Mohandas Karamchand Gandhi, conosciuto universalmente con l'appellativo onorifico di Mahatma, che in sanscrito significa "Grande Anima", o anche Bapu ("padre"), è stato una delle personalità più influenti del XX secolo. La sua vita, segnata da un profondo impegno politico e spirituale, ha lasciato un'impronta indelebile nella storia, innescando la fine del colonialismo e ispirando movimenti per i diritti civili in tutto il mondo. La sua dottrina della nonviolenza, denominata Satyagraha, ha rappresentato un principio rivoluzionario eversivo, dimostrando che la resistenza pacifica può essere uno strumento potente per il cambiamento sociale e politico.
Le Origini e la Formazione
Mohandas Karamchand Gandhi nacque il 2 ottobre 1869 a Porbandar, una città costiera della penisola del Kathiawar, nell'allora Raj britannico (oggi parte dello stato indiano del Gujarat). La sua famiglia era benestante, appartenente alla casta dei Baniani, composta da mercanti, commercianti e banchieri. Il suo stesso cognome, Gandhi, significa "droghiere", benché sia il padre che il nonno fossero uomini politici. Il padre era un diwan, ovvero primo ministro, del principato di Rajkot; la madre, quasi illetterata, era una donna molto pia, divisa tra i doveri domestici e i voti religiosi, alternando le quotidiane visite al tempio ai frequenti digiuni.
Nei primi anni di scuola, il piccolo Mohandas non possedeva particolari talenti. Anzi, le tabelline furono per lui un problema, come pure la pessima grafia, di cui si pentì anni dopo di non aver curato abbastanza. Era uno studente nella media, molto timido e impacciato, avido lettore e poco propenso alle attività fisiche.

A soli 13 anni, mentre ancora frequentava le medie, si sposò, o meglio fu sposato, come raccontò lo stesso Gandhi, alla coetanea Kasturba nel corso di uno sfarzoso matrimonio triplo (insieme a un fratello e un cugino). Si trattò delle tipiche nozze indù fra bambini, come si usava nell'India dell'Ottocento, pratica che in seguito condannò duramente. La gelosia fu il primo chiodo fisso nel rapporto con la moglie, l'altro fu quello di voler elevare culturalmente una moglie analfabeta. Kasturba gli sarebbe rimasta accanto sempre, come compagna di vita insostituibile e punto di riferimento per le sue lotte politiche.
Il padre morì dopo una lunga malattia quando Mohandas aveva 16 anni, lasciando la famiglia quasi in povertà. Affascinato dalla medicina, il ragazzo dovette ripiegare su una più redditizia carriera d'avvocato. La famiglia, che riponeva in lui la speranza di un ritorno al benessere, lo mandò a studiare legge in Inghilterra, Paese di cui l'India era allora un dominio.
Mahatma Gandhi arriva nel Regno Unito (1931) | British Pathé
Gli Studi a Londra e il Ritorno in India
Nel 1886, all'età di diciotto anni, l'anno dopo la tragica morte del padre, Gandhi partì per studiare da avvocato presso lo University College di Londra. Considerando l'impossibilità di rispettare i precetti induisti in Inghilterra, la sua casta si oppose alla partenza, e per questo motivo, il trasferimento gli costò l'abbandono della casta stessa. Nella capitale britannica, Gandhi si adattò alle abitudini inglesi, vestendosi e cercando di vivere come un vero gentleman. La sua proverbiale timidezza gli rese la vita difficile, e l'abito di flanella immacolata che indossava per scendere dal piroscafo lo fece apparire come una mosca bianca. L'etichetta europea esigeva ben altro, e Gandhi, per non sentirsi troppo diverso, imparò presto che l'abito faceva il monaco e ordinò una serie di completi, scarpe e cappelli tali da confondersi con un gentleman inglese. Provò anche a prendere lezioni di dizione, francese, ballo e violino, ma la necessità di risparmiare lo ricondusse ad abitudini più frugali.
Qui ebbe l'occasione di incontrare la teosofa Annie Besant e Helena Blavatsky, quest'ultima appena fuggita dall'India dove era stata accusata di frode. Della lettura del libro della Blavatsky The Key to Theosophy (La chiave alla teosofia) e dagli insegnamenti di Annie Besant, Gandhi scrisse che: «[…] aveva stimolato in me il desiderio di leggere libri sull'induismo e tolta la nozione curata dai missionari per cui l'induismo era pieno di superstizione». La teosofia rimase in lui ben impressa, tanto che il giorno stesso della sua morte comparirà sulla sua pubblicazione settimanale, Harijan, un suo articolo dove egli scrisse: "Sono arrivato alla conclusione che la Teosofia sia l'induismo in teoria, e l'induismo sia la teoria in pratica usata da Gandhi per combattere gli inglesi."
Due giorni dopo aver superato gli esami finali di Giurisprudenza, partì dall'Inghilterra il 12 giugno 1891 per far ritorno nella sua terra. Una volta sbarcato a Bombay, apprese che la sua cara madre, alla quale era molto affezionato, era deceduta. Con l'aiuto del fratello, venne riammesso nella sua casta e incominciò a praticare l'avvocatura. Tuttavia, superati gli esami universitari e tornato in India, capì ben presto di non essere un principe del foro. Non conosceva abbastanza bene le leggi indiane e poi era troppo timido: al suo primo controinterrogatorio in tribunale svenne sulla sedia e dovette rimborsare la parcella al cliente. Avrebbe avuto difficoltà a esercitare la sua professione perché le sue conoscenze erano soprattutto teoriche e non conosceva ancora bene il diritto indiano. Gandhi si trasferì allora a Rajkot, svolgendo il lavoro di avvocato.
L'Esperienza in Sudafrica e la Nascita della Satyagraha
A ventiquattro anni, nel 1893, la svolta: ricevette un'offerta di lavoro per seguire un processo civile in Sudafrica da parte della ditta indiana Dada Abdullah & C, che commerciava nella provincia del Natal, nell'allora Sudafrica britannico. Gandhi si trasferì lì, prendendo con sé una valigia e l'incarico di consulente legale. Fu in Sudafrica che entrò in contatto con il fenomeno dell'apartheid, ma anche con il pregiudizio razziale e le condizioni di quasi schiavitù nelle quali vivevano i suoi 150.000 connazionali. Questa situazione lo portò a un'evoluzione interiore profonda, trasformando un timido avvocato in un leader politico e spirituale.

L'Incidente sul Treno e la Consapevolezza
Fu durante il viaggio in treno da Durban a Pretoria che avvenne l'episodio chiave della sua vita: gli fu intimato dal capotreno di lasciare lo scompartimento di prima classe, per cui il giovane indiano aveva pagato un regolare biglietto, e spostarsi in terza, dove viaggiava la gente di colore. Gandhi si rifiutò di obbedire e venne espulso dalla prima classe e poi scaricato a forza dalla vettura, facendolo scendere alla stazione di Maritzburg. Nella cui sala d'aspetto Mohandas rimase a rimuginare tutta la notte sugli insulti ricevuti dai bianchi. Consapevole di aver subìto un torto e un abuso, il giovane avvocato iniziò un’azione legale nei confronti della compagnia ferroviaria. Diversi aneddoti sono stati raccontati direttamente da Gandhi a titolo di «esperienze di verità» e meritano di essere riportati per capire questo cambiamento: un giorno, in un tribunale di Durban, il magistrato gli domandò di togliere il turbante. Gandhi si rifiutò di obbedire e venne espulso dal tribunale. Questi incidenti, descritti in diverse biografie come punto di svolta della sua vita, sono anche quelli che hanno agito da catalizzatore per la sua militanza.
L'avvocato che doveva restare in Sudafrica pochi mesi ci rimase oltre vent'anni (dal 1893 al 1914), dedicandosi alla causa indiana per la profonda impressione ricevuta dalle condizioni sociali ed economiche dei suoi connazionali ivi residenti. Si prese a cuore la condizione di sfruttamento e discriminazione in cui vivevano circa 100.000 immigrati indiani, trattati come veri e propri servi dai loro padroni bianchi.
L'Elaborazione della Satyagraha e le Lotte in Sudafrica
Alla fine del suo contratto, Gandhi si preparava a rientrare in India. Durante la festa di addio indetta in suo onore, venne però a sapere che l'assemblea del Natal stava preparando una legge per abolire il diritto di voto degli indiani e per tassarli pesantemente a fine contratto nel caso non ritornassero in patria. Questi provvedimenti erano dettati dalla paura per la crescente ricchezza economica della comunità indiana. Gli ospiti di Gandhi gli chiesero di restare per essere aiutati, visto che non disponevano delle competenze per opporsi a questo progetto di legge.
Nei vent'anni della sua permanenza in Sudafrica, Gandhi elaborò e sperimentò i concetti fondamentali della dottrina e della tattica che poi, a partire dal 1920, avrebbe usato in India. Difese i suoi connazionali dai soprusi dell'apartheid, pretendendo per loro il diritto di voto, un'equa tassazione e il riconoscimento dei matrimoni misti. Organizzò la circolazione di diverse petizioni indirizzate al governo del Natal e a quello britannico contro questa legge. Nel 1893, Gandhi fondò il Natal Indian Congress, di cui divenne il segretario. Questo partito è considerato l'antesignano dell'African National Congress di Nelson Mandela.
Arrivò persino a organizzare un corpo volontario di portaferiti per affiancare gli inglesi nella Seconda guerra anglo-boera (e pretendere quindi gli stessi diritti), asserendo la necessità di un concreto supporto alle forze inglesi impegnate nel conflitto da parte della comunità indiana nel Paese, in modo tale da legittimare ulteriormente la loro richiesta di pari diritti agli indiani dell'Impero britannico.
Nel 1902 Gandhi ritornò con la sua famiglia, dove partecipò per la prima volta al Congresso Indiano, da cui ottenne una risoluzione a favore degli indiani del Sudafrica. Ormai leader degli indiani in Sudafrica, contribuì a fondare nel 1903 il giornale Indian Opinion.
L'anno successivo lesse con grande interesse i libri sacri dell'induismo e un saggio che lo convinse a operare profondi cambiamenti: Fino all'ultimo (Unto This Last) di John Ruskin. Gandhi era affascinato dalle teorie della rinuncia, e la lettura dei vari testi religiosi lo portò a dedurre che la rinuncia è la più alta forma di religiosità. Infatti, a 37 anni decise di prendere voto di castità, d'accordo con la moglie ma contro la sua religione. Nello stesso periodo iniziò quella che verrà poi identificata come la sua attività distintiva: il digiuno, come mezzo di purificazione e di autodominio.
Acquistò 100 acri (circa 50 ettari) a Phoenix, presso Durban, dove si stampò il giornale e dove risiederono la sua famiglia e i suoi collaboratori. Qui, tutti i membri della comunità, compresi i redattori di Indian Opinion, partecipavano ai lavori agricoli ed erano retribuiti con lo stesso salario indipendentemente dalla nazionalità o dal colore della pelle. Questa comunità, improntata sull'amore e la dignità, fu un centro di preparazione spirituale dove Gandhi imparò a fare tutti i lavori manuali, anche i più umili come la pulizia delle latrine, attività che in patria gli indiani riservavano alla casta degli intoccabili. Gandhi chiamava gli intoccabili "harijan", figli di Hari (Dio).
Nel 1906, fece voto di castità e sublimò le sue energie nell'impegno politico e nella pratica religiosa. Nello stesso anno, formulò una dottrina, la Satyagraha, o "forza della verità". Era nato un concetto in grado di cambiare il mondo, un principio rivoluzionario ed eversivo: la nonviolenza. Questa fu la grande lezione che Gandhi regalò al mondo: protestare sempre, ma secondo i principi della disobbedienza civile e della resistenza pacifica, mai con la lotta armata. Gandhi sperimentò la Satyagraha sulla propria pelle quando venne processato e incarcerato in Sudafrica. L'antico principio di origine induista e buddhista dell'ahimsa, che in sanscrito significa «non nuocere», ora applicato alla resistenza politica, avrebbe avuto un peso notevole nella storia del successo del movimento indipendentistico indiano. La nonviolenza di Gandhi non è sottomissione alla volontà di chi detiene il potere, ma la «ribellione della propria anima contro la volontà del tiranno».
Quando, nel 1905, il Congresso Indiano sfidò per la prima volta l'Impero britannico con un boicottaggio di tutte le merci britanniche, proposto da Banerjea Sureundranath, Gandhi vi aderì. L'anno successivo creò il Corpo Sanitario Indiano per portare assistenza nella guerra contro gli Zulu. Al suo ritorno dalla guerra, il governo del Transvaal votò una nuova legge, di chiaro stampo razzista, che obbligava gli indiani residenti nel Transvaal a essere schedati. Il piano venne adottato e portò a una lotta che durò sette anni. Migliaia di indiani, tra cui Gandhi, e cinesi vennero imprigionati e frustati per aver scioperato, per essersi rifiutati di iscriversi, per aver bruciato la propria carta di registrazione o per aver resistito in maniera nonviolenta. Le manifestazioni di protesta si intensificarono quando il governo del Transvaal rese illegali i matrimoni tra non cristiani. La disobbedienza culminò nel 1913 con lo sciopero e la marcia delle donne indiane. Malgrado il successo della repressione dei manifestanti indiani da parte del governo sudafricano, l'opinione pubblica reagì con vigore ai metodi estremamente duri applicati contro i pacifici manifestanti. Finalmente il generale Jan Christiaan Smuts venne obbligato a negoziare un compromesso con Gandhi.

Il Rientro in India e la Lotta per l'Indipendenza
Dopo aver lasciato definitivamente il Sudafrica nel 1914, Gandhi giunse in Inghilterra al momento dello scoppio della guerra contro la Germania. Qui offrì il suo aiuto nel servizio di ambulanza, ma una pleurite mal curata lo costrinse a ritornare in India. Vi giunse il 9 gennaio 1915: sbarcò nel porto di Mumbai dove venne festeggiato come un eroe nazionale.
Il leader del Congresso indiano Gopal Krishna Gokhale gli suggerì un anno di "silenzio politico", nel corso del quale fu invitato a viaggiare in treno per conoscere la vera India. Gandhi accettò e decise di percorrere il paese in lungo e in largo, di villaggio in villaggio, per incontrare l'anima indiana e conoscerne i bisogni.
Nel maggio 1915, fondò un âshram nella periferia di Ahmedabad, vicino al fiume Sabarmati, con i membri della comunità di Phoenix e altri amici. Questa venne chiamata Satyagraha Ashram. Gandhi era stato richiamato allo scopo di rafforzare il movimento indipendentista. In pochi anni, avviò un'azione di resistenza nonviolenta contro il potere illimitato del British Raj, il dominio britannico.
Nel 1918, partecipò alla Conferenza di Delhi per il reclutamento di truppe indiane e appoggiò la proposta per aiutare i britannici nello sforzo bellico. Nel Champaran, un distretto del Bihar, organizzò la disobbedienza civile di decine di migliaia di contadini senza terra che erano costretti a coltivare l'indigofera, la pianta da cui si ricava l'indaco, e altri prodotti di esportazione invece di coltivare gli alimenti necessari alla loro sussistenza. L'autorità locale tentò di processarlo e il culmine della crisi venne raggiunto quando Gandhi venne arrestato dalla polizia per «turbamento dell'ordine pubblico», ma l'accusa fu ritirata grazie all'efficacia dell'azione di Gandhi e alla presenza di centinaia di migliaia di manifestanti nei pressi del tribunale. Gandhi raccolse una grande quantità di dichiarazioni scritte dai mezzadri e cercò, senza successo, di dialogare coi proprietari per giungere a un compromesso. Finalmente l'autorità locale prese atto dell'esistenza del problema e istituì una Commissione, alla quale partecipò Gandhi, con il compito di indicare una soluzione. Quasi contemporaneamente, Gandhi apprese che i contadini del Kheda non ce la facevano a pagare le imposte a causa di una grave carestia. Gandhi organizzò i contadini, li istruì sul Satyagraha e promosse il loro sciopero che durò fino a quando si giunse a un accordo, dopo 21 giorni.
Il Massacro di Amritsar e l'Avvio del Movimento
Il 18 marzo 1919, venne approvato dal governo britannico il Rowlatt Act, che estendeva le restrizioni usate durante la guerra anche in tempo di pace. Gandhi si oppose con un movimento di disobbedienza civile che ebbe inizio il 6 aprile, con uno spettacolare hartal, uno sciopero generale della nazione con astensione di massa dal lavoro, accompagnato da preghiera e digiuno. Gandhi venne arrestato. Scoppiarono disordini in tutta l'India, tra cui il massacro di Amritsar (13 aprile) nel Punjab, durante il quale le truppe britanniche guidate dal generale Edward H. Dyer massacrarono centinaia di civili e ne ferirono a migliaia: i rapporti ufficiali parlano di 1.516 morti e 1.000 feriti. Il massacro generò un trauma in tutta la nazione, accrescendo la collera della popolazione.
Sempre nel 1919, Gandhi entrò nel partito del Congresso Nazionale Indiano, l'organizzazione dell'élite politica moderata indiana con la quale si sarebbe battuto per ottenere l'indipendenza del suo paese. L'obiettivo che Gandhi si prefiggeva per il movimento anticoloniale era la Swaraj, ovvero un'indipendenza completa: individuale, spirituale e politica (che si realizza nell'autogoverno). Secondo Gandhi tale obiettivo poteva essere raggiunto solamente attraverso una strategia che poneva limiti precisi alla lotta, basandosi esclusivamente sul concetto di Satyagraha.
La Non-Cooperazione e lo Swadeshi
Nel 1920, Gandhi prese le difese del Califfato musulmano e riuscì a creare un'alleanza tra il partito del Congresso Nazionale Indiano (a maggioranza indù) e il Movimento Khalifat (musulmano). Per Gandhi, l'Impero ottomano doveva sopravvivere come strumento di ostacolo all'egemonia britannica. In poco tempo, Gandhi divenne il leader del movimento anticoloniale indiano e nel 1921 divenne il presidente del Partito del Congresso Indiano. Sotto la sua direzione, venne approvata una nuova costituzione nella quale si menzionava la Swaraj come scopo da raggiungere. L'adesione al partito era aperta a tutti quelli che erano pronti a pagare una partecipazione simbolica.
Gandhi allargò il suo principio di nonviolenza al movimento Swadeshi puntando all'autonomia e all'autosufficienza economica del paese, attraverso l'utilizzo dei beni locali, vedendola come una parte del più ampio obiettivo della Swaraj. "Swadeshi" significava "autosufficienza" dell'India dall'economia inglese, puntando sulla produzione interna alla nazione dei prodotti necessari alla popolazione. A tal fine, Gandhi digiunò, convinto di aver sbagliato strategia (lo definì il suo "errore himalaiano") e interruppe ogni forma di cooperazione con la Corona: era arrivato il momento di colpire gli inglesi nei loro interessi. Si rasò la testa e indossò il dhoti, l'abito dei contadini indiani, come gesto simbolico e tenendo presente un altro obiettivo: danneggiare l'importazione dei tessuti provenienti dalle manifatture britanniche preferendo a questi il khadi, il tradizionale panno di cotone filato dagli indiani.
Se da una parte spronava al boicottaggio delle merci tessili straniere, Gandhi chiedeva a tutti gli indiani, sia poveri sia ricchi (in un ideale di uguaglianza), di vestire il khadi, vestito filato a mano con l'arcolaio a ruota (il charka) per boicottare le stoffe inglesi. Dunque la tessitura a mano del cotone divenne il simbolo della disobbedienza civile. La non-cooperazione ebbe un grande successo, aumentando l'entusiasmo e la partecipazione di tutti gli strati della società indiana. La campagna politica di boicottaggio di Gandhi si estese in tutto il Paese: giudici, maestri e funzionari pubblici cominciarono a dimettersi, le scuole inglesi furono abbandonate e i prodotti britannici rimasero invenduti.

Al momento del suo più grande apogeo, il movimento si arrestò bruscamente dopo i violenti scontri avvenuti nel febbraio 1922 nella città di Chauri Chaura nell'Uttar Pradesh: un corteo di manifestanti, provocato dalla polizia britannica, reagì furibondo, massacrando e ardendo vivi ventidue poliziotti. Gandhi, profondamente deluso dall'immaturità del popolo indiano e temendo che il movimento si convertisse in un movimento violento, interruppe la campagna di disobbedienza civile e digiunò per cinque giorni. Il 10 marzo 1922, venne arrestato e processato con l'accusa di sovversione. Gandhi si dichiarò colpevole e chiese il massimo della pena: fu condannato a sei anni di prigione.
Durante la permanenza di Gandhi in prigione, mancando la sua personalità unificatrice, il partito del Congresso si divise. Apparvero due fazioni: la fazione Swarajista, guidata da Chitta Ranjan Das e da Motilal Nehru, era favorevole alla partecipazione del partito agli organi legislativi indiani. Gandhi si astenne dal provocare agitazioni durante la maggior parte degli anni venti, preferendo risolvere i problemi tra il partito Swaraj e il Congresso Nazionale Indiano. Moltiplicò anche le iniziative contro la segregazione degli intoccabili, l'alcolismo, l'ignoranza e la povertà.
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La Marcia del Sale e le Trattative per l'Indipendenza
Gandhi, ormai per tutti il Mahatma (Grande anima), continuò a tessere con pazienza la trama della Satyagraha, l'azione nonviolenta che in una data ancora lontana, il 15 agosto 1947, avrebbe liberato il Paese dal secolare dominio inglese. Si ammalò a più riprese e si rimise in piedi nonostante i digiuni a oltranza, guidò preghiere di massa e azioni di disobbedienza civile, promosse il boicottaggio delle merci e delle istituzioni britanniche, attraversò l'India a piedi varie volte, incantò l'Europa, si sedette ai tavoli del potere e trattò sorridendo con re e viceré.
Ritornò in scena nel 1928. L'anno precedente, il governo britannico aveva nominato la Commissione Simon per la riforma della costituzione, nella quale sedeva un solo indiano. La commissione venne boicottata da tutti i partiti indiani. Gandhi appoggiò la risoluzione del congresso di Calcutta del dicembre 1928 che richiedeva al viceré Lord Irwin di scegliere tra concedere all'India lo statuto di protettorato (Dominion) o far fronte a una campagna di nonviolenza per ottenere l'indipendenza. Il governo britannico, presieduto dal laburista Ramsay MacDonald, non concesse lo statuto di protettorato e il Congresso Indiano, diretto da Jawaharlal Nehru, approvò il documento che dichiarava il Purna Swaraj, l'indipendenza completa. Il 31 dicembre 1929, il Congresso indiano, diretto da Jawaharlal Nehru, approvò il documento che dichiarava il Purna Swaraj, l'indipendenza completa.
Ecco perché, quando nel marzo 1930 Gandhi lanciò una nuova campagna contro la legge britannica del monopolio sul sale, anche la stampa internazionale se ne interessò. Gli indiani protestavano per il fatto di non poter vendere il loro sale sui mercati internazionali, che invece erano sfruttati dai Britannici. Per questo motivo, Gandhi, in un plateale atto di disobbedienza civile, si mise alla testa di una marcia che durò 24 giorni, coprendo a piedi una distanza di 200 miglia (circa 320 chilometri) fino al raggiungimento delle saline, presidiate dalla polizia inglese. In segno di protesta il Mahatma raccolse un pugno di sale e, subito dopo di lui, tutti ripeterono il suo gesto. Questa manifestazione, seguita anche dai media, ebbe un'eco internazionale. Un giornalista presente scrisse: "Non uno solo dei manifestanti alzò un braccio per ripararsi dai colpi. Cadevano come birilli. I superstiti, senza rompere le righe, continuavano a marciare silenziosi e ostinati, finché non cadevano a loro volta sotto i colpi". Le immagini arrivate in tutto il mondo fecero sì che l'anno dopo, nel 1931, Gandhi fosse convocato a Londra, per discutere sulle sorti dell'India. La “marcia del sale” si concluse con l’arresto di più di 60.000 persone, tra cui Gandhi e sua moglie Kasturba Makanji, condannato a sei anni, e moltissimi membri del Congresso.

I tempi però non erano ancora maturi. Gandhi fu imprigionato per tre volte (1932-1933), e in quel periodo effettuò il suo primo sciopero della fame prolungato. Ritiratosi dal 1934 al 1939 dalla vita politica, vi ritornò per imporre alla presidenza del partito indipendentista un suo seguace, Rajendra Prasad.
Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Gandhi, che aveva ben capito le intenzioni dei nazifascisti e dei giapponesi, non si schierò contro gli inglesi, ma continuò ugualmente la lotta per l’indipendenza, mantenendo fermissima l'esigenza dell'indipendenza, pur senza entrare in collusione con le potenze dell'Asse, come fecero invece altri esponenti estremi del nazionalismo indiano (Chandra Bose).
Nell’agosto del 1942 Gandhi rivolse il suo ultimo appello al governo britannico per l’indipendenza dell’India con il celebre discorso tenuto a Bombay. Con le celebri parole «Quit India, lasciate l’India», nel quale esortava gli indiani a lottare per la libertà o a morire nel tentativo, assurse a una figura di uomo politico come santo, il leader di una rivoluzione come atto collettivo di disobbedienza passiva. Nuovamente arrestato, fu tenuto per due anni in carcere (1942-44). Liberato per l'ultima volta nel 1944, dopo due anni di carcere e un lungo sciopero della fame, partecipò ai negoziati (1945-47) che si conclusero con la proclamazione dell'indipendenza dell'India.
L'Indipendenza e la Tragedia della Partizione
Il 15 agosto 1947, l’India conquistò la propria indipendenza. Ma a quale costo? Il processo d'indipendenza iniziò con uno dei traumi più profondi del secolo scorso. Al termine della guerra, i rapporti di forza internazionali cambiarono ed emersero due superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, contrarie al colonialismo. Inoltre, la lotta condotta da Gandhi e dagli altri indipendentisti rese difficile agli inglesi il controllo del territorio indiano. Per queste ragioni, nel 1947 il Regno Unito accettò di riconoscere l’indipendenza dell’India.
Tuttavia, Gandhi visse questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente indiano si divise: nonostante gli sforzi di Gandhi di conservare l’unità, la minoranza musulmana del nord si separò per formare lo Stato del Pakistan (che originariamente comprendeva anche quello che oggi è il Bangladesh). Dai territori liberati dal giogo della corona britannica nacquero due stati autonomi, pensati male e disegnati peggio: un’India centrale «per gli indù» e un Pakistan «per i musulmani» diviso in due. La scissione del Pakistan, che la accompagnò, fu contraria agli ideali unitari di Gandhi, che la subì perché resa necessaria dalle rivalità etniche e religiose, riesplose nel 1947 con sanguinosi eccessi da ambo le parti. Questa divisione sancì la separazione fra indù e musulmani e culminò in una violenta guerra civile che costò, alla fine del 1947, quasi un milione di morti e sei milioni di profughi. In India ascese al potere il più stretto collaboratore di Gandhi, Jawaharlal Nehru, che assunse il ruolo di capo del governo della nuova India indipendente.
Gandhi si era battuto per la costruzione di uno Stato indiano dove potessero convivere pacificamente popolazioni e fedi religiose diverse. Tenace pacificatore del suo paese, il Mahatma continuò a fare opere di pacificazione.
L'Eredità e la Scomparsa del Mahatma
Gandhi era ormai diventato un simbolo del movimento pacifista mondiale, dopo essere stato, fin dagli Anni '20, il perno della lotta per l'indipendenza indiana. Purtroppo, il suo atteggiamento moderato sul problema della divisione del paese non piacque a un fanatico indù di nome Nathuram Godse che lo assassinò.
Il 30 gennaio 1948, alle cinque della sera, a Nuova Delhi, Nathuram Godse, un estremista indù, lo avvicinò, piegandosi davanti a lui come in omaggio, e gli sparò tre colpi a bruciapelo. Gandhi mormorò "He Ram" (Oh Dio) prima di morire. Aveva 78 anni. La Grande anima del XX secolo era vissuta e morta secondo il principio "porgi l'altra guancia". Godse riteneva Gandhi responsabile di aver ceduto alle richieste di autonomia del governo pakistano e dei gruppi musulmani. Il killer venne subito catturato, processato e condannato a morte, nonostante l'opposizione dei sostenitori di Gandhi che, come il loro leader spirituale, erano contrari alla violenza e a questa forma di giustizia sommaria.
Il 6 febbraio 1948, due milioni di indiani parteciparono al funerale di Gandhi. Le sue ceneri, secondo la sua volontà, vennero disperse nei più importanti fiumi del mondo (Gange, Nilo, Tamigi, Volga).
Da allora, in India il Mahatma è considerato il padre della patria: basti pensare che il suo volto è stampato su tutte le banconote e che sulla bandiera nazionale è presente il simbolo del charka. Inoltre, l’approccio di Gandhi ha ispirato movimenti e leader antirazzisti in tutto il mondo, in particolare Nelson Mandela in Sudafrica e Martin Luther King negli Stati Uniti. Il 2 ottobre di ogni anno, giorno del compleanno di Gandhi, viene commemorata la giornata internazionale della nonviolenza.
La sua filosofia di Satyagraha o resistenza nonviolenta, si basava sulla forza morale e spirituale piuttosto che sulla forza fisica, proponendo un metodo rivoluzionario di lotta politica. Gandhi credeva fermamente nell'importanza della verità e dell'etica nella vita pubblica e personale, promuovendo valori quali semplicità, autodisciplina e un forte senso di dovere verso gli altri. Attraverso il suo esempio personale, ha dimostrato che è possibile ottenere il cambiamento sociale e politico attraverso mezzi pacifici, influenzando movimenti per i diritti civili e la libertà in tutto il mondo. Gandhi non mirava soltanto a liberare l’India dal dispotismo britannico. Riteneva che l’indipendenza politica non fosse sufficiente a creare un’India libera come la desiderava lui. Si attivò per mettere in atto il “programma costruttivo” per la promozione dei villaggi e l’armonia comunitaria. Senza questo punto fondamentale non sarebbero stati apportati i cambiamenti necessari. Gandhi riteneva che la disobbedienza civile, se fosse riuscita a rovesciare un gruppo di oppressori, si sarebbe limitata a sostituire un gruppo di leader con un altro gruppo simile. Queste informazioni sono contenute nelle molte, seppur poco diffuse, biografie relative ad aspetti civili e morali.
