Il 15 settembre 2008 segnò una data spartiacque nella storia finanziaria globale: Lehman Brothers, una delle più prestigiose e antiche banche commerciali degli Stati Uniti, dichiarò fallimento, portando i suoi libri in tribunale e chiudendo i battenti. Le sue azioni crollarono a due dollari, con un calo del 97%, a causa dell’ingente debito accumulato acquistando titoli finanziari diventati improvvisamente tossici, cioè invendibili. Questo evento non fu solo l'apice, ma anche l'emblema, della crisi del capitalismo finanziario scoppiata nel 2008, ma le cui fondamenta erano state gettate negli anni precedenti. Il fallimento di Lehman Brothers scatenò un caos di proporzioni gigantesche, esponendo un sistema che aveva spinto troppo in alto la soglia del rischio.

Il Concetto di Solvibilità e la Situazione di Lehman Brothers
Essere solvente è un concetto molto semplice in finanza: se ciò che si possiede vale più dei propri debiti, si è solventi; diversamente, no. Quando una entità non è solvente, è molto probabile che finisca in bancarotta. Tuttavia, quel venerdì pomeriggio del 12 settembre 2008, quando i vertici delle più importanti banche commerciali e di investimento degli Stati Uniti si riunirono negli uffici della Federal Reserve a Wall Street per valutare la situazione di Lehman Brothers e trovare una soluzione di sistema per salvarla dal crac, fra loro non c’era accordo nel dire se la banca d’affari fosse solvente o no.
Solo due giorni prima, Lehman aveva comunicato al mercato che il suo capitale alla fine di agosto era di 28 miliardi di dollari. Nei nove mesi precedenti la banca aveva fatto perdite per 6 miliardi, ma aveva anche raccolto attraverso aumenti di capitale ben 10 miliardi di dollari. Nessuno, però, si sentiva rassicurato da questo semplice calcolo aritmetico. Prima fra tutte la Federal Reserve, la banca centrale americana, che non volle fare affidamento sui numeri dei libri contabili. Un dirigente della Fed di New York aveva messo nero su bianco, in una nota interna, che "il capitale iscritto a bilancio non è così rilevante, se tu stai subendo una fuga di massa".
Se i fondi istituzionali, gli hedge fund e le banche d’affari ritengono che gli asset di una banca valgano meno del valore iscritto a bilancio, escono dall’investimento, chiedono più garanzie e tagliano i prestiti. La banca si avvita su se stessa e corre dritta verso il fallimento.
La Fuga degli Investitori e la Sopravvalutazione degli Asset
La fuga era già iniziata qualche mese prima, il 12 giugno 2008, quando Lehman pubblicò i risultati del secondo trimestre, chiuso con una perdita di 2,8 miliardi di dollari, la prima dal 1994, l’anno della quotazione. Vedendo quei numeri, e dopo quello che era successo a marzo a un’altra banca d’affari, Bear Stearns, salvata dal fallimento solo grazie all’intervento di JPMorgan, alcuni grandi partner che facevano business con Lehman Brothers (come Natixis, Citigroup, alcuni fondi pensione e altre banche asiatiche) decisero di ridurre la propria esposizione verso la banca.
Un mese dopo, il 10 luglio, anche Federated Investor e Dreyfus comunicarono a JPMorgan, la banca depositaria di Lehman, che non avevano più intenzione di avere rapporti con la banca. Questo fu un duro colpo, perché loro erano tra le controparti che finanziavano Lehman nel breve periodo attraverso i pronti contro termine, i Repo.
In quella riunione di settembre presso la Fed, tre giorni prima del crac, tutti i banchieri sapevano cosa stesse accadendo sui mercati e, nonostante i pareri discordi sulla solvibilità di Lehman, tutti erano convinti di una cosa: che gli asset immobiliari della banca fossero sopravvalutati. Non valevano i 54 miliardi di dollari iscritti a bilancio, quel valore sembrava a tutti esagerato. Se quegli asset fossero stati valutati anche solo la metà (il che era uno scenario probabile), con una perdita quindi di 27 miliardi, il capitale di 28 miliardi di Lehman si sarebbe di fatto azzerato, come temeva la Fed.
L’amministratore delegato di Bank of America, Ken Lewis, in un messaggio inviato al segretario del Tesoro del governo Bush, Henry Paulson, qualche giorno prima che Lehman dichiarasse bancarotta e quando ancora Bank of America stava valutando se acquistare Lehman con il supporto del Tesoro, scrisse che non solo gli asset immobiliari, ma anche tutti gli altri erano sopravvalutati di almeno 60-70 miliardi.
L’amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon, davanti alla Commissione di inchiesta sulla crisi bancaria (Fcic), testimoniò: “Se mi chiedete cosa significa essere solventi? La risposta è non lo so, non so rispondere”. Lehman era in teoria solvente nei numeri, ma aveva finanziato i suoi asset con una forte leva, cioè con poco capitale e molto debito e soprattutto attraverso finanziamenti a breve termine. Lo avevano fatto tutte le banche d’affari, ma l’azzardo di Lehman era stato superiore a tutti. Con il venir meno dei finanziatori - la fuga in atto da qualche mese - la sua sopravvivenza era a rischio, perché non poteva più contrarre nuovi debiti per pagare quelli in scadenza.
La crisi del 2008 spiegata bene ft @StartingFinance
Il Ruolo dei Repo e le Pratiche Contabili di Lehman
Ciò che rendeva Lehman Brothers più inaffidabile delle altre banche d'affari erano i suoi investimenti immobiliari e il modo con cui si finanziava: 7,9 miliardi di “pagherò” non garantiti e quasi 200 miliardi (197 miliardi) di pronti contro termine, i “Repo”, alla fine del primo trimestre 2008. Per non parlare di 900.000 contratti derivati con migliaia di controparti per lo più sconosciute.
Sui Repo, Lehman Brothers aveva costruito un castello di carte, una serie di artifici finanziari che avevano portato le voci più critiche a sostenere che i bilanci della banca fossero falsi. I Repo sono operazioni neutre in cui una parte trasferisce a un’altra un asset o azioni come garanzie collaterali per ricevere in cambio un prestito di breve periodo, con un accordo in cui si stabilisce come e quando da una parte riprendersi indietro gli asset e dall’altra ridare i soldi prestati più l’interesse pattuito. Sono quindi una cessione temporanea di un asset che deve essere riacquistato entro breve pagando qualcosa di più.
Lehman, tuttavia, senza che i suoi revisori dei conti dicessero nulla e con l’approvazione di avvocati ben pagati, li postava in bilancio come se fossero delle cessioni di asset vere e proprie. Utilizzava queste operazioni per decine di miliardi di dollari negli ultimi giorni dei trimestri per truccare i conti, perché faceva risultare questa cessione temporanea come una vendita e non come un prestito. In questo modo faceva vedere all’esterno che il proprio debito scendeva in virtù di queste cessioni mentre in realtà rimaneva sempre identico o diventava addirittura più alto per gli interessi pagati.
La "fame" di Repo di Lehman Brothers era nota al mercato, tanto che gli asset che Lehman prestava, in genere titoli di Stato, non venivano considerati a valore pieno: per esempio se valevano 100 chi li prendeva in garanzia sfruttava il bisogno di liquidità della banca e li contava 90, cioè subivano uno sconto. E se normalmente si richiedeva un interesse del 2%, per Lehman oscillava tra il 5 e l’8%, a seconda delle garanzie che venivano date. Da qui i nomi usati in gergo da chi costruiva quelle operazioni di Repo 105, quando a garanzia venivano dati titoli a reddito fisso con l'interesse al 5%, e Repo 108, quando si usavano azioni e un tasso dell'8%. Grazie all’uso dei Repo, Lehman ha ridotto il proprio bilancio di 38,6 miliardi nel quarto trimestre 2007, 49,1 miliardi nel primo trimestre 2008 e di 50,38 miliardi nel secondo.
Ernst & Young, la società di audit di Lehman, non ha mai detto nulla di fronte a queste operazioni. Lehman faceva gran parte dei Repo attraverso la Lehman Brothers International Europe, la filiale di Londra. A fare questo genere di business con Lehman, oltre a Dreyfus e Federated Investor, c'erano il fondo Usa Fidelity, l’inglese Barclays, la svizzera Ubs, le giapponesi Mizuho Bank e Mitsubishi Ufj financial group, la belga Kbc bank, la tedesca Deutsche Bank e la olandese Abn Amro.
Il Punto di Non Ritorno e il Mancato Salvataggio
È l’entrata in crisi del sistema dei Repo a provocare l’avvitamento di Lehman Brothers. Il 4 settembre la banca anticipa a JPMorgan, la sua banca depositaria per i Repo, i risultati del terzo trimestre con una perdita di 3,9 miliardi di dollari. L’8 settembre i dirigenti della Federal Reserve di New York ricevono un documento da Lehman in cui si scrive che l’esposizione in Repo della banca è di circa 200 miliardi di dollari: tanto per capire, quella di Bear Stearns prima di fallire era tra i 50 e gli 80 miliardi. A salvare Bear Stearns fu proprio JPMorgan, ma ora è la stessa JPMorgan a non fidarsi più.
Già a luglio, quando fu comunicata la perdita della seconda trimestrale, alcune controparti sui Repo abbandonarono Lehman. Al venir meno dei finanziatori in Repo, JPMorgan chiede a Lehman più garanzie e studia un piano di salvataggio. La banca suggerisce di dividere Lehman in due e formare una bad e una good bank, ipotizzando l’ingresso nel capitale della Korea Development Bank e la vendita della divisione di investment banking insieme a buona parte degli asset immobiliari. Il piano svanisce nel giro di pochi giorni perché il 9 settembre salta il possibile intervento della banca coreana e il titolo precipita in Borsa a 7,7 dollari. Quel giorno, per poter continuare a lavorare, JPMorgan chiede 5 miliardi di garanzia a Lehman che ne concede solo 3,6. Fuld non sa come uscire dall’impasse e capisce di essere nelle mani di Jamie Dimon a cui chiede un prestito ponte per traghettare la banca fino al primo trimestre dell’esercizio successivo.

Mercoledì 10 settembre Lehman annuncia al mercato i risultati in perdita e arriva un terremoto sui Repo. Gli investitori fuggono a gambe levate: Fidelity fa sapere che entro venerdì ridurrà la propria esposizione in Repo con Lehman da 12 miliardi a meno di 2 miliardi. È un segnale inequivocabile per il mercato, perché uno dei più grandi fondi di investimento inizia a prendere le distanze da Lehman.
La palla passa in mano alla Banca centrale e a valutare le possibilità in campo è la vicepresidente della Fed di New York, Patricia Mosser: “Ci sono tre opzioni 1) trovare un compratore a qualsiasi prezzo 2) liquidare gli affari di Lehman 3) spingerla in bancarotta”. Quanto alla prima, secondo Mosser, sarebbe servito il supporto della Fed, ma non attraverso Maiden Lane, la società che aveva già prestato soldi a Bear Stearns (e che poi li avrebbe prestati ad AIG) e nemmeno attraverso un ingresso nel capitale da parte della Fed. L’azzardo morale e i costi di reputazione sarebbero stati troppo alti. Se la Fed avesse concesso un altro investimento in azioni, sarebbe passata l’idea che quel che aveva fatto a marzo sarebbe stato da lì in poi abituale, una opzione peggiore della soluzione 3). Si lavora pertanto alla liquidazione, tanto che lo stesso giorno dell’annuncio dei risultati del terzo trimestre la Fed stava predisponendo un consorzio di liquidazione a cui avrebbero dovuto partecipare i rappresentanti delle società che avevano in essere Repo, credit default swap e derivati over the counter con Lehman, ovvero le controparti che avrebbero subito un danno se Lehman fosse fallita. Insieme avrebbero dovuto trovare una soluzione di sistema.
Parallelamente quella sera di mercoledì 10, il segretario del Tesoro Paulson tenta anche la strada di un compratore e telefona al numero uno di Bank of America, Ken Lewis, per chiedere di valutare l’acquisto. Lewis tentenna, non risponde subito, ma il giorno successivo dopo l’analisi dei libri della banca e sostiene che gli asset sono sopravvalutati e che non avrebbe fatto nulla senza il supporto del governo, che però non intende intervenire.
Giovedì 11 settembre, il piano della Fed cambia e non punta più a un consorzio di liquidazione, ma si parla già di un gruppo per gestire il fallimento di Lehman. Quel giorno JPMorgan fiuta la malparata e chiede a Lehman altri 5 miliardi di dollari in garanzia per continuare a fornirgli linee di credito, ma Lehman risponde di non essere in grado di soddisfare quelle richieste. Il venerdì sera, Paulson convoca i "padri di famiglia", il nome con cui aveva indicato i capi delle principali banche Usa, alla Fed di New York per dir loro che per salvare Lehman serve una soluzione “privata”, non pubblica. Da loro devono arrivare le vie possibili, perché tutto il sistema corre un rischio troppo grande.
Il presidente della Federal Reserve, Ben Bernanke, il presidente della Federal Reserve di New York, Timothy Geithner, il segretario del Tesoro, Henry Paulson, e il presidente della SEC, l’Autorità che vigila sui mercati Usa, Christopher Cox, erano convinti che Lehman avesse un "buco di bilancio" troppo grande per essere coperto. Alla fine prevalse la loro linea. Nessuno acquistò Lehman e non si trovò nemmeno un accordo per salvarla.
Le Conseguenze Immediate del Fallimento di Lehman Brothers
Il 15 settembre Lehman Brothers portò i libri in tribunale, mentre fu predisposto un piano per salvare le altre banche d’affari Usa. Il 14 settembre, un giorno prima del fallimento, Bank of America fu dirottata ad acquistare Merrill Lynch, indicata come la prossima vittima dopo Lehman. Il 22 settembre, invece, la Fed permise a Morgan Stanley e Goldman Sachs di trasformarsi in banche commerciali, con la possibilità quindi di accedere alla liquidità erogata dalla stessa Fed, una possibilità che a Lehman Brothers fu negata. Nel giro di un weekend di fatto sparirono tutte le banche d’affari Usa.

Il crollo di Lehman e, ancor più, il collasso di AIG, la più grande compagnia di assicurazioni del mondo, scatenarono una crisi finanziaria di portata globale, innescando una recessione mondiale che causò perdite di decine di migliaia di miliardi di dollari e portò alla disoccupazione di 30 milioni di persone. Inoltre, tutte le banche d’investimento del mondo detenevano una grande quantità di derivati legati ai mutui e ad altri prestiti, compresi quelli per automobili, istruzione e carte di credito.
Gli indici di Borsa iniziarono a collassare. Il Dow Jones quella giornata perse 504 punti, il crollo più significativo dopo quello del 17 settembre 2001: il primo giorno di apertura dei mercati dopo l’attentato alle Torri gemelle.
Il Contesto delle Due Crisi Gemelle: 1929 e 2008
La crisi del 2008 e quella del 1929 sono state definite “crisi gemelle” per le loro cause comuni, essenzialmente l’enorme debito creato dall’innovazione finanziaria spinta da una esagerata avidità. Negli anni Venti la novità era rappresentata dalle famiglie che si indebitavano per comprare il nuovo prodotto lanciato dal capitalismo monopolistico, le azioni di borsa. Nel 2008, troviamo ancora protagonista il debito e l’innovazione finanziaria, diventata stavolta più sofisticata con l’invenzione della cosiddetta finanza derivata. Innovazione finanziaria spinta soprattutto dall’avidità del settore bancario che offriva generosamente prestiti per impacchettare i vecchi debiti in quelli nuovi.
Se le cause sono le stesse, completamente differenti sono stati invece gli esiti, oltre che la comune e pesante recessione. Dalla crisi del 1929, protratta per qualche anno dalle politiche allora liberiste e protezionistiche dello sfortunato presidente Herbert Hoover, si è usciti solo nel 1933 con la nuova presidenza Roosevelt e il New Deal, che "incatenò il capitalismo" con nuove leggi bancarie come la Glass-Steagall. La crisi del 2008 ha invece portato l’economia su di un binario completamente differente, lasciando da parte le cause e concentrandosi sugli effetti immediati, la caduta del PIL e l’aumento della disoccupazione.
Il colossale debito accumulato ed esploso con la crisi è stato pagato dai contribuenti con il debito pubblico e con la creazione di moneta, due rimedi classici. È mancato completamente il coraggio di regolare la finanza, approvando ad esempio nuova normativa internazionale del tipo Glass-Steagall che ponesse un freno alla miriade di prodotti finanziari tossici che il mercato finanziario produce. Il capitalismo finanziario in coma nel 2008 è stato salvato dallo stato e dalle banche. Esemplare è il caso degli Usa, dove i disavanzi annuali del bilancio pubblico dopo il 2008 sono arrivati anche al 10% del PIL. Il debito privato è stato trasformato in debito pubblico e le enormi perdite sono state socializzate. Prima della crisi il debito Usa era di 9.492 miliardi, ora ha raggiunto la cifra astronomica di 34.831 miliardi, un aumento del 400% in appena quindici anni e la crescita non sembra fermarsi.
Più paradossale è stata invece la vicenda monetaria. Per salvare il sistema bancario dalla catena di fallimenti, le banche centrali hanno capovolto ogni sana regola finanziaria, cominciando prima negli Usa e poi nella UE ad acquistare in maniera massiccia titoli e obbligazioni che il mercato non voleva. Di conseguenza il bilancio della Federal Reserve si è gonfiato a dismisura. Prima della crisi la Fed possedeva titoli per 918 miliardi, diventati 2.187 appena l’anno dopo. Il diluvio monetario non si è per nulla esaurito ed è arrivato nel 2022 all’astronomica cifra di 8.932 miliardi, con un aumento del 1000% rispetto a prima della crisi. Queste manovre sono state chiamate non convenzionali, con un certo pudore, ma avrebbero dovuto chiamarsi disperate secondo la dottrina tradizionale. Lo stesso è accaduto con la BCE il cui bilancio è triplicato.
I Protagonisti del Collasso di Lehman Brothers e il Loro Destino
A 15 anni di distanza, molti responsabili della grande crisi finanziaria culminata con il fallimento di Lehman Brothers sono spariti dalla scena pubblica o hanno intrapreso nuove strade.
Richard Fuld, il CEO di Lehman Brothers al momento del suo crollo, è stato oggetto di intense critiche per la gestione della banca e per il suo ruolo nella crisi finanziaria globale. Nel 2018, Fuld è stato coinvolto in varie iniziative imprenditoriali e ha fondato la sua azienda di consulenza finanziaria chiamata “Matrix Advisors”. Ha continuato a essere un personaggio controverso nel mondo finanziario, ma non ha più ricoperto una posizione di rilievo nel settore bancario.
Ben Bernanke, l’ex presidente della Federal Reserve che si trovò a gestire lo tsunami Lehman, continua ancora oggi a lavorare nel mondo economico ed è consulente di grandi fondi di investimento.
Henry Paulson era all’epoca Segretario al Tesoro Usa, ed è stata sua la decisione di lasciare fallire Lehman Brothers; oggi dirige il think tank Paulson Institute, che si occupa soprattutto di ambiente e crescita sostenibile e si trova all’interno dell’Università di Chicago.
Nuovi Scenari di Crisi: Lezioni Apprese o Dimenticate?
Ogni volta che c’è una banca in crisi, i paragoni con Lehman Brothers vengono sempre fatti. Questa estate è scoppiata la crisi immobiliare cinese. Colossi come Evergrande o il promotore immobiliare Country Garden sono finiti sull’orlo del fallimento e diversi analisti si sono spinti a fare paragoni col caso Lehman. Anche il fallimento di Silicon Valley Bank (SVB) nel marzo 2023 riportò alla mente il crollo del 2008, come anche la crisi di Credit Suisse.
Il fallimento della banca californiana delle start-up, SVB, aveva inizialmente riportato la paura di un evento simile a Lehman Brothers nei mercati finanziari. Questa preoccupazione è poi aumentata ulteriormente con la crisi che ha coinvolto Credit Suisse in Svizzera, insieme ai suoi titoli obbligazionari. La banca è stata salvata attraverso un’operazione orchestrata dalla Swiss National Bank, che l’ha praticamente fusa con la sua rivale UBS.
Durante quelle turbolente settimane di marzo, il dramma di Credit Suisse ha alimentato il timore in Europa che altre banche europee potessero essere contagiate dalla crisi. Tuttavia, quando sembrava che la tempesta della californiana SVB fosse passata, è emerso il caso di First Republic, una banca regionale che JPMorgan, il colosso di Wall Street, aveva cercato di stabilizzare attraverso diverse iniezioni di liquidità e che alla fine è stata acquisita dalla stessa First Republic. Da allora, la tensione, almeno per quanto riguarda le banche, si è in qualche modo attenuata.
La situazione di Evergrande e la crisi di Lehman Brothers sono diverse, nonostante molti accostamenti. In Cina, c’è stata una bolla speculativa legata a programmi di sviluppo immobiliare ambiziosi, attirando investitori con la promessa di futuri guadagni dalla vendita di proprietà. La crisi del 2008 negli Stati Uniti è stata causata da mutui concessi a debitori ad alto rischio, le cosiddette “subprime”, che poi sono stati cartolarizzati in veicoli finanziari.

Il Settore Automobilistico Tedesco e le Nuove Sfide
L’industria automobilistica tedesca è riconosciuta in tutto il mondo come massimo esempio di innovazione e alta qualità. Possedere un’auto tedesca rappresenta uno status symbol e le case automobilistiche trainano l’economia del paese, contribuendo per circa il 5% del PIL e dando lavoro a oltre 770.000 persone. Tuttavia le cose non stanno andando come previsto e le big tedesche Mercedes, BMW e Volkswagen hanno dovuto rivedere verso il basso le loro stime economiche per il 2024, con conseguenze piuttosto pesanti in borsa. La Volkswagen ha addirittura paventato la possibilità di chiudere uno stabilimento in Germania, dichiarando “abbiamo uno a due anni per salvarci”.
Non si può ricondurre tutto a un solo evento, ma a un insieme di fattori che hanno minato le basi del settore automobilistico tedesco.
La Questione Cinese: La Cina fino a pochi anni fa era il primo mercato di esportazione per i costruttori tedeschi. Un paese nel quale le case straniere contavano per più del 50% delle vendite. Oggi sono intorno al 30%, una perdita importante che è andata a favore dei costruttori locali: i cinesi comprano sempre più auto cinesi. Chi ne ha fatto maggiormente le spese sono stati i costruttori tedeschi, che non sono riusciti a intercettare la forte espansione del mercato avvenuta negli ultimi 5-10 anni. Inoltre la Cina ha puntato molto sulle nuove tecnologie e sull’auto elettrica generosamente finanziata con sussidi statali e facendo sistema nel creare una catena del valore che va dalle batterie al software.
La Geopolitica: C’è poi un importante motivo geopolitico, strettamente legato alla guerra tra Russia e Ucraina e alle sanzioni che i paesi occidentali hanno riservato a Mosca, ma che hanno avuto forti ripercussioni soprattutto sulla stessa Germania. La produzione automobilistica tedesca basava molta della sua competitività proprio sulla disponibilità di energia a basso costo garantita dal gas russo. Il basso prezzo dell’energia bilanciava il prezzo maggiore per la manodopera. Una volta chiusi i rubinetti del gas proveniente dalla Russia, le bollette energetiche sono schizzate verso l’alto, facendo abbassare i profitti.
Il Caso DR Automobiles: Un Esempio di Evoluzione nel Settore Auto
Nel panorama automobilistico italiano, il gruppo DR Automobiles S.r.l. rappresenta un esempio interessante di come un'azienda si sia evoluta e adattata alle dinamiche del mercato, anche in un periodo di forti cambiamenti.
Nel 2006 nasce il marchio DR, iniziando a importare componenti di autovetture prodotti dalle case automobilistiche cinesi (Chery Automobile, JAC Motors, BAIC Group e Dongfeng Motor Corporation), assemblandoli su licenza e commercializzandoli, anche a noleggio. L'azienda possiede uno stabilimento produttivo a Macchia d'Isernia, con una produzione, per montaggio di alcuni componenti di provenienza cinese e impianti a gas, a regime previsto nel 2010 di circa cento autovetture al giorno.
Inizialmente, la vendita delle automobili avveniva tramite un accordo con una rete di supermercati e ipermercati, come Iper, una scelta dovuta alla necessità di farsi conoscere da un'ampia clientela non disponendo di una propria rete di vendita. Nel dicembre del 2009, in contemporanea al lancio della DR 1, la DR inaugura la propria rete di vendita italiana cessando il contratto con il Gruppo Finiper. Al 2011 si contavano settanta concessionarie e più di cento officine autorizzate. I veicoli DR sono commercializzati in diversi paesi dell'Unione europea e nel dettaglio: Bulgaria, Francia (un rivenditore) e Spagna.
La prima vettura commercializzata dalla Casa è un SUV compatto di segmento C, la DR 5, versione rimarchiata e riomologata secondo gli standard europei della Chery Tiggo 3. Il DR 5 è stato presentato, insieme alla versione tre porte DR 3, in veste di prototipo al 31º Motor Show di Bologna nel 2006. Il primo esemplare di DR 5 nasce il 15 novembre 2007 assemblato in kit (semi-knock down) a Macchia d'Isernia con componenti importati dallo stabilimento Chery in Cina. Alla fine del 2008, in occasione del Motor Show di Bologna, vengono presentati altri due modelli: una nuova versione della DR 3, sempre basata sul modello della Jonway ma con estetica rivista, e la city car DR 1, derivata dal modello Chery Riich M1.
Nel corso degli anni, DR ha continuato a espandere la sua gamma, introducendo nuovi modelli e aggiornamenti. Al Motor Show di Bologna 2010 vengono presentate due anteprime mondiali e una nazionale: una nuova DR 3 in versione berlina a cinque porte ricavata dalla Chery Fulwin 2; la DR CityWagon, una piccola station wagon basata sulla DR 1; e infine la DR 1 Elettrica. Nel mese di agosto 2013 viene presentata la DR City Cross, un'auto di piccole dimensioni dalla caratterizzazione estetica crossover e assetto rialzato. L'anno successivo, con l'uscita di produzione delle DR 1 e DR 2, la casa presenta la piccola DR Zero, versione rimarchiata della Chery QQ di seconda generazione.
Al Bologna Motor Show 2016, la DR presenta, oltre alla DR Zero WR, i nuovi crossover DR 3, DR 4, DR EVO 5 (un restyling della precedente DR 5), e il modello di punta DR 6. Si aggiunge inoltre al listino l'inedita DR 5 Anniversary, che celebra i 10 anni dalla prima serie di DR 5. Questi nuovi modelli, entrati tutti a listino tra il 2017 e il 2018, saranno determinanti nell'aumento delle vendite del marchio che, dopo aver toccato il record negativo di sole 360 unità nel 2014 e aver affrontato una crisi molto forte, si riprende e nel 2018 vende ben 1501 veicoli, risultato quasi quadruplicato rispetto all'anno precedente e che riavvicina il marchio ai buoni risultati ottenuti alla fine del decennio precedente.
Al salone di Ginevra nel marzo 2019 viene presentata la DR 3 EV, versione a motore elettrico della DR 3 basata sulla Chery Tiggo 3xe. Il 2020 è un anno di notevole importanza per DR: la DR EVO 5 cambia nome e diventa semplicemente DR EVO; successivamente debutta sul mercato la nuova DR 5.0. Ad aprile 2020 viene presentato il piccolo SUV elettrico EVO Electric, prima vettura elettrica del Marchio.
Nel 2021 fanno il loro debutto al Milano Monza Open-Air Motor Show la versione aggiornata della 5.0, con alcune modifiche estetiche e interni completamente ridisegnati, e la nuova SUV 6.0 (basata sulla Chery Tiggo 7 Pro) che diventa la nuova ammiraglia del marchio. Le vendite segnano il nuovo record di 8.362 unità, risultato più che raddoppiato rispetto all'anno precedente.
Il 2022 è un anno d'oro per DR, con quasi 25.000 veicoli nuovi immatricolati e una quota di mercato in Italia pari all'1,86%, mentre il fatturato è salito a 448 milioni di euro. L'anno successivo prevede inizialmente l'entrata a listino delle 5.0 e 6.0 presentate nel 2021; al Milano Monza Open-Air Motor Show vengono invece presentate la DR 3.0 (evoluzione del DR 3) e il nuovo SUV 7.0.
Il 2023 si apre con numerose novità: oltre all'entrata a listino dei tre veicoli presentati al Milano Monza Open-Air Motor Show nel 2022, si registra il ritorno nel segmento delle citycar con la nuova generazione della DR 1.0, citycar elettrica su base Chery eQ1 e prima elettrica del marchio a entrare in commercio, e il debutto assoluto nel settore dei veicoli cassonati con il DR PK8. Il 2023 registra un nuovo record di vendite in Italia con quasi 33.000 veicoli immatricolati.
Nel 2024 viene annunciata una nuova partnership con la cinese Dongfeng Motor Corporation, che porterà alla produzione di tre modelli con il marchio Tiger. Nel 2026 avviene un progressivo renaming dei modelli che - con l'arrivo delle nuove generazioni - perdono il "punto zero" dopo il numero, tornando quindi alle origini. Inoltre, il logo DR perde l'ormai particolare e caratteristica posizione a sinistra della mascherina, per "migrare" al cofano motore, posizionandosi al centro, appena sopra la calandra delle vetture.

Il gruppo DR ha introdotto anche altri marchi, come EVO e ICKX. Il marchio EVO ha visto l'introduzione di modelli come EVO Electric (poi EVO 3 Electric), EVO 3, EVO 4, EVO 5, EVO Cross 4 e la nuova ammiraglia EVO 7. Per quanto riguarda ICKX, il fuoristrada ICKX K2 è stato presentato al Milano Monza Open-Air Motor Show. Tuttavia, il nome del marchio ha generato controversie legali con l'ex pilota Jacky Ickx, che ha avviato una causa per uso illecito e non autorizzato del proprio nome. Secondo alcune interpretazioni, il tribunale di Torino avrebbe sostenuto la tesi del pilota, vietando a DR di utilizzare il marchio. L'azienda ha tuttavia parzialmente smentito la notizia, sostenendo che nessuna sentenza sarebbe stata emessa.
L'espansione e l'adattamento di DR Automobiles nel mercato automobilistico italiano, con partnership strategiche e l'introduzione di nuovi marchi e modelli, evidenziano la dinamicità del settore e la costante ricerca di soluzioni innovative per affrontare le sfide del mercato.
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