volo su Vienna. Preso posto su uno SVA modificato, pilotato dal capitano Natale Palli, il 9 agosto raggiunse con una formazione di sette aeroplani la capitale asburgica, compiendo un volo di oltre 1.000 km, quasi tutti sorvolando il territorio in mano al nemico. L'azione, dal carattere esclusivamente psicologico e propagandistico, fu caratterizzata dal lancio di migliaia di manifestini nei cieli di Vienna, con scritte che inneggiavano alla pace e alla fine delle ostilità. L'eco e la risonanza di tale azione furono enormi e perfino il nemico dovette ammetterne il valore.
Al termine del conflitto «egli apparteneva di diritto alla generazione degli assi e dei pluridecorati…» e il coraggio dimostrato, unitamente ad alcune celebri imprese di cui era stato protagonista, ne consolidarono ulteriormente la popolarità. Si congedò con il grado di tenente colonnello, inusuale, all'epoca, per un ufficiale di complemento (ebbe tre promozioni per merito di guerra); gli verrà anche concesso nel 1925 il titolo onorario di generale di brigata aerea.
La voce di Gabriele D'Annunzio (unica registrazione esistente)
Nell'immediato dopoguerra D'Annunzio si fece portatore di un vasto malcontento, insistendo sul mito della "vittoria mutilata" e chiedendo, in sintonia con il movimento dei combattenti, il rinnovamento della classe dirigente in Italia. Enrico Marchiani, Ritratto di Gabriele d'Annunzio in uniforme da Ardito. A Fiume, occupata dalle truppe alleate, già nell'ottobre 1918 si era costituito un Consiglio nazionale che propugnava l'annessione all'Italia, di cui fu nominato presidente Antonio Grossich. D'Annunzio con una colonna di volontari (tra i quali vi era anche Silvio Montanarella, marito della figlia Renata) occupò Fiume e vi instaurò il "Comando dell'Esercito".
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