Le Corde Invisibili: Un filo comune tra le poesie di Ungaretti

Giuseppe Ungaretti, figura preminente della letteratura italiana del XX secolo, è spesso collocato all'interno della corrente letteraria dell'Ermetismo, sviluppatasi nella prima parte del Novecento. Il termine "ermetismo" significa "perfettamente chiuso", ma anche "arcano, misterioso", indicando una poesia che non racconta, non descrive, non spiega, ma fissa sulla pagina frammenti di verità raggiunti in momenti di grazia, attraverso la rivelazione poetica e non con l'influenza della ragione. La poesia di Ungaretti, pur evolvendosi nel tempo, mantiene costantemente una tensione verso una poesia pura e assoluta, quasi metafisica, sopravvivendo in contesti tematici e stilistici diversi. Le sue opere, inizialmente caratterizzate da componimenti brevissimi e parole essenziali, compresi principalmente nella raccolta "L'Allegria" (1919), passano poi a lavori più complessi e articolati. Una terza fase, segnata dal dolore per la perdita prematura del figlio, ha compreso opere meditative con un'intensa riflessione sul destino umano, mentre negli ultimi anni le sue poesie furono specchio della saggezza, ma anche del distacco e della tristezza dell'età avanzata.

Ritratto di Giuseppe Ungaretti

Il Lacerante Silenzio e la Riforma della Forma Poetica

Le poesie di Ungaretti si distinguono marcatamente da quelle degli altri poeti, introducendo elementi formali rivoluzionari che diventeranno marchi distintivi della sua poetica. La mancanza della punteggiatura conferisce alla poesia un senso di dolore, interrompendo il flusso tradizionale del verso e obbligando il lettore a una pausa, a una riflessione sul significato intrinseco delle parole. Anche gli spazi tra una strofa e l'altra sono importanti, poiché donano alla poesia un ritmo simile a un singhiozzo, una cadenza spezzata che mima l'emozione e la difficoltà di esprimere l'indicibile. Questa disgregazione del verso, che aggredisce qualsiasi impostazione stilistica tradizionale, toglie la punteggiatura e rende poetiche parole "vuote" (come preposizioni e articoli), creando spazi bianchi attorno alle parole per suggerire il loro emergere dal silenzio dell'anima.

Il titolo, nelle poesie ermetiche, è di fondamentale importanza. In esso, infatti, è racchiuso l'intero significato della poesia e, a volte, ne è racchiusa la morale. Questa importanza è evidente in componimenti come "Soldati" (originariamente intitolata "Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie") o "Mattino" ("M'illumino d'immenso"), dove il titolo offre una chiave di lettura essenziale per comprendere la profondità e la concisione del testo. Ungaretti rielabora in modo molto originale il messaggio formale dei simbolisti, in particolare dei versi spezzati e senza punteggiatura dei "Calligrammes" di Guillaume Apollinaire, coniugandolo con l'esperienza atroce del male e della morte nella guerra. Questa rottura con le regole tradizionali della poesia permette una tensione espressionistica che nasce dall'urgenza biografica, esaltando la parola in sé stessa come in una sorta di "religione della parola". Il verso e la parola, molto spesso, coincidono, perché il poeta aveva bisogno di esprimere molto con poche parole, dettato anche dalla contingenza del fronte: "Le poesie dell'Allegria sono scritte per dire con la massima precisione possibile (non si arriva mai ad esprimersi con precisione), ma, insomma, per dire con la massima approssimazione quello che sentivo: dire così in pochissime parole… Non c'era tempo."

GIUSEPPE UNGARETTI - vita, opere e poetica

La Guerra come Cifra Esistenziale: Dolore, Fragilità e Fraternità

L'esperienza della Prima Guerra Mondiale è un elemento cardine che attraversa e unifica gran parte della produzione poetica di Ungaretti, in particolare quella contenuta ne "L'Allegria". Il motivo autobiografico della guerra è talmente intrinseco che la sua poesia sarebbe forse incomprensibile senza collocarla in questo contesto. L'autenticità lampante dei versi conferisce loro uno spessore particolare, poiché, come afferma il poeta: "Io credo che non vi possa essere né sincerità né verità in un'opera d'arte se in primo luogo tale opera d'arte non sia una confessione."

In poesie come "Veglia", "San Martino del Carso" e "Fratelli", emerge in maniera potente la condizione del soldato, la sua fragilità e la sua profonda sofferenza.

Veglia (1915): Questa poesia descrive una nottata trascorsa accanto al cadavere di un compagno, con la bocca aperta in un ghigno di sofferenza rivolta alla luna e le mani gonfie che tormentano il poeta. Ungaretti veglia il compagno e osserva da vicino la morte: violenta, mostruosa, brutale, permanente. Qui il poeta esprime il suo pensiero riguardo la guerra e la vita, descrivendo il compagno morto e il suo parere sul conflitto. La vicinanza alla morte, un elemento che lo spaventa, lo porta a riflettere sulla sua stessa esistenza. La poesia è un inno alla vita, nata dalla visione di soldati amici e nemici che perdono la vita. "Non sono mai stato tanto attaccato alla vita" è una frase che riassume la tensione vitale che scaturisce dalla visione della morte.

San Martino del Carso (1916): Questa poesia tratta degli effetti devastanti della guerra, che non risparmia nulla, dello strazio che la morte porta nel mondo e nel cuore del poeta. Le case sono distrutte, e delle persone che vivevano nel paese sono morte o mutilate. All'inizio prevale l'immagine della distruzione del paese, ormai fatto solo di macerie e rovine; poi, il poeta si focalizza maggiormente sul proprio stato d'animo. Ungaretti trova una forte analogia tra le immagini del mondo esterno e il sentimento interiore del suo cuore. La condizione del paese devastato è del tutto analoga a quella del cuore del poeta, come confermano i due versi finali: "è il mio cuore il paese più straziato." Il ricordo degli amici scomparsi è presente e vivo nel cuore del poeta e vi rimarrà per sempre; ciò che rimane in mezzo a tanta distruzione senza speranza è proprio il cuore del poeta e il suo dolore, che ha il potere di redimere quell'umanità che sembrava perduta.

Soldati in trincea durante la Prima Guerra Mondiale

Fratelli (1916): La domanda "Di che reggimento siete fratelli?" risuona nella notte, tremante. La parola "fratelli" esprime un desiderio di pace nell'aria piena di sofferenza degli uomini, una rivolta spontanea alla guerra dell'uomo con la sua debolezza. Nel dramma della guerra, il testo è un inno alla solidarietà umana, scritto in uno dei momenti più duri della storia mondiale. L'immagine della "foglia appena nata" associata alla parola "fratelli" può essere intesa come una parola incerta, insicura, fragile, frutto di un rapporto di amicizia appena nato o di uno che non potrà durare, facilmente spazzato via. Questa poesia introduce il tema della fratellanza, intesa come l'esistenza umana che accomuna tutti gli esseri umani.

Mani che si stringono in segno di fratellanza</tagtag></p><p>La guerra nel Carso è fonte di grande ispirazione per Ungaretti, il quale scrive in trincea diverse poesie, prima apparse sulla rivista «Lacerba» nel 1915 e poi pubblicate, nel dicembre 1916, nella raccolta

La Ricerca dell'Assoluto e del Mistero: Tra Sacro e Profano

Ungaretti è stato un precursore dell'Ermetismo e le sue parole ci avvicinano alla verità, lasciando però sempre aperto uno spazio: una continua, incessante approssimazione all'assoluto. Per Ungaretti, il mistero è qualcosa che non possiamo capire e afferrare, eppure, per la nostra stessa natura di uomini, vogliamo sempre indagarlo. "Il mistero c'è, è in noi. Basta non dimenticarcene," dice il poeta, aggiungendo: "Il punto d'appoggio sarà il mistero, e mistero è il soffio che circola in noi e ci anima…". Tutto è misterioso, persino un fiore. Questa costante ricerca di un significato profondo, che trascende la realtà sensibile, è un altro filo rosso che lega le sue poesie.

In "Mattino" (M'illumino d'immenso), anche se la poesia è brevissima, Ungaretti riesce a esprimere la sua condizione esistenziale e l'intera corrente letteraria dell'Ermetismo. L'esperienza di un uomo che assiste al sorgere del sole dopo la notte, in pochi versi, diventa una rivelazione di una dimensione spirituale profonda. Questa poesia parla della natura e della poca importanza dell'uomo nel mondo, ma al contempo della sua capacità di connettersi con l'infinito.

Alba su un paesaggio desertico" style="max-width: 100%;">

Anche in poesie come "Risvegli", si trova un forte legame con la religione e la spiritualità, evidenziando come la ricerca dell'assoluto e del divino sia un tema ricorrente nella sua opera. Dopo una sofferta conversione religiosa, negli anni '30 Ungaretti si avvicina al cattolicesimo, una conversione che emerge nell'opera "Sentimento del Tempo" del 1933. Questo percorso interiore è un altro aspetto che lega le sue opere, mostrando un uomo costantemente alla ricerca di un senso, di una speranza, anche di fronte al dolore più insensato, come la morte del figlio.

La Memoria e l'Identità Perduta: L'Io del Poeta al Centro

La memoria è un tema cruciale in Ungaretti, non solo come ricordo personale ma come strumento per la costruzione dell'identità. In "I fiumi", Ungaretti parla di un momento intimo sulle rive del fiume Isonzo, mentre si trova in trincea. Il poeta decide di fare un bagno e, a contatto col fiume, ricorda altri tre fiumi che hanno rappresentato diverse fasi della sua vita: il Serchio le sue origini, il Nilo l'infanzia e l'adolescenza, la Senna gli studi e il diventare poeta, e l'Isonzo, infine, la guerra e un momento di pace in guerra. Questo viaggio attraverso i fiumi è un viaggio nella sua memoria, un tentativo di ricostruire la sua identità attraverso le esperienze passate e i luoghi che le hanno ospitate.

Mappa dei fiumi citati da Ungaretti

Il tema della memoria Bergsoniana, intesa come tempo di durata e non come tempo meccanico, è introdotto nella descrizione della sua vita e della sua poesia. Tutte le poesie di Ungaretti, raccolte nel volume "Vita d'un uomo", costituiscono una vera e propria autobiografia poetica. Ungaretti si è "inabissato nell'umanità" avendo come strumento la sua stessa vita, perché è nella nostra vita che conosciamo le altre vite.

Nel mistero della vita, in quel "porto sepolto", dice Ungaretti, "Vi arriva il poeta / e poi torna alla luce con i suoi canti / e li disperde." È il segreto di questa poesia, improvvisamente emersa, che non può esaurirsi perché è dentro ognuno di noi. La memoria non è solo ricordo nostalgico, ma un processo attivo di rielaborazione del passato per dare un senso al presente e al futuro. La costante presenza dei lutti familiari, dalla morte del padre, all'amico d'infanzia Moammed Sceab (suicida), fino alla straziante perdita del figlio Antonietto, segna profondamente la sua poetica, trasformando il dolore in un canto altissimo e puro che rimanda sempre a un amore tenerissimo e orgoglioso verso la vita. Il "Dolore" è un libro di confessioni, un testimone dei lutti che si abbatterono sul poeta, un'esperienza che egli stesso descrive come il momento in cui gli fu "strappata la parte migliore di me".

L'Universalità della Condizione Umana e la Caducità

Un aspetto fondamentale che accomuna le poesie di Ungaretti è la riflessione sulla condizione umana universale, in particolare sulla caducità della vita e sulla precarietà dell'esistenza.

In "Soldati" (Si sta come d'autunno sugli alberi le foglie), una delle poesie più corte al mondo, Ungaretti riesce a veicolare un significato molto ampio. Scritta verso la fine della Prima Guerra Mondiale, questa poesia paragona la vita dei soldati, e per estensione di tutti gli uomini, alle foglie d'autunno: effimere, destinate a cadere. Già i Greci paragonavano le foglie che cadevano agli uomini, ma Ungaretti vuole creare un'analogia tra tutti gli uomini e le foglie, evidenziando come, in particolar modo in guerra, l'uomo tenda a cadere, a essere spazzato via con facilità. L'opera suggerisce l'incertezza del domani in un'età che non dovrebbe essere caratterizzata da una vita così precaria. I soldati, pur consapevoli della loro fragilità, riescono anche a comprendere che la caducità è una caratteristica peculiare dell'intera condizione umana e accomuna tutti gli uomini in un sentimento di dolorosa fraternità.

GIUSEPPE UNGARETTI - vita, opere e poetica

Anche in "Sono una creatura", Ungaretti descrive l'assoluta disumanità della guerra, ma soprattutto intesse una toccante riflessione sulla sofferenza umana che fa parte della vita, rimandando all'immagine della "pietra carsica" che è tanto gelida quanto inerte e insensibile al dolore, pur essendo essa stessa un'anima tormentata dal male. La poesia si sofferma sull'aridità che la guerra porta, equiparando l'uomo a una "creatura" che si consuma in questa sofferenza.

Il "non gridate più" di "Non gridate più" (1945), un breve componimento ideato dopo il bombardamento del Verano durante la Seconda Guerra Mondiale, è un grido di dolore e una preghiera agli uomini. Nelle poche righe del componimento, Ungaretti chiede agli uomini di provare un sentimento che troppo spesso si dimentica: la pietà. "Hanno un sussurro debole, / Non fanno più rumore / Del crescere dell'erba." L'argomento della poesia è l'odio scatenato dalla guerra, che continua a crescere, ma il poeta invita a non aggiungere altro odio ai morti, a rispettare il loro silenzio, che è ormai il silenzio della natura.

L'Evoluzione dello Stile e il Ritorno alla Tradizione

Seppur la sua poetica sia caratterizzata da un uso innovativo del linguaggio, in particolare nella fase iniziale de "L'Allegria", Ungaretti non fu mai imitatore di sé stesso. Il suo stile cambiò, sempre seguendo il suo cuore indomito e il suo spirito guerriero. Il passaggio a "Sentimento del tempo" (1933) segna un cambiamento non trascurabile, con la necessità per il poeta di ricollegarsi alla tradizione classica Petrarca-Leopardi attraverso il tramite del barocco.

In poesie come "L'isola" (1925), che entra a far parte di "Sentimento del Tempo", il poeta abbandona lo stile franto ed essenziale de "L'Allegria" e approda a una sorta di classicismo oscuro e barocco. "L'isola" è quasi un manifesto della nuova maniera. Il lessico è classicheggiante e semanticamente vago, la sintassi è involuta e aulica, l'impianto retorico barocco e virtuosistico, e la metrica decisamente tradizionale rispetto ai versicoli de "L'Allegria", con versi liberi ma in prevalenza endecasillabi, novenari e settenari. Nonostante questo ritorno alla tradizione, resta sempre la stessa importanza data alla parola, anche se l'esito è diverso: frasi più legate, vocaboli della tradizione letteraria, versi più sfumati che si contrappongono alla forza lapidaria di quelli dell'Allegria. Questo perché il tempo interiore si distende, si mostra simile a un mare in cui ogni pensiero, ogni azione sprofonda, perdendosi.

Tra il primo e il secondo Ungaretti esistono, tuttavia, anche delle continuità che non vanno ignorate. La tensione verso una poesia pura e assoluta, quasi metafisica, sopravvive in un diverso contesto tematico e stilistico. Questa ricerca di un "ordine" è giustificata dallo stesso Ungaretti: "Le mie preoccupazioni in quei primi anni del dopoguerra […] erano tutte tese a ritrovare un ordine."

In definitiva, le poesie di Ungaretti, pur nella loro diversità stilistica e tematica, sono accomunate da una profonda riflessione esistenziale sulla vita, la morte, la sofferenza, la fratellanza e la ricerca di un senso ultimo. Il dolore, la memoria, la fragilità umana e il mistero dell'esistenza sono i fili invisibili che tessono la trama di un'opera complessa e profondamente umana, che continua a risuonare nella coscienza del lettore.

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